Tag: chitarre

  • 20.12 @ Pentesilea [MI]: STRADE BLU / BLUE HIGHWAYS

     

    blue-highways

    «Un tempo, sulle vecchie cartine d’America, le strade principali erano segnate in rosso e quelle secondarie segnate in blu. Adesso i colori sono cambiati. Ma subito prima dell’alba e subito dopo il tramonto – brevi istanti né giorno né notte – le vecchie strade restituiscono al cielo un poco del suo colore, assumendo a loro volta un tono misterioso di blu. E’ l’ora in cui le strade blu hanno un fascino intenso, e sono aperte, invitanti, enigmatiche: uno spazio dove l’uomo può perdersi»
    Willian Least Heat-Moon

    Un viaggio dentro l’America, sia fisico che culturale. La strada di Steinbeck verso la dignità e il lavoro, quella di Kerouac alla ricerca di se stessi. Quella di Woody Guthrie, che attraversava il paese sui carri merci insieme ai braccianti in cerca di lavoro, e quella di Bob Dylan, ispiratore dei movimenti civili degli anni Sessanta.

    Andrea Labanca e Fabrizio Coppola in uno spettacolo che racconta il viaggio, lo spostamento interiore ed esteriore. Un omaggio alla libertà e alla ricerca della felicità sancita dal primo articolo della costituzione americana.

    https://www.facebook.com/events/384664928285755/

  • “Oh, comunque non mi piacciono per niente le tue canzoni”: cronaca di un incontro con alcuni detenuti del carcere di San Vittore

    Arrivo di fronte al carcere in ritardo di qualche minuto. Roberto Bonfanti, l’amico scrittore che ha organizzato la cosa, mi aspetta nella piazzetta antistante. Sopra di noi un cielo lattiginoso minaccia una pioggia che non arriverà.

    Entriamo. Passiamo una serie di controlli incrociati, lasciamo i documenti e ripetiamo cinque o sei volte le stesse risposte alle stesse domande. La totale mancanza di pc mi angoscia non poco – ogni informazione viene annotata su registri cartacei che esaurito il loro compito finiranno a marcire in qualche deposito. Tutti gli addetti hanno accento meridionale. Le operazioni si svolgono con una lentezza esasperante, anche se veniamo trattati con una certa fredda gentilezza. Se noi, in qualità di ospiti, veniamo trattati in questo modo non oso pensare a quello che devono passare i detenuti in termini di attesa per una qualsiasi domanda/richiesta. Mentre penso questo, realizzo che all’interno del carcere il tempo non esiste. È un elemento astratto. Non è un dato reale. Sembra che i secondi non passino – ogni cosa è ferma, ghiacciata dalla lentezza dei gesti – e questo vale per chiunque (detenuti, secondini, ospiti, addetti a vario titolo).

    La mia chitarra viene fatta passare sotto uno scanner. Quasi tutti i secondini che incontro mentre ci dirigiamo al raggio III, quello dei detenuti con problemi di tossicodipendenza, si divertono a rivolgermi la stessa domanda, con un ghigno tra il sornione e il compiaciuto: “Che c’è lì dentro? Una chitarra?” Io abbozzo un sì, cerco di sorridere, annuisco.

    Passiamo attraverso una serie di cancelli sempre più grandi e pesanti. A ogni accesso l’addetto si collega via telefono con il posto di controllo centrale per verificare che abbiamo il permesso di entrare (i nostri pass sono rimasti all’ingresso, nessuno ha pensato di consegnarceli). Poi afferra il portachiavi che pende dalla sua cintura e infila una chiave enorme – di norma bronzea – nell’apposita toppa, fa scattare la serratura e ci fa passare. Tutto questo si ripete tre volte nell’arco di circa 150 metri di percorso.

