Tag: bob dylan

  • Not Dark Yet

    Not Dark Yet

    Sono le sette di sera. Stai aspettando una telefonata, una lettera, un messaggio, un segno. Lo aspetti da ieri, da una settimana, da un anno. No, lo aspetti da tutta una vita. Mentre il tram sbuca da dietro l’angolo, sferragliando sui binari umidi di una serata di città come tutte le altre e come tutte le prossime a venire, ti stringi nella giacca, controlli di avere il biglietto ‒ perché, in fondo, sei una persona perbene ‒ e sali a bordo appena le porte ti si schiudono di fronte, come un confortevole utero materno in grado di cancellare tutta questa cazzo di città e lasciare solo il cielo su in alto, che stasera ha un taglio viola sul fondo, proprio lì, nel punto in cui il sole ogni sera esce di scena, lasciandoci il riverbero dei suoi colori per ricordarci cosa abbiamo appena perso ‒ cosa perdiamo alla fine di ogni giorno.

    Stai tornando a casa, se si può chiamare così. La tua casa, in realtà, è un luogo che non esiste. E stai iniziando ad abituarti all’idea che quel posto non esiste, che la tua casa semplicemente non c’è, né in cielo né in terra. È solo un’idea da inseguire, un bisogno da colmare, da buttare fuori. E come tutte le cose che si inseguono, forse è un bene che non si possa raggiungere, per mantenere viva dentro di sé quella specie di nostalgia del futuro, non del passato, nostalgia di un tempo a venire, di una pace da trovare, di una voce che sia la tua e di mani che finalmente, la sera, durante l’ennesima sigaretta alla fine dell’ennesima giornata di troppe sigarette, assomiglino realmente alle tue mani.

    Sei stato giovane ‒ lo siamo stati tutti. Lo hai sentito dentro quel bruciore che ti diceva cosa fare e soprattutto cosa non fare. Non volevi fare la fine di tutti quegli sfigati che vedevi in giro. Eri sicuro che non avresti fatto la fine di tutti gli sfigati che vedevi in giro. Anche loro, probabilmente. Dietro le loro rispettabili vite più o meno borghesi, hanno un momento di debolezza, la sera, o forse al mattino, magari nell’ascensore. Che cazzo. Ma che cazzo. Che ne è stato di me?

    Sali sul tram, ti siedi sugli scomodi sedili di legno che ti piacciono tanto. Fuori dai finestrini case dell’inizio del secolo scorso. Passeranno anche loro. Passeremo. Ma non è ancora finita, ti dici. È fatto così, il tuo cuore, ormai l’hai capito. Quando sei a pezzi, quando ti sembra di non poter precipitare più giù neanche di un centimetro, ecco una luce, una voce, un segno, una carezza, un ricordo, una parola, un suono – qualsiasi cosa – e il cuore ricomincia a pompare sangue in tutto il corpo, il cervello si riaccende, le gambe fremono, i muscoli si tirano e si gonfiano, pronti a uno sforzo, uno qualunque, quello che in quel preciso momento ti sembra più di tutti necessario, fondamentale, urgente, vitale. Per non soccombere, per non crollare. Ma sì, fanculo. La vita è questa roba qua. Teniamocela stretta. E ti vien voglia di correre, di scendere dal tram e fermare tutti i passanti per gridargli che sei vivo. Cazzo, sì. Sono vivo. Sono vivo. Sono vivo.

  • Scimmie con lo smartphone

    Scimmie con lo smartphone

    [Sto facendo pulizia nel pc e sto scoprendo ovviamente diverse cose che avevo scritto ed erano rimaste sepolte nella cartella che uso per non dimenticarle.]

    Oggi si è insediato il 45esimo presidente degli stati uniti. A due metri dalla mia scrivania, g dorme nel suo lettino. A me vengono in mente i fumetti che leggevo all’università, in cui l’Africa era una discarica dell’occidente e il mondo era governato dalle corporation. Quindi, niente di particolarmente scioccante. La sensazione però è che tutto accada troppo in fretta. Che nessuno si aspettava che capitasse così presto.
    Bevo un passabile chardonnay francese e ascolto “Time out of Mind”, un album dell’ultimo premio Nobel per la letteratura. Quante cose accadono che non avevamo previsto?

    Che mi sarei trovato alla mia scrivania, proprio ora, a scrivere queste righe, lo avevo immaginato?
    No.

