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Tag: The Junkyards
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Tutti i prossimi concerti
ecco tutti i prossimi concerti (elenco in aggiornamento):
Waterloo tour:
20/10 Circolo ARCI Pintupi, Verderio Inferiore (LC)
22/10 SECRET CONCERT, Milano
17/11 Slam X, Cox 18, Milano
13/12 Arci Acropolis, Vimercate (MB)The Junkyards – Broken Bones Tour
2/11: BUZZ, Siracusa
3/11: TBA, Alcamo (TP)
4/11: LA CHIAVE, Catania
6/11: 13 TAPAS, Palermo
7/11: CUBOLUMIERE, Catanzaro Lido
8/11: MORGANA, Benevento
9/11: GODOT, Avellino
10/11: TBA
30/11: LIGERA, MilanoBrilliant Disguise, F. Coppola plays Bruce Springsteen
5/12 Arci Tambourine, Seregno (MB)
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Il mini tour svizzero dei Junkyards: il rumore dell’acqua nell’acqua
Biel/Bienne – 27/07/2012 – 01:33
Secondo giorno in Svizzera del minitour dei Junks. Scrivo da un favoloso appartamento ricavato da una torre seicentesca che affaccia sulla piazzetta nella quale abbiamo suonato qualche ora fa. A zonzo per la cittadina dopo il concerto mi sono imbattuto nella casa nella quale è morto J.J. Rousseau. Stupore e meraviglia. Poi mi torna in mente che era nato a Ginevra – e dunque era svizzero – e ogni cosa torna al suo posto. Biel è un luogo fuori dal tempo, con le sue casette, le sue piazze – è esattamente come uno si immagina la Svizzera tedesca. Abbiamo suonato al Cafè du Comerce, nel déhors, vale a dire una piccola piazzetta sospesa tra le case con i tetti a spiovente, con un albero maestoso su un lato e un bel palchetto di assi di legno piazzato davanti a una fontana di cui ancora adesso mentre scrivo sento il rumore dell’acqua che cade nell’acqua.
L’appartamento ha una grande cucina. Nel frigo vedo bottiglie di rosé – ne ho appena aperta una – una camera da letto enorme con 6 letti singoli – io ne ho presi 2, sono egocentrico… –enormi finestre con gli infissi in legno bianco e parquet dappertutto. Sono in cucina con i piedi appoggiati sulla mensola della finestra che dà sulla piazza. Il culo poggiato su una bella sedia di legno. Una eguale mi fa da ufficio, cioè sostiene (è appena entrato il cameriere del locale dove abbiamo cenato – che fa parte della stessa struttura – reggendo un piatto di non so cosa. Salut, mi dice, Salut, rispondo), sostiene, dicevo la bottiglia di rosé, il posacenere, il tabacco con cartine e filtri e il mio cellulare. Scrivo. Di quando in quando butto un occhio giù nella piazzetta per verificare che sia ancora lì – che sia vera. E lo è.
Il mattino arriva tambureggiando il suo richiamo attraverso le enormi finestre che fanno risplendere di luce le bianche pareti della stanza in cui dormiamo. Il solito lavorio del mattino – docce, caffè, sigarette, commenti sulla sera prima (questo gli altri, io perlopiù taccio finché non ho bevuto tre caffè e fumato altrettante sigarette. Fatto questo, son finalmente pronto per stare in silenzio per un altro po’). I tre caffè come da regolamento li ho bevuti nella piazzetta insieme a Settanni che poi si è eclissato per andare a prepararsi. Io son rimasto lì ancora un po’, a rimirare il favoloso albero che campeggia su un lato e a scrutare i diversi tipi umani degli avventori. La cameriera che mi ha servito i caffè e il croissant quando è arrivato (“It’s gonna take fifteen minutes, they’re on their way” mi ha detto) aveva una strana timidezza negli occhi nonostante l’appariscente tatuaggio sul suo braccio sinistro, lasciato scoperto come l’altro da una canotta bianca.
Neuchatel – 27/07/12 – 13:29
Sdraiato su una piattaforma galleggiante sul lago di Neuchatel dopo una rinfrancante nuotata mentre Ferro alle mie spalle si produceva in una quasi infinita e fanciullesca sequela di tuffi carpiati, all’indietro e a bomba, io meditavo – come quasi sempre mi accade quando sono all’estero a suonare con i Junkyards – sul mistero dell’esistenza.
