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  • 25 aprile 2014: Io vi ringrazio, generosi sconosciuti

    25 aprile 2014: Io vi ringrazio, generosi sconosciuti

    Cosa siamo noi? A cosa serviamo? Quale interesse superiore servono queste membra – questo ammasso di tendini, muscoli, cartilagini e pulsioni? C’è un motivo superiore che dovremmo inseguire, per dare senso a questo mirabile intreccio di fisica/meccanica, benedetto da quel tocco luminoso che non sappiamo definire? Possiamo chiamarlo “coscienza”, alcuni lo chiamano “anima” – io spesso lo chiamo “amore”.

    Qualche giorno fa, in autostrada, ho superato l’uscita di Cassino – ci sono passato diverse volte nell’ultimo anno e mezzo, sulla strada che dal mio assolato meridione mi riporta verso la ancora più mia Milano. E ogni volta che son passato di là pioveva. E ogni volta mi son detto che, prima o poi, in barba agli adempimenti che devo rispettare – che belli o brutti che siano, restano sempre adempimenti – sterzerò di botto e prenderò l’uscita per andare a portare le mie ossa vive a contemplare le ossa morte di chi ha combattuto una delle battaglie più importanti della Seconda Guerra Mondiale. Gli anglo-americani erano sbarcati in Sicilia e poi ad Anzio, e da lì risalivano la penisola mentre al nord le formazioni partigiane lavoravano ai fianchi quel che restava di quella povera armata di giovani sfortunati tedeschi che avevano consegnato il loro cuore nelle mani sbagliate. (Nessuna traccia di giustificazione del nazifascismo, qui: soltanto il tentativo di comprendere l’umana sventura di fare la scelta sbagliata. Tocca pensare anche a questo: se, a volte, il male non assomigliasse al bene, il mondo sarebbe – e sarebbe stato – un posto decisamente migliore in cui vivere). A Cassino si combatté una battaglia incredibilmente cruenta: i nazisti asserragliati nell’abbazia su un poggio che domina la valle. E gli Alleati che, nonostante i bombardamenti a tappeto che quasi rasero al suolo l’abbazia, faticarono non poco per conquistare la cima, a un prezzo altissimo di vite umane.

    Cinque anni fa, grosso modo. Ero seduto nello studio del mio analista (freudiano). Altro giro, altra corsa – non era la prima volta che andavo dall’analista. Comunque, ero lì. Fuori pioveva. Pioveva spesso in quel periodo della mia vita – o forse sono io che me lo ricordo così. Dissi al baffuto dottore, dalla presenza paterna e molto rassicurante, che ogni tanto mi capitava di pensare a quegli uomini che avevano fatto la guerra – una qualsiasi guerra. E gli spiegai che mi capitava di domandarmi cosa voleva dire uccidere per non essere uccisi. Cosa poteva mai dire, per un essere umano, togliere la vita a un proprio simile. Costretto a farlo. La guerra. Quella vera. Quella fatta di fango e di privazioni. Quella fatta di ragazzi come te nel mirino del tuo fucile. Quella fatta di braccia e gambe scagliate in alto dall’espolosione di una granata. E c’era anche un’altra cosa che mi tormentava: c’erano i militari di leva, quegli uomini cioè che venivano chiamati dal proprio paese per andare a combattere – e spesso morire. E poi c’erano i partigiani. Quelli che non avevano bisogno di alcun obbligo – se non quello della propria morale – per decidere di prendere le armi.

    Ancora oggi, al solo pensiero di trovarmi di fronte a una scelta del genere, un brivido freddo mi attraversa la schiena. E il mio cervello partorisce una serie infinita di domande: “Io l’avrei fatto?”; “Sarei stato all’altezza?”; “Sarei stato utile alla causa?”; “Sarei morto il primo giorno di combattimenti?”; “Sarei stato in grado di uccidere un mio simile nel nome della libertà?”; “Sarei stato un vigliacco?”; “Sarei stato un collaborazionista per proteggere i miei cari?”

    Tutte queste domande giacciono nella mia scatola cranica senza alcuna risposta. Non lo so. Non lo so. Ogni volta che ci penso, mi assale il terrore. E insieme a esso una forma di rispetto superiore per quegli uomini che quella scelta l’hanno fatta. E dopo averla fatta, sono stati costretti a misurarsi con il tentativo di realizzarla. E mi vedo tra le colline piemontesi. In una primavera nebbiosa. Appostato nel sottobosco, con in mano un fucile rubato ai fascisti. C’è un convoglio di nazisti che sta risalendo il fondovalle. Quei ragazzi con le uniformi del Reich sono uomini come me. Si avvicinano. Sento le loro voci. Stanno cantando. Prendo di mira il guidatore della prima Jeep scoperta, come da istruzioni.

