Tag: John Steinbeck

  • I miei sei titoli del 2021

    I miei sei titoli del 2021

    Innanzitutto, non sono usciti tutti nel 2021, ovviamente. Poche parole per ogni titolo, che per me sono da acquistare a occhi chiusi.

    Cettina Caliò, Di tu in noi (Nave di Teseo)

    Raramente ho trovato un’espressione così luminosa e vitale di un dolore feroce e in grado di coprire ogni cosa. È una grande lezione quella che ci regala Caliò, non solo di scrittura (equilibrio formale, lampi improvvisi, una lingua cocciuta, che non intende mollare la presa, decisa a indagare ogni minimo movimento interno o esterno fino alle soglie dello sfinimento, tutto un danzare sul baratro prima di gettarvisi per vedere l’effetto che fa), ma di vita: guardarsi intorno, ammirare le macerie visibili e invisibili, resistere al crollo, sentirsi vivi e ancora più toccati dall’esistenza. Che resta tale, cioè l’esistenza continua a esistere, sembra un birignao ma è l’unica cosa che ci è dato sapere, qui.

    Jesmyn Ward, Sotto la falce (NN, trad. Gaja Cenciarelli)

    Un cazzotto nello stomaco, uno squarcio su un mondo che noi bianchi (e uomini) possiamo solo annusare da lontano. Fino a quando non arriva una scrittrice così, ti prende per un braccio e ti porta in quel buco nero in cui l’eredità, il sangue, il retaggio storico, culturale, familiare plasmano ogni singolo secondo della tua stessa vita e delle persone che ti stanno intorno. Per il New York Magazine è uno dei libri del secolo.

    Cees Nooteboom, Cerchi infiniti – viaggi in Giappone (Iperborea, trad. Laura Pignatti)

    Ho scoperto Nooteboom, autore di romanzi, saggio, libri di viaggio e raccolte poetiche, con colpevole ritardo con Addio, raccolta di poesie sempre per Iperborea. Poi ho letto Luce ovunque, tutte le sue poesie pubblicate da Einaudi. E ho proseguito con questo. E credo andrò avanti con tutto il resto della sua produzione. Mio consiglio: sceglietene uno a caso e partite da lì.

    Barry Lopez, Attraverso spazi aperti (Black Coffee, trad. Sara Reggiani)

    Io ne voglio ancora e ancora di libri come questo. In cui l’uomo e la sua esperienza esistenziale viene spogliata da tutto il ciarpame che ci portiamo addosso e prova a ristabilire una connessione con il paesaggio e la parte più profonda di sé. Fa parte della collana This Land di Black Coffee, io ho dovuto sceglierne uno ma tutti i titoli sono di grande interesse.

    Flannery O’Connor, Un brav’uomo è difficile da trovare (minimum fax, trad. Gaja Cenciarelli)

    Minimum Fax propone una nuova traduzione dei dieci racconti qui contenuti e già pubblicati secoli fa da Bompiani nella traduzione di Marisa Caramella e Ida Omboni). In queste storie e in questi personaggi è racchiusa tutta la visione del mondo della O’Connor e tutta la sua forza di scrittrice realistica e visionaria al tempo stesso. Non c’è pietà, non c’è salvezza, non c’è riparo. Per citare il reverendo Casy di Furore: “There’s no right or wrong, there’s just what people do”.

    John Steinbeck, Diario di bordo dal Mare di Cortez (Bompiani, trad. Roberta Martignon)

    Il nostro alle prese con un viaggio scientifico: si imbarca per il Mare di Cortez, nella California meridionale, per raccogliere e studiare invertebrati e pesci che ne popolano le acque. Il suo compagno d’avventura è il biologo marino Ed Ricketts, alla cui descrizione sono dedicate le divertentissime pagine iniziali, la cui figura comparirà poi tra i personaggi di Vicolo Cannery (1945).

  • Rileggere La strada di McCarthy dopo essere diventato padre

    Rileggere La strada di McCarthy dopo essere diventato padre

    Mi sono alzato alle sei. Fuori il cielo era ancora nero, stranamente. Sono andato in cucina, ho messo su un caffè e ho scorso sul cellulare i titoli del Post. In uno si diceva che un bombardiere USA ha sorvolato la Corea del Sud probabilmente come gesto dimostrativo nei confronti della Corea del Nord in seguito al test nucleare effettuato qualche giorno fa. Ho riguardato il cielo. Erano le 6:15 e non c’era traccia d’alba. Per un attimo ho pensato che qualcosa da quelle parti fosse andato storto e che avevano sganciato qualche bomba di cui noi non sapevamo ancora nulla e che il mondo era già immerso nelle tenebre post-atomiche. Questo perché qualche ora prima avevo finito di rileggere La strada di McCarthy.

