Categoria: storie

  • Dispacci dalla frontiera

    Dispacci dalla frontiera

    Stamattina mi sono svegliato alle 4:03. Non ho neanche tentato di riaddormentarmi, mi sono vestito e mi sono preparato un caffè. Questo 2020 deve rompere i coglioni fino all’ultimo, mi sono detto, rassegnato. Ho bevuto il caffè fumando una sigaretta come ogni mattina affacciato alla mia ampia finestra che dà a est. In cielo non c’era traccia di alba, troppo presto ancora. Ieri sera, quando ho spento tutte le luci prima di andare a letto, ho notato un perfetto rettangolo di luce sul tavolo della cucina: era la luna che pioveva dal lucernario e dava vita a quella forma così ben definita e incongrua. Mi sono avvicinato al tavolo, ho alzato lo sguardo e oltre il vetro l’ho vista, lassù, quasi perfetta. Ehi, ciao, le ho detto.

    Con il senno di poi, ciascuno di noi potrebbe dire che ogni nostra esperienza sia giunta inaspettata e imprevista. E questo anno che si avvia alla fine, perlomeno sul calendario appeso alla parete, non fa differenza. Certo, certo. Avete ragione, questo 2020 è stato roba grossa, non lo si può paragonare a una qualsiasi altra esperienza. Vero.

    Sono giorni che mi chiedo cosa mi stia lasciando questo periodo, cosa mi abbia infilato di nascosto nelle tasche, cosa mi abbia concesso di sputare fuori, e cosa invece abbia lasciato immobile e immutato dentro di me, presente già da prima e rimasto intoccato nonostante questi lunghi ultimi dodici mesi.

    Ho scoperto come mai prima nella vita di avere le spalle forti. Di avere la capacità di resistere a situazioni che temevo potessero mandarmi letteralmente in pezzi – e forse lo hanno fatto, ma poi i pezzi sono riuscito a rimetterli insieme, in qualche modo. Mi sono avvicinato a persone che immaginavo lontane e ne ho allontanate altre che reputavo vicine. Ho stabilito significativi rapporti con persone che non ho mai visto, semplicemente comunicando in via digitale, scoprendomi giorno per giorno, lasciando trapelare sempre qualcosa in più, rallegrandomi e allo stesso tempo intristendomi per queste strane presenze, esseri umani che all’inizio erano un nome su twitter o da qualche altra parte e che poi con il tempo hanno rivelato un volto, una voce, un numero di telefono. Persone che mi sembra di conoscere e che forse conoscono me.

    Ho riscoperto la musica, dopo anni di distacco e di lontananza simili a quelli necessari per chiudere una relazione andata a male. Ma pian piano le cose tornano al loro posto, se un posto ce l’hanno, e in quest’anno strano ho ricominciato a pensarmi anche come un musicista, un uomo che in parte dipende anche dalla musica. E ho ricominciato ad ascoltarla, da solo e con mia figlia, per tutto il giorno, dal mattino fino a sera. E ci sono stati due dischi in particolare che si sono rivelati salvifici. Are We There, di Sharon Van Etten, che è entrato nella mia vita quest’estate all’inizio di luglio credo e che si è imposto come il disco del momento, quello che interpretava perfettamente le mie sensazioni di allora. C’è una qualità nella voce dolente della Van Etten che mi è entrata sottopelle come la carezza di un’amica fidata, il sussurro in un orecchio di qualcuno che ti dice Sì, lo so, ti capisco, ti sono vicino. Un disco che davvero mi ha permesso di terminare il romanzo che ho scritto quest’estate, in una specie di travaso simbiotico di sensazioni e immagini dalla musica a me e da me alla musica. Erano anni che un disco non mi faceva questo effetto. Erano anni che un disco non mi faceva così male e così bene. Quindi grazie, Sharon. L’altro è più recente ed è arrivato dopo l’estate, uno spartiacque di questo anno, una breve finestra di normalità e di senso in queste nostre prigioni. Serpentine Prison di Matt Berninger, così dolente ma non disperato, così caldo e accogliente, quasi un invito a mantenere la calma mentre tutto intorno sembra crollare, quasi una sottolineatura del fatto che ciascuno di noi non può essere altro che ciò che è e che allo stesso modo gli eventi intorno a noi sono l’acqua in cui noi miseri pesciolini rossi siamo costretti a nuotare. Un disco che sembra dire Nuota, nuota, nuota, non fermarti.

    La scrittura, dicevamo. Ho ricominciato a scrivere come non mi capitava da anni, in continuazione, finalmente di nuovo ricettivo e sensibile, di nuovo una corda tesa che può essere fatta vibrare da qualsiasi cosa. Di nuovo in sintonia con le cose intorno a me, in sintonia nel senso che sono di nuovo pronto ad afferrare il loro riverbero o il mio riverbero interiore e a trasferirli su carta in un mucchietto di lettere affiancate le une alle altre. E anche questo, la scrittura, a ripensarci sembra un’altra delle cose da cui negli anni scorsi io abbia tentato di fuggire. Ma è tornata fuori con prepotenza quando ho avuto bisogno di ridare un ordine alle cose, quando ho avuto bisogno di capire cosa stava accadendo dentro me e fuori di me, quando ho avuto bisogno di ristabilire un senso dell’esistenza: e in una vita così vuota, ferma, immobile e disperata come la nostra di quest’anno la scrittura mi ha aiutato a trasformare in carne calda e viva anche ciò che non sembrava altro che la carcassa fredda e grigia di un animale sul bordo della strada. Ho ricominciato a scrivere poesie, forse la cosa che in questo momento mi dà la maggiore sensazione, e la mia casa – questa mia casa nuova – è tornata a essere la casa del me che amo tanto, con fogli, taccuini, quaderni e appunti disseminati in ogni dove, tracce vive del mio passaggio nel mondo. Ne scrivo quasi tutti i giorni, poi mi blocco per un po’ fino a quando il mio cervello o qualunque cosa sia mette in fila le parole giuste e allora ne scrivo anche quattro o cinque una dopo l’altra, nel giro di una mezz’ora. Come stamattina, per esempio, quando il tram si è fermato al semaforo rosso in piazza XXIV maggio e come una cantilena arrivata da chissà dove sulla punta delle labbra mi sono spuntate parole e frasi che ho ripetuto nella testa fino a quando il tram non è arrivato alla mia fermata e sono letteralmente corso a casa per scriverla, temendo di dimenticarmela. Un’altra abitudine che ho preso è quella di indicare sempre luogo, giorno e ora in cui ho scritto una poesia, un modo per segnare il territorio come un cane, per pisciare sull’albero dei giorni. Ho completato una prima raccolta e l’ho spedita ad alcuni editori selezionati, una follia farlo adesso, ma tanto che differenza fa? In definitiva, vorrei proprio essere uno che scrive poesie – cioè, quello lo sono già, e ne sono felicissimo, diciamo che vorrei pubblicarle, affidarle al mondo, vedere se innescano una scintilla, se servono a qualcuno, oltre a me.

    E insieme alla scrittura ho iniziato una sorta di svelamento pubblico, sempre più allergico alle maschere che ognuno di noi indossa e ancora di più a quelle che gli altri ti mettono addosso. Credo nell’unica verità possibile, che è quella rappresentata dalla condizione di ognuno di noi, ma finché non ne parliamo, finché non ci diciamo chi siamo veramente, tutti i nostri rapporti saranno fasulli, mediati, proiezioni dell’esistenza che vorremmo vivere e non di quella che viviamo veramente. Il rischio è quello di restare prigionieri di queste maschere, di diventare schiavi della proiezione che ognuno di noi si è costruito negli anni, e continuare a vivere come se quella fosse la realtà, ma non lo è. Ho iniziato anche a scrivere di questioni personali come il rapporto con mia figlia, sempre con l’intenzione di cui sopra, e la gioia che provo quando qualcuno che si trova nelle mie stesse condizioni mi scrive per ringraziarmi di aver condiviso le mie esperienze, perché gli sono state d’aiuto, perché credeva di essere il solo a dover affrontare quel genere di cose, ecco, BANG!, funziona, ci siamo, siamo una piccola comunità di esseri reali, deboli e fragili che provano a darsi una mano. Non scrivo di me e mia figlia per vanità, non lo faccio per ricevere i complimenti su che bravo papà sono, non lo faccio per vantarmi, anche perché chiaramente non c’è proprio nulla di cui vantarsi, non è forse così?