    Che nella mia vita avrei cambiato così tanti indirizzi, lo avevo immaginato?
    No.

    Che mi sarei ritrovato a fare alcune cose che avevo sempre sognato di fare, lo avevo immaginato?
    No.

    Che fare queste cose non avrebbe avuto il gusto che mi aspettavo, l’avevo immaginato?
    No.

    Che a un certo punto avrei cambiato strada, rotta e destinazione, lo avevo immaginato?
    No.

    Che a un certo punto sarei tornato indietro, lo avevo immaginato?
    No.

    Quindi, in sostanza, la maggior parte delle cose che accadono non erano state previste/immaginate. E credo che la storia dell’umanità (dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, ossia da Trump al microscopico me stesso qui seduto a pigiare tasti) sia tutto un reagire a ciò che non era stato previsto. Un trovare nuove strade. Un aggirare gli ostacoli. Anche prenderli in faccia, gli ostacoli, quando non si ha il tempo di immaginare un modo per evitarli prima che ti sbattano sul muso. Ecco. Quindi niente di nuovo sul fronte occidentale. E non sto parlando solo di Trump, che se vogliamo è la punta dell’iceberg. Sto parlando di tutto quello che si muove, non visto, sotto la superficie. L’umanità troverà un modo forse. E il prezzo da pagare sarà sempre lo stesso, quello che paghiamo fin dalla notte dei tempi. Alcuni ce la faranno, altri no. Alcuni saranno estratti vivi da un hotel tre giorni dopo che questo sarà stato investito da una valanga, altri si arricchiranno nel giro di un paio d’ore. Alcuni moriranno sotto un ponte dopo aver perso il lavoro, la famiglia e l’autostima, mentre altri inseguiranno un pallone su un rettangolo verde godendo di agi e celebrità inverosimili. E tra questi due poli, miliardi di infinitesimali drammi e gioie, della durata di un secondo, un minuto, un anno o una vita intera. Cose che non contano niente se prese singolarmente ma che vanno a comporre la storia collettiva della nostra specie di scimmie. Passate dall’arrampicarsi sugli alberi alle nanotecnologie. Lo smartphone esiste solo perché abbiamo il pollice opponibile: è bene tenerlo a mente.

  • 20.12 @ Pentesilea [MI]: STRADE BLU / BLUE HIGHWAYS

     

    blue-highways

    «Un tempo, sulle vecchie cartine d’America, le strade principali erano segnate in rosso e quelle secondarie segnate in blu. Adesso i colori sono cambiati. Ma subito prima dell’alba e subito dopo il tramonto – brevi istanti né giorno né notte – le vecchie strade restituiscono al cielo un poco del suo colore, assumendo a loro volta un tono misterioso di blu. E’ l’ora in cui le strade blu hanno un fascino intenso, e sono aperte, invitanti, enigmatiche: uno spazio dove l’uomo può perdersi»
    Willian Least Heat-Moon

    Un viaggio dentro l’America, sia fisico che culturale. La strada di Steinbeck verso la dignità e il lavoro, quella di Kerouac alla ricerca di se stessi. Quella di Woody Guthrie, che attraversava il paese sui carri merci insieme ai braccianti in cerca di lavoro, e quella di Bob Dylan, ispiratore dei movimenti civili degli anni Sessanta.

    Andrea Labanca e Fabrizio Coppola in uno spettacolo che racconta il viaggio, lo spostamento interiore ed esteriore. Un omaggio alla libertà e alla ricerca della felicità sancita dal primo articolo della costituzione americana.

    https://www.facebook.com/events/384664928285755/

  • “Oh, comunque non mi piacciono per niente le tue canzoni”: cronaca di un incontro con alcuni detenuti del carcere di San Vittore

    Arrivo di fronte al carcere in ritardo di qualche minuto. Roberto Bonfanti, l’amico scrittore che ha organizzato la cosa, mi aspetta nella piazzetta antistante. Sopra di noi un cielo lattiginoso minaccia una pioggia che non arriverà.

