Il locale che avrebbe dovuto ospitare il nostro live di stasera a Campagna (SA) è stato chiuso per una settimana dalle autorità. Questo vuol dire che entrambi i live – stasera a Campagna, domani a Gioiosa Jonica, sono rimandati a data da destinarsi. Speriamo di comunicarvi al più presto le date in cui saranno recuperati i concerti.
Categoria: live
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Venerdì 2 dicembre live @ Patchanka, Radio Popolare
Venerdì 2 dicembre live all‘Auditorium Demetrio Stratos (via Ollearo 5, Milano) per Patchanka, storica trasmissione di Radio Popolare. Ingresso gratuito fino a esaurimento posti prenotandosi al numero 02 39241409 (si possono prenotare 2 posti a persona). Inizio alle 21.00, arrivate un po’ prima che è meglio.
Il giorno dopo, cioè sabato 3, suoneremo invece all’Acropolis di Vimercate, dalle 22.30.
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I prossimi appuntamenti del tour di Waterloo
16/11 intervista e live acustico @ Radio Città Futura, Roma, ore 16,30
16/11 live @ Forte Fanfulla, Roma, ore 22,00
17/11 live @ Morgana Music Club, Benevento
18/11 live @ Arci Rubik, Guagnano (LE)
19/11 live @ Fashion Colls, Genga (AN) -
Foto: Fabrizio Coppola Live @ Tambourine 24.09.11
Fabrizio Coppola Live @ Tambourine 24.09.11. Foto di Roberto Bozza.
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Waterloo, nei negozi, stampa e showcase
Cari amici,
innanzitutto grazie a chi è venuto alla presentazione di sabato scorso: è stata una bella serata, un ottimo inizio per il tour di Waterloo.Waterloo è arrivato nei negozi
Waterloo è arrivato nei negozi e negli store digitali. Su Itunes lo trovate alla modica cifra di 8,99 euro. Nei negozi il prezzo consigliato è di 12,90 euro mentre nello store online di Via Audio lo trovate a 15,00 euro incluse le spese di spedizione.
Stampa: interviste e recensioni
Detto questo, vi incollo qui sotto i primi articoli usciti sulla stampa in questi giorni
Corriere della Sera: intervista
Lost Highways: intervista | recensione
Newsic: intervistaShow case @ Fnac Milano
Ultima cosa, il prossimo appuntamento è ancora per i milanesi, venerdì 30 settembre alla Fnac di via Palla 7 (angolo via Torino), Milano. Dalle 18.00 faremo uno showcase del disco con intervista condotta da Niccolò Vecchia di Radio Popolare.
Bene, anche per stavolta è tutto. Alla prossima.
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Le date all’estero dei Junkyards: un tour report (parte prima)
Cari amici e fan dei Junkyards di tutto il globo e oltre
Ciò che vi accingete a leggere è un tentativo di ricostruire ciò che è accaduto durante i recenti concerti all’estero dei Junkyards: tale tentativo è ovviamente destinato a fallire poiché nessuno sa cosa sia accaduto davvero.
Berlino e il mistero dell’esistenza
Fatte le valigie e caricata la macchina, eccoci sull’Autobahn diretti verso il nord della Germania. Le prime due ore di viaggio sono andate piuttosto bene. Poi abbiamo cominciato a pensare di tornare indietro. Tornare a casa. Buttare le nostre terga sul divano e farci rincoglionire dalla televisione. Ma non l’abbiamo fatto, fortunatamente. A mezzanotte entriamo nella ex Berlino est. Abbiamo sopportato la radio fm tedesca per l’ultima parte del viaggio – il picco massimo è stato una cover in tedesco di Pretty woman di Roy Orbison, assolutamente incredibile. Abbiamo passato la nostra prima notte in città impegnandoci a conoscere le diverse birre locali – tutte molto buone e incredibilmente economiche e abbiamo anche avuto la possibilità di assaggiare un’ottima kartoffeln salad (squisita, ma da evitare alle 3,45 del mattino).