    Tra le cose belle di quest’anno, la collaborazione con Giuliano nei miei spettacoli su Cave e Carver/Springsteen: la serata su Cave al Bellezza a ottobre è stata davvero magica, uno di quei momenti in cui ogni singola cosa sembra acquistare o riacquistare un senso. Quando sono su un palco sono un uomo senza storia, senza passato e senza futuro, sono un uomo libero che nuota nell’eterno presente della rappresentazione scenica, una minuscola particella dell’universo che fa quello che deve fare. Poi Giocare col fuoco, la mia newsletter di poesie, racconti e canzoni, e ancora di più il canale Telegram, un’idea che avevo da un po’, il tentativo di usare gli strumenti digitali per giungere a un rapporto intimo con voi, un rapporto uno a uno, dalle mie corde vocali direttamente alle vostre orecchie. E anche in questo caso, sembra che funzioni, un’altra micro-comunità tenuta insieme dalle mie parole. Di questo sì che sono orgoglioso.

    Tra le cose brutte, i venticinque giorni lontano da mia figlia per il covid, questo senso di assenza inscalfibile, l’eterna lotta tra l’ottimismo della volontà che dice Passerà, passerà anche questa, e il pessimismo della ragione, che ribatte Sì ma nel frattempo questa è la nostra vita, nessuno ce la darà indietro. Non si può avere paura della morte e desiderare che il tempo passi più in fretta soltanto perché ciò che stiamo vivendo è inaccettabile. Si tratta di provare a dare un senso, di scavare e scavare fino a quando non si trova dentro di sé, nascosto chissà dove, un barlume, una lucina che illumini la nostra vita attuale, destinata a ripetersi uguale a se stessa per non sappiamo ancora quanto.

    L’altro giorno ho buttato giù una lista di cose che vorrei fare nel nuovo anno. Dieci punti. L’ho riletta subito dopo e mi ha fatto stare bene. Ho sempre cercato di vivere tenendo lo sguardo alto sull’orizzonte, tentando – quando ci sono riuscito – di non farmi rattrappire dal quotidiano, di non accartocciarmi in un angolo, di non cedere alla delusione o allo sconforto, di avere fiducia. Una pratica che mi ha sempre salvato, finora, se in qualche modo oggi posso definirmi salvo. E soprattutto oggi, che la linea dell’orizzonte non riusciamo neanche a vederla, ci vogliono più fiducia, più coraggio, più verità, più ferocia, più gioia, più consapevolezza, più amore, più fatica, più sostanza, più realtà, più forza, più flessibilità, più pazienza, più pace, più voglia, più luce, più cura, più umanità. È l’augurio che faccio a me e a voi. Spero di vedervi presto.

  • Percorsi Americani

    Percorsi Americani

    Iniziano stasera con Uomini e topi di Steinbeck i miei Percorsi Americani alla Scatola Lilla di Cristina di Canio.

    Fabrizio Coppola ci porta a spasso nella letteratura americana, tra capolavori del passato e testi più recenti, senza bussola e senza direzione, procedendo a zig zag, con escursioni in avanti, ritorni improvvisi, scarti di lato, sopra, sotto… Otto libri per otto serate in cui leggere, commentare e confrontarsi su opere note e meno note, cercando di individuare quel (o quei) filone sotterraneo che anima segretamente tutta la letteratura nordamericana.

    Titoli
    Uomini e topi, John Steinbeck (Bompiani, trad. Michele Mari)
    Canada, Richard Ford (Feltrinelli, trad. Vincenzo Mantovani)
    Moon Palace, Paul Auster (Einaudi, trad. Mario Biondi)
    Nelle vene dell’America, William Carlos Williams (Adelphi, trad. Aldo Rosselli, Rodolfo Wilcock)
    Strade blu, William Least Heat Moon (Einaudi, trad. Igor Legati)
    Ragioni per vivere, Amy Hempel (Mondadori, poi SEM, trad. Silvia Pareschi)
    Tra me e il mondo, Ta-Nehisi Coates (Codice Edizioni, trad. Chiara Stangalino)
    Ottavo incontro (titolo a sopresa)

    Clicca qui per tutte le informazioni

  • Il fiume che ci separa

    Il fiume che ci separa

    Dicembre 2017. In una notte insonne, vago per l’Internet sul mio smartphone in cerca di qualcosa che mi tenga sveglio fino all’alba o che mi aiuti a sprofondare nel sonno. Finisco sul NYT, dove mi imbatto nella recensione di un libro. Attirato dal titolo del pezzo, che parla di confini e di un’eredità divisa tra due paesi, la leggo tutta. Seguo poi il link per l’acquisto del libro, finisco su Amazon e leggo l’anteprima. A quel punto, decido di comprare la versione digitale, di cui leggo più di un centinaio di pagine, poi finalmente prendo sonno. Il mattino dopo, decido che tenterò di fare qualcosa che non ho mai fatto prima, e cioè provare a proporre la traduzione di un libro a un editore. Per prima cosa, faccio delle ricerche online per scoprire chi è l’agente americano dello scrittore in questione e verificare se hanno già venduto i diritti per il mercato italiano. In un paio di click finisco sul sito di un’agenzia letteraria di New York. Con la sfacciataggine di chi non ha nulla da perdere, scrivo. Due minuti dopo ricevo una risposta: Out of office. Mezz’ora dopo mi risponde un’altra persona. Mi ringrazia per l’interessamento e mi informa del fatto che i diritti in questione sono gestiti in Italia da tale agenzia, poi mi lascia nominativo e indirizzo mail.

    A questo punto, stupito ma non troppo dal pragmatismo americano in fatto di affari, istintivamente pubblico un post su Facebook per raccontare che un agente letterario di New York ha appena fornito a uno sconosciuto “professional translator and publishing consultant” (che sarei io) l’indirizzo mail di uno dei più potenti agenti letterari italiani. Scrivo che a questo punto, immaginando che inviando una mail a succitato agente non otterrò risposta nel 98,76% dei casi, non so se sia meglio provarci lo stesso oppure mettere l’indirizzo email all’asta su eBay, facile preda delle tonnellate di manoscrittari professionisti che affollano la nostra bella penisola. Qualche ora dopo succede che Luca Briasco, che non conoscevo, commenta il mio post – aveva già capito di che libro si trattava anche se io non ne avevo fatto cenno. Due giorni dopo mi chiama e mi dice: “Avevo già in mente di pubblicarlo, il tuo post me lo ha fatto tornare in mente. Ora chiamo [omissis], se la trattativa va in porto lo faccio tradurre a te.”

    Il libro in questione, Solo un fiume a separarci, dispacci dal confine, di Francisco Cantú, è stato appena pubblicato da minimum fax nella mia traduzione. Cos’ha di tanto speciale questo libro? La storia, innanzitutto, e le motivazioni per le quali è stato scritto. Francisco Cantú ha lavorato nella polizia di confine, sul confine meridionale degli Stati Uniti, per due anni. Lo ha fatto perché voleva affondare le mani nella realtà del border, dopo averla a lungo studiata. Lo ha fatto perché pensava di poter essere d’aiuto a quella gente. A quella che in parte è anche la sua gente. Sì perché, e qui risiede uno dei temi centrali dell’opera, l’autore è figlio di messicani. Nato negli Stati Uniti, ma figlio di messicani. “So the job it was different for him” [1], giusto per restare in tema.