    Penso alla mia Luisa, che è rimasta in città. Fa la staffetta. Ci porta le soffiate e i viveri. La amo. E vorrei continuare a farlo. Penso a mia madre. Al figlio di mio fratello, il mio piccolo nipotino – la mia gioia: adoro prenderlo tra le braccia e lanciarlo in aria, verso il cielo terso che in primavera sembra abbassarsi fino a baciare le nostre colline. Lui ride. O quanto ride.

    Il convoglio si avvicina.

    La rana, che gracidava disperata chiusa nella mia mano, quel giorno in cui andai alla roggia insieme a Carletto: lui voleva infilzarla con un bastone, ma io la lasciai andare. La mano ruvida di mio padre, quelle rarissime volte che mi accarezzava la testa, dopo cena, prima di accendersi il toscano. L’odore del caffelatte della domenica mattina, e i miei pantaloni corti preferiti, quelli verdi di fustagno. Il seno enorme di mia zia Clara, che potevo intravvedere quando, a pranzo a casa sua, si chinava per versare la minestra nel mio piatto.

    Passo il dito sul grilletto. Il mio obbiettivo si accende una sigaretta, staccando una sola mano dal volante – quante volte ho compiuto quello stesso gesto.

    Penso alla prima volta che ho fatto l’amore con la mia Luisa, in un campo. Il sole era alto nel cielo. L’odore del suo sesso mi esplode nelle tempie. Dopo, una pace incredibile – passai tutta la sera ad annusare le dita della mia mano destra, inebetito. Penso a mio zio, impiccato in piazza dai fascisti. Penso a me. A cosa sono. A cosa siamo ora. A cosa sarò dopo aver fatto quello che devo fare. Chiudo gli occhi. Mi sento vivo fin nella punta dei capelli e insieme sento che sto per morire. Sento che in realtà sono già morto.

    Riapro gli occhi.

    Sparo.

    Una ventina di anni fa, ero in giro sulle Alpi Apuane con il mio caro amico Paolo. Risalendo un sentiero, dopo una curva ci imbattemmo in una lapide che ricordava due partigiani uccisi lì dai nazisti il 24 aprile del 1945. Il giorno dopo, il paese sarebbe stato liberato. Ricordo che la vista di quella lapide spezzò per qualche minuto la nostra naturale allegria. Ci sentimmo quasi in colpa – e ce lo confessammo l’un l’altro solo la sera, a casa, aiutati da qualche bottiglia di birra.

    Siamo fortunati. Una generazione fortunata. Non conosciamo la guerra. Non dobbiamo misurarci con scelte di quel tipo. Il minimo che possiamo fare è ringraziare umilmente quelle ragazze e quei ragazzi che hanno fatto ciò che hanno fatto.

    Quindi io vi ringrazio, generosi sconosciuti. Vi ringrazio, silenziosamente, ogni giorno della mia vita.

  • La normalità è un poncho messicano: contadini di Hokkaido e pescatori di astici del Maine

    La normalità è un poncho messicano: contadini di Hokkaido e pescatori di astici del Maine

    Piemonte, in una località segreta tra le colline

    Ieri sera cercavo di scrutare il cielo nero sopra la mia testa, punteggiato da centinaia di pallini bianchi, con il cuore fermo ma le braccia che mulinavano in tutte le direzioni per scacciare queste troie di zanzare che ammazzano anche il momento più sublime.

    In ogni modo, guardavo il cielo e mi chiedevo dove fossi finito in questi ultimi mesi. Ai piedi di un pino con rami maestosi, imperturbabile nella notte piemontese, le mie cure apparivano ancora più stupide e inutili di quanto non mi sembrino solitamente.

    Perdonatemi questa poetica trita dell’uomo-di-città-a-contatto-con-la-natura, ma fortunatamente sono anni ormai che ho smesso di cercare di apparire più figo di quanto sono in realtà.

    Tornando alla domanda – Dove sei stato Fabrizio in questi ultimi mesi? – l’unica risposta possibile è: da nessuna parte. Cioè, da nessuna parte in modo specifico. In molti luoghi diversi, ognuno dei quali aveva qualcosa in comune con quello che l’aveva preceduto e con quello che l’avrebbe seguito. Dentro di me, con l’unico ausilio di una torcia, mi sono azzardato a esplorare luoghi paurosi e incongrui, spostando tutto quello che c’era da spostare per vedere cosa si nascondesse sotto. Sono riemerso impolverato e pieno di ragnatele come Paperino quando va a cercare qualcosa in solaio – e come Paperino la mia ricerca non ha avuto esiti fruttuosi. In realtà non stavo cercando nulla in particolare – stavo solo facendo un giro per andare a vedere cosa si celasse là in fondo. Ora ho un catalogo più o meno attendibile di sentimenti e paure che testimoniano abbastanza da vicino cosa sono.