    Avevo regalato la mia copia a un amico, una sera di diversi anni fa: ci eravamo messi d’accordo per una cena all’ultimo minuto, io volevo regalargli quel libro perché stava attraversando un momento difficile e pensavo che gli avrebbe fatto bene leggerlo, così non avendo il tempo per andare in libreria avevo preso la mia copia, avevo scritto una dedica sul frontespizio e gliel’avevo portata quella sera. Prima di allora l’avevo letto anche in versione originale, attratto dalla forza di quella scrittura così efficacemente resa dalla traduzione di Martina Testa. E l’altro giorno, aggirandomi nel salotto, nella libreria che contiene i libri di m, l’occhio mi era finito sul dorso del volume. Pochi istanti dopo ero sul divano, immerso nella lettura. Ora che ho finito di rileggerlo, realizzo che in qualche modo sapevo che avrei voluto tornare su quelle pagine dopo essere diventato padre ‒ una di quelle cose che sai anche se non in maniera consapevole.

    Finito il caffè sono venuto qui nel mio studio per recuperare la copia in inglese e sfogliarla. L’ho estratta dallo scaffale e neanche il tempo di girarmi che alcuni libri sono scivolati fino a colpire una cornicetta che è precipitata al suolo producendo un rumore spaventoso nel silenzio della casa delle 6:26. Sarà un segno, forse? mi sono chiesto.

    L’ho finito in due giorni, usando il poco tempo libero che ho in questo periodo. Ne ho letto la maggior parte seduto sul divano, con la piccola g tra le braccia, avviluppata in una copertina di lana di colore blu. Non mi ha fatto male come le altre volte in cui l’avevo letto. Anzi, a un certo punto mi son detto che questo romanzo è pieno di luce, una luce che in pochi forse hanno riconosciuto. La luce che anima le persone che lottano per ciò in cui credono anche quando tutto sembra o è perduto, la luce della volontà, che poi alla fine, molto spesso, è l’unica cosa che ci resta. Questo racconto atavico di un uomo in lotta contro l’orrore e la morte, una morte onnipresente nell’assenza di un qualsiasi, minimo accenno del suo contrario, la vita, spazzata via in ogni sua forma da un olocausto nucleare, eccezion fatta per alcuni pochi (s)fortunati esseri umani che si trovano a vagare in un mondo carbonizzato e deceduto nel tentativo di sopravvivere in un qualche modo. Alcuni passi li ricordavo quasi a memoria (il bunker antiatomico, la barca a vela, l’uccisione di uno dei cannibali) e anche se il libro ormai lo conosco bene, la scrittura così secca e coinvolgente me lo ha fatto sembrare un romanzo nuovo a me sconosciuto ‒ o, forse, sconosciuto al me di adesso. La luce, dicevo. A ben pensarci, sembra quasi un romanzo sull’ottimismo, per assurdo, sul mantenere un atteggiamento disperatamente positivo anche quando il mondo intorno è crollato (in questo caso, in senso letterale…). Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà, diceva qualcuno. E un’altra cosa che mi è venuta in mente è che La strada e il suo protagonista sono assolutamente privi di eroismo. Quell’eroismo madido di retorica che oggi fa apparire come straordinari gesti (che dovrebbero essere) banali ed elementari e che le cronache ci spacciano quotidianamente per macinare qualche clic in più in favore dei contratti pubblicitari. Invece non c’è nulla di eroico nella vicenda dell’uomo e del bambino. E il tono e la scrittura di McCarthy ci suggeriscono più volte che è così. E anche se il narratore non giudica né in un modo né nell’altro la scelta compiuta dalla madre, quella cioè di rinunciare all’esistenza in un mondo in cui ogni esistenza sembra impossibile ‒ o forse lo è, quando si presenta priva delle caratteristiche che oggi per noi ne definiscono il concetto ‒, allo stesso modo non giudica neanche le scelte dell’uomo. Si limita a registrarle. A raccontarcele. La scrittura di McCarthy non cerca di farci empatizzare con il protagonista quanto piuttosto di descriverci minuziosamente, con un miracoloso gioco di dentro e fuori, di immagini dell’esterno che riecheggiano le sensazioni interne, la realtà che sta vivendo. Una realtà che sfugge quasi alla comprensione, una realtà quasi irreale nelle sue caratteristiche principali, una nuova realtà che non ha nulla a che fare con quella alla quale siamo abituati: sole, cieli blu, animali, alberi, piante giù giù fino a strade, ponti, case, città, ogni cosa è scomparsa, cancellata o ricoperta dalla cenere di una Dust Bowl atomica che rimane il tratto distintivo di questo nuovo mondo, la cui caratteristica principale è quella di non essere quasi pensabile per quanto è lontano dal vecchio mondo (a proposito di Dust Bowl, nel prossimo capitolo alcuni interessanti parallelismi che ho notato tra La strada e Furore). Niente retorica quindi, così come niente eroismo. Ma moltissima paura, un terrore sbiancato come le ossa esposte dei morti che i due incontrano lungo la strada. Una paura che ci parla, a noi ex benestanti della ex classe media di questo nuovo mondo occidentale post-crisi, post-crescita, post-industriale, post-espansione continua, post-culturale, ecc. Una paura che si nasconde nel nostro cuore mentre seduti nei nostri divani di fronte alla libreria ‒ che orgoglio, tutti questi dorsi ordinati di tutti questi libri che ci vantiamo di aver letto e in qualche fortunato e raro caso addirittura compreso ‒ culliamo tra le braccia un qualche piccolo alieno di neonata indifesa appena precipitata lì dal grande nulla che ci precede e che ci attende. Un terrore che era già nei nostri cuori prima che arrivasse lei. E prima che leggessimo questo romanzo. E che resterà con noi, accanto a quella luce che sgocciola dalle pagine del libro. E che, forse, sarà la nostra fortuna.