    Entriamo. Passiamo una serie di controlli incrociati, lasciamo i documenti e ripetiamo cinque o sei volte le stesse risposte alle stesse domande. La totale mancanza di pc mi angoscia non poco – ogni informazione viene annotata su registri cartacei che esaurito il loro compito finiranno a marcire in qualche deposito. Tutti gli addetti hanno accento meridionale. Le operazioni si svolgono con una lentezza esasperante, anche se veniamo trattati con una certa fredda gentilezza. Se noi, in qualità di ospiti, veniamo trattati in questo modo non oso pensare a quello che devono passare i detenuti in termini di attesa per una qualsiasi domanda/richiesta. Mentre penso questo, realizzo che all’interno del carcere il tempo non esiste. È un elemento astratto. Non è un dato reale. Sembra che i secondi non passino – ogni cosa è ferma, ghiacciata dalla lentezza dei gesti – e questo vale per chiunque (detenuti, secondini, ospiti, addetti a vario titolo).

    La mia chitarra viene fatta passare sotto uno scanner. Quasi tutti i secondini che incontro mentre ci dirigiamo al raggio III, quello dei detenuti con problemi di tossicodipendenza, si divertono a rivolgermi la stessa domanda, con un ghigno tra il sornione e il compiaciuto: “Che c’è lì dentro? Una chitarra?” Io abbozzo un sì, cerco di sorridere, annuisco.

    Passiamo attraverso una serie di cancelli sempre più grandi e pesanti. A ogni accesso l’addetto si collega via telefono con il posto di controllo centrale per verificare che abbiamo il permesso di entrare (i nostri pass sono rimasti all’ingresso, nessuno ha pensato di consegnarceli). Poi afferra il portachiavi che pende dalla sua cintura e infila una chiave enorme – di norma bronzea – nell’apposita toppa, fa scattare la serratura e ci fa passare. Tutto questo si ripete tre volte nell’arco di circa 150 metri di percorso.

    Nell’ultimo corridoio prima di raggiungere l’“Esagono” – il punto da cui si dipartono i sei diversi raggi di detenzione – butto lo sguardo nelle stanze che si aprono ai lati. Sulla sinistra c’è l’infermeria, rigorosamente senza porte, quindi senza alcuna privacy; sul lato opposto, accanto a un’altra apertura è appeso il cartello “Neuropsichiatria”. All’interno, un uomo dall’età indefinità è seduto su una panca, con i gomiti sulle ginocchia e la testa tra le mani. Il suo capo oscilla lievemente, come al suono di una musica che solo lui può percepire.

    La poca luce entra da alcune piccole bocche di leone poste nel punto in cui le pareti toccano l’inizio della volta a botte che fa da soffitto. Le luci al neon rendono spettrali gli ambienti, un vago sentore di umido entra nelle mie narici e vi resterà ben dopo che avrò lasciato questo posto.

    L’incontro avviene in una saletta della biblioteca, al secondo piano. La stanza è stretta e lunga. Al centro è sistemato un tavolo e il perimetro della sala è punteggiato di sedie. Quando arriviamo sono quasi tutte occupate. Un rapido saluto, una concisa presentazione da parte di Bonfanti poi tocca a me. Mi spoglio, sposto leggermente il tavolo e mi ci appoggio, con una gamba a penzoloni che seguirà il ritmo della musica per tutto l’incontro. Ogni tanto mentre canto la guardo, quella mia gamba, e mi mette tranquillità, non so per quale motivo, così non smetto di muoverla. Inizio con Una luce che non spegni mai, mi sembra adatto giocarmi subito questa specie di ninna nanna sulla speranza che non muore anche nei momenti più duri. Poi suono subito l’Uomoformica. Non è facile. Non so perché ma non mi sento libero di fissare queste persone negli occhi come faccio normalmente durante i concerti. Sono da poco passate le dieci del mattino e la mia voce fatica non poco ma di questo non mi preoccupo – penso che la qualità formale dell’esibizione non interessa a nessuno in questa sala. Alla fine dei due primi brani tutti applaudono, non capisco se per rispetto, per ringraziare o perché gli è piaciuto davvero – più probabilmente per un mix di tutti questi motivi. Sono leggermente più rilassato. Mi ero scordato di essere in un carcere. Arrivano le prime domande, io cerco di rispondere nella maniera più sincera e semplice possibile, per cercare di stabilire una comunicazione reale ed eliminare la naturale barriera che ci divide. Alla mia sinistra ci sono due ragazzi di Napoli sui 25 anni, capelli corti, occhi chiari, sguardo vivido e sorriso facile. Quasi di fronte a me un uomo che più tardi scoprirò avere la mia età, poco più in là un ragazzo silenzioso che ascolta assorto ogni mia parola. Alle mie spalle due detenuti marocchini – uno sta copiando un testo in arabo. Gli chiedo cos’è. “Il Corano”, mi risponde. Qualche minuto più tardi questo stesso ragazzo mi allunga un bigliettino che contiene la richiesta di cantare un brano di Giorgia di cui ora mi sfugge il nome. Lo leggo e gli sorrido. Gli spiego che non conosco quella canzone e che in ogni caso Giorgia ha una voce molto diversa dalla mia quindi io non potrei comunque cantarla. Sembra soddisfatto della mia spiegazione. “Cantane un’altra tua, allora” mi risponde.

