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  • Miracoli a Milano: qualche novità

    Miracoli a Milano: qualche novità

    Cari amici, raccolgo qui in un post unico alcuni articoli e interviste che sono usciti sui miei microracconti milanesi. Innanzitutto, una cosa divertente: tempo fa avevo scritto una mail a Beppe Severgnini, per parlargli del progetto. Qualche tempo dopo lui ha pubblicato la lettera nel suo blog, Italians, quindi immagino che i racconti gli siano piaciuti (o perlomeno non gli abbiano fatto schifo).

    Poi passiamo a MilanoSurfing, che in questo bell’articolo a firma di Francesca De Pascale scrive cose così:

    La testa affonda nel cellulare e storia dopo storia il miracolo si compie. Il primo miracolo è che sono storie. Piccole storie. Piccole come se qualcuno avesse scattato una foto in una delle stanze in cui Carver ambientava i suoi racconti. Storie piccole e meravigliose come se qualcuno avesse acceso il microfono e avesse registrato dialoghi immaginari tra i personaggi dei quadri di Hopper.
    Il secondo miracolo è che sono pietre preziose da mettere in tasca e portare in silenzio con sé mentre si attraversa la vita anche quando questa ti porta altrove.
    Il terzo miracolo è che sono ambientate a Milano. Negli angoli e lungo le strade che normalmente abitiamo.

    Poi è uscita una breve intervista su NeroSpinto, a cura di Marco Trabucchi:

    Si sente parecchio una vena nostalgica. Pensi che Milano sia una città nostalgica?

    Per alcuni versi sì, o perlomeno la mia Milano lo è, quella che colpisce la mia sensibilità e la mia immaginazione. Il cambiamento nell’umore della città avvenuto negli ultimi anni è evidente, e io sono il primo a esserne ben felice, eppure ci sono alcuni angoli della città che sembrano vibrare e risplendere solo in quelle giornate in cui il cielo è bianco e il sole non riesce a filtrare, oppure in alcune sere invernali, quando la pioggerellina rende lucidi il pavé e i binari del tram e le luci delle macchine e dei semafori sono circondate da un alone indefinito. Ma la mia Milano è anche quella di Marzo, quando il vento spazza il cielo, che si fa di un blu difficile da descrivere, e in fondo a corso Buenos Aires si vedono le Alpi.

    E un’altra intervista, stavolta un po’ più lunga, a cura dell’amico scrittore Roberto Bonfanti, in cui abbiamo parlato anche del mio primo romanzo, Katana, e della mia esperienza con il collettivo dei Piccoli Maestri:

    Negli ultimi mesi hai partecipato anche al progetto “Piccoli maestri”, andando a leggere romanzi classici nelle scuole. Vuoi raccontare qualcosa di quest’esperienza? Che riscontro hai avuto da parte degli studenti?
    Un’esperienza molto appagante. Faticosa per certi versi ma molto appagante. Io propongo “Novecento” di Baricco agli studenti delle medie, un romanzo che mi permette di parlare di alcuni temi che mi stanno a cuore: la musica, l’idea del viaggio, l’oceano, il nostro passato di migranti, l’America, la città, i sogni… Ai ragazzi delle superiori invece propongo “Il giovane Holden” e poi una lettura/concerto su “Furore” di Steinbeck, inframmezzata dalle canzoni di grandi songwriters americani cantate così, senza amplificazione, chitarra in mano, passeggiando per l’aula. La risposta che ottengo di solito è sempre superiore alle aspettative. I ragazzi sono svegli, interessati, curiosi, attenti: sono un patrimonio che andrebbe curato maggiormente, che andrebbe stimolato e messo nelle condizioni di sviluppare il proprio potenziale. In particolare, ho scoperto nelle parole dei ragazzi come Holden sia un personaggio ancora estremamente reale, che tocca questi studenti oggi così come ha toccato me quando l’ho letto la prima volta al liceo. E inoltre, almeno i ragazzi che ho incontrato io, non hanno difficoltà nell’immedesimarsi nelle storie come quella di Steinbeck, in teoria distanti anni luce dal loro vissuto. E questo dice che i veri capolavori sono quelli che continuano a parlare al mondo e del mondo anche decine di anni dopo essere stati scritti, e poi che una buona storia, quando è buona sul serio, travalica i confini dello spazio e del tempo: il cuore dell’esperienza umana, in fondo, è sempre lo stesso, indipendentemente dalle variazioni del contesto in cui viviamo.

    Infine, da qualche settimana i miei miracoli compaiono anche su Sonda.Life, un bel sito di informazione, società e cultura.

