Categoria: musica

  • Heartland: il crowdfunding

    Heartland: il crowdfunding

    Pubblicare un nuovo album dopo undici anni di silenzio è un po’ come debuttare di nuovo, una seconda possibilità, l’occasione di riprendere un discorso che non è stato interrotto ma portato avanti in silenzio in tutti questi anni. E devo ammettere che sono emozionato come un ragazzino.

    Prodotto da Giuliano Dottori, Heartland conterrà undici canzoni caratterizzate da un suono che apre una nuova fase del mio percorso artistico.

    Nei miei dischi precedenti mi sembra di aver esplorato in profondità il suono del rock classico americano, dall’approccio quasi garage del mio debutto, La superficie delle cose, passando per il suono largo e classico di Una vita nuova e fino alle atmosfere tese ed elettriche di Waterloo – e mi piace citare anche la parentesi folk e roots del progetto Junkyards. Adesso avevo voglia di mescolare un po’ le carte e riprendere anche i suoni che mi hanno accompagnato nell’adolescenza, come ad esempio le batterie elettroniche e i sintetizzatori. E Giuliano Dottori era la persona giusta per dare vita al suono che avevo in mente.

    Heartland, la cui tematica principale sono le relazioni, verrà pubblicato nel formato cd + libro: in tutti questi anni infatti ho scritto un sacco di cose (racconti, poesie, testi di carattere personale) nate dalla stessa ispirazione che anima queste canzoni, così ho pensato che riunirle in un libro da allegare al cd fosse la cosa più sensata da fare per illustrare il progetto Heartland in tutte le sue sfaccettature.

    Su questa pagina avete la possibilità di sostenerci nella produzione del disco, scegliendo tra le ricompense elencate qui accanto, che riceverete direttamente a casa quando il lavoro sarà finito. Oltre a Heartland, ci trovate anche le mie precedenti produzioni e un paio di iniziative e pacchetti speciali. Nel video qui in alto vi racconto tutto in maniera più esaustiva.

    Sono sicuro che con il vostro aiuto, la vostra partecipazione e il vostro sostegno, riusciremo insieme a dar vita a questo nuovo capitolo della storia che ho iniziato a raccontare quasi vent’anni fa. E non vedo l’ora di salire su un palco per potervi cantare queste canzoni guardandovi finalmente negli occhi.

    Clicca qui per tutte le info

    Grazie

    FC

  • Roma Raccordo Anulare

    Roma Raccordo Anulare

    IL NUOVO SINGOLO DI FABRIZIO COPPOLA

    Ascoltalo qui: https://bfan.link/roma-raccordo-anulare

    Si intitola “Roma Raccordo Anulare” il nuovo singolo di Fabrizio Coppola, disponibile su tutte le piattaforme dal 19 settembre.

    Il brano è il primo estratto dal nuovo album del songwriter milanese, Heartland, con la produzione artistica di Giuliano Dottori e che vede la partecipazione di Diego Galeri alla batteria. Il disco, che arriva a undici anni dall’ultimo lavoro discografico di Coppola (Waterloo, ViaAudio/Venus, 2011), conterrà undici canzoni e verrà pubblicato alla fine del 2022 dalla label Musica Distesa. 

    Anche per questo nuovo album Fabrizio Coppola guarda all’America, ispirandosi ai lavori più recenti di artisti quali Sharon Van Etten, War On Drugs, National.

    “Nei miei dischi precedenti mi sembra di aver esplorato in profondità il suono del rock classico americano, dall’approccio quasi garage del mio debutto, La superficie delle cose, passando per il suono largo e classico di Una vita nuova e fino alle atmosfere tese ed elettriche di Waterloo – e mi piace citare anche la parentesi super folk del progetto Junkyards. Adesso avevo voglia di mescolare un po’ le carte e riprendere anche i suoni che mi hanno accompagnato nell’adolescenza, come ad esempio le batterie elettroniche e i sintetizzatori. E Giuliano Dottori era la persona giusta per dare vita al suono che avevo in mente.” 