    La narrazione è divisa in tre parti: la prima, il lavoro sul confine; la seconda, l’abbandono del confine per un incarico di intelligence; la terza, la vita dopo la polizia di confine e la storia di un immigrato clandestino, da anni in America e con famiglia e figli, che cade nella rete della migra e viene rispedito in Messico.

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    Il libro si apre con il resoconto di un viaggio compiuto dall’autore con la madre. La donna ha fatto la ranger nei parchi naturali per tutta la vita e subito si presenta come una figura portante della vicenda e della vita di Francisco. È una vera e propria “madre-terra”, che porta in sé i doni dell’amore materno e che si assume la responsabilità della sopravvivenza nell’animo del figlio del retaggio della cultura millenaria dalla quale provengono. La donna non può capire la scelta del figlio, quasi non riesce ad accettarla. Lo spinge a ripensarci, e sono pagine cariche di dolore: laddove la donna gli domanda come crede di poter uscire con le mani pulite da un’istituzione in cui la violenza e la prevaricazione sono fatti quotidiani, Francisco risponde che non è vero, che per lui sarà diverso, che lui aiuterà quella povera gente, perlomeno a sopravvivere al deserto. Ma la donna aveva ragione, e il ragazzo se ne accorgerà ben presto.

    La spianata desertica, bianca sotto un sole infernale, è attraversata da una fila di uomini che avanza sul terreno riarso come formichine senza meta. Hanno le spalle cariche di zaini pieni di acqua, cibi, vestiti, coperte, medicine, alcol, eccitanti. Poco lontano, due agenti nel loro mezzo vengono informati della presenza della carovana dalla strumentazione tecnologica. Partono all’inseguimento. Quando arrivano sul posto, la carovana è già svanita, oppure si è dispersa in piccoli gruppetti. Inseguono uno di questi. Oppure gli agenti si fermano quando trovano in un anfratto del terreno tutti i loro averi, abbandonati per alleggerirsi la fuga. E frugano tra quelle povere cose. Tagliano e svuotano le bottiglie d’acqua. Sparpagliano in giro vestiti e cibo, pisciano sugli zaini. Ridono. Sghignazzano. Attendono solo che finisca un altro turno, un altro giorno, un’altra settimana, il mese e gli anni che hanno stabilito di passare nella polizia di confine.

    Solo un fiume a separarci è scritto in una lingua sbiancata come ossa esposte al sole eppure scura e madida e tremolante come il risveglio dopo un incubo. Una lingua che rispecchia il terreno impossibile sul quale si svolgono le vicende, anch’esso a due facce, come ogni cosa in questa storia, spellato dal sole di giorno e avvolto dal vento gelido di notte. Una lingua zeppa di parole messicane, di imprecazioni, di gergo colloquiale, di termini che esistono solo in quella precisa area del pianeta: i coyote, i muli, gli scout… Sul dramma dell’immigrazione clandestina si avvita quello del narcotraffico, e spesso le due cose vanno di pari passo. Così può capitare che per trarre in salvo la tua famiglia dal tuo paese o dalla tua città ormai nelle mani dei cartelli della droga, tu sia costretto a fare accordi proprio con loro, e ad accettare di fare il mulo: in quel modo hai qualche possibilità di arrivare sano e salvo oltre il confine, perché il carico che porti sulle spalle è ben più prezioso della tua vita.

    Tormentato dai dubbi, dal dolore e dagli incubi che lo visitano ogni notte, Francisco decide di accettare l’offerta di un posto nell’intelligence della Border Patrol. Abbandona il lavoro sul campo e inizia ad agire dietro le quinte. Ma la situazione non sarà meno dolorosa. E lo spingerà a chiudere l’esperienza nella polizia di confine.

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    Nella terza parte, apparentemente si torna alla vita normale. Francisco riprende gli studi e di giorno lavora presso una caffetteria. Qui stringe amicizia con l’addetto alle pulizie, un messicano. Il loro è un rapporto non lineare: il messicano sa che Francisco ha lavorato nella polizia di confine e tuttavia non può che apprezzarne la gentilezza e l’umanità. Fanno colazione tutti i giorni insieme, il messicano divide con lui un burrito o qualsiasi cosa stia mangiando, e finalmente un giorno riesce a chiedergli se è vero che ha lavorato nella Border Patrol. La situazione precipita quando l’uomo viene deportato in Messico: è un immigrato clandestino, anche se negli USA ormai ha casa, lavoro, famiglia e figli. E inizia un nuovo calvario, in cui il deserto da reale si fa immateriale, quello delle leggi degli uomini, della burocrazia, delle testimonianze e delle lettere in suo favore per dimostrare che è un cittadino modello, che non è pericoloso, che è un ottimo americano. Ma le scartoffie non funzionano. L’uomo deve rimanere al di là del Rio Grande. E a quel punto gli resta una sola possibilità: cercare di ritornare illegalmente in America.

    C’è un altro elemento di grande importanza in questo libro. Accanto al tema del confine, che qui ormai trascende l’epica e la realtà americane e il portato letterario, sociale, politico ed esistenziale, c’è quello del fiume. Un tempo simbolo di speranza, di nuove opportunità, di promessa di una vita nuova, le cui acque che scorrono verso l’Oceano rappresentavano la certezza di un lieto fine, di un’esistenza finalmente degna, della realizzazione di sé e dei propri desideri, dei propri sogni, oggi il fiume è soltanto l’ennesimo ostacolo, un muro di acque limacciose in cui si annega o che trasportano via, lontano, a perdersi per sempre, le ossa di chi cerca di guadarle, insieme alle speranze che avevano nutrito inutilmente le carni che vi erano attaccate.

    Il cerchio si chiude, la vicenda sembra ricominciare dall’inizio, in una sorta di circolo vizioso che potrebbe proseguire in eterno. A noi lettori, italiani e non, non resta che domandarci che differenza ci sia tra il mare aperto e il deserto, tra un gommone che affonda e le gambe che cedono per la sete impietosa, il calore atroce, lo sfinimento materiale e spirituale. In quanto tempo si decomponga il corpo di un adulto sul fondo del mare o in una spianata desertica. O quello di un bambino. Che differenza ci sia tra gli scafisti libici e i corrieri della droga. Che differenza può esserci tra la guardia costiera italiana e la Border Patrol. E ancora, che cos’è un muro e cosa rimane di due uomini separati da esso. Non resta che chiederci vanamente dove sia finita l’umanità, in quale buco sia andata a nascondersi la nostra vergogna.

    La storia ci ha condotti in un punto impensabile, in cui non reputavamo possibile ritrovarci. O forse sapevamo che ci saremmo arrivati, ma non abbiamo fatto nulla per evitarlo davvero. Un punto in cui siamo costretti a ribaltare la domanda di Primo Levi. E a riferirla non più alle vittime, ma ai carnefici. Agli aguzzini. In breve, a noi stessi.

     

    Qui il link alla scheda sul sito di miminum fax, dove si può leggere un estratto del libro.

     

     

    [1] Bruce Springsteen, “The Line”, da The Ghost of Tom Joad, CBS Records, 1995. Il brano narra la vicenda di un agente della polizia di confine che si innamora di una migrante, Maria. Uno dei suoi colleghi, Bobby Ramirez, è di origini messicane, la sua famiglia proviene da Guanajuato.

