Tag: roots

  • Video: intervista + live acustico per Che cos’è la musica indie

    Che cos’è la musica indie è un documentario attualmente in lavorazione realizzato da Antonio D’Andrea e Gianluca Cesale e prodotto da Noisechannel.net. Nei giorni scorsi ho preso parte alle riprese e un primo assaggio di ciò che abbiamo girato lo trovate nella clip qui sotto. Il documentario è autoprodotto, chi vuole dare una mano alla realizzazione può fare una donazione su questa pagina.

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  • La Stupidità EP – free download

    Da oggi fino al 25 novembre l’EP La Stupidità è disponibile in free download.

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  • The Junkyards

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    Ho passato i primi giorni di gennaio in preda a una sorta di febbre creativa (torna quando vuoi cara, non attendo altro) e nel giro di dieci giorni ho scritto un disco in inglese. Era una cosa che avevo in mente da tempo ma, si sa, certe cose non vanno sforzate, bisogna avere pazienza e attendere che si presenti il momento giusto. E tutto è venuto fuori in maniera incredibilmente spontanea: dodici canzoni, una dietro l’altra, tutte scritte di getto, buttate giù velocemente su un blocco di appunti e subito registrate in forma di provini completi. Dieci di queste sono finite nel disco. Di alcune canzoni il mattino dopo non mi ricordavo neanche gli accordi, così riascoltavo le registrazioni e capivo cosa avevo fatto. Ho scelto le dieci migliori (secondo me) e ho pensato a quali sarebbero stati gli uomini adatti per accompagnarmi in questa nuova avventura. Insieme a me nei Junkyards ci sono Marco ‘Ferro’ Ferrara (già al lavoro sui primi dischi di Cristina Donà, attualmente con Giuliano Dottori) al contrabbasso e Paolo Soffientini (NOA, Grandi Animali Marini) alla batteria. I più attenti di voi ricorderanno che Paolo ha suonato i tamburi su La superficie delle cose e per questo mi fa ancora più piacere riaverlo con me in questa nuova avventura. Bentornato Pao. Infine nei live avremo l’apporto di Marco Settanni alla chitarra elettrica.

    recording @ jacuzi studio, milano. foto g.dottori.

    Dopo aver passato qualche giorno con l’idea di fare uscire il disco a nome di Willy The Bone, una sorta di mio alter ego, alla fine ho deciso di utilizzare un nome da band, The Junkyards – Gli sfasciacarrozze –, anche per prendere le distanze da me stesso, cosa di cui mi capita di avvertire la necessità…

    Il disco

    Il titolo è Last Light on Earth – L’ultima luce sulla Terra – e pesca a piene mani da tutta la musica che ho sempre amato ma che non sono riuscito completamente a infilare nei miei dischi: folk, roots, una spruzzata di tex-mex e ritmi messicani, qualche blues urbano, reminiscenze sixties… Posso elencarvi con precisione i dischi che hanno forgiato l’idea, il concept e il suono di questo disco.

    Eels, End Times: una folgorazione. Comprato a dicembre (grazie sempre a Fabio di Psycho Dischi che mi recupera tutti i dischi di cui ho bisogno), è stato veramente la molla che ha fatto scattare tutto. Un moderno bluesman che con infinita ingenuità e onestà ci racconta la sua vita con ciò che la sua sensibilità gli permette di usare – chitarre, piano elettrico, percussioni e una voce da rizzare i peli sulle braccia. Verso preferito del disco: “She locked herself in the bathroom again / So I am pissing in the yard” (Si è di nuovo chiusa a chiave in bagno / così sto pisciando in giardino).

    The Low Anthem, Oh My God, Charlie Darwin. Melodie celestiali e strumentazione d’inizio secolo. Lo dico sempre: per andare avanti bisogna guardarsi alle spalle.

    Tom Waits, Mule Variations. Oltre a contenere uno dei miei pezzi preferiti in assoluto – Hold On – questo disco è stato il mio manuale per arrivare a una scomposizione dei ritmi classici del r’n’r: la regola dice che sul 2 e sul 4 devi avere il rullante. Ecco, in questo disco sul 2 e sul 4 troverete quasi qualsiasi cosa, eccetto un rullante.