E pensavo questo. Che essa esistenza è una troia – credo che ne converrete con me. Con una mano dà e con l’altra toglie, costringendoti all’infinito altalenare tra desideri e rimpianti, tra gioie e dolori, tra ambizioni e frustrazioni, tra botte di felicità e abissi di sconforto, trascinandoti nel breve volgere di qualche rapido istante dalle stelle alle stalle e lasciandoti talvolta con la chiara voglia – giusto per restare in tema – di mandare tutto in vacca.
Il cruccio che mi ha angustiato negli ultimi anni riguarda l’esistenza o meno della possibilità di una vita che permetta di godere delle brevi bellezze quotidiane, delle scarse e preziose meraviglie che la vita non smette mai di offrire. Ed è per questo motivo che il giorno prima mi ero spinto fino a un negozio del centro di Neuchatel per acquistare un costume da bagno. Poiché quando avevamo suonato in città l’anno precedente il clima era davvero rigido per essere luglio – le acque del lago si presentavano brumose e nebbiose come quelle del lago di Lecco in una qualsiasi domenica pomeriggio di novembre –, non avevo associato l’idea di “nuotata” all’idea di “lago di Neuchatel”, dunque non avevo messo il mio costume da bagno in valigia. Invece, con la giusta temperatura il parco sul lungolago si trasforma in una sequela senza soluzione di continuità di bagnanti che fanno la spola tra i loro asciugamani adagiati sull’impeccabile prato all’inglese e le tiepide e cristalline acque antistanti.
Indossato direttamente nel salottino di prova il costume ahimè piuttosto bruttino come taglio ma l’unico modello monocolore disponibile nel negozio, mi ero indirizzato a grandi passi verso il lago. Lì, giunto sulla spiaggetta di ciottoli bianchi, ero entrato in acqua muovendomi con cautela (leggasi: goffamente) sul fondale sassoso. E poi mi ero tuffato. E avevo nuotato fino alla boa, e poi ero tornato indietro. E poi l’avevo fatto di nuovo. Dopo ancora mi ero disteso con la schiena direttamente sulle bianche pietre (avevo considerato eccessivo l’acquisto anche di un telo da bagno) ed ero rimasto lì a godermi il calore che arrivava da sopra e da sotto. E mentre mi godevo il disco solare che bucava le palpebre e si stampava nelle mie pupille pensavo che quello era proprio uno di quei piaceri semplici della vita e che l’unico sforzo che avevo dovuto affrontare per goderne era stato quello di acquistare un costume da bagno (bruttino).
Prima di tutto ciò, la sera prima avevamo suonato la nostra prima data nello spazio estivo del Bar King – l’anno precedente avevamo suonato indoor, nella location invernale, a causa della pioggia e del freddo. Lo spazio estivo è direttamente sul bordo lago ed è diviso da una marea di tavolini da uno spazio di una decina di metri. Ci avevamo messo 6 ore ad arrivare – a causa di una coda interminabile all’imbocco del traforo del Gottardo –, così giunti sul posto ci hanno costretto a cenare direttamente e poi fare il sound check e il concerto. Dunque, dopo neanche un’ora e mezza che eravamo lì siamo stati catapultati sul palco a fare la nostra cosa – non che ci sia venuta particolarmente male, è solo che non abbiamo avuto la possibilità di tirare il fiato un attimo (scarico strumentazione, cena frettolosa, sound check, giusto il tempo di cambiarsi e via sul palco). Dopo il concerto, una sequela pressoché infinita di discorsi e birrette e confronti tra di noi e birrette e via così fino alle 4 del mattino, quando anche i più valorosi dei junkyards hanno preso la via del letto nel bell’appartamento che ci hanno messo a disposizione. Nell’appartamento c’era un pianoforte e io incurante dell’ora tarda ho suonato finché non mi hanno letteralmente sradicato dallo sgabello – sono i rischi del mestiere.