  • Nick Cave: La vita segreta delle canzoni d’amore

    Nick Cave: La vita segreta delle canzoni d’amore

    FABRIZIO COPPOLA
    NICK CAVE: LA VITA SEGRETA DELLE CANZONI D’AMORE
    Lezioni, prose, canzoni

    Giovedì 14 Febbraio, TNT Club, via Tito Livio 33/A, Milano
    Ore 21:00, ingresso 7 euro

    Fabrizio Coppola ci conduce in un’immersione nella poetica di Nick Cave, a partire dalle sue lezioni sulla canzone d’amore e fino a The Sick Bag Song (Bompiani, 2016), la sua ultima raccolta di prose poetiche, grottesche, disperate, sensuali e baciate dal più classico lirismo caveiano che racconta la vita dell’artista nel corso di un tour. Guidati dalle sue parole e da alcune delle sue più toccanti composizioni (“Into my arms”, “God Is in The House”, “Love Letter”, “Are You The One that I’ve Been Waiting For?” e molte altre), eseguite da Coppola in un’essenziale versione voce e pianoforte, seguiremo il percorso artistico di Cave che indaga le vette del sublime amoroso e di una religiosità di stampo quasi panteista fino agli aspetti più infimi e materiali della vita quotidiana.

    TNT Club, via Tito Livio 33/A, Milano
    Apertura porte ore 21:00
    Inizio spettacolo ore 21:30
    Ingresso 7 euro
    Acquista i biglietti | Evento Fb

  • Not Dark Yet

    Not Dark Yet

    Sono le sette di sera. Stai aspettando una telefonata, una lettera, un messaggio, un segno. Lo aspetti da ieri, da una settimana, da un anno. No, lo aspetti da tutta una vita. Mentre il tram sbuca da dietro l’angolo, sferragliando sui binari umidi di una serata di città come tutte le altre e come tutte le prossime a venire, ti stringi nella giacca, controlli di avere il biglietto ‒ perché, in fondo, sei una persona perbene ‒ e sali a bordo appena le porte ti si schiudono di fronte, come un confortevole utero materno in grado di cancellare tutta questa cazzo di città e lasciare solo il cielo su in alto, che stasera ha un taglio viola sul fondo, proprio lì, nel punto in cui il sole ogni sera esce di scena, lasciandoci il riverbero dei suoi colori per ricordarci cosa abbiamo appena perso ‒ cosa perdiamo alla fine di ogni giorno.

    Stai tornando a casa, se si può chiamare così. La tua casa, in realtà, è un luogo che non esiste. E stai iniziando ad abituarti all’idea che quel posto non esiste, che la tua casa semplicemente non c’è, né in cielo né in terra. È solo un’idea da inseguire, un bisogno da colmare, da buttare fuori. E come tutte le cose che si inseguono, forse è un bene che non si possa raggiungere, per mantenere viva dentro di sé quella specie di nostalgia del futuro, non del passato, nostalgia di un tempo a venire, di una pace da trovare, di una voce che sia la tua e di mani che finalmente, la sera, durante l’ennesima sigaretta alla fine dell’ennesima giornata di troppe sigarette, assomiglino realmente alle tue mani.

    Sei stato giovane ‒ lo siamo stati tutti. Lo hai sentito dentro quel bruciore che ti diceva cosa fare e soprattutto cosa non fare. Non volevi fare la fine di tutti quegli sfigati che vedevi in giro. Eri sicuro che non avresti fatto la fine di tutti gli sfigati che vedevi in giro. Anche loro, probabilmente. Dietro le loro rispettabili vite più o meno borghesi, hanno un momento di debolezza, la sera, o forse al mattino, magari nell’ascensore. Che cazzo. Ma che cazzo. Che ne è stato di me?

    Sali sul tram, ti siedi sugli scomodi sedili di legno che ti piacciono tanto. Fuori dai finestrini case dell’inizio del secolo scorso. Passeranno anche loro. Passeremo. Ma non è ancora finita, ti dici. È fatto così, il tuo cuore, ormai l’hai capito. Quando sei a pezzi, quando ti sembra di non poter precipitare più giù neanche di un centimetro, ecco una luce, una voce, un segno, una carezza, un ricordo, una parola, un suono – qualsiasi cosa – e il cuore ricomincia a pompare sangue in tutto il corpo, il cervello si riaccende, le gambe fremono, i muscoli si tirano e si gonfiano, pronti a uno sforzo, uno qualunque, quello che in quel preciso momento ti sembra più di tutti necessario, fondamentale, urgente, vitale. Per non soccombere, per non crollare. Ma sì, fanculo. La vita è questa roba qua. Teniamocela stretta. E ti vien voglia di correre, di scendere dal tram e fermare tutti i passanti per gridargli che sei vivo. Cazzo, sì. Sono vivo. Sono vivo. Sono vivo.

  • Una questione di qualità

    Una questione di qualità

    Oggi sono felice. Sarà perché a Milano stamattina c’è un bel cielo terso e un piacevole teporino primaverile. O forse perché ho avuto una bella conversazione telefonica, di quelle che ti mettono di buonumore. Fatto sta che quando sono felice (fortunatamente accade di rado) mi concedo il lusso di pranzare al mio bar con cucina, di fronte all’Auditorium Mahler, casa dell’Orchestra Verdi.

    Orbene, mentre gustavo un risottino ai funghi, ho iniziato a osservare il tizio seduto di fronte a me. Di poco oltre la cinquantina, cranio e viso rasati, naso importante, una certa somiglianza con Ben Kingsley. Ha ordinato il piatto misto (in questo caso, gnocchi al pomodoro, tortino di verdure), e mangiava tranquillamente, dopo aver gettato la cravatta sulla spalla destra per evitare di sporcarsi.

    Poi gli squilla il telefono, che ha impostato sulla vibrazione, come dovrebbero fare tutte le persone di buona volontà. E attacca a parlare in un ottimo inglese, davvero ottimo, con un lieve accento East Coast. Non posso evitare di origliare la conversazione. Si parla di pullman, di tour, di due posti a persona per il volo. Insomma, stanno organizzando un tour. Un tour dell’orchestra, perché si parla di 200 biglietti aerei. E nel frattempo, continuando a parlare nel suo ottimo inglese, il tizio riesce a mangiare durante le risposte dell’interlocutore. E immagino che sia talmente abituato a farlo da essere in grado di prevedere quanto durerà ogni risposta, perché a volte con la forchetta infilza tre gnocchi, altre cinque, altre ancora uno solo. Dice che, essendo la loro prima partnership, lui è anche disponibile a non guadagnare nulla, ma non vuole rimetterci un centesimo. E che eventuali accordi con gli sponsor vanno presi prima, altrimenti si rischia di ritrovarsi con un buco di bilancio, un’eventualità che lui vuole escludere categoricamente.

    E insomma, dopo aver finito il mio risotto, preso dall’entusiasmo personale e dall’apprezzamento per l’ottimo professionista che mi trovo davanti, ordino anche il tiramisù della casa, pensando quanto segue. Che noi italiani, a volte, siamo i più fighi del mondo. Un pensiero che stupisce me per primo, che mi sono sempre sentito cittadino del mondo, prima che nativo della penisola. E poi mi dico anche che è tutta una questione di standard. Che se volessimo davvero risollevare le sorti di questo buffo e tragico paese, allora dovremmo innanzitutto costringere noi stessi per primi e in seconda battuta i nostri interlocutori, ad alzare il livello. A dare il meglio e ad aspettarsi il meglio. Una questione di qualità, insomma.

    Poi bevo il caffè ed esco giusto in tempo per osservare un tizio che fa cascare in mezzo alla strada il carico del suo carrellino per le consegne. Il furgoncino, of course, l’ha lasciato con le quattro frecce sul bordo della carreggiata. Se arriva il tram, non riuscirà a passare. Molto bene.

    L’immagine in alto è presa da qui

     

  • Scimmie con lo smartphone

    Scimmie con lo smartphone

    [Sto facendo pulizia nel pc e sto scoprendo ovviamente diverse cose che avevo scritto ed erano rimaste sepolte nella cartella che uso per non dimenticarle.]

