Tag: “bruce springsteen”

  • DANCING IN THE DARK

    Bruce Springsteen cantato e raccontato da Fabrizio Coppola

    È un viaggio emozionante nelle canzoni di Springsteen, quello in cui ci conduce Fabrizio Coppola. Dalla fatica e le speranze della working class alle ceneri del sogno americano; dalle lunghe corse in macchina e la ricerca di un senso negli sconfinati spazi della provincia, alla natura misteriosa dell’amore; dalle lotte sociali e la visione di una società più giusta, al r’n’r come liberazione collettiva e strumento di denuncia e cambiamento sociale. 

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  • Giocare col fuoco live – Speciale Nebraska

    Giocare col fuoco live – Speciale Nebraska

    Il prossimo appuntamento di Giocare col fuoco live sarà dedicato a Nebraska, il disco a mio parere più letterario di Springsteen. Registrato in casa su un quattro piste Tascam, è un album minimale, spettrale, diviso tra storie e ricordi personali e uno sguardo impietoso sul mondo. Appoggiandosi a un tessuto musicale scarno e a composizioni dalla struttura elementare, Springsteen ci conduce in una sua personale Spoon River ambientata nei sobborghi delle città industriali d’America. Queste storie, insieme ai rimandi ai fatti di cronaca e alla cultura popolare, compongono un affresco feroce della vita reale sullo sfondo del sogno americano. Vi canterò queste canzoni e racconterò questi personaggi nel modo più onesto possibile. 

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  • Camminare come un uomo

    Camminare come un uomo

    L’altra sera ho finito di leggere Born to Run, l’autobiografia del Boss, uscita in Italia per Mondadori. Probabilmente per un dato anagrafico e biografico, la lettura mi ha appassionato maggiormente dalla metà del libro in poi, quando i nodi interiori del nostro vengono al pettine e fanno la loro comparsa gli psicanalisti. Non che la prima parte non sia stata di mio gradimento, intendiamoci: il racconto della vita del clan degli Springsteen, l’ordinarietà delle esistenze del New Jersey proletario degli anni Cinquanta, regolate da tradizioni e costumi invisibili e forse per questo ancora più potenti. Ma di quel periodo ‒ quello dei primi gruppi, della fama raggiunta come leader di una bar band e del conseguente benché zoppicante cammino verso il successo ‒ si sapeva molto. Tutto ciò che accade nella testa dell’uomo da Born in the USA in poi, invece, era solo oggetto di congetture, visibile solo in parte attraverso la musica che componeva, le tematiche che sceglieva, le ossessioni che decideva di mostrare.

    Ormai lo sanno anche i sassi: la maggior parte degli artisti che hanno fatto la storia del r’n’r nel secolo scorso erano persone in fuga da qualcosa. Problemi familiari, povertà, ricerca di un riscatto sociale o soltanto raggiungimento di una posizione nel mondo che rendesse la vita accettabile. E come gli stessi sassi di prima sanno, molti grandi artisti ci hanno lasciato prematuramente, in maniera più o meno volontaria. In fuga da qualcosa, ottenevano il successo, e scoprivano solo allora di voler fuggire anche da quel luogo che immaginavano il fulcro della loro pace interiore. E allora fuggivano di nuovo: droga, alcool, un’autodistruzione più o meno breve, più o meno spettacolare.

    Bruce Springsteen è invece uno di quelli che ha raggiunto un successo planetario, ma prima ancora di toccare la vetta già lo temeva, lo considerava pericoloso. Sapeva, perché lo aveva visto accadere ad alcuni dei suoi eroi (“Elvis has left the building”), che il successo poteva essere una trappola, una gabbia altrettanto potente di quella da cui voleva fuggire. Lasciare la vita provinciale e proletaria della sua famiglia per ritrovarsi rintanato in una magione milionaria con la sua faccia sulle copertine delle riviste, circondato da tutte le distrazioni che il denaro può comprare era per il nostro una possibilità troppo rischiosa. Ed ecco perché ha sempre cercato di mantenere i piedi ben saldi a terra e i pensieri immersi nelle sue ossessioni. A quanto pare, questa sorta di hippy del New Jersey in tutta la sua vita non si è fatto neanche una sola, innocua cannetta. Ha cominciato tardissimo con l’alcool (che non ha più abbandonato) e da un certo punto in poi ha iniziato a fare uso di psicofarmaci. Cannette a parte, si potrebbe dire lo stesso di me e di alcuni di voi (anche se magari i nostri psicanalisti costano meno dei suoi, immagino).