Il giorno dopo, prima di comprare il costume da bagno passeggiavamo mollemente sul lungolago dopo un più che soddisfacente pranzo a base di tabulé avec poulet – Soffientini ahilui aveva scelto un hamburger. Passeggiavamo nel parco sul lungolago con l’unico obiettivo dichiarato di trovare un albero dalla chioma sufficientemente frondosa da accogliere 4 junks che volevano farsi una pennica quando siamo passati davanti a una sorta di baretto che sembrava uscito da un video di tom waits. Un accrocchio di due roulotte costituiva il fabbricato: la prima roulotte ospitava una mini-cucina nella quale preparavano crepes e altri mini-manicaretti, mentre l’altra roulotte appositamente adattata ospitava – meraviglia delle meraviglie – un palco con tanto di batteria e amplificatori. Una lavagnetta piazzata al centro della stradina di asfalto annunciava un concerto per il sabato. Non ci ho pensato neanche un attimo: mi sono consultato brevemente con i miei soci e avendo ottenuto riscontro positivo mi sono diretto verso la cassa – quello è il posto in cui si prendono le decisioni importanti in ogni locale degno di questo nome. “Avec qui est-ce qu’on doit parler pour jouer ici?” (Con chi bisogna parlare per suonare qui?) ho chiesto, con fare deciso. Dopo neanche dieci minuti avevamo un deal e una terza data in svizzera. Orgoglioso come Cederna in Marrakech Express quando comunica ai soci che il famoso tubo con dentro i soldi se lo giocheranno a calcio – “Italia – Marocco” – ho annunciato ai Junks che l’indomani avremmo fatto un doppio set al Coin Coin/Kiosk Art, uno alle 17.00 e uno alle 19.00. Scene di quasi tripudio collettivo – avevamo una scusa per farci un giorno in più in giro (a una certa età non si chiede altro……).
“Izzio, stasera quando abbiamo suonato [omissis] ho pianto. C’era il sole che tramontava sul lago, io ho rivisto nella mente alcune immagini della mia vita. Ero qui a piedi nudi sulle assi di legno del palco e stavo suonando con voi. Mi son detto, cazzo, la vita è meravigliosa”.
Questo è quanto mi ha detto uno dei miei tre soci Junks dopo il secondo set dell’ultimo live a Neuchatel – ometto il nome e i particolari per tutelare la nostra sacrosanta privacy (scusatemi, ma questa è roba nostra). In definitiva, questo è quello che facciamo. Ci si mette in macchina, si viaggia, si smontano e si rimontano palchi, si scrivono canzoni e si buttano via e si riscrivono fin quando non sono esattamente quello che devono essere nella tua testa – tutto questo affinché la vita si possa svelare in tutto il suo meraviglioso splendore per qualche brevissimo istante. Quindi la prossima volta che parlerete con un musicista o con un artista in generale, dopo che lui vi avrà raccontato con immaginifica dovizia di particolari tutti i lati negativi del mestiere, non chiedetegli: “Perché lo fai?”. Lo facciamo per questo. Solo per questo.
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Le date all’estero dei Junkyards: un tour report (parte prima)
Cari amici e fan dei Junkyards di tutto il globo e oltre
Ciò che vi accingete a leggere è un tentativo di ricostruire ciò che è accaduto durante i recenti concerti all’estero dei Junkyards: tale tentativo è ovviamente destinato a fallire poiché nessuno sa cosa sia accaduto davvero.
Berlino e il mistero dell’esistenza
Fatte le valigie e caricata la macchina, eccoci sull’Autobahn diretti verso il nord della Germania. Le prime due ore di viaggio sono andate piuttosto bene. Poi abbiamo cominciato a pensare di tornare indietro. Tornare a casa. Buttare le nostre terga sul divano e farci rincoglionire dalla televisione. Ma non l’abbiamo fatto, fortunatamente. A mezzanotte entriamo nella ex Berlino est. Abbiamo sopportato la radio fm tedesca per l’ultima parte del viaggio – il picco massimo è stato una cover in tedesco di Pretty woman di Roy Orbison, assolutamente incredibile. Abbiamo passato la nostra prima notte in città impegnandoci a conoscere le diverse birre locali – tutte molto buone e incredibilmente economiche e abbiamo anche avuto la possibilità di assaggiare un’ottima kartoffeln salad (squisita, ma da evitare alle 3,45 del mattino).