    “Roma Raccordo Anulare”, un uptempo su una corsa notturna in auto e un personaggio in fuga da qualcosa da cui non riesce a fuggire, in questo senso è una canzone manifesto, in grado di illustrare sia il suono generale del nuovo album, sia le sue tematiche principali, vale a dire le relazioni.

    Roma Raccordo Anulare: il testo

    Precipito in strada proiettile senza una meta
    frequenza cardiaca alterata in accelerazione
    c’è una luce che fa male, vorrei precipitare fino a te

    Brucio semafori Roma Raccordo Anulare
    i palazzi scompaiono riesco a vedere anche il mare
    non ho più voglia di star male, io vorrei rotolare fino a te

    Acceleratore portami a dormire o lasciami marcire, lasciami morire
    io non voglio più aspettare niente, più ricominciare niente, 
    più volere niente, più ricostruire niente

    Tre del mattino il silenzio che pulsa è un tamburo
    il cuore è un giocattolo a molla che sbatte sul muro
    c’è una luce che fa male, vorrei precipitare fino a te

    Io non voglio più aspettare niente, più ricostruire niente, 
    più volere niente, c’è una luce che fa male, vorrei precipitare fino a te
    io non voglio più aspettare niente, più ricominciare niente, 
    più volere niente, più ricostruire niente
    c’è una luce che fa male, vorrei precipitare fino a te

  • Dieci anni di Waterloo

    Dieci anni di Waterloo

    Fabrizio Coppola torna sul palco del Bellezza per festeggiare i dieci anni dall’uscita del suo ultimo disco, Waterloo (ViaAudio/Venus, 2011). Sarà come un riassunto live della sua carriera (quattro dischi in studio, uno dal vivo, oltre all’avventura in inglese dei Junkyards), prima di rientrare in studio per registrare un nuovo album, assieme all’amico e collaboratore Giuliano Dottori nelle vesti di produttore artistico. Da poco impegnato sulle frequenze di Radio Popolare in Giocare col fuoco, appuntamento domenicale dedicato alla musica e alla letteratura, i suoi due più grandi amori, sul palco del Bellezza Fabrizio Coppola ricostruirà il mondo a cui si era ispirato nella scrittura dei brani di Waterloo (Da La ballata dell’uomoformica a La mia rovina, da L’altalena a La stupidità) anche con racconti, letture e qualche cover.

    Ph. Simona Paleari

    Prevendite consigliate

  • Nick Cave: La vita segreta delle canzoni d’amore

    Nick Cave: La vita segreta delle canzoni d’amore

    FABRIZIO COPPOLA
    NICK CAVE: LA VITA SEGRETA DELLE CANZONI D’AMORE
    Lezioni, prose, canzoni

    Giovedì 14 Febbraio, TNT Club, via Tito Livio 33/A, Milano
    Ore 21:00, ingresso 7 euro

    Fabrizio Coppola ci conduce in un’immersione nella poetica di Nick Cave, a partire dalle sue lezioni sulla canzone d’amore e fino a The Sick Bag Song (Bompiani, 2016), la sua ultima raccolta di prose poetiche, grottesche, disperate, sensuali e baciate dal più classico lirismo caveiano che racconta la vita dell’artista nel corso di un tour. Guidati dalle sue parole e da alcune delle sue più toccanti composizioni (“Into my arms”, “God Is in The House”, “Love Letter”, “Are You The One that I’ve Been Waiting For?” e molte altre), eseguite da Coppola in un’essenziale versione voce e pianoforte, seguiremo il percorso artistico di Cave che indaga le vette del sublime amoroso e di una religiosità di stampo quasi panteista fino agli aspetti più infimi e materiali della vita quotidiana.