    BRMC, Howl. Grandissimo disco, grandissimi suoni. In particolare l’impasto di chitarre acustiche e batteria raggiunge in queste registrazioni un picco di assoluto valore. Inoltre l’idea di usare quasi sempre il timpano come pezzo portante del drumming – una cosa che ovviamente non hanno inventato loro, penso ai Velvet Underground per esempio – l’ho ripescata da lì. In questo disco le batterie sono sempre essenziali e brutali, come dovrebbero sempre essere in un disco di r’n’r’.

    Oltre a questi troverete reminiscenze sparse di Oh mercy di Dylan, Tunnel of love di Springsteen, un pizzico di blues rurale.

    Fireworks over Chicago, il primo video:

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  • studio report #2

    Nonostante i biechi blu m’inseguono da anni ormai, puntualmente, e con mio grande stupore, riesco sempre a sfuggirgli all’ultimo istante – perlomeno fino all’imboscata successiva. Si nascondono tra le montagne e mi attendono al varco quando io, con il mio carro pieno di roba trainato da due ronzini malmessi (uno si chiama dolore, l’altra speranza, fanno coppia fissa), al cambiar di stagione decido di avventurarmi di nuovo nel mondo. Comunque anche stavolta l’ho scampata per il rotto della cuffia (chissà cosa vorrà mai dire ‘il rotto della cuffia’).

    La prima fase del lavoro è conclusa: questo vuol dire che le tracce base delle canzoni sono state tutte registrate e che adesso bisognerà concentrarsi sulla ‘sovrastruttura’. In quattro giorni di lavoro abbiamo registrato nove pezzi, ai quali si aggiungeranno poi alcune altre cosette registrate l’anno scorso prima che saltasse fuori La stupidità. In due tracce dietro le pelli si è accomodato Diego Galeri, che molti di voi conosceranno come membro originario dei Timoria e oggi impegnato in un nuovo progetto chiamato Miura. Il resto delle batterie le ha suonate Paolo ‘Leslie’ Perego, polistrumentista che nasce come batterista – anche se con me negli ultimi due anni ha suonato il basso. Nei prossimi giorni si tratterà di infiocchettare le canzoni e poi di cantare, con la previsione di aver finito il tutto per la fine di febbraio.

    Ultima cosa che vorrei condividere con voi: l’altra mattina, non ricordo come, sono finito sul sito di un gruppo americano, i Low Anthem. Io non sono particolarmente attento alle novità, quindi mi sono perso l’uscita di questo disco – Oh My God, Charlie Darwin, settembre 2009. Per farla breve, me ne sono innamorato come non accadeva da molti, molti anni. Tornando ai nostri eroi, si tratta di musica vecchia ma nuova, le canzoni sono luminose e liriche – probabilmente l’unico modo per essere moderni è voltarsi indietro, studiare il passato e con la sua ombra sul mixer plasmare il futuro. Comunque, fulminato dai pezzi ascoltati sul sito, decido che devo avere quel disco. Vado sul sito di Feltrinelli (ho un loro negozio molto vicino a casa) ma non risulta disponibile. Allora recupero il numero della Fnac, dove sono stranamente attenti al settore alternative, ma il tipo con cui parlo mi dice che quel disco non è mai stato distribuito in Italia. Quindi decido di chiamare Psycho, storico record store meneghino: mi confermano che il disco è stato distribuito in Italia, ma sembra che il distributore non ne abbia più copie o non so cos’altro. Mi dice di richiamarlo il giorno dopo. Nel frattempo scopro con che etichetta sono usciti in Italia e mando un sms a questo mio amico che lavora lì e mi conferma che sì, il disco l’hanno lavorato loro. Allora provo a chiamarlo ma il numero è irraggiungibile. Preso dallo sconforto, decido di metterci momentaneamente una pietra sopra. Ed eccoci al lieto fine: oggi Psycho mi conferma che il disco è ordinabile, quindi mi avviseranno quando la mia copia sarà arrivata. Felicità.

  • La strada per Waterloo

    A circa un anno dalle sessions per La stupidità Ep, domani torno in studio a per fissare su nastro (in realtà molto più prosaicamente registreremo in digitale – il budget è quello che è…) il seguito. Il tutto si svolgerà a Casamedusa, che saranno tra le altre cose coproduttori esecutivi del lavoro.