    Oggi si è insediato il 45esimo presidente degli stati uniti. A due metri dalla mia scrivania, g dorme nel suo lettino. A me vengono in mente i fumetti che leggevo all’università, in cui l’Africa era una discarica dell’occidente e il mondo era governato dalle corporation. Quindi, niente di particolarmente scioccante. La sensazione però è che tutto accada troppo in fretta. Che nessuno si aspettava che capitasse così presto.
    Bevo un passabile chardonnay francese e ascolto “Time out of Mind”, un album dell’ultimo premio Nobel per la letteratura. Quante cose accadono che non avevamo previsto?

    Che mi sarei trovato alla mia scrivania, proprio ora, a scrivere queste righe, lo avevo immaginato?
    No.

    Che nella mia vita avrei cambiato così tanti indirizzi, lo avevo immaginato?
    No.

    Che mi sarei ritrovato a fare alcune cose che avevo sempre sognato di fare, lo avevo immaginato?
    No.

    Che fare queste cose non avrebbe avuto il gusto che mi aspettavo, l’avevo immaginato?
    No.

    Che a un certo punto avrei cambiato strada, rotta e destinazione, lo avevo immaginato?
    No.

    Che a un certo punto sarei tornato indietro, lo avevo immaginato?
    No.

    Quindi, in sostanza, la maggior parte delle cose che accadono non erano state previste/immaginate. E credo che la storia dell’umanità (dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, ossia da Trump al microscopico me stesso qui seduto a pigiare tasti) sia tutto un reagire a ciò che non era stato previsto. Un trovare nuove strade. Un aggirare gli ostacoli. Anche prenderli in faccia, gli ostacoli, quando non si ha il tempo di immaginare un modo per evitarli prima che ti sbattano sul muso. Ecco. Quindi niente di nuovo sul fronte occidentale. E non sto parlando solo di Trump, che se vogliamo è la punta dell’iceberg. Sto parlando di tutto quello che si muove, non visto, sotto la superficie. L’umanità troverà un modo forse. E il prezzo da pagare sarà sempre lo stesso, quello che paghiamo fin dalla notte dei tempi. Alcuni ce la faranno, altri no. Alcuni saranno estratti vivi da un hotel tre giorni dopo che questo sarà stato investito da una valanga, altri si arricchiranno nel giro di un paio d’ore. Alcuni moriranno sotto un ponte dopo aver perso il lavoro, la famiglia e l’autostima, mentre altri inseguiranno un pallone su un rettangolo verde godendo di agi e celebrità inverosimili. E tra questi due poli, miliardi di infinitesimali drammi e gioie, della durata di un secondo, un minuto, un anno o una vita intera. Cose che non contano niente se prese singolarmente ma che vanno a comporre la storia collettiva della nostra specie di scimmie. Passate dall’arrampicarsi sugli alberi alle nanotecnologie. Lo smartphone esiste solo perché abbiamo il pollice opponibile: è bene tenerlo a mente.

  • Camminare come un uomo

    Camminare come un uomo

    L’altra sera ho finito di leggere Born to Run, l’autobiografia del Boss, uscita in Italia per Mondadori. Probabilmente per un dato anagrafico e biografico, la lettura mi ha appassionato maggiormente dalla metà del libro in poi, quando i nodi interiori del nostro vengono al pettine e fanno la loro comparsa gli psicanalisti. Non che la prima parte non sia stata di mio gradimento, intendiamoci: il racconto della vita del clan degli Springsteen, l’ordinarietà delle esistenze del New Jersey proletario degli anni Cinquanta, regolate da tradizioni e costumi invisibili e forse per questo ancora più potenti. Ma di quel periodo ‒ quello dei primi gruppi, della fama raggiunta come leader di una bar band e del conseguente benché zoppicante cammino verso il successo ‒ si sapeva molto. Tutto ciò che accade nella testa dell’uomo da Born in the USA in poi, invece, era solo oggetto di congetture, visibile solo in parte attraverso la musica che componeva, le tematiche che sceglieva, le ossessioni che decideva di mostrare.

    Ormai lo sanno anche i sassi: la maggior parte degli artisti che hanno fatto la storia del r’n’r nel secolo scorso erano persone in fuga da qualcosa. Problemi familiari, povertà, ricerca di un riscatto sociale o soltanto raggiungimento di una posizione nel mondo che rendesse la vita accettabile. E come gli stessi sassi di prima sanno, molti grandi artisti ci hanno lasciato prematuramente, in maniera più o meno volontaria. In fuga da qualcosa, ottenevano il successo, e scoprivano solo allora di voler fuggire anche da quel luogo che immaginavano il fulcro della loro pace interiore. E allora fuggivano di nuovo: droga, alcool, un’autodistruzione più o meno breve, più o meno spettacolare.

    Bruce Springsteen è invece uno di quelli che ha raggiunto un successo planetario, ma prima ancora di toccare la vetta già lo temeva, lo considerava pericoloso. Sapeva, perché lo aveva visto accadere ad alcuni dei suoi eroi (“Elvis has left the building”), che il successo poteva essere una trappola, una gabbia altrettanto potente di quella da cui voleva fuggire. Lasciare la vita provinciale e proletaria della sua famiglia per ritrovarsi rintanato in una magione milionaria con la sua faccia sulle copertine delle riviste, circondato da tutte le distrazioni che il denaro può comprare era per il nostro una possibilità troppo rischiosa. Ed ecco perché ha sempre cercato di mantenere i piedi ben saldi a terra e i pensieri immersi nelle sue ossessioni. A quanto pare, questa sorta di hippy del New Jersey in tutta la sua vita non si è fatto neanche una sola, innocua cannetta. Ha cominciato tardissimo con l’alcool (che non ha più abbandonato) e da un certo punto in poi ha iniziato a fare uso di psicofarmaci. Cannette a parte, si potrebbe dire lo stesso di me e di alcuni di voi (anche se magari i nostri psicanalisti costano meno dei suoi, immagino).

    Nel libro scorre una traccia potente e onnipresente di disperazione, non saprei come altro definirla. Ed è per sfuggire a essa, per allentare il cappio della corda sempre tesa intorno al suo collo, che la sua attività è stata così monumentale, ossessiva, chiaramente patologica. I concerti vere e proprie maratone per raggiungere l’esaurimento fisico ogni sera, spegnere finalmente il cervello e dormire sereni. Le registrazioni in studio veri e propri drammi Shakesperiani (Foul is fair and fair is foul, e What is done cannot be undone ‒ anche se lo sport preferito del nostro era smontare dischi finiti e riprendere a scrivere, arrangiare registrare). Ricordo di aver visto su youtube una versione live di Tenth Avenue Freeze Out, credo che fosse il tour di Darkness: per tutta la canzone (nel senso di tutta) l’uomo salta come un ossesso su e giù dal palco e a un certo punto si piazza al centro dello stage e inizia ad agitare la testa a destra e a sinistra, una, dieci, cento volte di fila. Rimasi esterrefatto. Quell’uomo emanava sì una carica magnetica, rappresentava sì in quel momento tutta la forza e la volontà che un uomo può avere, era sì un vero e proprio prigioniero del r’n’r ma… era matto. Matto come un cavallo. Prigioniero di forze ben al di là del suo controllo. Era evidente.