    Nell’ultimo corridoio prima di raggiungere l’“Esagono” – il punto da cui si dipartono i sei diversi raggi di detenzione – butto lo sguardo nelle stanze che si aprono ai lati. Sulla sinistra c’è l’infermeria, rigorosamente senza porte, quindi senza alcuna privacy; sul lato opposto, accanto a un’altra apertura è appeso il cartello “Neuropsichiatria”. All’interno, un uomo dall’età indefinità è seduto su una panca, con i gomiti sulle ginocchia e la testa tra le mani. Il suo capo oscilla lievemente, come al suono di una musica che solo lui può percepire.

    La poca luce entra da alcune piccole bocche di leone poste nel punto in cui le pareti toccano l’inizio della volta a botte che fa da soffitto. Le luci al neon rendono spettrali gli ambienti, un vago sentore di umido entra nelle mie narici e vi resterà ben dopo che avrò lasciato questo posto.

    L’incontro avviene in una saletta della biblioteca, al secondo piano. La stanza è stretta e lunga. Al centro è sistemato un tavolo e il perimetro della sala è punteggiato di sedie. Quando arriviamo sono quasi tutte occupate. Un rapido saluto, una concisa presentazione da parte di Bonfanti poi tocca a me. Mi spoglio, sposto leggermente il tavolo e mi ci appoggio, con una gamba a penzoloni che seguirà il ritmo della musica per tutto l’incontro. Ogni tanto mentre canto la guardo, quella mia gamba, e mi mette tranquillità, non so per quale motivo, così non smetto di muoverla. Inizio con Una luce che non spegni mai, mi sembra adatto giocarmi subito questa specie di ninna nanna sulla speranza che non muore anche nei momenti più duri. Poi suono subito l’Uomoformica. Non è facile. Non so perché ma non mi sento libero di fissare queste persone negli occhi come faccio normalmente durante i concerti. Sono da poco passate le dieci del mattino e la mia voce fatica non poco ma di questo non mi preoccupo – penso che la qualità formale dell’esibizione non interessa a nessuno in questa sala. Alla fine dei due primi brani tutti applaudono, non capisco se per rispetto, per ringraziare o perché gli è piaciuto davvero – più probabilmente per un mix di tutti questi motivi. Sono leggermente più rilassato. Mi ero scordato di essere in un carcere. Arrivano le prime domande, io cerco di rispondere nella maniera più sincera e semplice possibile, per cercare di stabilire una comunicazione reale ed eliminare la naturale barriera che ci divide. Alla mia sinistra ci sono due ragazzi di Napoli sui 25 anni, capelli corti, occhi chiari, sguardo vivido e sorriso facile. Quasi di fronte a me un uomo che più tardi scoprirò avere la mia età, poco più in là un ragazzo silenzioso che ascolta assorto ogni mia parola. Alle mie spalle due detenuti marocchini – uno sta copiando un testo in arabo. Gli chiedo cos’è. “Il Corano”, mi risponde. Qualche minuto più tardi questo stesso ragazzo mi allunga un bigliettino che contiene la richiesta di cantare un brano di Giorgia di cui ora mi sfugge il nome. Lo leggo e gli sorrido. Gli spiego che non conosco quella canzone e che in ogni caso Giorgia ha una voce molto diversa dalla mia quindi io non potrei comunque cantarla. Sembra soddisfatto della mia spiegazione. “Cantane un’altra tua, allora” mi risponde.

    Prima di ricominciare a cantare, mi rivolgo al piccolo gruppo (una quindicina in tutto) per dire che veramente, in profonda sincerità, è tutta la settimana che mi interrogo su cosa mai posso raccontargli. Il mio coetaneo mi risponde subito, senza tentennamenti: “Non ti preoccupare. Tanto tu non ci puoi fare proprio niente.”

