Sono le 8.20 di mattina. Il mio bar è già aperto, il tabaccaio purtroppo ancora no. Entro nel bar. Mimmo sa che quando mi vede entrare così presto non deve rivolgermi la parola. Pochi istanti dopo il caffè è pronto sul bancone. Gli faccio un cenno in cui cerco di comunicare tutta la gratitudine che riesco a esprimere dopo una notte insonne. Bevo il mio caffè e mi giro a osservarmi nello specchio alle mie spalle. Occhiaie, enormi e scure – niente di nuovo. Lascio 80 centesimi sul bancone ed esco.
La notte è stata lenta e pesante – per la maggior parte senza sonno. L’ansia per ciò che sarebbe successo l’indomani mattina era troppo forte. Ho ripassato mentalmente la sequenza delle cose da fare mille volte: ultimo line check di controllo, riaccordare la chitarra, abbassare il volume della chitarra senza mettere in mute la pedaliera, lasciare inseriti il delay e l’overdrive, appiccicare il testo di Respirare lavorare sulla spia insieme al breve discorso per introdurre sul palco Stefano Boeri. Tutto era a posto, organizzato, pianificato e programmato eppure non riuscivo a prendere sonno – è una cosa che mi capita quando devo alzarmi presto. Io ho un bioritmo molto lento, in pratica inizio a essere realmente vivo intorno a mezzogiorno, anche perché di solito di notte sto su fino a tardi – ascolto musica, scrivo, guardo la tv, cazzeggio, qualsiasi cosa mi vada di fare in quel momento. Secondo il programma dell’evento allo Smeraldo alle 10.40 io avrei dovuto essere sul palco a cantare…
Arrivo al teatro, mi infilo all’interno dall’ingresso posteriore e passo subito a salutare i tecnici. Mi dicono che possiamo fare subito il line–check di controllo. Bene. Prendo il mio posto in mezzo allo sconfinato palco dello Smeraldo e – incredibile – la mia voce esce come fa di solito di sera. Questo mi tranquillizza un po’. Eseguo la procedura che ho ripassato per tutta la notte e mi chiudo nel camerino. The waiting is the hardest part, cantava Tom Petty tempo fa – ecco, mi sento esattamente così.
Intorno alle 10 arriva Stefano Boeri. Presentazioni. Mi ringrazia per la canzone, mi ripete che gli è piaciuta moltissimo e che sembra scritta apposta per la sua campagna. Mi appare subito come un uomo straordinariamente normale e sensibile, dotato dell’umiltà delle persone che conoscono il mondo, che hanno viaggiato e che hanno una cultura maturata attraverso esperienze personali.
La gente inizia a sciamare nella platea. Dopo poco arrivano Bonfo e Zaganelli, il nostro nuovo socio sul versante stampa. Ha portato la copia di Libero (!) che riporta il risultato dell’intervista telefonica che ho rilasciato il giorno prima. Eravamo tutti un po’ preoccupati – e la mia conversazione col giornalista non è stata proprio amichevole – però alla fine ha scritto quello che gli ho detto, quindi va bene.
È quasi ora. Nel backstage arrivano mio padre e mio fratello. Sono nervoso. Il teatro è pieno. Devo suonare solo un pezzo – che vuol dire che non farò neanche in tempo a scaldarmi che sarà tutto finito. Merda.
Chiuso in camerino, come al solito prima di un concerto, ripasso i motivi che mi hanno condotto in quel luogo in quel momento, e stavolta ci sono milioni di implicazioni in più. Va bene. Va bene, mi dico. Stai facendo una cosa in cui credi – a questo serve la vita.
“Coppola ci siamo”
“Ok”
Il palco mi inghiotte, l’occhio di bue mi investe dall’alto, strappo la Tele dal reggi chitarra e mi lancio sul Mi minore che apre il brano. Tengo chiusi gli occhi per tutta la prima strofa, poi mi dico che questo è un momento di quelli da ricordare, così li apro all’inizio della seconda strofa e lo splendore della platea gremita dello Smeraldo mi riempie lo sguardo. In balconata ci sono gli striscioni dei vari quartieri di Milano che appoggiano Stefano. Troppe emozioni e tutte insieme. Sbaglio l’accordo di apertura del ritornello, mi riprendo subito, mi scuoto ed entro finalmente nella performance. E tutto scorre liscio, me la godo, canto, mi agito e barcollo nei miei stivali nuovi comprati per l’occasione (ognuno ha le sue debolezze) e porto il pezzo fino alla fine. L’applauso mi inghiotte come un’onda di alta marea, riemergo senza fiato giusto in tempo per dire le cose che mi ero preparato per introdurre Stefano. Entra, ci stringiamo la mano, noto l’emozione nei suoi occhi, gli mando un silenzioso in bocca al lupo e scompaio dietro le quinte.
Scappo fuori, fumo due sigarette una dietro l’altra. Il cielo è bianco e lattiginoso. Andiamo a bere un caffè per tirare il fiato. La piazza antistante lo Smeraldo è meravigliosa nonostante il suo dolore, con le pareti del cantiere degli interminabili box che stanno spalla a spalla con l’antico arco e i palazzi d’epoca. Ripartiamo da qui. Da questo buco. Riempiamolo della nostra gioia, ricavata a fatica dalla disperazione, dalla disillusione e dagli anni che passano senza che nessuno paghi il prezzo per gli errori commessi sulla nostra pelle.
Torniamo in teatro, conosco un sacco di persone, complimenti, abbracci, pacche sulle spalle, speranza, voglia di cambiare, ottimismo, ottimismo, ottimismo – se sarà vano lo scopriremo presto e allora torneremo tutti nel nostro buco a leccarci le ferite, fino a quando saremo di nuovo abbastanza forti per uscire dalla tana e sfidare il mondo degli imbecilli una volta ancora.
Siamo quasi alla fine ormai. Dalle quinte laterali ascolto Stefano pronunciare il discorso finale. Il senso di comunità e la responsabilità individuale, restituire le responsabilità e le decisioni a chi le merita sul serio, le donne che fanno miracoli quotidiani e rappresentano lo scheletro ignorato della nostra società e gli anziani costretti in casa perché nelle case popolari non funzionano gli ascensori. I giovani, i giovani, i giovani. Cos’è una città? Cos’è un uomo? A cosa serve la società?
Mezz’ora dopo è tutto finito. Raccolgo le mie cose in camerino. La sera prima ho scritto una dedica su una copia dell’Ep La stupidità. Raggiungo Stefano. Gli consegno il cd. Mi stringe in un forte abbraccio – il ricordo più bello di questa giornata.
Lascia un commento