Il giorno dopo abbiamo fatto i turisti – sono passati dieci anni dalla mia ultima visita in città: Alexanderplatz, Unter Den Linden ecc. Alle sei del pomeriggio eravamo al club. Arriviamo, bussiamo alla porta del locale ancora chiuso, un uomo esce: “Guardate, ora devo proprio andare, ho una cosa da fare. Sarò di ritorno in un paio d’ore.” “Possiamo mettere dentro gli strumenti?” “No”.
Quello era l’inizio di una serata piuttosto difficile. Va bene. Attendiamo in un piccolo bar dei dintorni. Poi l’uomo è tornato, scarichiamo gli strumenti e iniziamo il nostro sound check. Tutto è andato bene fino all’arrivo del barista australiano. Il barista australiano è un uomo con una montagna di problemi nella sua vita. E questo lo fa incazzare. Sempre. È sempre incazzato, anche quando non sembrano esserci motivi per incazzarsi. Così ha cominciato a creare problemi su ogni piccola cosa – il volume troppo alto, troppo forte, abbassate un po’, abbassate ancora un po’, riuscite a suonare più piano di così? – a un certo punto ho pensato che mi avrebbe anche detto che maglietta indossare per il concerto. In ogni modo, siamo italiani, sappiamo sempre come sistemare le cose, siamo abituati.
Arriva l’orario del concerto, noi suoniamo il nostro set e ogni cosa va bene. Di quando in quando il barista si affacciava nella sala del concerto e faceva segno di abbassare il volume, di suonare più piano. L’ultima volta che l’ha fatto ero nel mezzo del call&response con il pubblico su Junkyards of nonbelievers, così è stato facile per me rivoltare la situazione a mio vantaggio emulando i cantanti soul degli anni 50: “A little bit quieter now, a little bit louder now…”. La gente cantava e si divertiva e lui non si è più fatto vedere. Più tardi, verso la fine del set abbiamo suonato come al solito la nostra versione folky di Walk like an egyptian delle Bangles, e lì il nostro uomo si è arreso: è arrivato fin sotto il palco brandendo un oggetto imprecisato che suonava come una maracas e lo agitava a tempo con la canzone con un sorriso idiota stampato sulla sua faccia da idiota.
Così è andata. Poco più tardi ho avuto occasione di incontrare il barista fuori dai bagni degli uomini. Io sono uscito, lui mi ha guardato, mi ha poggiato una mano sulla spalla destra e mi ha detto: “Great show man”. Io gli ho sorriso e gli ho risposto a tono, sussurandogli gentilmente: “Figlio di puttana”. Qualche minuto più tardi i miei occhi si perdono nel blu scuro del cielo berlinese e mi interrogo sul mistero dell’esistenza.
Amburgo: ragazzini nel paese delle meraviglie
Il mattino dopo lasciamo Berlino. Siamo bloccati in un ingorgo autostradale: sembra che l’intera popolazione tedesca abbia deciso di dirigersi verso le coste del Mare del Nord per godere delle sue fredde e inospitali acque. In ogni modo, arriviamo ad Amburgo. Il cielo è nero e rovescia sulla città secchiate di pioggia. Parcheggiamo abbastanza vicino al club e attendiamo che la pioggia smetta. Dopo qualche minuto un tipo bussa al finestrino di Paolo. Paolo, che è una persona semplice e gentile, abbassa il finestrino per vedere cosa vuole. Il tipo è ubriaco fradicio. Ciononostante Paolo si prende qualche minuto per spiegarli che siamo una band italiana e che la sera avremmo suonato in un festival organizzato nel locale proprio dietro l’angolo. Io cerco di far notare a Paolo che il tipo sta evidentemente per vomitare – e che sarebbe una buona idea chiudere il finestrino per evitare il peggio. Finalmente Paolo chiude il finestrino soltanto un attimo prima che il tipo svenga sul cofano della nostra auto e poi scivoli lentamente sul marciapiede, dove termina la sua corsa. Nel frattempo ha smesso di piovere. Andiamo al club.