Il giorno dopo abbiamo fatto i turisti – sono passati dieci anni dalla mia ultima visita in città: Alexanderplatz, Unter Den Linden ecc. Alle sei del pomeriggio eravamo al club. Arriviamo, bussiamo alla porta del locale ancora chiuso, un uomo esce: “Guardate, ora devo proprio andare, ho una cosa da fare. Sarò di ritorno in un paio d’ore.” “Possiamo mettere dentro gli strumenti?” “No”.
Quello era l’inizio di una serata piuttosto difficile. Va bene. Attendiamo in un piccolo bar dei dintorni. Poi l’uomo è tornato, scarichiamo gli strumenti e iniziamo il nostro sound check. Tutto è andato bene fino all’arrivo del barista australiano. Il barista australiano è un uomo con una montagna di problemi nella sua vita. E questo lo fa incazzare. Sempre. È sempre incazzato, anche quando non sembrano esserci motivi per incazzarsi. Così ha cominciato a creare problemi su ogni piccola cosa – il volume troppo alto, troppo forte, abbassate un po’, abbassate ancora un po’, riuscite a suonare più piano di così? – a un certo punto ho pensato che mi avrebbe anche detto che maglietta indossare per il concerto. In ogni modo, siamo italiani, sappiamo sempre come sistemare le cose, siamo abituati.
Arriva l’orario del concerto, noi suoniamo il nostro set e ogni cosa va bene. Di quando in quando il barista si affacciava nella sala del concerto e faceva segno di abbassare il volume, di suonare più piano. L’ultima volta che l’ha fatto ero nel mezzo del call&response con il pubblico su Junkyards of nonbelievers, così è stato facile per me rivoltare la situazione a mio vantaggio emulando i cantanti soul degli anni 50: “A little bit quieter now, a little bit louder now…”. La gente cantava e si divertiva e lui non si è più fatto vedere. Più tardi, verso la fine del set abbiamo suonato come al solito la nostra versione folky di Walk like an egyptian delle Bangles, e lì il nostro uomo si è arreso: è arrivato fin sotto il palco brandendo un oggetto imprecisato che suonava come una maracas e lo agitava a tempo con la canzone con un sorriso idiota stampato sulla sua faccia da idiota.
Così è andata. Poco più tardi ho avuto occasione di incontrare il barista fuori dai bagni degli uomini. Io sono uscito, lui mi ha guardato, mi ha poggiato una mano sulla spalla destra e mi ha detto: “Great show man”. Io gli ho sorriso e gli ho risposto a tono, sussurandogli gentilmente: “Figlio di puttana”. Qualche minuto più tardi i miei occhi si perdono nel blu scuro del cielo berlinese e mi interrogo sul mistero dell’esistenza.
Amburgo: ragazzini nel paese delle meraviglie
Il mattino dopo lasciamo Berlino. Siamo bloccati in un ingorgo autostradale: sembra che l’intera popolazione tedesca abbia deciso di dirigersi verso le coste del Mare del Nord per godere delle sue fredde e inospitali acque. In ogni modo, arriviamo ad Amburgo. Il cielo è nero e rovescia sulla città secchiate di pioggia. Parcheggiamo abbastanza vicino al club e attendiamo che la pioggia smetta. Dopo qualche minuto un tipo bussa al finestrino di Paolo. Paolo, che è una persona semplice e gentile, abbassa il finestrino per vedere cosa vuole. Il tipo è ubriaco fradicio. Ciononostante Paolo si prende qualche minuto per spiegarli che siamo una band italiana e che la sera avremmo suonato in un festival organizzato nel locale proprio dietro l’angolo. Io cerco di far notare a Paolo che il tipo sta evidentemente per vomitare – e che sarebbe una buona idea chiudere il finestrino per evitare il peggio. Finalmente Paolo chiude il finestrino soltanto un attimo prima che il tipo svenga sul cofano della nostra auto e poi scivoli lentamente sul marciapiede, dove termina la sua corsa. Nel frattempo ha smesso di piovere. Andiamo al club.