    Qualche ora prima, seduto su quella che appare una sedia da regista (domani ci scrivo le mie iniziali con un pennarello, ovviamente ripetendo due volte la f), sorseggiavo un pastis scrutando il tramonto violaceo. Ormai sono talmente pronto a dubitare della sincerità di ogni mio minimo slancio che scrivendo questo fatto del pastis mi faccio un po’ ridere da solo, con quell’aria da intellettuale parigino di inizio secolo che indosso ogni volta che bevo un pastis. Comunque, chi se ne frega, sorseggiavo un pastis e guardavo il tramonto, un bel tramonto. Un fatto del tutto normale. C’è chi dice che la normalità uccide, e per alcuni versi questa affermazione può essere condivisibile – sempre a fatto di trovare una definizione della normalità che possa essere condivisa da più persone. Capita però che, per brevi istanti, tutto sembra sospeso e la possibilità di godere di questi fugaci momenti di pace che la vita ti getta addosso in maniera assolutamente casuale incarni ai miei occhi il concetto di normalità. Dovrebbe essere cioè normale riuscire a gustarsi un pastis seduti in un bel giardino odoroso su una sedia da regista al cospetto di un bel tramonto. Quando accade, abbraccio questa benedetta normalità, che mi si riversa addosso come un poncho da messicano addormentato sul bordo della strada e lascio che mi copra per qualche minuto, prima che svanisca misteriosamente così com’era arrivata.

    Come si può vivere così? La parola così in realtà non vuol dire niente, potremmo tranquillamente eliminarla e lasciare soltanto: Come si può vivere? Questa è la domanda più adatta, l’unica domanda possibile. Come si fa a vivere quando il poncho messicano della normalità si ritira dopo essere apparso per qualche minuto? Come si attraversa il deserto fino al poncho successivo? Come si fa a essere sicuri che arriverà un altro poncho?

    Il giorno prima avevo imparato una lezione fondamentale: non si fa jogging in una località collinare. Adesso lo so, quindi concentro la mia attività fisica nel nuoto o andando in paese a piedi tutte le mattine per comprare il giornale, il pane e le sigarette – un pacchetto alla volta, per esser sicuro di doverci tornare il giorno successivo.

    Poi ho imparato anche che quando sei molto stanco puoi dormire per diverse ore di fila e che anche se sei molto stanco basta una sola dannata mosca a farti imbestialire – che cazzo vuoi da me? Ti sembro forse una montagna di concime? Forse emano il medesimo odore di una boassa di vacca? Non vedi che sono un essere umano sdraiato su un letto?

    Fare a pugni con la noia. Sentire dentro la voglia di fare qualcosa che non sia leggere, camminare, stare sdraiato, vedere se i fichi sono maturi, controllare che le vespe non si avvicinino a meno di tre metri di distanza, affettare le melanzane e stappare una bottiglia di vino. Cullare quella voglia di esprimersi come un bimbetto in fasce che non sa ancora parlare, vederla crescere fino a quando ti inchioda al tavolo mentre in realtà stavi andando a fare una doccia. Così la noia delle attività non espressive viene sostituita dalla noia delle attività espressive, in un continuum di insoddisfazione che mi sembra ormai chiaro costituisca la summa dell’esperienza umana. Ho sempre voglia di essere in un altro posto, di fare altre cose, di essere diverso o di essere più uguale, di essere meno io, di non essere più io, di riconquistare ciò che ho perso, di commiserarmi per la voglia di riconquistare ciò che ho perso, di commiserarmi e basta…

    Tuttavia ora, invece di sentirmi triste per il fatto di non essere un contadino di Hokkaido (la vita sana, sveglia presto al mattino, i colori dell’alba, gli odori della campagna, una vita di estrema dignità) o un pescatore di astici del Maine (la camicia a scacchi prima di tutto ovviamente, poi il caffè al diner della baia, l’uscita in mare prima delle luci dell’alba, tenere i comandi con una mano mentre con l’altra mi scosto il berretto da camionista per grattarmi la fronte) andrò a vedere se c’è qualche fico maturo da cogliere per la cena di stasera.