    Prima di ricominciare a cantare, mi rivolgo al piccolo gruppo (una quindicina in tutto) per dire che veramente, in profonda sincerità, è tutta la settimana che mi interrogo su cosa mai posso raccontargli. Il mio coetaneo mi risponde subito, senza tentennamenti: “Non ti preoccupare. Tanto tu non ci puoi fare proprio niente.”

    Suono ancora qualcosa, compreso qualche richiesta (“facci De André”: “L’avete voluto voi”, rispondo con un sorriso e attacco la Ballata dell’amore perduto. Poi un altro chiede Elvis, o Dylan, così attacco una strofa di Like a Rolling Stone). Ormai l’atmosfera è del tutto rilassata. Nell’angolo della sala c’è un ragazzo che avrà qualche anno meno di me che commenta ogni cosa con una battuta acida e una risatina nervosa, finché alla terza battuta decido di smettere di far finta di niente e mi rivolgo direttamente a lui, in tono pacato e con un sorriso, e gli chiedo di spiegarmi cosa intendeva con quella battuta. Non mi risponde, ma per il resto dell’incontro rimarrà in silenzio. Poi, prima di andarsene, si avvicina: “Oh, comunque non mi piacciono per niente le tue canzoni”. Mentre finisce la frase, il suo volto si distende in un sorriso dolcissimo e mi allunga la mano. Poi aggiunge un “Grazie” facendo scivolare lo sguardo sul pavimento. Gliela stringo con forza, sorrido anch’io e gli sussurro un in bocca al lupo. Mi sono già completamente rivestito quando il ragazzo timido si avvicina e mi chiede di scrivergli il mio nome su un foglio. Quando mi è di fronte noto una profonda cicatrice sul labbro superiore. “A dicembre esco. Vorrò venire a sentirti quando sarò fuori di qui.” Gli lascio un appunto con il mio sito, poi ci stringiamo la mano. “Vedi di rimanere fuori” gli dico, senza lasciar andare la sua mano. “Ci proverò” mi risponde, stringendo le spalle che sembrano scomparire nell’enorme cappuccio della felpa bianca da rapper che indossa.

    Al cancello che dà accesso all’esagono, lo stesso secondino che all’andata mi aveva interrogato sul contenuto della mia custodia mi ferma e attacca a parlarmi della sua passione per la musica. Deve aver superato di poco la quarantina. Ha capelli corti brizzolati, un paio di labbra squadrate e il viso allungato. Mi racconta del suo primo matrimonio, del figlio a cui aveva regalato una chitarra ma che non aveva mai voluto saperne di imparare a suonarla.

    “Così, quando me ne sono andato di casa, me la sono portata via. Ho fatto bene?”
    Faccio un sorriso di circostanza.
    “Adesso invece la figlia della mia nuova compagna suona le tastiere e suo padre è un sassofonista. Ogni tanto la sera penso che sarebbe bello mettere su un complessino tutti insieme.”
    “Ma quindi tu hai imparato a suonarla quella chitarra?” chiedo.
    “Eh, no… E chi me lo dà il tempo…”

    Fuori il cielo è dello stesso bianco di quando siamo entrati. Ogni cosa è come prima, forse.

  • The Junkyards

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    Ho passato i primi giorni di gennaio in preda a una sorta di febbre creativa (torna quando vuoi cara, non attendo altro) e nel giro di dieci giorni ho scritto un disco in inglese. Era una cosa che avevo in mente da tempo ma, si sa, certe cose non vanno sforzate, bisogna avere pazienza e attendere che si presenti il momento giusto. E tutto è venuto fuori in maniera incredibilmente spontanea: dodici canzoni, una dietro l’altra, tutte scritte di getto, buttate giù velocemente su un blocco di appunti e subito registrate in forma di provini completi. Dieci di queste sono finite nel disco. Di alcune canzoni il mattino dopo non mi ricordavo neanche gli accordi, così riascoltavo le registrazioni e capivo cosa avevo fatto. Ho scelto le dieci migliori (secondo me) e ho pensato a quali sarebbero stati gli uomini adatti per accompagnarmi in questa nuova avventura. Insieme a me nei Junkyards ci sono Marco ‘Ferro’ Ferrara (già al lavoro sui primi dischi di Cristina Donà, attualmente con Giuliano Dottori) al contrabbasso e Paolo Soffientini (NOA, Grandi Animali Marini) alla batteria. I più attenti di voi ricorderanno che Paolo ha suonato i tamburi su La superficie delle cose e per questo mi fa ancora più piacere riaverlo con me in questa nuova avventura. Bentornato Pao. Infine nei live avremo l’apporto di Marco Settanni alla chitarra elettrica.