Il locale è piccolo ma estremamente fascinoso e gestito con grande cura. Il gestore è simpatico e amichevole e ci mette subito a nostro agio. Mancano ancora quattro ore prima del nostro set così decidiamo di fare un giro in città. Raggiungiamo il porto e ci uniamo ai locali che si stanno godendo il loro sabato pomeriggio. Dopo neanche mezz’ora ricomincia a piovere molto forte. Torniamo al club dove ci facciamo servire la cena e ascoltiamo i set degli altri artisti che suonano prima di noi. Alle dieci di sera siamo sul palco. Un pubblico splendido quello di Amburgo – ricordo che mentre attaccavamo la terza canzone in scaletta ho pensato ‘io in Italia non ci voglio più suonare…’ comunque, una gran bella serata, noi ci siamo divertiti molto e anche il pubblico. Quando ho ringraziato alla fine della serata è stato un momento molto particolare, difficile da spiegare ora, ma è stato un momento davvero molto intenso, e quella sensazione starà con me per molto tempo – avevo scritto quelle canzoni al tavolo della mia cucina, a Dicembre, e ora le stavo suonando così lontano da casa e quella gente sembrava cogliere ogni singola intenzione dietro ogni singola nota e parola. Felicità, punto.
Siamo rimasti nel club per un paio d’ore dopo il concerto, poi ci siamo spostati in albergo. Alle tre del mattino facciamo il nostro ingresso nella hall dell’Hotel Kogge. La hall è un bar. Con musica ad altissimo volume. Strapieno di gente che beve e fuma una cannetta dietro l’altra, come si capisce subito dall’aroma che impregna l’aria del locale. La ragazza ci conduce alle nostre stanze – che meriterebbero un intero racconto a sé stante – che sono separate dal bar da un solo, sottilissimo muro. “A che ora finisce la musica nel bar?” le chiedo. Lei sorride. Poi risponde: “Non prima delle 6. Ma troverete dei tappi per le orecchie nelle vostre stanze. Volete il welcome shot?” Welcome shot? “Certamente” rispondo. Qualche minuto dopo, Francesco, Paolo e io siamo al bancone del bar. Mi sporgo verso la ragazza e le chiedo: “Cosa possiamo avere come welcome shot?” “jack Daniel’s. Non c’è scelta”. “D’accordo”. Siamo rimasti al bar del Kogge per non ricordo esattamente quanto tempo, abbiamo firmato il guestbook, bevuto diversi welcome shots e poi siamo tornati alle nostre stanze, ci siamo infilati i tappi nelle orecchie e ci siamo addormentati beatamente come ragazzini nel paese delle meraviglie.
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The European gigs of The Junkyards: a tour report (part one)
Dear friends and fans from across the globe and beyond,
What you’re going to read is a destined-to-fail attempt to recall what exactly happened during our gigs in Europe in the last weeks. It’s destined to fail because, of course, nobody really knows what exactly happened.
Berlin: the mystery of existence

Berlin, fast clouds over Brandenburg Thor. Yoda looks sad. Anyway, there we were, bags packed on the autobahn heading to the deep north of Germany. Wow. The first two hours the trip went alright. Then we felt like we wanted to go back. Go back home. Put our asses on the sofa and get hypnotized by television. But that didn’t happen, luckily. So, somehow we got to Berlin. At midnight we were entering the part of town previously known as East Berlin. We had managed to stand the German fm radios – the peak had been a German rendition of Roy Orbison’s Pretty woman, really unbelievable. We spent part of our first night getting to know local beer – really good and extremely cheap, which is a problem – and also had a chance to taste the kartoffeln salad (which was wonderful, just don’t do that at 3,45 in the morning).
The day after we made the tourists – last time I had been in Berlin was exactly 10 years ago: Alexanderplatz, Unter Den Linden and so on. At 6 pm we were at the club. As we got there and knocked on the door, the man came out and said: ‘Look, I got to go now, got to do something. I’ll be back in a couple of hours.’ ‘Can we just get the instruments in?’ ‘No’.