    TNT Club, via Tito Livio 33/A, Milano
    Apertura porte ore 21:00
    Inizio spettacolo ore 21:30
    Ingresso 7 euro
    Acquista i biglietti | Evento Fb

  • Al Museo del Novecento con Malfatti

    Al Museo del Novecento con Malfatti

    Dunque, domenica prossima, 27 gennaio, Giorno della Memoria, per chi per l’appunto se lo ricorda ancora, succede una delle cose più belle che la musica mi abbia regalato finora. Interverrò alla presentazione del disco di Cesare Malfatti cantando la canzone di cui ho scritto il testo. Ora, il disco è una sorta di concept album che partendo dalla vita di Valeriano Malfatti, avo di Cesare, attraversa gran parte della storia d’Europa, ossia guerre, deportazioni, territori contesi, i problemi della doppia nazionalità, il sentirsi sempre in qualche modo in esilio, l’impegno civile e politico, e tanti altri temi che mi stanno a cuore da sempre. Oltre alla presenza di diversi altri autori dei testi del disco (l’elenco completo nell’evento), nel concerto potrete ascoltare le macchine intonarumori e un pianoforte preparato con filospinato. Ora, già così è meraviglioso, aggiungete che la “cerimonia” avrà luogo al Museo del Novecento e a me già tremano i polsi.

    Ingresso gratuito fino a esaurimento posti, inizio alle 18.

    Fate un po’ voi.

  • Ho scritto un testo per il nuovo disco di Malfatti

    Ho scritto un testo per il nuovo disco di Malfatti

    Il disco, che si intitola “La storia è adesso” ed esce il 12 dicembre per Riff records, è incentrato sulla figura di Valeriano Malfatti, avo di Cesare, podestà di Rovereto e deputato trentino del Parlamento dell’Impero asburgico. Impossibile per me non accettare la proposta di Cesare di collaborare a un progetto le cui parole chiave erano confini, storia, eredità, anche se non lo avevo mai scritto per altri autori, in precedenza. E così ho scelto il brano tra quelli disponibili e in due serate di lavoro ho ottenuto il testo di Il futuro cerca noi, traccia numero 6 del disco che potete ascoltare per intero qui in streaming.

  • Not Dark Yet

    Not Dark Yet

    Sono le sette di sera. Stai aspettando una telefonata, una lettera, un messaggio, un segno. Lo aspetti da ieri, da una settimana, da un anno. No, lo aspetti da tutta una vita. Mentre il tram sbuca da dietro l’angolo, sferragliando sui binari umidi di una serata di città come tutte le altre e come tutte le prossime a venire, ti stringi nella giacca, controlli di avere il biglietto ‒ perché, in fondo, sei una persona perbene ‒ e sali a bordo appena le porte ti si schiudono di fronte, come un confortevole utero materno in grado di cancellare tutta questa cazzo di città e lasciare solo il cielo su in alto, che stasera ha un taglio viola sul fondo, proprio lì, nel punto in cui il sole ogni sera esce di scena, lasciandoci il riverbero dei suoi colori per ricordarci cosa abbiamo appena perso ‒ cosa perdiamo alla fine di ogni giorno.

    Stai tornando a casa, se si può chiamare così. La tua casa, in realtà, è un luogo che non esiste. E stai iniziando ad abituarti all’idea che quel posto non esiste, che la tua casa semplicemente non c’è, né in cielo né in terra. È solo un’idea da inseguire, un bisogno da colmare, da buttare fuori. E come tutte le cose che si inseguono, forse è un bene che non si possa raggiungere, per mantenere viva dentro di sé quella specie di nostalgia del futuro, non del passato, nostalgia di un tempo a venire, di una pace da trovare, di una voce che sia la tua e di mani che finalmente, la sera, durante l’ennesima sigaretta alla fine dell’ennesima giornata di troppe sigarette, assomiglino realmente alle tue mani.

