Tag: letteratura

  • PERCORSI LETTERARI 2025/26

    Come ogni autunno ripartono i miei percorsi letterari. Quest’anno c’è una grande novità: parliamo di letteratura europea. Molliamo gli americani per un po’ e restiamo al di qua dell’oceano con sette capolavori della letteratura europea.

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  • AMERICAN LIFE: 10/3 @ Ligera, Milano

    AMERICAN LIFE: 10/3 @ Ligera, Milano

    Le poesie di Raymond Carver e le canzoni di Bruce Springsteen ci faranno da guida in un emozionante viaggio verso il cuore della narrazione americana. Proveremo a confrontare le opere di questi due fuoriclasse dello storytelling per capire quali aspetti hanno in comune e dove, invece, i loro percorsi si allontanano, pur confluendo in un identico luogo: la ricerca del significato profondo dell’esperienza umana.

    Fabrizio Coppola (Milano, 1974) è cantautore, editor, traduttore. Ha pubblicato cinque dischi e un romanzo e tenuto concerti in Italia, Germania, Francia e Svizzera. Grande appassionato di musica e letteratura statunitensi, Carver e Springsteen sono due dei suoi maggiori numi tutelari.

     

    American Life

    10 Marzo 2017

    Spazio Ligera

    Via Padova 133, Milano

    Ore 21.00

    Ingresso: 5 euro

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  • Consigli di lettura non richiesti

    Consigli di lettura non richiesti

    1. Luis Sepulveda, Patagonia Express (Guanda, 127 p., euro 7,50). Appunti di viaggio dalla terra alla fine del mondo.

    2. Paolo Rumiz, Trans Europa Express (Feltrinelli, 231 p., euro 9,00). Resoconto di un itinerario lungo il confine orientale dell’Europa, da nord a sud. Molta Storia, tantissime storie.

    3. Valerio Magrelli, Il sangue amaro (Einaudi, 141 p., 13,00 euro). Poesia, non riesco a dirne nulla se non: leggetelo.

    4. Valerio Magrelli, Genealogia di un padre (Einaudi, 143 p., 18,00 euro ma forse nel frattempo è uscito in economica). Letto l’anno scorso, riletto all’inizio dell’anno. Magrelli è uno dei miei più recenti super preferiti. Consigliato a tutti quelli che hanno un padre, a chi non l’ha più e a chi non l’ha mai avuto.

    5. Elizabeth Strout, I ragazzi Burgess (Fazi Editore, 445 pagine, 18,50 euro). Strout è una fuoriclasse. Nutro infinito amore per la sua scrittura, una sorta di minimalismo potenziato che le permette, in una sola frase, di inserire più storie di quante a volte se ne trovano in alcuni romanzi. Inoltre, lei è del Maine e vive a NY, due posti in cui ho lasciato pezzi di cuore, e questo non può che far aumentare il mio apprezzamento. In due parole: se volete leggere una scrittrice in grado di farvi scoprire nuovamente, pagina dopo pagina, personaggio dopo personaggio, storia dopo storia, cosa voglia dire far parte della categoria “esseri umani”, allora la Strout è quello che fa per voi. Leggete ogni cosa che ha scritto, non ve ne pentirete.

    6. John Cheever, Una specie di solitudine. I diari (Feltrinelli, 504 p., 11,00 euro). Questo l’ho iniziato da una settimana, leggo lentamente per non finirlo. Una prosa magnifica nei diari intimi e dolorosi di uno dei più grandi autori americani del XX secolo.

    7. Claudio Magris, L’infinito viaggiare (Mondadori, 245 p., 9,50 euro). Appunti di diversi viaggi. Una scrittura lucidissima che mira (e ci riesce) a gettare un po’ di luce sull’esperienza del viaggio come scoperta di sé e di conoscenza dell’altro come unico percorso da compiere per arrivare, alla fine di tutto, alla propria casa. Meraviglioso.

    8. A proposito di un sogno. Le più belle interviste a Bruce Springsteen, a cura di Christopher Phillips e Louis P. Masur (Feltrinelli, 504 p., 25 euro). Un regalo gradito. Lunghe interviste in cui il nostro, nel corso di tutta la carriera, offre la sua visione del r’n’r (cioè, della vita).

    9. Stefano Bartezzaghi, M, una metronovela (Einaudi, 275 p.). Altro regalo, e di questo hanno coperto il prezzo quindi non so dirvi ora. Un libro arguto, riflessivo, divertente, giocoso ma non troppo, serio ma con leggerezza. Perfetto per chi non conosce Milano, come la maggior parte di quelli che ci vivono e ci muoiono senza riuscire a scoprire l’anima della città.

  • Letture, poesie e una nuova canzone

    Letture, poesie e una nuova canzone

    Cari amici, un aggiornamento su alcune cose accadute ultimamente.