Il locale è piccolo ma estremamente fascinoso e gestito con grande cura. Il gestore è simpatico e amichevole e ci mette subito a nostro agio. Mancano ancora quattro ore prima del nostro set così decidiamo di fare un giro in città. Raggiungiamo il porto e ci uniamo ai locali che si stanno godendo il loro sabato pomeriggio. Dopo neanche mezz’ora ricomincia a piovere molto forte. Torniamo al club dove ci facciamo servire la cena e ascoltiamo i set degli altri artisti che suonano prima di noi. Alle dieci di sera siamo sul palco. Un pubblico splendido quello di Amburgo – ricordo che mentre attaccavamo la terza canzone in scaletta ho pensato ‘io in Italia non ci voglio più suonare…’ comunque, una gran bella serata, noi ci siamo divertiti molto e anche il pubblico. Quando ho ringraziato alla fine della serata è stato un momento molto particolare, difficile da spiegare ora, ma è stato un momento davvero molto intenso, e quella sensazione starà con me per molto tempo – avevo scritto quelle canzoni al tavolo della mia cucina, a Dicembre, e ora le stavo suonando così lontano da casa e quella gente sembrava cogliere ogni singola intenzione dietro ogni singola nota e parola. Felicità, punto.
Siamo rimasti nel club per un paio d’ore dopo il concerto, poi ci siamo spostati in albergo. Alle tre del mattino facciamo il nostro ingresso nella hall dell’Hotel Kogge. La hall è un bar. Con musica ad altissimo volume. Strapieno di gente che beve e fuma una cannetta dietro l’altra, come si capisce subito dall’aroma che impregna l’aria del locale. La ragazza ci conduce alle nostre stanze – che meriterebbero un intero racconto a sé stante – che sono separate dal bar da un solo, sottilissimo muro. “A che ora finisce la musica nel bar?” le chiedo. Lei sorride. Poi risponde: “Non prima delle 6. Ma troverete dei tappi per le orecchie nelle vostre stanze. Volete il welcome shot?” Welcome shot? “Certamente” rispondo. Qualche minuto dopo, Francesco, Paolo e io siamo al bancone del bar. Mi sporgo verso la ragazza e le chiedo: “Cosa possiamo avere come welcome shot?” “jack Daniel’s. Non c’è scelta”. “D’accordo”. Siamo rimasti al bar del Kogge per non ricordo esattamente quanto tempo, abbiamo firmato il guestbook, bevuto diversi welcome shots e poi siamo tornati alle nostre stanze, ci siamo infilati i tappi nelle orecchie e ci siamo addormentati beatamente come ragazzini nel paese delle meraviglie.
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The European gigs of The Junkyards: a tour report (part one)
Dear friends and fans from across the globe and beyond,
What you’re going to read is a destined-to-fail attempt to recall what exactly happened during our gigs in Europe in the last weeks. It’s destined to fail because, of course, nobody really knows what exactly happened.
Berlin: the mystery of existence

Berlin, fast clouds over Brandenburg Thor. Yoda looks sad. Anyway, there we were, bags packed on the autobahn heading to the deep north of Germany. Wow. The first two hours the trip went alright. Then we felt like we wanted to go back. Go back home. Put our asses on the sofa and get hypnotized by television. But that didn’t happen, luckily. So, somehow we got to Berlin. At midnight we were entering the part of town previously known as East Berlin. We had managed to stand the German fm radios – the peak had been a German rendition of Roy Orbison’s Pretty woman, really unbelievable. We spent part of our first night getting to know local beer – really good and extremely cheap, which is a problem – and also had a chance to taste the kartoffeln salad (which was wonderful, just don’t do that at 3,45 in the morning).