    recording @ jacuzi studio, milano. foto g.dottori.

    Dopo aver passato qualche giorno con l’idea di fare uscire il disco a nome di Willy The Bone, una sorta di mio alter ego, alla fine ho deciso di utilizzare un nome da band, The Junkyards – Gli sfasciacarrozze –, anche per prendere le distanze da me stesso, cosa di cui mi capita di avvertire la necessità…

    Il disco

    Il titolo è Last Light on Earth – L’ultima luce sulla Terra – e pesca a piene mani da tutta la musica che ho sempre amato ma che non sono riuscito completamente a infilare nei miei dischi: folk, roots, una spruzzata di tex-mex e ritmi messicani, qualche blues urbano, reminiscenze sixties… Posso elencarvi con precisione i dischi che hanno forgiato l’idea, il concept e il suono di questo disco.

    Eels, End Times: una folgorazione. Comprato a dicembre (grazie sempre a Fabio di Psycho Dischi che mi recupera tutti i dischi di cui ho bisogno), è stato veramente la molla che ha fatto scattare tutto. Un moderno bluesman che con infinita ingenuità e onestà ci racconta la sua vita con ciò che la sua sensibilità gli permette di usare – chitarre, piano elettrico, percussioni e una voce da rizzare i peli sulle braccia. Verso preferito del disco: “She locked herself in the bathroom again / So I am pissing in the yard” (Si è di nuovo chiusa a chiave in bagno / così sto pisciando in giardino).

    The Low Anthem, Oh My God, Charlie Darwin. Melodie celestiali e strumentazione d’inizio secolo. Lo dico sempre: per andare avanti bisogna guardarsi alle spalle.

    Tom Waits, Mule Variations. Oltre a contenere uno dei miei pezzi preferiti in assoluto – Hold On – questo disco è stato il mio manuale per arrivare a una scomposizione dei ritmi classici del r’n’r: la regola dice che sul 2 e sul 4 devi avere il rullante. Ecco, in questo disco sul 2 e sul 4 troverete quasi qualsiasi cosa, eccetto un rullante.

    BRMC, Howl. Grandissimo disco, grandissimi suoni. In particolare l’impasto di chitarre acustiche e batteria raggiunge in queste registrazioni un picco di assoluto valore. Inoltre l’idea di usare quasi sempre il timpano come pezzo portante del drumming – una cosa che ovviamente non hanno inventato loro, penso ai Velvet Underground per esempio – l’ho ripescata da lì. In questo disco le batterie sono sempre essenziali e brutali, come dovrebbero sempre essere in un disco di r’n’r’.

    Oltre a questi troverete reminiscenze sparse di Oh mercy di Dylan, Tunnel of love di Springsteen, un pizzico di blues rurale.

    Fireworks over Chicago, il primo video:

    [youtube=http://www.youtube.com/watch?v=stetRWQXM8U]

     

     

  • Amen e vaffanculo

    La Milano-laghi oggi era bellissima. La striscia d’asfalto coperta in entrambe le direzioni di lamiere ferme e luci rosse e gialle, i campi intorno fissi in una coltre bianca. Il cielo rosso nei pochi punti sgombri dalle nuvole spesse a nord-ovest.

    Fermo in coda misuravo la distanza che mi rimaneva fino a Gallarate.

    In tv su raitre c’è un concerto di musica classica. Ho tolto il volume durante l’unico tg superstite di raitre, quello della mezzanotte. Non ho spento. Spegnere sarebbe stata una decisione definitiva, mentre io sono per lasciarmi sempre una porta aperta, una via di fuga, una possibilità per cambiare idea, se necessario.