    Sei stato giovane ‒ lo siamo stati tutti. Lo hai sentito dentro quel bruciore che ti diceva cosa fare e soprattutto cosa non fare. Non volevi fare la fine di tutti quegli sfigati che vedevi in giro. Eri sicuro che non avresti fatto la fine di tutti gli sfigati che vedevi in giro. Anche loro, probabilmente. Dietro le loro rispettabili vite più o meno borghesi, hanno un momento di debolezza, la sera, o forse al mattino, magari nell’ascensore. Che cazzo. Ma che cazzo. Che ne è stato di me?

    Sali sul tram, ti siedi sugli scomodi sedili di legno che ti piacciono tanto. Fuori dai finestrini case dell’inizio del secolo scorso. Passeranno anche loro. Passeremo. Ma non è ancora finita, ti dici. È fatto così, il tuo cuore, ormai l’hai capito. Quando sei a pezzi, quando ti sembra di non poter precipitare più giù neanche di un centimetro, ecco una luce, una voce, un segno, una carezza, un ricordo, una parola, un suono – qualsiasi cosa – e il cuore ricomincia a pompare sangue in tutto il corpo, il cervello si riaccende, le gambe fremono, i muscoli si tirano e si gonfiano, pronti a uno sforzo, uno qualunque, quello che in quel preciso momento ti sembra più di tutti necessario, fondamentale, urgente, vitale. Per non soccombere, per non crollare. Ma sì, fanculo. La vita è questa roba qua. Teniamocela stretta. E ti vien voglia di correre, di scendere dal tram e fermare tutti i passanti per gridargli che sei vivo. Cazzo, sì. Sono vivo. Sono vivo. Sono vivo.

  • GUIGNOL: PORTEREMO GLI STESSI PANNI

    GUIGNOL: PORTEREMO GLI STESSI PANNI

    L’altra sera allo Spazio Ligera ho assistito alla prima del nuovo tour dei Guignol dell’amico Pier Adduce. Uno spettacolo maturo, denso, ruvido, ricco di riferimenti, da Bianciardi a Rocco Scotellaro. Il suono si fa per una volta più acustico, meno irruente, più calcolato e avvolgente, ma è solo un trucco per accompagnare noi spettatori in luoghi che non frequentiamo spesso.
    L’età, si sa, porta a fare riflessioni su se stessi, sull’assurdità dell’esistenza e sullo stesso sangue che ci portiamo nelle vene. Il sangue che ci accomuna tutti ma che viene usato come strumento di divisione — razziale, politica, generazionale, economica. E di questo Porteremo gli stessi panni, ciò che mi è rimasto alla fine della serata, è un senso di spaesamento, allo stesso tempo di appartenenza e di lontananza. Sono io mio padre? Sì, e no. Sono io su quella bagnarola nel mezzo del Mediterraneo? Sì, e no. Sono io l’impiccato che pende dall’albero? Sì, e no. Sono io la vittima sacrificale? Sì, e no. Sono io il carnefice di me stesso? Sì e no.

    Ora, alla fin della fiera si tratta di capire come si vuole vivere la propria vita. Far finta di niente. Scivolare sul quotidiano. Farsi intrappolare dall’ineluttabile. Dimenticare le proprie ossa. Scordare i visi di chi ci ha messo al mondo, e degli altri prima di loro e degli altri ancora. Rinunciare a guardare il cielo. Rinunciare a guardare il mare. Rinunciare a guardare dentro noi stessi. Va tutto bene. Va tutto bene. Va tutto bene.

    Oppure si può – sì, è possibile – abbracciare la propria umanità. Stringerla, coccolarla, venerarla. Farsene carico. Perché facendoci carico di noi stessi ci facciamo carico anche degli altri. È l’unico modo. E allora, solo allora puoi parlare di sangue, di radici, di terra, avendone il diritto. Perché la terra è una. Ed è di tutti.
    Adduce mi ha preso per mano senza neanche sfiorarmi, l’altra sera. E mi ha ricordato chi sono. Chi vorrei essere. Chi avrei voluto essere. Mi ha sussurrato in un orecchio che siamo ancora in tempo. E io ci voglio proprio credere.