    Nel libro scorre una traccia potente e onnipresente di disperazione, non saprei come altro definirla. Ed è per sfuggire a essa, per allentare il cappio della corda sempre tesa intorno al suo collo, che la sua attività è stata così monumentale, ossessiva, chiaramente patologica. I concerti vere e proprie maratone per raggiungere l’esaurimento fisico ogni sera, spegnere finalmente il cervello e dormire sereni. Le registrazioni in studio veri e propri drammi Shakesperiani (Foul is fair and fair is foul, e What is done cannot be undone ‒ anche se lo sport preferito del nostro era smontare dischi finiti e riprendere a scrivere, arrangiare registrare). Ricordo di aver visto su youtube una versione live di Tenth Avenue Freeze Out, credo che fosse il tour di Darkness: per tutta la canzone (nel senso di tutta) l’uomo salta come un ossesso su e giù dal palco e a un certo punto si piazza al centro dello stage e inizia ad agitare la testa a destra e a sinistra, una, dieci, cento volte di fila. Rimasi esterrefatto. Quell’uomo emanava sì una carica magnetica, rappresentava sì in quel momento tutta la forza e la volontà che un uomo può avere, era sì un vero e proprio prigioniero del r’n’r ma… era matto. Matto come un cavallo. Prigioniero di forze ben al di là del suo controllo. Era evidente.

    Poco fa passeggiavo con mia figlia sui lastroni in pietra del piazzale di fronte alla chiesa che frequentavo da bambino, in attesa che arrivasse la mia quota di welfare state che la repubblica italiana concede a noi genitori (mia madre). Mentre passavo e ripassavo di fronte al portone, situato alla sommità di una scalinata fin troppo pretenziosa e chiusa da un’inferriata a perenne e muta testimonianza dell’apertura della chiesa cattolica, sperando che il dondolio ritmico assicurato dalle giunture sconnesse della pavimentazione spedisse la mia piccina nel mondo dei sogni, le campane hanno iniziato a rintoccare. E mi son venuti in mente questi versi, da Walk Like a Man:

    By our Lady of the Roses, we lived in the shadow of the elms
    I remember ma’ dragging me and my sister up the street to the church, whenever she heard those wedding bells

    E poi subito dopo una foto del nostro in tenerissima età, con un meraviglioso taglio di capelli anni Cinquanta, uno di quelli che oggi costano 60 euro e un tempo erano appannaggio del proletariato. Ho pensato all’incredibile comunità di italiani e irlandesi che ha fatto da cornice all’infanzia del piccolo Frederick: uomini più veri del vero, lavoratori, poveri e meno poveri, schiacciati da frustrazioni e responsabilità, ognuno forse con un piccolo segreto da mantenere, un piccolo qualcosa che gli permetteva di andare avanti, perlomeno fino a quando riuscivano. E ho pensato che Springsteen avrebbe potuto cavarne fuori una maestosa Spoon River del XX secolo. Poi un attimo dopo mi sono detto che in realtà è ciò che ha fatto. Ha preso quel pugno di personaggi, ne ha isolato le caratteristiche comuni al resto dell’umanità e armato di questo patrimonio è riuscito a parlare a tutto il mondo, a gente che non condivideva nulla di quell’ambiente se non il fatto di appartenere al genere umano. Così è stato per me. E infinte volte mi sono chiesto come fosse possibile riuscire in una tale magia: parlare a un ragazzino di 15 anni di Milano raccontandogli storie ambientate nel New Jersey.