    Poco fa passeggiavo con mia figlia sui lastroni in pietra del piazzale di fronte alla chiesa che frequentavo da bambino, in attesa che arrivasse la mia quota di welfare state che la repubblica italiana concede a noi genitori (mia madre). Mentre passavo e ripassavo di fronte al portone, situato alla sommità di una scalinata fin troppo pretenziosa e chiusa da un’inferriata a perenne e muta testimonianza dell’apertura della chiesa cattolica, sperando che il dondolio ritmico assicurato dalle giunture sconnesse della pavimentazione spedisse la mia piccina nel mondo dei sogni, le campane hanno iniziato a rintoccare. E mi son venuti in mente questi versi, da Walk Like a Man:

    By our Lady of the Roses, we lived in the shadow of the elms
    I remember ma’ dragging me and my sister up the street to the church, whenever she heard those wedding bells

    E poi subito dopo una foto del nostro in tenerissima età, con un meraviglioso taglio di capelli anni Cinquanta, uno di quelli che oggi costano 60 euro e un tempo erano appannaggio del proletariato. Ho pensato all’incredibile comunità di italiani e irlandesi che ha fatto da cornice all’infanzia del piccolo Frederick: uomini più veri del vero, lavoratori, poveri e meno poveri, schiacciati da frustrazioni e responsabilità, ognuno forse con un piccolo segreto da mantenere, un piccolo qualcosa che gli permetteva di andare avanti, perlomeno fino a quando riuscivano. E ho pensato che Springsteen avrebbe potuto cavarne fuori una maestosa Spoon River del XX secolo. Poi un attimo dopo mi sono detto che in realtà è ciò che ha fatto. Ha preso quel pugno di personaggi, ne ha isolato le caratteristiche comuni al resto dell’umanità e armato di questo patrimonio è riuscito a parlare a tutto il mondo, a gente che non condivideva nulla di quell’ambiente se non il fatto di appartenere al genere umano. Così è stato per me. E infinte volte mi sono chiesto come fosse possibile riuscire in una tale magia: parlare a un ragazzino di 15 anni di Milano raccontandogli storie ambientate nel New Jersey.

    Negli ultimi capitoli del libro mi sembra che Bruce trovi finalmente la sua voce da scrittore. Quando il racconto entra nel tempo presente e si capisce che nasce da sensazioni subitanee, trascritte di getto poco dopo, se non durante, il loro accadimento. Negli ultimi due capitoli e nell’epilogo ho trovato la prosa che mi è piaciuta di più (parlo della traduzione italiana, quando avrò tempo lo leggerò anche in versione originale), forse quella più aderente all’uomo che è oggi.

    […] Il sole è calato, la serata è fresca. Fermo a un semaforo, chiudo la cerniera della giacca fino al collo e mi accorgo che il tacco dello stivale tocca il tubo di scappamento rovente del mio motore V2, lasciandoci attaccato un frammento di gomma dal quale si leva una spirale di fumo blu nella frizzante aria autunnale.

    È da particolari come questo che in genere prendono vita le grandi opere d’arte. Dall’osservazione e dalla comprensione dell’importanza di minimi accadimenti che possono svelare un intero mondo, se si è in grado di farlo. Una spirale di fumo blu che si alza dal tubo di scappamento e sale fino a svanire nel cielo autunnale. Meraviglioso.

    Bruce Springsteen, Born to Run, Mondadori Editore, trad. M. Piumini, 536 p., 23 euro.

  • Ragni

    Questo doveva essere l’incipit di qualcosa, che ho scritto credo una decina d’anni fa.

     

    Eravamo lo Spirito Santo, la madre e io – il figlio si era attardato su una strada che conduceva al nessunluogo, e infatti non arrivò mai. La notte era soleggiata come un lago salato sotto la pioggia battente e il suo calore si riverberava sulle montagne. Io mi ero fatto tatuare “Ogni lasciata è persa” sull’avambraccio destro, poi me lo ero fatto amputare e lo avevo lasciato ai reduci di Nikolaevka. Il tenente ci ordinò di sparare agli abitanti inermi del villaggio. Noi ci rifiutammo e ci puntammo i parabellum sui piedi. Gli inservienti nudi raccolsero la poltiglia delle nostre estremità e ne fecero polpette per i prigionieri politici omosessuali che morivano di sete nella gabbia delle scimmie. Poi giunse la notizia che l’Apollo era atterrato su Marte e tutti tirammo un sospiro di sollievo, eccetto la rana a due teste, che continuava a contare i suoi soldi con aria preoccupata. L’uomo-cervo scese dalle montagne correndo a rotta di collo inseguito da una nuvola verde che prometteva pioggia. Io mi riparai sotto la tettoia, estrassi il libro delle preghiere e lo usai come cuscino. Non riuscii a dormire. Le esplosioni si facevano sempre più vicine e il mio stomaco gorgogliava. Presi sonno comunque, e quando al mattino mi svegliai era già notte fonda, e i grilli saltavano nella campagna cantando motivi tradizionali.

     

    La notte del mattino dopo lo Spirito Santo venne da me e mi chiese se avessi visto il figlio – gli risposi di no, e gli dissi di andare a cercarlo nella foresta oltre il crinale. Le acque del fiume erano uscite dal letto e si erano precipitate sui tetti delle case, osservate con stupore dalle ultime mucche del villaggio. Un tank con la testa di cavallo ci passò davanti. Un prete, abbarbicato sulla torretta, distribuì alla folla le “Nuove regole per la salvezza dell’anima in tempo di guerra”, e tutti si misero a leggere pur non conoscendo il francese. Lo Spirito Santo tornò a mani vuote e anche la sua aureola pareva indebolita. I fasci di luce della contraerea attraversavano il cielo solcato da migliaia di cavallette che si avvicinavano con il loro carico di morte. “Non c’è da preoccuparsi,” dissi io, “sarà sufficiente andare dalla rana a due teste e minacciarla di portarle via tutti i suoi soldi – vedrete che richiamerà le cavallette e tutto si sistemerà.”

     

    Da un buco nel cielo precipitò un sasso che recava una scritta in una lingua indecifrabile che io compresi al volo ma decisi di non rivelare agli abitanti del villaggio. Lo Spirito Santo mi guardò con complicità – anche lui conosceva quella lingua – e decidemmo tacitamente di non rivelare a nessuno il senso di quelle parole. Con quel peso sulla coscienza corremmo sulla statale oltre il bosco per andare a parlare come al solito con le prostitute romene che lavoravano là. Ci accolsero con la consueta indifferenza. Una di esse ci mostrò un seno ipertrofico sul quale era disegnata la faccia nascosta della Luna. Estasiati da quella visione io e lo Spirito Santo decidemmo di tornare al villaggio per cercare la madre e vedere se si riusciva a combinare qualcosa. Ma non la trovammo. Alcuni dissero che si era avventurata verso il nessunluogo alla ricerca del figlio che si era perso, altri che l’avevano vista salire sulla torretta del tank dalla testa di cavallo insieme al prete e a una cassa di champagne. Non la rivedemmo più.