Joe's Bar, Berlin And that was the beginning of a difficult night. Alright. There was a bar close to there so we took a seat and waited until the man came back. Then the man came back. We got the instruments in and started our sound check. Everything went alright until came the Australian bartender. The Australian bartender is a man who has lots and lots and lots of huge problems in his life. So he is angry. Always. All the time. For, apparently, no reason. He started making problems over almost everything – too loud, too heavy, quiet it down, quieter, quieter – at some point I thought that he may also tell me what kind of shirt I should have put on for the show. Anyway, we’re Italians, you know, we know how to fix things up.
So show time came, we played our set and everything went alright. Every now and then the Aussie bartender would come out and make signs to quiet it down. Last time he did it I was in the middle of a call-and-response with the audience, so it was easy to turn things right for me. I started goin’ “A little bit quieter now, a little bit louder now’. People were singing and dancing and cheering all over the place, so he never came out again. Later on when we played the showstopper of our set – a folkish rendition of Walk Like an Egyptian by The Bangles – the man surrendered and came front stage shaking something that made the sound of maracas with an idiot smile upon his idiot face.
So we did it. The show went right and everybody looked happy. Later on I had a chance to meet the Aussie bartender right out of the male toilets: as I walked out he stared at me, put his right hand on my shoulder and went: ‘Great show man’. I smiled gently, and answered accordingly: ‘Figlio di puttana’ (son of a bitch, in Italian). A couple of minutes later, my eyes were lost into the deep blue sky over Berlin, and I was wondering over the mystery of existence.
Hamburg: little babies in Wonderland

On the road to Hamburg The morning after Berlin was gone. We were stuck in a jam on the Autobahn. Looked like half of the German population was heading to the northern coast to enjoy the cold waters of the Northern Sea. Anyway. When we got to Hamburg the sky was black and heavy water was pouring down. We parked close enough to the club and remained in the car waiting for the rain to stop. While we were there, a guy knocked on the windshield. Paolo, who is a gentle, simple boy, rolled down the window to ask what the guy wanted. The guy was drunk. Nonetheless Paolo took a couple of minutes to inform him that we were an Italian band and we were going to perform at the festival held in the club just around the corner. I tried to point out to Paolo that the guy was drunk and that he was clearly going to throw up – and that it would have been a good idea to roll up the window to avoid the worse. Finally Paolo rolled up the window just a few seconds before the guy passed out on the hood of our car and then slowly fell on the boardwalk. In the meanwhile the rain had stopped. We got to the club.

The bill at Woody Bash Festival. Hamburg The place is really great and the guys were really friendly and very kind. We had four ours before the show so we decided to take a stroll through town. We got to the port and mixed ourselves to the locals enjoying their Saturday afternoon. It took half an hour before it started raining heavily again. We got back to the club, had our dinner and listened to the gigs of the other artists. At 10 pm we were on stage. A wonderful audience in Hamburg – I remember that by the time we were playing the third song of our set a thought exploded in my mind: ‘I never, never, never again want to play in Italy’. Anyway, it was a really good show, we had a lot of fun and the people too. I thanked the audience at the end of the show, and that was a great moment, difficult to explain, but it was a great moment, and it’s gonna stay with me for a long time. I wrote those songs at my kitchen table in last December and now I was playing them to this wonderful audience so far from home – and they really liked them. Happiness, period.

Welcome shot at Kogge Hotel We hanged at the club for a couple of hours after the show. Then we got to the hotel. It was 3 am when we got in the hall of the Kogge Hotel. Which is a bar. With loud music. And people all over smoking pot and drinking. The girl at the bar took us to our rooms, just one wall away from the bar. ‘At what time the music stops at the bar?’, I asked her. She smiled. Then said: ‘6 am. But don’t worry. You’ll find earplugs in your rooms. Do you want the welcome shot?’ The welcome shot? ‘Sure’, I answered. A couple of minutes later, Paolo, Francesco and I were hanging at the Kogge’s bar. I leaned over to the girl and asked: ‘What can we have for the welcome shot?’ ‘Jack Daniels. No choice.’ ‘Alright’. We stayed at the bar for don’t remember how long, we signed the guestbook, had a couple more welcome shots and then got back to our rooms, plugged our ears and fell asleep like little babies in Wonderland.