    Poi la coda come d’incanto (sempre così) sì è sciolta e son potuto arrivare là dove dovevo andare. E dovevo andare a Gallarate, dove c’è un negozio di strumenti che dispone di tutte le chitarre acustiche Gibson attualmente sul mercato – per inciso, a Milano un negozio così non c’è. La grande città. La metropoli. Cialtroni.

    Parcheggio, compro un gratta e sosta, lo posiziono all’interno dell’abitacolo e mi incammino verso il negozio (piccolo excursus: tabaccaio che mi hai venduto il gratta e sosta, sei una delle persone più maleducate e più scostanti con cui abbia mai avuto a che fare. Ti auguro di continuare la tua misera vita su questa strada di grettezza, te lo meriti. E non scoprirai mai cosa ti sei perso. E poi morirai. Amen e vaffanculo.)

    Entro nel negozio, dico che ero quello che aveva chiamato un paio d’ore prima e il ragazzo mi conduce nella stanza dedicata alle acustiche. Sulla parete di destra c’è praticamente tutta la produzione Gibson attuale in fatto di acustiche. Gli dico che vengo da Milano, mi dice che siamo in tanti ad andare da lui. Dice anche che non si spiega come mai a Milano non ci sia neanche un negozio che si occupi per bene di Gibson. Non rispondo per non finire a dire sempre le solite cose.

    Inizia a illustrarmi le differenti faccende. Decido di provare tre chitarre, il modello Woody Guthrie, una Aaron Lewis signature e una j-45 custom. Grande emozione. Abbranco la WG. È secca e aspra come il viso dell’uomo rimandato dalle foto arrivate fino a oggi. Immagino che sia buona per suonare su carri bestiame e ad assemblee parasindacali improvvisate mentre il vento delle Rocky Mountains ti sferza la faccia con le sue attenzioni. Anche se nel nostro paese sarebbe il periodo adatto (prima o poi mi vedrete in concerto con una scritta sulla chitarra: ‘this machine kills fascists’), realizzo subito che non è adatta ai poveri impianti dei malmessi circoli arci dello stivale. Provo le altre due. La Aaron Lewis ha un manico che è una favola, ha un suono definitivo ma sembra un po’ sbilanciata sui medio alti. La j-45 mi fa sentire subito a mio agio. Ha bassi robusti e medi pieni con alti aperti e squillanti. Da qui in poi comincia una quasi infinita serie di prove incrociate tra queste ultime due. Suono tutti i blues che conosco, tutte le mie canzoni, gran parte del repertorio della sacra triade (Springsteen, Dylan, Young), provo due accordature aperte diverse sulle due chitarre – per la disperazione del ragazzo che è ormai prossimo al suicidio – e per finire canto anche qualcosa: il modo in cui la voce si mischia al suono della chitarra non è un fattore secondario per un cantautore. Poi decido che devo decidere senza aver deciso. Prendo la j-45.

    Su raitre continua il concerto silenzioso dell’orchestra. Io ho in cuffia i Low Anthem, come quasi sempre quando mi metto a scrivere qualcosa.

    Il ritorno verso casa è penoso come quello di un bambino che ha un sacchetto pieno di caramelle ma ha lasciato i denti sul comodino. La coda sembra infinita. La musica ha molto a che fare con la fanciullezza. Con i sogni. Con l’ingenuità del bimbetto che non vuoi lasciare andare. Con le smorfie fatte allo specchio mentre ti lavi i denti al mattino per scacciare i cattivi pensieri. Le mie chitarre sono i miei calzoni corti, il pianoforte una giostra e le canzoni la possibilità di inventare un mondo in cui le cose importanti sono importanti e le stronzate sono stronzate. Il sol maggiore è il leccalecca rosso con le strisce bianche concentriche, il re le caramelle gommose coca cola, il si minore la maestra che ti dice di aprire il sussidiario e il fa il bacio della buonanotte di tua madre. L’accordatura aperta è tuo padre – non si sa mai dove si va a parare. Lo slide sono le fidanzatine delle elementari (alle quali non ti sei mai dichiarato).

    Si avvicina la fine del 2010. Un anno importante e schifoso. Schifoso sicuramente, importante lo dico sulla fiducia (non quella fiducia). Affronteremo la mediocrità come al solito: chi avrà vinto lo stabilirà qualcuno quando ormai saremo finalmente ridotti a cenere silenziosa e il misero spettacolo di questi anni non sarà altro che un nulla nell’infinito divenire del silenzio che ci abbraccerà. Chissà se nel great void ci sono delle Gibson acustiche…