    E con questo è tutto. Vi ricordo solo i canali di Miracoli a Milano:

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  • “Oh, comunque non mi piacciono per niente le tue canzoni”: cronaca di un incontro con alcuni detenuti del carcere di San Vittore

    Arrivo di fronte al carcere in ritardo di qualche minuto. Roberto Bonfanti, l’amico scrittore che ha organizzato la cosa, mi aspetta nella piazzetta antistante. Sopra di noi un cielo lattiginoso minaccia una pioggia che non arriverà.

    Entriamo. Passiamo una serie di controlli incrociati, lasciamo i documenti e ripetiamo cinque o sei volte le stesse risposte alle stesse domande. La totale mancanza di pc mi angoscia non poco – ogni informazione viene annotata su registri cartacei che esaurito il loro compito finiranno a marcire in qualche deposito. Tutti gli addetti hanno accento meridionale. Le operazioni si svolgono con una lentezza esasperante, anche se veniamo trattati con una certa fredda gentilezza. Se noi, in qualità di ospiti, veniamo trattati in questo modo non oso pensare a quello che devono passare i detenuti in termini di attesa per una qualsiasi domanda/richiesta. Mentre penso questo, realizzo che all’interno del carcere il tempo non esiste. È un elemento astratto. Non è un dato reale. Sembra che i secondi non passino – ogni cosa è ferma, ghiacciata dalla lentezza dei gesti – e questo vale per chiunque (detenuti, secondini, ospiti, addetti a vario titolo).

    La mia chitarra viene fatta passare sotto uno scanner. Quasi tutti i secondini che incontro mentre ci dirigiamo al raggio III, quello dei detenuti con problemi di tossicodipendenza, si divertono a rivolgermi la stessa domanda, con un ghigno tra il sornione e il compiaciuto: “Che c’è lì dentro? Una chitarra?” Io abbozzo un sì, cerco di sorridere, annuisco.

    Passiamo attraverso una serie di cancelli sempre più grandi e pesanti. A ogni accesso l’addetto si collega via telefono con il posto di controllo centrale per verificare che abbiamo il permesso di entrare (i nostri pass sono rimasti all’ingresso, nessuno ha pensato di consegnarceli). Poi afferra il portachiavi che pende dalla sua cintura e infila una chiave enorme – di norma bronzea – nell’apposita toppa, fa scattare la serratura e ci fa passare. Tutto questo si ripete tre volte nell’arco di circa 150 metri di percorso.

    Nell’ultimo corridoio prima di raggiungere l’“Esagono” – il punto da cui si dipartono i sei diversi raggi di detenzione – butto lo sguardo nelle stanze che si aprono ai lati. Sulla sinistra c’è l’infermeria, rigorosamente senza porte, quindi senza alcuna privacy; sul lato opposto, accanto a un’altra apertura è appeso il cartello “Neuropsichiatria”. All’interno, un uomo dall’età indefinità è seduto su una panca, con i gomiti sulle ginocchia e la testa tra le mani. Il suo capo oscilla lievemente, come al suono di una musica che solo lui può percepire.

    La poca luce entra da alcune piccole bocche di leone poste nel punto in cui le pareti toccano l’inizio della volta a botte che fa da soffitto. Le luci al neon rendono spettrali gli ambienti, un vago sentore di umido entra nelle mie narici e vi resterà ben dopo che avrò lasciato questo posto.

