Tag: woody guthrie

  • Letture, poesie e una nuova canzone

    Letture, poesie e una nuova canzone

    Cari amici, un aggiornamento su alcune cose accadute ultimamente.

    Innanzitutto, sono entrato a far parte di Piccoli Maestri, un’associazione di scrittori che va nelle scuole a proporre letture dei propri libri preferiti. Ho già tenuto diverse di queste lezioni/letture, parlando di Novecento di Baricco ai ragazzi delle scuole medie e del Giovane Holden, di Salinger, ai ragazzi del liceo. Inoltre ho anche tenuto una lettura/concerto su Furore di Steinbeck, accompagnata dalle canzoni di Woody Guthrie e di altri grandi songwriter americani. È un’esperienza molto soddisfacente, i ragazzi mi stupiscono ogni volta, sia per l’interesse dimostrato verso i libri, sia per la vivacità dei loro commenti e delle loro considerazioni.

    Poi, all’inizio di quest’anno ho tradotto per Ghost Records Qualcosa che non ho fatto mi sta seguendo, un libro di poesie di Barzin, cantautore canadese di origini iraniane. È stato un bel lavoro, forse una delle cose più belle che ho fatto in ambito editoriale fin qui. Se siete interessati, il libro lo potete trovare sul sito di Ghost Records.

    E veniamo alla musica.

    Da qualche tempo collaboro con TimeLab, una struttura di servizi che, tra le atre cose, ha deciso di provare a spingere il mercato degli House Concert, selezionando un piccolo manipoli di artisti da proporre. Quindi, se volete invitarmi a casa vostra per un concerto fuori dagli schemi, a questo link trovate tutte le informazioni che vi servono.

    Poi, sto ragionando molto (anche troppo) sul ruolo che ha la musica oggi nella quotidianità di ognuno di noi. Questo perché negli ultimi anni ho continuato a scrivere molte canzoni e ne ho anche registrate diverse di queste. Sinceramente, l’idea di ripartire con tutta la trafila tradizionale di registrazione-stampa-promozione-video mi angoscia non poco, visti i cambiamenti in questo settore di cui sopra. Quello che non mi angoscia per nulla, invece, è l’idea di continuare a suonare e a fare concerti. Da tutto questo pippone, ne deriva che inizierò gradualmente a pubblicare la mia musica in maniera diversa da prima. E quindi, qui sotto trovate un primo brano da ascoltare, che si intitola Sulla linea: regalatemi 4 minuti del vostro tempo e del vostro cuore, che valgono molto di più di qualsiasi prezzo si possa pagare per una canzone.

    Sicuramente sto dimenticando qualcosa, ma non importa

    Allora grazie per essere arrivati alla fine di questo lungo scritto e alla prossima

    f

  • Come Tom Joad riuscì a far chiudere il NYSE

    Come Tom Joad riuscì a far chiudere il NYSE

    Quando Bruce Springsteen iniziò a scrivere The Ghost of Tom Joad, un disco acustico di tema politico e sociale, trasse ispirazione da una serie di articoli pubblicati sul Los Angeles Times (all’epoca viveva in California) che parlavano della diaspora dei migranti messicani che cercavano di oltrepassare il confine con gli Stati Uniti per iniziare una nuova vita (gli articoli sono accreditati e citati nelle note accluse al disco). Allo stesso modo, una settantina di anni prima, John Steinbeck aveva tratto l’ispirazione da cui scaturì il suo capolavoro The Grapes of Wrath (Furore) da una serie di articoli che narravano della migrazione verso l’ovest dei contadini che avevano perso la terra a causa delle Dust Bowl, le tempeste di sabbia che stavano distruggendo i raccolti e gettando sul lastrico decine di migliaia di piccoli mezzadri. La title-track del disco di Springsteen di cui sopra riattualizza il protagonista del romanzo di Steinbeck, Tom Joad, creando un significativo parallelismo tra l’America della Grande Depressione e quella della fine del XX secolo. Già Woody Guthrie aveva composto una canzone ispirata al capolavoro steinbeckiano, una ballata intitolata semplicemente Tom Joad. Ma Springsteen si spinge oltre, arrivando a parafrasare nell’ultima strofa le parole che il protagonista del romanzo rivolge alla madre, quando la informa della sua intenzione di lasciare la famiglia e proseguire da solo. In quelle parole, si manifesta una delle tematiche principali del romanzo, quella di una grande anima del mondo, della quale siamo tutti partecipi e che tutti condividiamo. Così, quando la madre chiede al figlio quando potrà vederlo, lui le risponde così:

    “Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. […] Sarò negli urli di quelli che si ribellano… e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta.” [Traduzione di Sergio Claudio Perroni, Bompiani, 2013.]

    Che, nell’ultima strofa del brano di Springsteen, diventa questo:

    “Mom, wherever there’s a cop beating a guy / wherever a hungry newborn baby cries / wherever there’s a fight against the blood and hatred in the air / look for me, Mom, I’ll be there.”

    Uno degli elementi più significativi della cultura popolare, secondo me, è che nulla di essa va perduto quando gli artisti si assumono la responsabilità di affrontare tematiche universali, che non hanno né tempo né luogo, ma semplicemente rappresentano delle invariabili costanti dell’esperienza umana. Così, quando nel 1999 i RATM decidono di girare il video del brano Sleep Now in Fire di fronte alla sede del NYSE, la Borsa di New York, gli addetti alla sicurezza decidono di chiudere la sede durante le riprese, temendo proteste e scontri, pur non interrompendo le contrattazioni. E visto che gli stessi RATM fecero una cover del brano di Springsteen, del brano ispirato da Steinbeck, a me piace pensare che il vecchio Tom Joad, in qualche modo, abbia avuto la sua rivincita – lui e tutta la folla di diseredati come lui – e che lo spauracchio delle sue rivendicazioni di giustizia, dignità e rispetto, passate da un artista a un altro come il testimone di una staffetta, sia riuscito a costringere gli operatori della Borsa a barricarsi per qualche ora all’interno della loro sede di lavoro, prigionieri di se stessi e del mondo che essi stessi hanno contribuito a costruire.