    Se volete, il disco si ascolta qui
  • Camminare come un uomo

    Camminare come un uomo

    L’altra sera ho finito di leggere Born to Run, l’autobiografia del Boss, uscita in Italia per Mondadori. Probabilmente per un dato anagrafico e biografico, la lettura mi ha appassionato maggiormente dalla metà del libro in poi, quando i nodi interiori del nostro vengono al pettine e fanno la loro comparsa gli psicanalisti. Non che la prima parte non sia stata di mio gradimento, intendiamoci: il racconto della vita del clan degli Springsteen, l’ordinarietà delle esistenze del New Jersey proletario degli anni Cinquanta, regolate da tradizioni e costumi invisibili e forse per questo ancora più potenti. Ma di quel periodo ‒ quello dei primi gruppi, della fama raggiunta come leader di una bar band e del conseguente benché zoppicante cammino verso il successo ‒ si sapeva molto. Tutto ciò che accade nella testa dell’uomo da Born in the USA in poi, invece, era solo oggetto di congetture, visibile solo in parte attraverso la musica che componeva, le tematiche che sceglieva, le ossessioni che decideva di mostrare.

    Ormai lo sanno anche i sassi: la maggior parte degli artisti che hanno fatto la storia del r’n’r nel secolo scorso erano persone in fuga da qualcosa. Problemi familiari, povertà, ricerca di un riscatto sociale o soltanto raggiungimento di una posizione nel mondo che rendesse la vita accettabile. E come gli stessi sassi di prima sanno, molti grandi artisti ci hanno lasciato prematuramente, in maniera più o meno volontaria. In fuga da qualcosa, ottenevano il successo, e scoprivano solo allora di voler fuggire anche da quel luogo che immaginavano il fulcro della loro pace interiore. E allora fuggivano di nuovo: droga, alcool, un’autodistruzione più o meno breve, più o meno spettacolare.

    Bruce Springsteen è invece uno di quelli che ha raggiunto un successo planetario, ma prima ancora di toccare la vetta già lo temeva, lo considerava pericoloso. Sapeva, perché lo aveva visto accadere ad alcuni dei suoi eroi (“Elvis has left the building”), che il successo poteva essere una trappola, una gabbia altrettanto potente di quella da cui voleva fuggire. Lasciare la vita provinciale e proletaria della sua famiglia per ritrovarsi rintanato in una magione milionaria con la sua faccia sulle copertine delle riviste, circondato da tutte le distrazioni che il denaro può comprare era per il nostro una possibilità troppo rischiosa. Ed ecco perché ha sempre cercato di mantenere i piedi ben saldi a terra e i pensieri immersi nelle sue ossessioni. A quanto pare, questa sorta di hippy del New Jersey in tutta la sua vita non si è fatto neanche una sola, innocua cannetta. Ha cominciato tardissimo con l’alcool (che non ha più abbandonato) e da un certo punto in poi ha iniziato a fare uso di psicofarmaci. Cannette a parte, si potrebbe dire lo stesso di me e di alcuni di voi (anche se magari i nostri psicanalisti costano meno dei suoi, immagino).

    Nel libro scorre una traccia potente e onnipresente di disperazione, non saprei come altro definirla. Ed è per sfuggire a essa, per allentare il cappio della corda sempre tesa intorno al suo collo, che la sua attività è stata così monumentale, ossessiva, chiaramente patologica. I concerti vere e proprie maratone per raggiungere l’esaurimento fisico ogni sera, spegnere finalmente il cervello e dormire sereni. Le registrazioni in studio veri e propri drammi Shakesperiani (Foul is fair and fair is foul, e What is done cannot be undone ‒ anche se lo sport preferito del nostro era smontare dischi finiti e riprendere a scrivere, arrangiare registrare). Ricordo di aver visto su youtube una versione live di Tenth Avenue Freeze Out, credo che fosse il tour di Darkness: per tutta la canzone (nel senso di tutta) l’uomo salta come un ossesso su e giù dal palco e a un certo punto si piazza al centro dello stage e inizia ad agitare la testa a destra e a sinistra, una, dieci, cento volte di fila. Rimasi esterrefatto. Quell’uomo emanava sì una carica magnetica, rappresentava sì in quel momento tutta la forza e la volontà che un uomo può avere, era sì un vero e proprio prigioniero del r’n’r ma… era matto. Matto come un cavallo. Prigioniero di forze ben al di là del suo controllo. Era evidente.