    Negli ultimi capitoli del libro mi sembra che Bruce trovi finalmente la sua voce da scrittore. Quando il racconto entra nel tempo presente e si capisce che nasce da sensazioni subitanee, trascritte di getto poco dopo, se non durante, il loro accadimento. Negli ultimi due capitoli e nell’epilogo ho trovato la prosa che mi è piaciuta di più (parlo della traduzione italiana, quando avrò tempo lo leggerò anche in versione originale), forse quella più aderente all’uomo che è oggi.

    […] Il sole è calato, la serata è fresca. Fermo a un semaforo, chiudo la cerniera della giacca fino al collo e mi accorgo che il tacco dello stivale tocca il tubo di scappamento rovente del mio motore V2, lasciandoci attaccato un frammento di gomma dal quale si leva una spirale di fumo blu nella frizzante aria autunnale.

    È da particolari come questo che in genere prendono vita le grandi opere d’arte. Dall’osservazione e dalla comprensione dell’importanza di minimi accadimenti che possono svelare un intero mondo, se si è in grado di farlo. Una spirale di fumo blu che si alza dal tubo di scappamento e sale fino a svanire nel cielo autunnale. Meraviglioso.

    Bruce Springsteen, Born to Run, Mondadori Editore, trad. M. Piumini, 536 p., 23 euro.

  • AMERICAN LIFE: 10/3 @ Ligera, Milano

    AMERICAN LIFE: 10/3 @ Ligera, Milano

    Le poesie di Raymond Carver e le canzoni di Bruce Springsteen ci faranno da guida in un emozionante viaggio verso il cuore della narrazione americana. Proveremo a confrontare le opere di questi due fuoriclasse dello storytelling per capire quali aspetti hanno in comune e dove, invece, i loro percorsi si allontanano, pur confluendo in un identico luogo: la ricerca del significato profondo dell’esperienza umana.

    Fabrizio Coppola (Milano, 1974) è cantautore, editor, traduttore. Ha pubblicato cinque dischi e un romanzo e tenuto concerti in Italia, Germania, Francia e Svizzera. Grande appassionato di musica e letteratura statunitensi, Carver e Springsteen sono due dei suoi maggiori numi tutelari.

     

    American Life

    10 Marzo 2017

    Spazio Ligera

    Via Padova 133, Milano

    Ore 21.00

    Ingresso: 5 euro

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  • Consigli di lettura non richiesti

    Consigli di lettura non richiesti

    1. Luis Sepulveda, Patagonia Express (Guanda, 127 p., euro 7,50). Appunti di viaggio dalla terra alla fine del mondo.

    2. Paolo Rumiz, Trans Europa Express (Feltrinelli, 231 p., euro 9,00). Resoconto di un itinerario lungo il confine orientale dell’Europa, da nord a sud. Molta Storia, tantissime storie.

    3. Valerio Magrelli, Il sangue amaro (Einaudi, 141 p., 13,00 euro). Poesia, non riesco a dirne nulla se non: leggetelo.

    4. Valerio Magrelli, Genealogia di un padre (Einaudi, 143 p., 18,00 euro ma forse nel frattempo è uscito in economica). Letto l’anno scorso, riletto all’inizio dell’anno. Magrelli è uno dei miei più recenti super preferiti. Consigliato a tutti quelli che hanno un padre, a chi non l’ha più e a chi non l’ha mai avuto.

    5. Elizabeth Strout, I ragazzi Burgess (Fazi Editore, 445 pagine, 18,50 euro). Strout è una fuoriclasse. Nutro infinito amore per la sua scrittura, una sorta di minimalismo potenziato che le permette, in una sola frase, di inserire più storie di quante a volte se ne trovano in alcuni romanzi. Inoltre, lei è del Maine e vive a NY, due posti in cui ho lasciato pezzi di cuore, e questo non può che far aumentare il mio apprezzamento. In due parole: se volete leggere una scrittrice in grado di farvi scoprire nuovamente, pagina dopo pagina, personaggio dopo personaggio, storia dopo storia, cosa voglia dire far parte della categoria “esseri umani”, allora la Strout è quello che fa per voi. Leggete ogni cosa che ha scritto, non ve ne pentirete.