The day after we made the tourists – last time I had been in Berlin was exactly 10 years ago: Alexanderplatz, Unter Den Linden and so on. At 6 pm we were at the club. As we got there and knocked on the door, the man came out and said: ‘Look, I got to go now, got to do something. I’ll be back in a couple of hours.’ ‘Can we just get the instruments in?’ ‘No’.

Joe's Bar, Berlin And that was the beginning of a difficult night. Alright. There was a bar close to there so we took a seat and waited until the man came back. Then the man came back. We got the instruments in and started our sound check. Everything went alright until came the Australian bartender. The Australian bartender is a man who has lots and lots and lots of huge problems in his life. So he is angry. Always. All the time. For, apparently, no reason. He started making problems over almost everything – too loud, too heavy, quiet it down, quieter, quieter – at some point I thought that he may also tell me what kind of shirt I should have put on for the show. Anyway, we’re Italians, you know, we know how to fix things up.
So show time came, we played our set and everything went alright. Every now and then the Aussie bartender would come out and make signs to quiet it down. Last time he did it I was in the middle of a call-and-response with the audience, so it was easy to turn things right for me. I started goin’ “A little bit quieter now, a little bit louder now’. People were singing and dancing and cheering all over the place, so he never came out again. Later on when we played the showstopper of our set – a folkish rendition of Walk Like an Egyptian by The Bangles – the man surrendered and came front stage shaking something that made the sound of maracas with an idiot smile upon his idiot face.
So we did it. The show went right and everybody looked happy. Later on I had a chance to meet the Aussie bartender right out of the male toilets: as I walked out he stared at me, put his right hand on my shoulder and went: ‘Great show man’. I smiled gently, and answered accordingly: ‘Figlio di puttana’ (son of a bitch, in Italian). A couple of minutes later, my eyes were lost into the deep blue sky over Berlin, and I was wondering over the mystery of existence.
Hamburg: little babies in Wonderland

On the road to Hamburg The morning after Berlin was gone. We were stuck in a jam on the Autobahn. Looked like half of the German population was heading to the northern coast to enjoy the cold waters of the Northern Sea. Anyway. When we got to Hamburg the sky was black and heavy water was pouring down. We parked close enough to the club and remained in the car waiting for the rain to stop. While we were there, a guy knocked on the windshield. Paolo, who is a gentle, simple boy, rolled down the window to ask what the guy wanted. The guy was drunk. Nonetheless Paolo took a couple of minutes to inform him that we were an Italian band and we were going to perform at the festival held in the club just around the corner. I tried to point out to Paolo that the guy was drunk and that he was clearly going to throw up – and that it would have been a good idea to roll up the window to avoid the worse. Finally Paolo rolled up the window just a few seconds before the guy passed out on the hood of our car and then slowly fell on the boardwalk. In the meanwhile the rain had stopped. We got to the club.

The bill at Woody Bash Festival. Hamburg The place is really great and the guys were really friendly and very kind. We had four ours before the show so we decided to take a stroll through town. We got to the port and mixed ourselves to the locals enjoying their Saturday afternoon. It took half an hour before it started raining heavily again. We got back to the club, had our dinner and listened to the gigs of the other artists. At 10 pm we were on stage. A wonderful audience in Hamburg – I remember that by the time we were playing the third song of our set a thought exploded in my mind: ‘I never, never, never again want to play in Italy’. Anyway, it was a really good show, we had a lot of fun and the people too. I thanked the audience at the end of the show, and that was a great moment, difficult to explain, but it was a great moment, and it’s gonna stay with me for a long time. I wrote those songs at my kitchen table in last December and now I was playing them to this wonderful audience so far from home – and they really liked them. Happiness, period.