     

    Dalla mia torretta di avvistamento controllavo l’avanzata inarrestabile dell’estate. I cani a sei zampe, non particolarmente ferrati in matematica, correvano come se ne avessero quattro ma nessuno si accorgeva di nulla. Da una fenditura nella roccia nel quadrante a sud-ovest della terra desolata saltarono fuori due processioni. Una era un funerale, con una bara rosso fuoco portata a braccia dai figli di quella terra, l’altra un matrimonio. Su un carro trainato da tre enormi ragni gialli, la sposa agitava un mazzo di cicoria e sorrideva festante dietro i suoi occhi lividi per le botte. Lo sposo, legato al carro e con la testa piegata su una spalla, strusciava i piedi e perdeva sangue dalla manica destra della giacca. Poi il rombo della terra si innalzò sempre più alto e dalle chiome degli alberi scesero in picchiata fulmini come corvi assetati di sangue. Il prete di entrambe le processioni riuscì a disperdere lo stormo assatanato pronunciando poche parole che commossero anche tutti gli uomini in fila, mentre le donne si infilavano le mani nelle mutande alla ricerca di un’emozione nuova. Dall’alto della mia torretta aspettavo soltanto che il mulo venisse a darmi il cambio – ma lui era troppo ghiotto di biada e così dovetti fare una quindicina di minuti extra. Poi spensi il riflettore e mi appartai sotto uno dei pilastri del muro di cinta per farmi una sega pensando alle gocce di rugiada che si formavano sui fiori nelle mattine di primavera. Quando ebbi finito, fui più triste di prima e corsi dal capomastro per vedere se c’era qualcosa di cui mi potessi occupare. Quando arrivai lì, trovai lo Spirito Santo intento a segare in due un tronco mentre un paio di ragazzette lo sfottevano a causa della canottiera sudicia che indossava. Tornai al campo e mi infilai nella mia tenda, da dove si poteva vedere il cielo stellato che si consumava notte dopo notte. I farmaci non facevano effetto e così, quando come al solito una piccola processione di ragni neri si infilò nella mia tenda per cercare riparo dal DDT, non seppi come fare per scacciare quelle immagini dalla mia mente. Chiamai con un fischio i cani a sei zampe, ma anche loro erano stati assoldati dal capomastro per dei lavori di muratura. Era quasi l’alba di quella mezzanotte quando la madre si affacciò dal crinale portando una lanterna con la quale illuminava i suoi passi tra i cadaveri.

     

    Non durò molto. Arrivata al villaggio, venne accusata di aver ucciso tutti gli uomini i cui cadaveri stavano marcendo sulle montagne e la allontanarono, costringendola a guadare il fiume nel cuore del mattino. Io osservai la scena dalla mia tenda, con un ragno sulla spalla e la mia tazza di caffè fumante stretta in una mano. La madre piangeva, ma era una cosa normale. Fu soltanto pochi giorni dopo che i disumani decisero di giustiziare tutti gli umani. Corsero per le campagne e li snidarono uno per uno, sopprimendoli in maniera scientifica. Quando ebbero finito, i migliori tra di loro si autoproclamarono “più-umani”, e presero in pugno la situazione. Convocarono i cani a sei zampe, che con riluttanza si radunarono nel cortile del capomastro mentre questi mangiava un’arancia affacciato alla finestra del piano di sopra. I “più-umani” scelsero l’animale migliore e decisero di conferirgli la stella di sceriffo. La bestia parve lusingata, ma dopo un attimo di esitazione rifiutò decisamente la carica, dicendo di non volersi immischiare in quelle faccende. Il capomastro allora si fece avanti, dicendo che avrebbe fatto lui lo sceriffo, visto che ne aveva la qualità – in fin dei conti, era stato lui che aveva aizzato la popolazione per scacciare la madre quando era tornata dal bosco dei cadaveri. I “più-umani” dissero che si sarebbero presi cinquecento anni per decidere se accettare la candidatura del capomastro e per quella sera tutto finì.

     

    Quindici anni dopo ci fu detto che la guerra era finita e che tutto sarebbe cambiato. Nessuno di noi era contento – i morti in special modo – e per un po’ facemmo finta di niente. Io continuavo ad arrampicarmi sulla torretta e accettavo di buon grado le visite notturne dei ragni nella mia tenda. Ma il mattino continuava a sputare fuoco e le processioni dei funerali e dei matrimoni continuavano ad attraversare la valle a ogni ora del giorno e della notte. Fu durante una di queste processioni che la vidi. Io non mi ero accorto di nulla, fu uno dei ragni a farmela notare. Era la processione di un funerale, ma era una cerimonia del tutto particolare. Non c’erano né carri, né bare e tantomeno preti. C’era solo una donna con un occhio cavo che avanzava un passo dopo l’altro, dondolando la mano destra nella quale stringeva una zampa di coniglio.

     

    In quella mattina non ci fu niente di sbagliato. La passai seduto nella mia tenda, con una tazza di caffè nella mano destra e il mio amico ragno sulla spalla sinistra – aveva imparato a intrufolarsi nella notte nel mio sacco a pelo e io avevo ormai smesso di cercare di impedirglielo. Per tutta quella mattina, contemplai la sfida che ingombrava il mio orizzonte: la totale assenza di qualsiasi sfida. Cominciò a piovere, l’acqua che scendeva dalla montagna alle spalle del campo trascinava con sé brandelli di uniformi dei soldati morti lassù che nessuno aveva sepolto. L’aria era fetida ma decisamente sopportabile se paragonata all’odore rancido dell’accampamento. Nel mezzo del pomeriggio vidi arrivare il prete a piedi.

    “Prete!”

    “Non mi scocciare, soldato.”

    “Prete, volevo solo domandarti se la madre è venuta con te l’altro giorno. Alcuni l’hanno vista salire sulla torretta del tank dalla testa di cavallo. Insieme a te.”

    “Non so di chi tu stia parlando. E in ogni caso, no, nessuno è venuto con me. Sono partito da solo. E, come vedi, sto tornando, anche, da solo.”

    Aveva smesso di piovere e una delle solite processioni stava attraversando lo spiazzo quando alcuni colpi di contraerea risuonarono nell’aria. Per abitudine afferrai il mio fucile ma poi ricordai che la guerra era finita e i colpi scomparvero. Nel piazzale del capomastro era in corso una riunione di maiali – chiedevano un aumento della paga e cibo migliore. Il maiale capo agitava le sue lunghe orecchie nere nell’aria per respingere ogni proposta del capomastro, che tuttavia non sembrava particolarmente preoccupato. Sapeva che, in caso di necessità, avrebbe potuto assumere le scimmie che occupavano la gabbia dove ora erano rinchiusi gli omosessuali – o addirittura gli omosessuali stessi, anche se poteva essere una soluzione rischiosa. Aveva ricevuto un grosso appalto per la costruzione di un nuovo convento destinato alle oche del villaggio, che durante la guerra avevano servito in prima linea come crocerossine e ora le superstiti si erano sistemate in un pollaio lasciato libero ai margini del campo.

    La sera stava cominciando a illuminare il piazzale costringendo gli uomini ad accendere i lampioni quando lei arrivò fino alla mia tenda, strusciando i piedi sul terreno fangoso. Io la osservavo dal recinto del canile. Aveva i capelli schiacciati sul capo a causa della pioggia e portava una lunga gonna grigia che si interrompeva bruscamente proprio sopra le caviglie. Giunta davanti alla tenda, diede una voce, poi, non ricevendo risposta, si decise a entrare. Ne uscì subito dopo, e fece vagare il suo sguardo lungo il perimetro del piazzale per vedere dove fossi finito. Non mi conosceva, eppure stava cercando proprio me. Dalla montagna altri tuoni rotolarono a valle, coprendo i tetti delle casupole di uno scuro brontolio che mi prese allo stomaco. Avrei dovuto esserci abituato ormai, ma non era così. Mi decisi ad andare incontro alla donna, senza avere idea di cosa dirle.

    “Donna.”

    “Ti stavo cercando.”

    “Come fai a cercare una persona che non conosci?”

    “In realtà, ti conosco fin troppo bene.”

    “Io però non ti conosco. È più facile che io abbia conosciuto il coniglio dal quale hai staccato la zampa che porti nella mano destra.”

    “Ti sbagli. E io ho fatto molti chilometri per arrivare fino a te. Ho attraversato valli e pianure mentre i combattimenti infuriavano. Sono sopravvissuta agli attacchi dei tank dalla testa di cavallo e ai lanciafiamme dei reparti di scimmie. Mi sono nascosta nei boschi, dovendomi difendere dagli orsi e dagli uomini, e ho attraversato indenne le linee più volte, nascondendomi nel fango ogni qual volta vedevo arrivare i soldati. I miei capelli sono diventati neri per la paura: prima che partissi erano biondi, e avevo solo diciannove anni. È passato molto tempo.”