    Suono ancora qualcosa, compreso qualche richiesta (“facci De André”: “L’avete voluto voi”, rispondo con un sorriso e attacco la Ballata dell’amore perduto. Poi un altro chiede Elvis, o Dylan, così attacco una strofa di Like a Rolling Stone). Ormai l’atmosfera è del tutto rilassata. Nell’angolo della sala c’è un ragazzo che avrà qualche anno meno di me che commenta ogni cosa con una battuta acida e una risatina nervosa, finché alla terza battuta decido di smettere di far finta di niente e mi rivolgo direttamente a lui, in tono pacato e con un sorriso, e gli chiedo di spiegarmi cosa intendeva con quella battuta. Non mi risponde, ma per il resto dell’incontro rimarrà in silenzio. Poi, prima di andarsene, si avvicina: “Oh, comunque non mi piacciono per niente le tue canzoni”. Mentre finisce la frase, il suo volto si distende in un sorriso dolcissimo e mi allunga la mano. Poi aggiunge un “Grazie” facendo scivolare lo sguardo sul pavimento. Gliela stringo con forza, sorrido anch’io e gli sussurro un in bocca al lupo. Mi sono già completamente rivestito quando il ragazzo timido si avvicina e mi chiede di scrivergli il mio nome su un foglio. Quando mi è di fronte noto una profonda cicatrice sul labbro superiore. “A dicembre esco. Vorrò venire a sentirti quando sarò fuori di qui.” Gli lascio un appunto con il mio sito, poi ci stringiamo la mano. “Vedi di rimanere fuori” gli dico, senza lasciar andare la sua mano. “Ci proverò” mi risponde, stringendo le spalle che sembrano scomparire nell’enorme cappuccio della felpa bianca da rapper che indossa.

    Al cancello che dà accesso all’esagono, lo stesso secondino che all’andata mi aveva interrogato sul contenuto della mia custodia mi ferma e attacca a parlarmi della sua passione per la musica. Deve aver superato di poco la quarantina. Ha capelli corti brizzolati, un paio di labbra squadrate e il viso allungato. Mi racconta del suo primo matrimonio, del figlio a cui aveva regalato una chitarra ma che non aveva mai voluto saperne di imparare a suonarla.

    “Così, quando me ne sono andato di casa, me la sono portata via. Ho fatto bene?”
    Faccio un sorriso di circostanza.
    “Adesso invece la figlia della mia nuova compagna suona le tastiere e suo padre è un sassofonista. Ogni tanto la sera penso che sarebbe bello mettere su un complessino tutti insieme.”
    “Ma quindi tu hai imparato a suonarla quella chitarra?” chiedo.
    “Eh, no… E chi me lo dà il tempo…”

    Fuori il cielo è dello stesso bianco di quando siamo entrati. Ogni cosa è come prima, forse.

  • Amen e vaffanculo

    La Milano-laghi oggi era bellissima. La striscia d’asfalto coperta in entrambe le direzioni di lamiere ferme e luci rosse e gialle, i campi intorno fissi in una coltre bianca. Il cielo rosso nei pochi punti sgombri dalle nuvole spesse a nord-ovest.

    Fermo in coda misuravo la distanza che mi rimaneva fino a Gallarate.

    In tv su raitre c’è un concerto di musica classica. Ho tolto il volume durante l’unico tg superstite di raitre, quello della mezzanotte. Non ho spento. Spegnere sarebbe stata una decisione definitiva, mentre io sono per lasciarmi sempre una porta aperta, una via di fuga, una possibilità per cambiare idea, se necessario.

    Poi la coda come d’incanto (sempre così) sì è sciolta e son potuto arrivare là dove dovevo andare. E dovevo andare a Gallarate, dove c’è un negozio di strumenti che dispone di tutte le chitarre acustiche Gibson attualmente sul mercato – per inciso, a Milano un negozio così non c’è. La grande città. La metropoli. Cialtroni.

    Parcheggio, compro un gratta e sosta, lo posiziono all’interno dell’abitacolo e mi incammino verso il negozio (piccolo excursus: tabaccaio che mi hai venduto il gratta e sosta, sei una delle persone più maleducate e più scostanti con cui abbia mai avuto a che fare. Ti auguro di continuare la tua misera vita su questa strada di grettezza, te lo meriti. E non scoprirai mai cosa ti sei perso. E poi morirai. Amen e vaffanculo.)