    Innanzitutto, sono entrato a far parte di Piccoli Maestri, un’associazione di scrittori che va nelle scuole a proporre letture dei propri libri preferiti. Ho già tenuto diverse di queste lezioni/letture, parlando di Novecento di Baricco ai ragazzi delle scuole medie e del Giovane Holden, di Salinger, ai ragazzi del liceo. Inoltre ho anche tenuto una lettura/concerto su Furore di Steinbeck, accompagnata dalle canzoni di Woody Guthrie e di altri grandi songwriter americani. È un’esperienza molto soddisfacente, i ragazzi mi stupiscono ogni volta, sia per l’interesse dimostrato verso i libri, sia per la vivacità dei loro commenti e delle loro considerazioni.

    Poi, all’inizio di quest’anno ho tradotto per Ghost Records Qualcosa che non ho fatto mi sta seguendo, un libro di poesie di Barzin, cantautore canadese di origini iraniane. È stato un bel lavoro, forse una delle cose più belle che ho fatto in ambito editoriale fin qui. Se siete interessati, il libro lo potete trovare sul sito di Ghost Records.

    E veniamo alla musica.

    Da qualche tempo collaboro con TimeLab, una struttura di servizi che, tra le atre cose, ha deciso di provare a spingere il mercato degli House Concert, selezionando un piccolo manipoli di artisti da proporre. Quindi, se volete invitarmi a casa vostra per un concerto fuori dagli schemi, a questo link trovate tutte le informazioni che vi servono.

    Poi, sto ragionando molto (anche troppo) sul ruolo che ha la musica oggi nella quotidianità di ognuno di noi. Questo perché negli ultimi anni ho continuato a scrivere molte canzoni e ne ho anche registrate diverse di queste. Sinceramente, l’idea di ripartire con tutta la trafila tradizionale di registrazione-stampa-promozione-video mi angoscia non poco, visti i cambiamenti in questo settore di cui sopra. Quello che non mi angoscia per nulla, invece, è l’idea di continuare a suonare e a fare concerti. Da tutto questo pippone, ne deriva che inizierò gradualmente a pubblicare la mia musica in maniera diversa da prima. E quindi, qui sotto trovate un primo brano da ascoltare, che si intitola Sulla linea: regalatemi 4 minuti del vostro tempo e del vostro cuore, che valgono molto di più di qualsiasi prezzo si possa pagare per una canzone.

    Sicuramente sto dimenticando qualcosa, ma non importa

    Allora grazie per essere arrivati alla fine di questo lungo scritto e alla prossima

    f

  • Un marmocchietto di quattro anni, un trenino elettrico e De Gregori

    Un marmocchietto di quattro anni, un trenino elettrico e De Gregori

    Questa sera ero a cena da mia madre – poiché non tutti hanno avuto la fortuna di avere una madre meridionale, sento che sarebbe opportuno dilungarmi sul preciso senso gastronomico delle parole “cena a casa di mia madre”, ma poiché sono quasi le tre di notte, sono stanco ed è di altro che vorrei parlarvi, soprassiedo sulle alici fritte e tutto il resto (voi fidatevi).

    Dicevo che questa sera ero a cena da mia madre, perché sapevo che ci sarebbe stato anche il mio adorato nipotino quattrenne, che non vedevo da inizio luglio perché da piccoli, solitamente, si fanno vacanze da nababbi, godendo senza remora alcuna dell’ospitalità di ogni parente seppur lontanissimo – questo, detto per dovere di cronaca, anche per il sollazzo dei genitori che, in questo modo, possono concedersi a loro volta un po’ di riposo (certo, tormentato dall’assenza del piccolo dittatore, ma pur sempre di riposo si tratta).

    Comunque, quando arrivo nella magione materna – un appartamento in affitto dalle parti di via Meda –, trovo il marmocchietto riverso sul tappeto, intento a montare i binari del trenino. Entro, do un bacio a mia madre, poi cerco di salutarlo, ma lui è giustamente rapito dall’aggancio problematico di uno scambio, quindi non si cura tantissimo di me. Io incasso, apro il Mac e mi scarico la posta – a causa di un improvvido e maldestro tentativo di cambio di provider, del quale non sono responsabile, la casa in cui vivo è offline (orrore!) dalla fine di agosto, quindi porto sempre con me il portatile per sfruttare ogni barlume di connessione possibile (sentendomi sempre più cretino ogni giorno che passa, ma questo è un altro discorso).

    Comunque, il marmocchietto è riverso su questi binari che, a quanto pare, non vogliono saperne di agganciarsi in maniera sufficientemente decente da far scorrere l’elettricità su tutto il percorso e permettere quindi al piccolo locomotore di muoversi – miracolo –, trainando il vagone ristorante e il vagone letto che sono attaccati al suo culo.