  • Amen e vaffanculo

    La Milano-laghi oggi era bellissima. La striscia d’asfalto coperta in entrambe le direzioni di lamiere ferme e luci rosse e gialle, i campi intorno fissi in una coltre bianca. Il cielo rosso nei pochi punti sgombri dalle nuvole spesse a nord-ovest.

    Fermo in coda misuravo la distanza che mi rimaneva fino a Gallarate.

    In tv su raitre c’è un concerto di musica classica. Ho tolto il volume durante l’unico tg superstite di raitre, quello della mezzanotte. Non ho spento. Spegnere sarebbe stata una decisione definitiva, mentre io sono per lasciarmi sempre una porta aperta, una via di fuga, una possibilità per cambiare idea, se necessario.

    Poi la coda come d’incanto (sempre così) sì è sciolta e son potuto arrivare là dove dovevo andare. E dovevo andare a Gallarate, dove c’è un negozio di strumenti che dispone di tutte le chitarre acustiche Gibson attualmente sul mercato – per inciso, a Milano un negozio così non c’è. La grande città. La metropoli. Cialtroni.

    Parcheggio, compro un gratta e sosta, lo posiziono all’interno dell’abitacolo e mi incammino verso il negozio (piccolo excursus: tabaccaio che mi hai venduto il gratta e sosta, sei una delle persone più maleducate e più scostanti con cui abbia mai avuto a che fare. Ti auguro di continuare la tua misera vita su questa strada di grettezza, te lo meriti. E non scoprirai mai cosa ti sei perso. E poi morirai. Amen e vaffanculo.)

    Entro nel negozio, dico che ero quello che aveva chiamato un paio d’ore prima e il ragazzo mi conduce nella stanza dedicata alle acustiche. Sulla parete di destra c’è praticamente tutta la produzione Gibson attuale in fatto di acustiche. Gli dico che vengo da Milano, mi dice che siamo in tanti ad andare da lui. Dice anche che non si spiega come mai a Milano non ci sia neanche un negozio che si occupi per bene di Gibson. Non rispondo per non finire a dire sempre le solite cose.

    Inizia a illustrarmi le differenti faccende. Decido di provare tre chitarre, il modello Woody Guthrie, una Aaron Lewis signature e una j-45 custom. Grande emozione. Abbranco la WG. È secca e aspra come il viso dell’uomo rimandato dalle foto arrivate fino a oggi. Immagino che sia buona per suonare su carri bestiame e ad assemblee parasindacali improvvisate mentre il vento delle Rocky Mountains ti sferza la faccia con le sue attenzioni. Anche se nel nostro paese sarebbe il periodo adatto (prima o poi mi vedrete in concerto con una scritta sulla chitarra: ‘this machine kills fascists’), realizzo subito che non è adatta ai poveri impianti dei malmessi circoli arci dello stivale. Provo le altre due. La Aaron Lewis ha un manico che è una favola, ha un suono definitivo ma sembra un po’ sbilanciata sui medio alti. La j-45 mi fa sentire subito a mio agio. Ha bassi robusti e medi pieni con alti aperti e squillanti. Da qui in poi comincia una quasi infinita serie di prove incrociate tra queste ultime due. Suono tutti i blues che conosco, tutte le mie canzoni, gran parte del repertorio della sacra triade (Springsteen, Dylan, Young), provo due accordature aperte diverse sulle due chitarre – per la disperazione del ragazzo che è ormai prossimo al suicidio – e per finire canto anche qualcosa: il modo in cui la voce si mischia al suono della chitarra non è un fattore secondario per un cantautore. Poi decido che devo decidere senza aver deciso. Prendo la j-45.

    Su raitre continua il concerto silenzioso dell’orchestra. Io ho in cuffia i Low Anthem, come quasi sempre quando mi metto a scrivere qualcosa.

    Il ritorno verso casa è penoso come quello di un bambino che ha un sacchetto pieno di caramelle ma ha lasciato i denti sul comodino. La coda sembra infinita. La musica ha molto a che fare con la fanciullezza. Con i sogni. Con l’ingenuità del bimbetto che non vuoi lasciare andare. Con le smorfie fatte allo specchio mentre ti lavi i denti al mattino per scacciare i cattivi pensieri. Le mie chitarre sono i miei calzoni corti, il pianoforte una giostra e le canzoni la possibilità di inventare un mondo in cui le cose importanti sono importanti e le stronzate sono stronzate. Il sol maggiore è il leccalecca rosso con le strisce bianche concentriche, il re le caramelle gommose coca cola, il si minore la maestra che ti dice di aprire il sussidiario e il fa il bacio della buonanotte di tua madre. L’accordatura aperta è tuo padre – non si sa mai dove si va a parare. Lo slide sono le fidanzatine delle elementari (alle quali non ti sei mai dichiarato).

    Si avvicina la fine del 2010. Un anno importante e schifoso. Schifoso sicuramente, importante lo dico sulla fiducia (non quella fiducia). Affronteremo la mediocrità come al solito: chi avrà vinto lo stabilirà qualcuno quando ormai saremo finalmente ridotti a cenere silenziosa e il misero spettacolo di questi anni non sarà altro che un nulla nell’infinito divenire del silenzio che ci abbraccerà. Chissà se nel great void ci sono delle Gibson acustiche…