    L’incontro avviene in una saletta della biblioteca, al secondo piano. La stanza è stretta e lunga. Al centro è sistemato un tavolo e il perimetro della sala è punteggiato di sedie. Quando arriviamo sono quasi tutte occupate. Un rapido saluto, una concisa presentazione da parte di Bonfanti poi tocca a me. Mi spoglio, sposto leggermente il tavolo e mi ci appoggio, con una gamba a penzoloni che seguirà il ritmo della musica per tutto l’incontro. Ogni tanto mentre canto la guardo, quella mia gamba, e mi mette tranquillità, non so per quale motivo, così non smetto di muoverla. Inizio con Una luce che non spegni mai, mi sembra adatto giocarmi subito questa specie di ninna nanna sulla speranza che non muore anche nei momenti più duri. Poi suono subito l’Uomoformica. Non è facile. Non so perché ma non mi sento libero di fissare queste persone negli occhi come faccio normalmente durante i concerti. Sono da poco passate le dieci del mattino e la mia voce fatica non poco ma di questo non mi preoccupo – penso che la qualità formale dell’esibizione non interessa a nessuno in questa sala. Alla fine dei due primi brani tutti applaudono, non capisco se per rispetto, per ringraziare o perché gli è piaciuto davvero – più probabilmente per un mix di tutti questi motivi. Sono leggermente più rilassato. Mi ero scordato di essere in un carcere. Arrivano le prime domande, io cerco di rispondere nella maniera più sincera e semplice possibile, per cercare di stabilire una comunicazione reale ed eliminare la naturale barriera che ci divide. Alla mia sinistra ci sono due ragazzi di Napoli sui 25 anni, capelli corti, occhi chiari, sguardo vivido e sorriso facile. Quasi di fronte a me un uomo che più tardi scoprirò avere la mia età, poco più in là un ragazzo silenzioso che ascolta assorto ogni mia parola. Alle mie spalle due detenuti marocchini – uno sta copiando un testo in arabo. Gli chiedo cos’è. “Il Corano”, mi risponde. Qualche minuto più tardi questo stesso ragazzo mi allunga un bigliettino che contiene la richiesta di cantare un brano di Giorgia di cui ora mi sfugge il nome. Lo leggo e gli sorrido. Gli spiego che non conosco quella canzone e che in ogni caso Giorgia ha una voce molto diversa dalla mia quindi io non potrei comunque cantarla. Sembra soddisfatto della mia spiegazione. “Cantane un’altra tua, allora” mi risponde.

    Prima di ricominciare a cantare, mi rivolgo al piccolo gruppo (una quindicina in tutto) per dire che veramente, in profonda sincerità, è tutta la settimana che mi interrogo su cosa mai posso raccontargli. Il mio coetaneo mi risponde subito, senza tentennamenti: “Non ti preoccupare. Tanto tu non ci puoi fare proprio niente.”

    Suono ancora qualcosa, compreso qualche richiesta (“facci De André”: “L’avete voluto voi”, rispondo con un sorriso e attacco la Ballata dell’amore perduto. Poi un altro chiede Elvis, o Dylan, così attacco una strofa di Like a Rolling Stone). Ormai l’atmosfera è del tutto rilassata. Nell’angolo della sala c’è un ragazzo che avrà qualche anno meno di me che commenta ogni cosa con una battuta acida e una risatina nervosa, finché alla terza battuta decido di smettere di far finta di niente e mi rivolgo direttamente a lui, in tono pacato e con un sorriso, e gli chiedo di spiegarmi cosa intendeva con quella battuta. Non mi risponde, ma per il resto dell’incontro rimarrà in silenzio. Poi, prima di andarsene, si avvicina: “Oh, comunque non mi piacciono per niente le tue canzoni”. Mentre finisce la frase, il suo volto si distende in un sorriso dolcissimo e mi allunga la mano. Poi aggiunge un “Grazie” facendo scivolare lo sguardo sul pavimento. Gliela stringo con forza, sorrido anch’io e gli sussurro un in bocca al lupo. Mi sono già completamente rivestito quando il ragazzo timido si avvicina e mi chiede di scrivergli il mio nome su un foglio. Quando mi è di fronte noto una profonda cicatrice sul labbro superiore. “A dicembre esco. Vorrò venire a sentirti quando sarò fuori di qui.” Gli lascio un appunto con il mio sito, poi ci stringiamo la mano. “Vedi di rimanere fuori” gli dico, senza lasciar andare la sua mano. “Ci proverò” mi risponde, stringendo le spalle che sembrano scomparire nell’enorme cappuccio della felpa bianca da rapper che indossa.

    Al cancello che dà accesso all’esagono, lo stesso secondino che all’andata mi aveva interrogato sul contenuto della mia custodia mi ferma e attacca a parlarmi della sua passione per la musica. Deve aver superato di poco la quarantina. Ha capelli corti brizzolati, un paio di labbra squadrate e il viso allungato. Mi racconta del suo primo matrimonio, del figlio a cui aveva regalato una chitarra ma che non aveva mai voluto saperne di imparare a suonarla.

    “Così, quando me ne sono andato di casa, me la sono portata via. Ho fatto bene?”
    Faccio un sorriso di circostanza.
    “Adesso invece la figlia della mia nuova compagna suona le tastiere e suo padre è un sassofonista. Ogni tanto la sera penso che sarebbe bello mettere su un complessino tutti insieme.”
    “Ma quindi tu hai imparato a suonarla quella chitarra?” chiedo.
    “Eh, no… E chi me lo dà il tempo…”

    Fuori il cielo è dello stesso bianco di quando siamo entrati. Ogni cosa è come prima, forse.