    Entro nel negozio, dico che ero quello che aveva chiamato un paio d’ore prima e il ragazzo mi conduce nella stanza dedicata alle acustiche. Sulla parete di destra c’è praticamente tutta la produzione Gibson attuale in fatto di acustiche. Gli dico che vengo da Milano, mi dice che siamo in tanti ad andare da lui. Dice anche che non si spiega come mai a Milano non ci sia neanche un negozio che si occupi per bene di Gibson. Non rispondo per non finire a dire sempre le solite cose.

    Inizia a illustrarmi le differenti faccende. Decido di provare tre chitarre, il modello Woody Guthrie, una Aaron Lewis signature e una j-45 custom. Grande emozione. Abbranco la WG. È secca e aspra come il viso dell’uomo rimandato dalle foto arrivate fino a oggi. Immagino che sia buona per suonare su carri bestiame e ad assemblee parasindacali improvvisate mentre il vento delle Rocky Mountains ti sferza la faccia con le sue attenzioni. Anche se nel nostro paese sarebbe il periodo adatto (prima o poi mi vedrete in concerto con una scritta sulla chitarra: ‘this machine kills fascists’), realizzo subito che non è adatta ai poveri impianti dei malmessi circoli arci dello stivale. Provo le altre due. La Aaron Lewis ha un manico che è una favola, ha un suono definitivo ma sembra un po’ sbilanciata sui medio alti. La j-45 mi fa sentire subito a mio agio. Ha bassi robusti e medi pieni con alti aperti e squillanti. Da qui in poi comincia una quasi infinita serie di prove incrociate tra queste ultime due. Suono tutti i blues che conosco, tutte le mie canzoni, gran parte del repertorio della sacra triade (Springsteen, Dylan, Young), provo due accordature aperte diverse sulle due chitarre – per la disperazione del ragazzo che è ormai prossimo al suicidio – e per finire canto anche qualcosa: il modo in cui la voce si mischia al suono della chitarra non è un fattore secondario per un cantautore. Poi decido che devo decidere senza aver deciso. Prendo la j-45.

    Su raitre continua il concerto silenzioso dell’orchestra. Io ho in cuffia i Low Anthem, come quasi sempre quando mi metto a scrivere qualcosa.

    Il ritorno verso casa è penoso come quello di un bambino che ha un sacchetto pieno di caramelle ma ha lasciato i denti sul comodino. La coda sembra infinita. La musica ha molto a che fare con la fanciullezza. Con i sogni. Con l’ingenuità del bimbetto che non vuoi lasciare andare. Con le smorfie fatte allo specchio mentre ti lavi i denti al mattino per scacciare i cattivi pensieri. Le mie chitarre sono i miei calzoni corti, il pianoforte una giostra e le canzoni la possibilità di inventare un mondo in cui le cose importanti sono importanti e le stronzate sono stronzate. Il sol maggiore è il leccalecca rosso con le strisce bianche concentriche, il re le caramelle gommose coca cola, il si minore la maestra che ti dice di aprire il sussidiario e il fa il bacio della buonanotte di tua madre. L’accordatura aperta è tuo padre – non si sa mai dove si va a parare. Lo slide sono le fidanzatine delle elementari (alle quali non ti sei mai dichiarato).

    Si avvicina la fine del 2010. Un anno importante e schifoso. Schifoso sicuramente, importante lo dico sulla fiducia (non quella fiducia). Affronteremo la mediocrità come al solito: chi avrà vinto lo stabilirà qualcuno quando ormai saremo finalmente ridotti a cenere silenziosa e il misero spettacolo di questi anni non sarà altro che un nulla nell’infinito divenire del silenzio che ci abbraccerà. Chissà se nel great void ci sono delle Gibson acustiche…

  • studio report #3

    Sono le 2:38 di giovedì 25 febbraio, sorseggio un brandy appena decente e ascolto in cuffia i miei nuovi idoli, i Low Anthem (sì, lo so, ve ne ho già parlato).