Welcome shot at Kogge Hotel We hanged at the club for a couple of hours after the show. Then we got to the hotel. It was 3 am when we got in the hall of the Kogge Hotel. Which is a bar. With loud music. And people all over smoking pot and drinking. The girl at the bar took us to our rooms, just one wall away from the bar. ‘At what time the music stops at the bar?’, I asked her. She smiled. Then said: ‘6 am. But don’t worry. You’ll find earplugs in your rooms. Do you want the welcome shot?’ The welcome shot? ‘Sure’, I answered. A couple of minutes later, Paolo, Francesco and I were hanging at the Kogge’s bar. I leaned over to the girl and asked: ‘What can we have for the welcome shot?’ ‘Jack Daniels. No choice.’ ‘Alright’. We stayed at the bar for don’t remember how long, we signed the guestbook, had a couple more welcome shots and then got back to our rooms, plugged our ears and fell asleep like little babies in Wonderland.
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Diario del tour #2: verona, verderio
Due giorni prima del concerto a Verona mi informano che a causa di una non meglio precisata ordinanza del sindaco che non si sa bene se sia già in vigore o meno l’unico modo di fare la data in solo acustico al majakowskij è di farla in unplugged vero – niente impianto, né cavi, microfoni o elettricità. Solo io, la chitarra o il piano e la mia voce. Interessante, penso. Per me può anche andare bene, l’importante è che il pubblico sappia che il concerto si farà così – dico, e mi rassicurano che sarà così. Non voglio rinunciare alla data di Verona, che resta per ora l’unica tappa veneta del tour, dal momento che il concerto inizialmente previsto a Treviso è stato annullato. Un’ora e quaranta per fare milano-verona e 40 minuti per attraversare la città, bloccata totalmente, probabilmente a causa del Vinitaly. Arriviamo al locale all’orario stabilito, in tempo per fare il non-sound check, per prendere un minimo di confidenza con l’acustica del posto – davvero ottima, grazie a un soffitto a volte in mattoni – e con il bel pianoforte Kawai. Dopo una mezz’oretta a giochicchiare con le chitarre e il piano decido che il non-sound check può dirsi concluso. Dopo poco siamo in una piccola trattoria poco lontano dal locale. Il posto è piccolino e affollato ma troviamo un tavolo da due ancora libero. Decidiamo di provare il risotto con i bruscandoli – le cime del luppolo selvatico –, e facciamo bene. Il vino della casa non è niente male, il servizio curato e amichevole senza risultare invadente. Per fare il verso a Gianni Mura, assegno un bel 7,5 alla trattoria. Rinfrancati nel corpo e nello spirito ci dirigiamo nuovamente al Majakowskij. Il locale è pieno. Il pubblico è incredibilmente silenzioso e attento (bravissimi, voto 8). Io ci prendo gusto e comincio a spostarmi per la sala, avvicinandomi agli spettatori più lontani dal palco. Quando mi sposto al pianoforte per L’altalena chiudo gli occhi e mi sembra di essere a casa. Bello.
Il giorno dopo tappa al Pintupi, uno dei miei circoli Arci preferiti dell’intero stivale – se non ci siete mai andati passateci una volta o l’altra, merita davvero. I ragazzi hanno anche migliorato la sala, con un palco tutto nuovo e altre cosucce molto carine. Il momento più bello di ogni concerto al Pintupi è sempre la cena, quando si mangia tutti insieme con i ragazzi del circolo che a turno preparano il companatico. Questa volta abbiamo pasta fredda con ricotta e pomodorini, una serie pressoché infinita di torte salate e altro che non ricordo. Nella sala sono esposte le opere di Maurizio Campesi – diverse illustrazioni e alcune poesie –, un giovane artista che conosco prima del concerto. Da sabato prossimo (18/4) la mostra si sposta alla biblioteca di Sulbiate (per più info lo trovate su facebook). Il concerto inizia attorno alle 23, e l’atmosfera è fin da subito ottima: alcune coraggiose ballano (ballano?!), molti altri cantano e io sono così preso a guardarli che mi impappino un paio di volte, sbagliando qualche accordo e qualche verso. Bene così. Prossimo appuntamento al neverland sul ghiaccio.