    6. John Cheever, Una specie di solitudine. I diari (Feltrinelli, 504 p., 11,00 euro). Questo l’ho iniziato da una settimana, leggo lentamente per non finirlo. Una prosa magnifica nei diari intimi e dolorosi di uno dei più grandi autori americani del XX secolo.

    7. Claudio Magris, L’infinito viaggiare (Mondadori, 245 p., 9,50 euro). Appunti di diversi viaggi. Una scrittura lucidissima che mira (e ci riesce) a gettare un po’ di luce sull’esperienza del viaggio come scoperta di sé e di conoscenza dell’altro come unico percorso da compiere per arrivare, alla fine di tutto, alla propria casa. Meraviglioso.

    8. A proposito di un sogno. Le più belle interviste a Bruce Springsteen, a cura di Christopher Phillips e Louis P. Masur (Feltrinelli, 504 p., 25 euro). Un regalo gradito. Lunghe interviste in cui il nostro, nel corso di tutta la carriera, offre la sua visione del r’n’r (cioè, della vita).

    9. Stefano Bartezzaghi, M, una metronovela (Einaudi, 275 p.). Altro regalo, e di questo hanno coperto il prezzo quindi non so dirvi ora. Un libro arguto, riflessivo, divertente, giocoso ma non troppo, serio ma con leggerezza. Perfetto per chi non conosce Milano, come la maggior parte di quelli che ci vivono e ci muoiono senza riuscire a scoprire l’anima della città.

  • Come Tom Joad riuscì a far chiudere il NYSE

    Come Tom Joad riuscì a far chiudere il NYSE

    Quando Bruce Springsteen iniziò a scrivere The Ghost of Tom Joad, un disco acustico di tema politico e sociale, trasse ispirazione da una serie di articoli pubblicati sul Los Angeles Times (all’epoca viveva in California) che parlavano della diaspora dei migranti messicani che cercavano di oltrepassare il confine con gli Stati Uniti per iniziare una nuova vita (gli articoli sono accreditati e citati nelle note accluse al disco). Allo stesso modo, una settantina di anni prima, John Steinbeck aveva tratto l’ispirazione da cui scaturì il suo capolavoro The Grapes of Wrath (Furore) da una serie di articoli che narravano della migrazione verso l’ovest dei contadini che avevano perso la terra a causa delle Dust Bowl, le tempeste di sabbia che stavano distruggendo i raccolti e gettando sul lastrico decine di migliaia di piccoli mezzadri. La title-track del disco di Springsteen di cui sopra riattualizza il protagonista del romanzo di Steinbeck, Tom Joad, creando un significativo parallelismo tra l’America della Grande Depressione e quella della fine del XX secolo. Già Woody Guthrie aveva composto una canzone ispirata al capolavoro steinbeckiano, una ballata intitolata semplicemente Tom Joad. Ma Springsteen si spinge oltre, arrivando a parafrasare nell’ultima strofa le parole che il protagonista del romanzo rivolge alla madre, quando la informa della sua intenzione di lasciare la famiglia e proseguire da solo. In quelle parole, si manifesta una delle tematiche principali del romanzo, quella di una grande anima del mondo, della quale siamo tutti partecipi e che tutti condividiamo. Così, quando la madre chiede al figlio quando potrà vederlo, lui le risponde così:

    “Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. […] Sarò negli urli di quelli che si ribellano… e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta.” [Traduzione di Sergio Claudio Perroni, Bompiani, 2013.]

    Che, nell’ultima strofa del brano di Springsteen, diventa questo:

    “Mom, wherever there’s a cop beating a guy / wherever a hungry newborn baby cries / wherever there’s a fight against the blood and hatred in the air / look for me, Mom, I’ll be there.”