    Io faccio finta di niente, mi scarico la posta ma un occhio è lì, su quei binari che non si agganciano, su quell’ovale che ovale non è, sulla manopola che dovrebbe dare la corrente alla linea ma che non sortisce alcun effetto. Dopo aver constatato che neanche per oggi nessuna grande etichetta discografica mi ha proposto un contratto, che nessun grande editore ha accettato di pubblicare il mio romanzo, che nessun promoter ha deciso di organizzarmi un tour – e che quindi il mondo scorre nel solito, abituale e rassicurante modo –, finalmente mi risolvo e intervengo per sistemare quell’ovale di binari che non funziona.

    Un attimo dopo sono lì, in ginocchio sul tappeto a sistemare i binari. Ed è sufficiente un attimo per tornare con la mente a quel Natale di millenni fa, in cui sotto l’albero c’era una favolosa confezione del trenino Lima, regalata dai miei a me e a mio fratello grande – il piccolo era ancora troppo piccolo per giocare con il trenino – e mio fratello e io scartammo il pacco grossomodo nello stesso punto in cui sono inginocchiato adesso, con le ginocchia dei jeans coperte dalle toppe di finto camoscio che sfregavano sulle assi già allora consunte dello stesso parquet che in questo momento si trova ancora più consumato ma al sicuro sotto le spesse fibre dell’orrendo tappeto finto persiano con il quale mia madre – santa donna – ha cercato di dare un tono all’ambiente, senza – va da sé – riuscirci. Ma alle madri si perdona tutto – e questa è una cosa che scopri con l’età adulta: quando sei piccolo, pensi che siano le madri a dover perdonare tutto a te, poi, più vai avanti con gli anni, più ti rendi gradualmente conto che è vero piuttosto il contrario.

    Tornato al presente con un nodo in gola che cerco di scacciare subitaneamente, prendo ad armeggiare, sbuffare e soprattutto lamentarmi della scarsa qualità di questi trenini moderni – lo faccio ad alta voce, in modo che mia madre, in cucina, possa sentire le mie lamentele (il trenino è un regalo suo). “Certo che i trenini Lima erano un’altra cosa… I binari si incastravano perfettamente… E anche questi vagoni… non sono rifiniti così bene. Non funzionerà mai…”

    Ovviamente, dopo un paio di minuti tutto funziona – mi serve solo qualche istante per richiamare in me le mie abilità fanciullesche di piccolo costruttore. Ed eccolo lì, il trenino, che prende a girare. Con il suo vagone ristorante e il vagone letto. Eccolo che varca le Alpi, fuori c’è la neve. Ora è in Germania, diretto verso nord. Si vede il Mare del Nord. Ora piega verso San Pietroburgo, poi è in Siberia, la steppa, che freddo che fa, molto freddo. I vetri delle carrozze si appannano; all’interno, i passeggeri bevono tè fumante, stretti in cappotti dal collo di pelliccia. Io sono seduto in disparte e con una penna stilografica vergo il romanzo della mia vita (The Great Coppola Novel), alzando di tanto in tanto lo sguardo verso il vetro ghiacciato…

    “Oh… Funziona!”

    La voce del marmocchio mi riporta provvidenzialmente alla realtà. La rifuggo all’istante, perché le mie sinapsi mi fanno venire in mente la scena di Marrakech Express in cui devono finalmente montare la trivella e dopo che tutti i suoi amici sono intervenuti per dare una mano ai lavori, un recalcitrante Abatantuono si unisce al gruppo – e lo fa lamentandosi, che è ciò che ho appena fatto io con il trenino. Quindi torno al mio Mac, digito nella stringa di ricerca di youtube “Marrakech Express, Abatantuono, non è mica la maniera di lavorare” e clicco sul primo risultato.

    Dopo qualche minuto, in cui rivedo tutta la mia vita – quel cazzo di film mi fa sempre lo stesso effetto – parte la colonna sonora, vale a dire La leva calcistica di De Gregori. Mentre sono lì, rapito da quella “nostalgia, nostalgia canaglia che ti prende proprio quando non vuoi”, sento che c’è una vocina nella stanza che sta cantando la canzone. Mi giro verso il tappeto e mi rendo conto che la vocina che sta cantando La leva calcistica di De Gregori è proprio quella del marmocchietto, riverso sui binari, intento ad agganciare un altro vagone al già assortito convoglio. Resto lì in contemplazione per qualche istante. Sento la sua vocina ricalcare la melodia del Principe. Poi gli chiedo: “Ma la conosci la canzone?”
    E lui, come se fosse la cosa più naturale del mondo, mi risponde: “Sì, è la mia canzone preferita” e si interrompe giusto in tempo per partire con il ritornello su Mino che non deve aver paura di sbagliare un calcio di rigore.

    Tutto quello che succede dentro me negli istanti che seguono è così complicato da descrivere che non ci provo neanche. Voi sappiate solo che le alici fritte erano meravigliose.