  • Come Tom Joad riuscì a far chiudere il NYSE

    Come Tom Joad riuscì a far chiudere il NYSE

    Quando Bruce Springsteen iniziò a scrivere The Ghost of Tom Joad, un disco acustico di tema politico e sociale, trasse ispirazione da una serie di articoli pubblicati sul Los Angeles Times (all’epoca viveva in California) che parlavano della diaspora dei migranti messicani che cercavano di oltrepassare il confine con gli Stati Uniti per iniziare una nuova vita (gli articoli sono accreditati e citati nelle note accluse al disco). Allo stesso modo, una settantina di anni prima, John Steinbeck aveva tratto l’ispirazione da cui scaturì il suo capolavoro The Grapes of Wrath (Furore) da una serie di articoli che narravano della migrazione verso l’ovest dei contadini che avevano perso la terra a causa delle Dust Bowl, le tempeste di sabbia che stavano distruggendo i raccolti e gettando sul lastrico decine di migliaia di piccoli mezzadri. La title-track del disco di Springsteen di cui sopra riattualizza il protagonista del romanzo di Steinbeck, Tom Joad, creando un significativo parallelismo tra l’America della Grande Depressione e quella della fine del XX secolo. Già Woody Guthrie aveva composto una canzone ispirata al capolavoro steinbeckiano, una ballata intitolata semplicemente Tom Joad. Ma Springsteen si spinge oltre, arrivando a parafrasare nell’ultima strofa le parole che il protagonista del romanzo rivolge alla madre, quando la informa della sua intenzione di lasciare la famiglia e proseguire da solo. In quelle parole, si manifesta una delle tematiche principali del romanzo, quella di una grande anima del mondo, della quale siamo tutti partecipi e che tutti condividiamo. Così, quando la madre chiede al figlio quando potrà vederlo, lui le risponde così:

    “Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. […] Sarò negli urli di quelli che si ribellano… e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta.” [Traduzione di Sergio Claudio Perroni, Bompiani, 2013.]

    Che, nell’ultima strofa del brano di Springsteen, diventa questo:

    “Mom, wherever there’s a cop beating a guy / wherever a hungry newborn baby cries / wherever there’s a fight against the blood and hatred in the air / look for me, Mom, I’ll be there.”

    Uno degli elementi più significativi della cultura popolare, secondo me, è che nulla di essa va perduto quando gli artisti si assumono la responsabilità di affrontare tematiche universali, che non hanno né tempo né luogo, ma semplicemente rappresentano delle invariabili costanti dell’esperienza umana. Così, quando nel 1999 i RATM decidono di girare il video del brano Sleep Now in Fire di fronte alla sede del NYSE, la Borsa di New York, gli addetti alla sicurezza decidono di chiudere la sede durante le riprese, temendo proteste e scontri, pur non interrompendo le contrattazioni. E visto che gli stessi RATM fecero una cover del brano di Springsteen, del brano ispirato da Steinbeck, a me piace pensare che il vecchio Tom Joad, in qualche modo, abbia avuto la sua rivincita – lui e tutta la folla di diseredati come lui – e che lo spauracchio delle sue rivendicazioni di giustizia, dignità e rispetto, passate da un artista a un altro come il testimone di una staffetta, sia riuscito a costringere gli operatori della Borsa a barricarsi per qualche ora all’interno della loro sede di lavoro, prigionieri di se stessi e del mondo che essi stessi hanno contribuito a costruire.