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The Junkyards

[bandcamp album=1077001282 bgcol=FFFFFF linkcol=4285BB size=grande2]
Ho passato i primi giorni di gennaio in preda a una sorta di febbre creativa (torna quando vuoi cara, non attendo altro) e nel giro di dieci giorni ho scritto un disco in inglese. Era una cosa che avevo in mente da tempo ma, si sa, certe cose non vanno sforzate, bisogna avere pazienza e attendere che si presenti il momento giusto. E tutto è venuto fuori in maniera incredibilmente spontanea: dodici canzoni, una dietro l’altra, tutte scritte di getto, buttate giù velocemente su un blocco di appunti e subito registrate in forma di provini completi. Dieci di queste sono finite nel disco. Di alcune canzoni il mattino dopo non mi ricordavo neanche gli accordi, così riascoltavo le registrazioni e capivo cosa avevo fatto. Ho scelto le dieci migliori (secondo me) e ho pensato a quali sarebbero stati gli uomini adatti per accompagnarmi in questa nuova avventura. Insieme a me nei Junkyards ci sono Marco ‘Ferro’ Ferrara (già al lavoro sui primi dischi di Cristina Donà, attualmente con Giuliano Dottori) al contrabbasso e Paolo Soffientini (NOA, Grandi Animali Marini) alla batteria. I più attenti di voi ricorderanno che Paolo ha suonato i tamburi su La superficie delle cose e per questo mi fa ancora più piacere riaverlo con me in questa nuova avventura. Bentornato Pao. Infine nei live avremo l’apporto di Marco Settanni alla chitarra elettrica.

recording @ jacuzi studio, milano. foto g.dottori. Dopo aver passato qualche giorno con l’idea di fare uscire il disco a nome di Willy The Bone, una sorta di mio alter ego, alla fine ho deciso di utilizzare un nome da band, The Junkyards – Gli sfasciacarrozze –, anche per prendere le distanze da me stesso, cosa di cui mi capita di avvertire la necessità…
Il disco
Il titolo è Last Light on Earth – L’ultima luce sulla Terra – e pesca a piene mani da tutta la musica che ho sempre amato ma che non sono riuscito completamente a infilare nei miei dischi: folk, roots, una spruzzata di tex-mex e ritmi messicani, qualche blues urbano, reminiscenze sixties… Posso elencarvi con precisione i dischi che hanno forgiato l’idea, il concept e il suono di questo disco.
Eels, End Times: una folgorazione. Comprato a dicembre (grazie sempre a Fabio di Psycho Dischi che mi recupera tutti i dischi di cui ho bisogno), è stato veramente la molla che ha fatto scattare tutto. Un moderno bluesman che con infinita ingenuità e onestà ci racconta la sua vita con ciò che la sua sensibilità gli permette di usare – chitarre, piano elettrico, percussioni e una voce da rizzare i peli sulle braccia. Verso preferito del disco: “She locked herself in the bathroom again / So I am pissing in the yard” (Si è di nuovo chiusa a chiave in bagno / così sto pisciando in giardino).
The Low Anthem, Oh My God, Charlie Darwin. Melodie celestiali e strumentazione d’inizio secolo. Lo dico sempre: per andare avanti bisogna guardarsi alle spalle.
Tom Waits, Mule Variations. Oltre a contenere uno dei miei pezzi preferiti in assoluto – Hold On – questo disco è stato il mio manuale per arrivare a una scomposizione dei ritmi classici del r’n’r: la regola dice che sul 2 e sul 4 devi avere il rullante. Ecco, in questo disco sul 2 e sul 4 troverete quasi qualsiasi cosa, eccetto un rullante.
BRMC, Howl. Grandissimo disco, grandissimi suoni. In particolare l’impasto di chitarre acustiche e batteria raggiunge in queste registrazioni un picco di assoluto valore. Inoltre l’idea di usare quasi sempre il timpano come pezzo portante del drumming – una cosa che ovviamente non hanno inventato loro, penso ai Velvet Underground per esempio – l’ho ripescata da lì. In questo disco le batterie sono sempre essenziali e brutali, come dovrebbero sempre essere in un disco di r’n’r’.
Oltre a questi troverete reminiscenze sparse di Oh mercy di Dylan, Tunnel of love di Springsteen, un pizzico di blues rurale.
Fireworks over Chicago, il primo video:
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