    L’introduzione qui sopra è solo perché i grandi della letteratura ci hanno insegnato che per raccontare una qualsiasi storia è sempre necessaria una cornice, cioè la descrizione concreta o psicologica del mondo nel quale si agitano le vite dei nostri protagonisti.

    Succede tutto sempre per caso. È per questo motivo che oggi è stato sufficiente girare a destra nel punto e nel momento sbagliati per trovarmi imbottigliato nella caotica e chiassosa massa di automobili che si dirigevano verso lo stadio per inter chelsea.

    Comunque, quello che importa è quello che è successo prima – cioè la quasi ultima giornata di studio per le sovraincisioni. Quasi ultima perché la fine è sempre a portata dello sguardo, ma sempre piuttosto lontana dalla gamba che porta il passo.

    Non c’è niente di tanto frustrante quanto favoloso delle giornate di lavoro in studio. Frustrante perché è così: si cerca di avvicinarsi a un sentimento primigenio, a un’astrazione, un’intuizione impalpabile. Ci sono molte variabili, soprattutto per quanto riguarda la registrazione delle chitarre: a volte la parte che stai registrando è giusta per la canzone ma il suono non è quello adatto; altre volte invece accade che il suono è quello giusto ma la parte non funziona proprio; altre volte ancora né la parte né il suono vanno bene. Pochissime volte imbecchi fin dalla prima take il suono giusto, la parte giusta, l’atmosfera giusta – peccato solo che sei incespicato su quel passaggio subito dopo il riff sul si minore, ma chi se ne frega, è tutto talmente bello che l’errore ce lo lascio dentro.

    Io non sono propriamente un feticista – non sono il prototipo dell’indie rocker nerd e occhialuto che possiede 69 pedalini e vi stupisce con affermazioni del tipo: “io passerei nell’hyperfuzz dopo essere entrato nell’octaver che entra a sua volta nel multipledelay, proprio come fecero i pixies in un brano dell’86 che però non è mai finito su nessun disco”. Detto questo, io sono invece un amante delle chitarre, e in questo disco ci sarà una varietà di strumenti diversi come mai è accaduto prima. Facendo un ripasso mentale posso affermare che per La superficie delle cose, tutte le chitarre sono Tele passate in un favoloso bassman di Lenci. Una vita nuova vede accanto alla Tele una splendidissima Les Paul Gold Top. A questo giro non mi sono fatto mancare niente, e accanto alla Tele figurano una Gibson 335, una De Armond e una Gretsch. Quest’ultima con tanto di leva Bigsby, della quale – novello royorbison – mi sono innamorato e, sì, incredibile, sul disco ci sono delle parti suonate con la leva del vibrato [la cosa più bella della vita è cambiare idea, soprattutto se lo si fa a ragion veduta].

    Insomma, tutto questo per dire che anche questo viaggio si avvia alla sua conclusione – o al suo effettivo inizio. Sto cominciando a realizzare che questo prossimo disco chiuderà la mia trilogia sulla ‘mia-personale-visione-del-rock’n’roll’. Poi passerò al liscio.

  • Diario del tour #9: Milano, Parma, Cantù

    Su Milano niente da dichiarare: niente viaggio, niente particolarità enogastronomiche, niente di interessante insomma – e poi, quando arrivi al concerto partendo da casa tua non è mica la stessa cosa. In fondo, mi rompo abbastanza i cosiddetti a suonare a Milano, per questo, questo e quest’aaaltro motiiiivo.

    Su Parma poco di più – per esempio l’intervista a Radio Parma con il simpatico dj di cui ahimé non ricordo il nome. Un’altra cosetta croccante riguardo Parma è questa: il locale, piccolino ma molto curato, ha dovuto anticipare l’orario dei concerti – acustici – a causa delle proteste di un abitante del vicinato. Suddetto abitante lo vediamo passare fuori dal locale poco prima del concerto, e il gestore – un ragazzo di Salerno (!) – me lo indica: grande è il mio stupore quando mi indica un uomo sui trentacinque con tanto di rasta che pedala tranquillamente per la strada. È proprio un grande paese l’Italia.