    Uno degli elementi più significativi della cultura popolare, secondo me, è che nulla di essa va perduto quando gli artisti si assumono la responsabilità di affrontare tematiche universali, che non hanno né tempo né luogo, ma semplicemente rappresentano delle invariabili costanti dell’esperienza umana. Così, quando nel 1999 i RATM decidono di girare il video del brano Sleep Now in Fire di fronte alla sede del NYSE, la Borsa di New York, gli addetti alla sicurezza decidono di chiudere la sede durante le riprese, temendo proteste e scontri, pur non interrompendo le contrattazioni. E visto che gli stessi RATM fecero una cover del brano di Springsteen, del brano ispirato da Steinbeck, a me piace pensare che il vecchio Tom Joad, in qualche modo, abbia avuto la sua rivincita – lui e tutta la folla di diseredati come lui – e che lo spauracchio delle sue rivendicazioni di giustizia, dignità e rispetto, passate da un artista a un altro come il testimone di una staffetta, sia riuscito a costringere gli operatori della Borsa a barricarsi per qualche ora all’interno della loro sede di lavoro, prigionieri di se stessi e del mondo che essi stessi hanno contribuito a costruire.

  • 20.12 @ Pentesilea [MI]: STRADE BLU / BLUE HIGHWAYS

     

    blue-highways

    «Un tempo, sulle vecchie cartine d’America, le strade principali erano segnate in rosso e quelle secondarie segnate in blu. Adesso i colori sono cambiati. Ma subito prima dell’alba e subito dopo il tramonto – brevi istanti né giorno né notte – le vecchie strade restituiscono al cielo un poco del suo colore, assumendo a loro volta un tono misterioso di blu. E’ l’ora in cui le strade blu hanno un fascino intenso, e sono aperte, invitanti, enigmatiche: uno spazio dove l’uomo può perdersi»
    Willian Least Heat-Moon

    Un viaggio dentro l’America, sia fisico che culturale. La strada di Steinbeck verso la dignità e il lavoro, quella di Kerouac alla ricerca di se stessi. Quella di Woody Guthrie, che attraversava il paese sui carri merci insieme ai braccianti in cerca di lavoro, e quella di Bob Dylan, ispiratore dei movimenti civili degli anni Sessanta.

    Andrea Labanca e Fabrizio Coppola in uno spettacolo che racconta il viaggio, lo spostamento interiore ed esteriore. Un omaggio alla libertà e alla ricerca della felicità sancita dal primo articolo della costituzione americana.

    https://www.facebook.com/events/384664928285755/

  • The Junkyards

    [bandcamp album=1077001282  bgcol=FFFFFF linkcol=4285BB size=grande2]

    Ho passato i primi giorni di gennaio in preda a una sorta di febbre creativa (torna quando vuoi cara, non attendo altro) e nel giro di dieci giorni ho scritto un disco in inglese. Era una cosa che avevo in mente da tempo ma, si sa, certe cose non vanno sforzate, bisogna avere pazienza e attendere che si presenti il momento giusto. E tutto è venuto fuori in maniera incredibilmente spontanea: dodici canzoni, una dietro l’altra, tutte scritte di getto, buttate giù velocemente su un blocco di appunti e subito registrate in forma di provini completi. Dieci di queste sono finite nel disco. Di alcune canzoni il mattino dopo non mi ricordavo neanche gli accordi, così riascoltavo le registrazioni e capivo cosa avevo fatto. Ho scelto le dieci migliori (secondo me) e ho pensato a quali sarebbero stati gli uomini adatti per accompagnarmi in questa nuova avventura. Insieme a me nei Junkyards ci sono Marco ‘Ferro’ Ferrara (già al lavoro sui primi dischi di Cristina Donà, attualmente con Giuliano Dottori) al contrabbasso e Paolo Soffientini (NOA, Grandi Animali Marini) alla batteria. I più attenti di voi ricorderanno che Paolo ha suonato i tamburi su La superficie delle cose e per questo mi fa ancora più piacere riaverlo con me in questa nuova avventura. Bentornato Pao. Infine nei live avremo l’apporto di Marco Settanni alla chitarra elettrica.

    recording @ jacuzi studio, milano. foto g.dottori.