    Poco fa passeggiavo con mia figlia sui lastroni in pietra del piazzale di fronte alla chiesa che frequentavo da bambino, in attesa che arrivasse la mia quota di welfare state che la repubblica italiana concede a noi genitori (mia madre). Mentre passavo e ripassavo di fronte al portone, situato alla sommità di una scalinata fin troppo pretenziosa e chiusa da un’inferriata a perenne e muta testimonianza dell’apertura della chiesa cattolica, sperando che il dondolio ritmico assicurato dalle giunture sconnesse della pavimentazione spedisse la mia piccina nel mondo dei sogni, le campane hanno iniziato a rintoccare. E mi son venuti in mente questi versi, da Walk Like a Man:

    By our Lady of the Roses, we lived in the shadow of the elms
    I remember ma’ dragging me and my sister up the street to the church, whenever she heard those wedding bells

    E poi subito dopo una foto del nostro in tenerissima età, con un meraviglioso taglio di capelli anni Cinquanta, uno di quelli che oggi costano 60 euro e un tempo erano appannaggio del proletariato. Ho pensato all’incredibile comunità di italiani e irlandesi che ha fatto da cornice all’infanzia del piccolo Frederick: uomini più veri del vero, lavoratori, poveri e meno poveri, schiacciati da frustrazioni e responsabilità, ognuno forse con un piccolo segreto da mantenere, un piccolo qualcosa che gli permetteva di andare avanti, perlomeno fino a quando riuscivano. E ho pensato che Springsteen avrebbe potuto cavarne fuori una maestosa Spoon River del XX secolo. Poi un attimo dopo mi sono detto che in realtà è ciò che ha fatto. Ha preso quel pugno di personaggi, ne ha isolato le caratteristiche comuni al resto dell’umanità e armato di questo patrimonio è riuscito a parlare a tutto il mondo, a gente che non condivideva nulla di quell’ambiente se non il fatto di appartenere al genere umano. Così è stato per me. E infinte volte mi sono chiesto come fosse possibile riuscire in una tale magia: parlare a un ragazzino di 15 anni di Milano raccontandogli storie ambientate nel New Jersey.

    Negli ultimi capitoli del libro mi sembra che Bruce trovi finalmente la sua voce da scrittore. Quando il racconto entra nel tempo presente e si capisce che nasce da sensazioni subitanee, trascritte di getto poco dopo, se non durante, il loro accadimento. Negli ultimi due capitoli e nell’epilogo ho trovato la prosa che mi è piaciuta di più (parlo della traduzione italiana, quando avrò tempo lo leggerò anche in versione originale), forse quella più aderente all’uomo che è oggi.

    […] Il sole è calato, la serata è fresca. Fermo a un semaforo, chiudo la cerniera della giacca fino al collo e mi accorgo che il tacco dello stivale tocca il tubo di scappamento rovente del mio motore V2, lasciandoci attaccato un frammento di gomma dal quale si leva una spirale di fumo blu nella frizzante aria autunnale.

    È da particolari come questo che in genere prendono vita le grandi opere d’arte. Dall’osservazione e dalla comprensione dell’importanza di minimi accadimenti che possono svelare un intero mondo, se si è in grado di farlo. Una spirale di fumo blu che si alza dal tubo di scappamento e sale fino a svanire nel cielo autunnale. Meraviglioso.

    Bruce Springsteen, Born to Run, Mondadori Editore, trad. M. Piumini, 536 p., 23 euro.