    Altra cosetta fuzzy: passo una mezzoretta a parlare con un ragazzo che mi racconta quasi interamente la sua vita, con particolare attenzione su un colloquio di lavoro che aveva bucato nel pomeriggio con l’azienda che gestisce la raccolta rifiuti nel parmigiano.

    “Cioè, se mi fossi fatto una cannetta di meno forse il posto l’avrei anche avuto. Non che mi interessasse, però per il momento poteva andare. E invece no. Non mi hanno preso. E ora non so cosa fare”.

    Una cosa così per tipo mezz’ora, e in tutto questo era ovviamente abbastanza fatto di cannette.

    Passiamo a Cantù, all’Aguaplano.

    Il locale non è niente male, non ci avevo mai suonato. Bel palco, impianto nella norma, pianoforte a muro. I due gestori sono sinceri appassionati di musica, quindi stabiliamo subito il feeling giusto. La serata scorre piuttosto liscia – sound-check, cena gustosa (polpettone casalingo con insalata e patate, mi sembra di ricordare) e pre-concerto al biliardo. Il biliardo dell’Aguaplano ha le sponde magiche: non c’è modo di calcolare una sponda, le palle ci rimbalzano e continuano la loro traiettoria in direzioni imprevedibili.

    Una lunghissima sfida Bonfo Leslie occupa quasi tutto il pre concerto, nella costernazione degli altri avventori che attendono il loro turno al biliardo.

    Il locale si riempie sul tardi e il pubblico non è dei migliori. Noi facciamo la nostra cosa, e la facciamo bene – è per quello che siamo qui.

    Dopo il concerto, una buona mezz’ora con l’amico Claudio Sala, che ha suonato con me per tutto il tour di La superficie delle cose – e, piccolo inciso, probabilmente il miglior chitarrista che conosco per gusto, cultura e consapevolezza. Dopo un po’ risaltiamo in macchina e torniamo tutti alle nostre magioni.

    Il grosso del tour è ormai finito. Mancano solo due date, a Varese e a Vercelli. Non ho ancora finito che ho già voglia di ricominciare.

  • Questa macchina uccide la stupidità

    Una fastidiosa influenza è qui con me a poche ore dal debutto di questa nuova avventura. Naso tappato e cerchio alla testa. Va bene, va bene.

    Sono in giro da abbastanza tempo per sapere che la cosa che più conta è godersi ogni momento di ogni concerto – il suono, il check, una birra sdraiato sul palco mentre sistemo le regolazioni dei pedali, i sorrisi e le facce.

    Questo tour si presenta come un mio personale best of delle mie canzoni: ho scelto esclusivamente quelle che mi diverto di più a suonare e a cantare – divertimento inteso in senso lato, ovviamente. Ci saranno canzoni da tutti i miei dischi, compreso un sacco di materiale nuovo, oltre ai brani che compongono il nuovo ep, fresco fresco di stampa.

    Non ci saranno chitarre elettriche in questo tour. Sto giocando con questo nuovo suono, molto roots, che vuole anche essere una sorta di tributo ai Grant Lee Buffalo, uno dei gruppi che amo di più in assoluto. E poi mi piace molto l’idea di tornare ai basics, così come ho fatto per la scrittura dei nuovi brani: strutture scarne ed essenziali, e di conseguenza un suono scabro e privo di orpelli. La mia personale idea di folk di inizio secolo.

    Come in ogni primo concerto di un tour, domani sera probabilmente ci sarà qualche sbavatura, qualche dettaglio non messo a fuoco perfettamente. E ci sarà anche un sacco di eccitazione e un po’ di paura – ho dovuto ristudiare gli accordi di un paio di vecchie canzoni, e spero di azzeccarli tutti domani. Questa cosa mi fa ridere. Se non li so io, chi mai dovrebbe saperli…

    Domani vedremo.

     

    qui una recensione del concerto