    Dopo aver passato qualche giorno con l’idea di fare uscire il disco a nome di Willy The Bone, una sorta di mio alter ego, alla fine ho deciso di utilizzare un nome da band, The Junkyards – Gli sfasciacarrozze –, anche per prendere le distanze da me stesso, cosa di cui mi capita di avvertire la necessità…

    Il disco

    Il titolo è Last Light on Earth – L’ultima luce sulla Terra – e pesca a piene mani da tutta la musica che ho sempre amato ma che non sono riuscito completamente a infilare nei miei dischi: folk, roots, una spruzzata di tex-mex e ritmi messicani, qualche blues urbano, reminiscenze sixties… Posso elencarvi con precisione i dischi che hanno forgiato l’idea, il concept e il suono di questo disco.

    Eels, End Times: una folgorazione. Comprato a dicembre (grazie sempre a Fabio di Psycho Dischi che mi recupera tutti i dischi di cui ho bisogno), è stato veramente la molla che ha fatto scattare tutto. Un moderno bluesman che con infinita ingenuità e onestà ci racconta la sua vita con ciò che la sua sensibilità gli permette di usare – chitarre, piano elettrico, percussioni e una voce da rizzare i peli sulle braccia. Verso preferito del disco: “She locked herself in the bathroom again / So I am pissing in the yard” (Si è di nuovo chiusa a chiave in bagno / così sto pisciando in giardino).

    The Low Anthem, Oh My God, Charlie Darwin. Melodie celestiali e strumentazione d’inizio secolo. Lo dico sempre: per andare avanti bisogna guardarsi alle spalle.

    Tom Waits, Mule Variations. Oltre a contenere uno dei miei pezzi preferiti in assoluto – Hold On – questo disco è stato il mio manuale per arrivare a una scomposizione dei ritmi classici del r’n’r: la regola dice che sul 2 e sul 4 devi avere il rullante. Ecco, in questo disco sul 2 e sul 4 troverete quasi qualsiasi cosa, eccetto un rullante.

    BRMC, Howl. Grandissimo disco, grandissimi suoni. In particolare l’impasto di chitarre acustiche e batteria raggiunge in queste registrazioni un picco di assoluto valore. Inoltre l’idea di usare quasi sempre il timpano come pezzo portante del drumming – una cosa che ovviamente non hanno inventato loro, penso ai Velvet Underground per esempio – l’ho ripescata da lì. In questo disco le batterie sono sempre essenziali e brutali, come dovrebbero sempre essere in un disco di r’n’r’.

    Oltre a questi troverete reminiscenze sparse di Oh mercy di Dylan, Tunnel of love di Springsteen, un pizzico di blues rurale.

    Fireworks over Chicago, il primo video:

    [youtube=http://www.youtube.com/watch?v=stetRWQXM8U]

     

     

  • Amen e vaffanculo

    La Milano-laghi oggi era bellissima. La striscia d’asfalto coperta in entrambe le direzioni di lamiere ferme e luci rosse e gialle, i campi intorno fissi in una coltre bianca. Il cielo rosso nei pochi punti sgombri dalle nuvole spesse a nord-ovest.

    Fermo in coda misuravo la distanza che mi rimaneva fino a Gallarate.

    In tv su raitre c’è un concerto di musica classica. Ho tolto il volume durante l’unico tg superstite di raitre, quello della mezzanotte. Non ho spento. Spegnere sarebbe stata una decisione definitiva, mentre io sono per lasciarmi sempre una porta aperta, una via di fuga, una possibilità per cambiare idea, se necessario.

    Poi la coda come d’incanto (sempre così) sì è sciolta e son potuto arrivare là dove dovevo andare. E dovevo andare a Gallarate, dove c’è un negozio di strumenti che dispone di tutte le chitarre acustiche Gibson attualmente sul mercato – per inciso, a Milano un negozio così non c’è. La grande città. La metropoli. Cialtroni.