    Facendo due veloci calcoli realizzo che sono passati cinque anni da Una vita nuova (2005) e sette anni da La superficie delle cose (2003). Quindi la domanda della serata è: invecchiando si fanno dischi migliori? Chi può dirlo… questo lo scopriremo solo tra un po’. In queste sessions di registrazione ci saranno alcune novità. La prima è che per la prima volta sarò il produttore artistico di me stesso – e vi giuro che è un ruolo non invidiabile… Nelle ultime settimane sono stato spettatore di uno scontro tutto interno a me stesso, tra il me songwriter (MS) e il me produttore artistico (MPA). Ecco uno scambio tipico:

    MPA: No, cazzo, sette strofe no, e chi sei? Bob Dylan? Che pensi di fare, un’altra Hurricane? No, quella roba va tagliata. Ti lamenti sempre che le radio non ti passano e poi scrivi ste robe con sette strofe…
    MS: Ma no, ascolta le parole, senti che figata. Va bene così. Non senti che funziona? E poi a me di passare in radio non mi è mai fregato nulla… Io sono un cantautore, chiaro? Io osservo la società, studio, approfondisco, e poi ne parlo.
    MPA: No, così non gira, taglia almeno un paio di strofe. E poi, quell’apertura in Mib non ci serve proprio. Ce l’hai messa soltanto per far vedere che conosci bene l’armonia.
    MS: Ah, è questo che pensi eh? Pensi che io faccia i dischi per nutrire il mio ego? Il ponte in Mib, be’ quello è fondamentale, non senti come cresce la tensione prima del break di batteria?

    Ecco, una cosa così, tipo per otto ore al giorno. E quando è contento uno, l’altro si lamenta, e viceversa. Staremo a vedere che succede, vi terrò aggiornati. L’altra novità sta nel fatto che non avrò una backing band fissa, quanto piutttosto una formazione aperta composta da diversi musicisti, con alcuni dei quali ho già lavorato in passato, con altri invece è la prima volta. Man mano che le sessions proseguiranno troverete tutto qui, nell’apposito diario delle registrazioni (il nome non mi piace mica, ne cercherò uno più adatto alla bisogna).

    Cos’altro posso dirvi? Che sarà un disco piuttosto scarno, essenziale (è il songwriter che parla…) e decisamente chitarristico. Un disco quasi roots ma non acustico. Un disco che spaccherà il culo (questo ovviamente è il produttore artistico che si riaffaccia)… Un disco con il cuore in mano. Si chiamerà Waterloo.

  • Questa macchina uccide la stupidità

    Una fastidiosa influenza è qui con me a poche ore dal debutto di questa nuova avventura. Naso tappato e cerchio alla testa. Va bene, va bene.

    Sono in giro da abbastanza tempo per sapere che la cosa che più conta è godersi ogni momento di ogni concerto – il suono, il check, una birra sdraiato sul palco mentre sistemo le regolazioni dei pedali, i sorrisi e le facce.

    Questo tour si presenta come un mio personale best of delle mie canzoni: ho scelto esclusivamente quelle che mi diverto di più a suonare e a cantare – divertimento inteso in senso lato, ovviamente. Ci saranno canzoni da tutti i miei dischi, compreso un sacco di materiale nuovo, oltre ai brani che compongono il nuovo ep, fresco fresco di stampa.

    Non ci saranno chitarre elettriche in questo tour. Sto giocando con questo nuovo suono, molto roots, che vuole anche essere una sorta di tributo ai Grant Lee Buffalo, uno dei gruppi che amo di più in assoluto. E poi mi piace molto l’idea di tornare ai basics, così come ho fatto per la scrittura dei nuovi brani: strutture scarne ed essenziali, e di conseguenza un suono scabro e privo di orpelli. La mia personale idea di folk di inizio secolo.

    Come in ogni primo concerto di un tour, domani sera probabilmente ci sarà qualche sbavatura, qualche dettaglio non messo a fuoco perfettamente. E ci sarà anche un sacco di eccitazione e un po’ di paura – ho dovuto ristudiare gli accordi di un paio di vecchie canzoni, e spero di azzeccarli tutti domani. Questa cosa mi fa ridere. Se non li so io, chi mai dovrebbe saperli…

    Domani vedremo.

     

    qui una recensione del concerto