    Parcheggio, compro un gratta e sosta, lo posiziono all’interno dell’abitacolo e mi incammino verso il negozio (piccolo excursus: tabaccaio che mi hai venduto il gratta e sosta, sei una delle persone più maleducate e più scostanti con cui abbia mai avuto a che fare. Ti auguro di continuare la tua misera vita su questa strada di grettezza, te lo meriti. E non scoprirai mai cosa ti sei perso. E poi morirai. Amen e vaffanculo.)

    Entro nel negozio, dico che ero quello che aveva chiamato un paio d’ore prima e il ragazzo mi conduce nella stanza dedicata alle acustiche. Sulla parete di destra c’è praticamente tutta la produzione Gibson attuale in fatto di acustiche. Gli dico che vengo da Milano, mi dice che siamo in tanti ad andare da lui. Dice anche che non si spiega come mai a Milano non ci sia neanche un negozio che si occupi per bene di Gibson. Non rispondo per non finire a dire sempre le solite cose.

    Inizia a illustrarmi le differenti faccende. Decido di provare tre chitarre, il modello Woody Guthrie, una Aaron Lewis signature e una j-45 custom. Grande emozione. Abbranco la WG. È secca e aspra come il viso dell’uomo rimandato dalle foto arrivate fino a oggi. Immagino che sia buona per suonare su carri bestiame e ad assemblee parasindacali improvvisate mentre il vento delle Rocky Mountains ti sferza la faccia con le sue attenzioni. Anche se nel nostro paese sarebbe il periodo adatto (prima o poi mi vedrete in concerto con una scritta sulla chitarra: ‘this machine kills fascists’), realizzo subito che non è adatta ai poveri impianti dei malmessi circoli arci dello stivale. Provo le altre due. La Aaron Lewis ha un manico che è una favola, ha un suono definitivo ma sembra un po’ sbilanciata sui medio alti. La j-45 mi fa sentire subito a mio agio. Ha bassi robusti e medi pieni con alti aperti e squillanti. Da qui in poi comincia una quasi infinita serie di prove incrociate tra queste ultime due. Suono tutti i blues che conosco, tutte le mie canzoni, gran parte del repertorio della sacra triade (Springsteen, Dylan, Young), provo due accordature aperte diverse sulle due chitarre – per la disperazione del ragazzo che è ormai prossimo al suicidio – e per finire canto anche qualcosa: il modo in cui la voce si mischia al suono della chitarra non è un fattore secondario per un cantautore. Poi decido che devo decidere senza aver deciso. Prendo la j-45.

    Su raitre continua il concerto silenzioso dell’orchestra. Io ho in cuffia i Low Anthem, come quasi sempre quando mi metto a scrivere qualcosa.

    Il ritorno verso casa è penoso come quello di un bambino che ha un sacchetto pieno di caramelle ma ha lasciato i denti sul comodino. La coda sembra infinita. La musica ha molto a che fare con la fanciullezza. Con i sogni. Con l’ingenuità del bimbetto che non vuoi lasciare andare. Con le smorfie fatte allo specchio mentre ti lavi i denti al mattino per scacciare i cattivi pensieri. Le mie chitarre sono i miei calzoni corti, il pianoforte una giostra e le canzoni la possibilità di inventare un mondo in cui le cose importanti sono importanti e le stronzate sono stronzate. Il sol maggiore è il leccalecca rosso con le strisce bianche concentriche, il re le caramelle gommose coca cola, il si minore la maestra che ti dice di aprire il sussidiario e il fa il bacio della buonanotte di tua madre. L’accordatura aperta è tuo padre – non si sa mai dove si va a parare. Lo slide sono le fidanzatine delle elementari (alle quali non ti sei mai dichiarato).

    Si avvicina la fine del 2010. Un anno importante e schifoso. Schifoso sicuramente, importante lo dico sulla fiducia (non quella fiducia). Affronteremo la mediocrità come al solito: chi avrà vinto lo stabilirà qualcuno quando ormai saremo finalmente ridotti a cenere silenziosa e il misero spettacolo di questi anni non sarà altro che un nulla nell’infinito divenire del silenzio che ci abbraccerà. Chissà se nel great void ci sono delle Gibson acustiche…