    Le feci cenno di seguirmi e andammo a sederci nella mia tenda. Misi sul fuoco la gavetta con un po’ di caffè, che lei bevve avidamente sebbene fosse ancora troppo caldo.

    “Hai qualcosa da mangiare?”

    “No. Sono mesi che non mangio. Non ne sento più il bisogno, ormai.”

    “Dovrai insegnarmelo. Io continuo a sentire la necessità di mangiare: mi nutro di tutto ciò che trovo – corteccia di albero, pelle di animali morti, qualche galletta che recupero dai cadaveri dei soldati.”

    “Qui nel campo nessuno mangia più, neppure gli animali. Ci siamo abituati e questo fatto ci ha risolto un sacco di problemi. Ora la gente e gli animali lavorano solo per pagarsi il bere, il caffè e qualche vestito caldo.”

    “Ma venendo qui stamattina ho visto un vecchio che mungeva una mucca. Gli ho chiesto se mi dava un po’ di latte ma ha risposto di no. Se non l’ha bevuto lui, cosa se ne è fatto, allora? E le mucche, se non si nutrono più, come fanno a produrre il latte?”

     

    “La realtà è che siamo tutti morti. È successo molto tempo fa. All’improvviso, nel pieno della ritirata, le cavallette hanno annerito il cielo e dai crinali della montagna le scimmie incendiarie hanno aperto il fuoco. Ci hanno colto di sorpresa, hanno annientato tutti i soldati di guardia sulle montagne e poi hanno lasciato che i reparti di orsi si occupassero di noi. È stato orribile. Una morte talmente ingiusta, violenta e dolorosa che il mattino dopo, uno alla volta, abbiamo scoperto di essere ancora vivi – tranne i soldati sulle montagne. Nonostante le orrende ferite, le esplosioni, le fucilazioni e i lanciafiamme, il mattino dopo abbiamo scoperto che non eravamo morti. Però non avevamo più bisogno di mangiare. Non so bene cosa sia successo, ma ricordo bene che mentre una scimmia dirigeva verso di me il getto del suo lanciafiamme ho pensato che quella morte era troppo ingiusta e dolorosa per essere accettabile. E lo stesso devono aver pensato tutti gli altri che sono morti qui nel campo. È per questo che non abbiamo più bisogno di mangiare. Forse non moriremo mai più, essendo già morti. Inoltre ci sono stati molti matrimoni dal giorno della nostra morte ma nessuno è riuscito ad avere figli. Neanche gli animali si riproducono più. Però le mucche fanno ancora il latte, così come le capre, e le pecore hanno un pelo foltissimo che viene tosato due volte all’anno e poi ricresce più abbondante di prima.”

    “Però, se io posso parlare con te, se ti vedo, insomma, se posso toccarti, vuol dire che sei vivo…”

    “Non lo so, non ne sono sicuro. Tu sei la prima dei vivi che passano da queste parti a fermarsi qui da noi…”

  • Cosa mi ha insegnato mia figlia, finora

    Cosa mi ha insegnato mia figlia, finora

    Ho una figlia. Si chiama Giorgia. Tra qualche giorno, compirà 17 mesi. Da questo specifico punto di vista, mi sento in testa alla classifica degli uomini più felici della storia. Ma la vita, in generale, è complicata, e non c’è bisogno che ve lo spieghi io in questo mio breve scritto.

    Prima che nascesse, la mia mente era preda di pensieri e riflessioni su come avrei dovuto comportarmi, una volta diventato papà. Ho sempre sentito l’enorme e gioioso fardello di questa responsabilità. Enorme e gioioso ricorda la “Gioiosa macchina da guerra di Occhetto”, ma lasciamo perdere per un momento. Enorme e gioioso. Quindi pensavo che avrei dovuto essere così e così, fare così e così, non cedere qui e qui ed essere invece di manica larga qui e qui. Tutte stronzate, ovviamente. Ma lo si scopre solo dopo. È questa la forza della vita: ha sempre ragione lei. Sempre, inteso nel senso di: sempre.

    Mia figlia mi ha fatto scoprire un sacco di cose di me che non conoscevo, mentre cercavo di imparare qualcosa su di lei (imparare: tenete a mente questo verbo, perché sarà uno dei leit-motiv di questo scritto. Vi anticipo il succo: sì, i genitori diventano tali imparando dai propri figli, e non il contrario).

    Un breve elenco di ciò che mia figlia g mi ha insegnato:

    sono molto più forte di quanto pensassi;

    sono molto più debole di quanto pensassi;

    ho molta più pazienza di quanto pensassi;

    possiedo risorse che non immaginavo di avere;

    mi mancano qualità che ero convinto di possedere;

    sono molto più fragile di quanto pensassi;

    a volte sono una sorta di lampione fulminato, che può essere rimesso in funzione solo da lei;

    i miei limiti fisici, nervosi e psicologici sono elastici;

    sono meno rigido di quanto pensassi;

    sono molto più felice di quanto avrei immaginato.

     

    Ora. Di fatto la mia esistenza attuale è il frutto di una mediazione. Tra l’uomo che ero prima e l’uomo che sarò: ora sono un uomo che non è, un essere non ben definito, che si sta muovendo da un punto A a un punto Boh? E il viaggio è duro, esilarante, doloroso, eccitante, buio, meraviglioso, terrorizzante, fantastico, e altri aggettivi che ora ahimè non mi vengono in mente, ma credo che abbiate capito. A volte la mia vecchia pelle ha uno scatto e cerca di ripresentarsi, ma io ho la forza sufficiente per ricacciarla indietro e dirle che non c’è più posto, qui e ora, per quella roba. Magari in futuro, ma ora qui siamo già in troppi. E poi c’è questa nuova e indefinita identità che si affaccia timidamente, a volte, altre entra sfondando la porta, e occupa tutta la scena.” Tu sei padre.” Mio dio, che angoscia. Però, anche: che liberazione. Il mio Io ricacciato nei recessi dell’elenco delle priorità. In fondo, in zona spareggio salvezza. Be’, questa cosa fa bene. Soprattutto ai narcisisti come me.

    “Papi-apiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!”

    Eccola lì, la mia meraviglia. Che è già abbastanza ruffiana da aver coniato un vezzeggiativo tutto suo per chiamarmi. “Papi-api”. Che vuol dire che io non sono il suo Papi. Io sono il suo Papi-api, una specie di Papi alla seconda. Ha già intuito le potenzialità della ripetizione nel linguaggio pop. Che meraviglia. A volte, presa da uno slancio d’affetto, mi abbraccia spontaneamente (certo, di solito la costringo), e io intravvedo una donna adulta in quel gesto. Ah. Santa Polenta. E ormai mi riempie di baci. Gesù. Tre o quattro alla volta. Ogni volta temo di morire. Ma per fortuna no.

    Cerco di essere rigoroso, quando serve. E non serve spesso. Ma quando serve, serve. E cerco di abbandonarmi a lei, provando a mantenere alcuni paletti che ci permettono di fare in modo che le giornate si svolgano in un modo quasi sensato. Quando cambiamo il pannolino, bisogna concederle una decina di minuti di gioco sul lettone col culetto all’aria. E chi non vorrebbe farlo? Io per primo me ne starei col culo all’aria, attaccato alla testata del letto, dondolandomi sulle ginocchia, per qualche minuto ogni mattina, facendomi beffe della vita (Bompiani? Prrrrrrrrrrr. Commercialista? Prrrrrrrrr. Scrittore wanna-be che vuole che io lavori al suo manoscritto? Prrrrrrrrrrrrrrr. Vabbè, dài, su Bompiani scherzavo, nel caso in cui qualcuno della redazione si imbatta in queste parole…). Poi scegliamo i vestiti da mettere: neanche due anni e già mi risponde “No-no-no-no-no”, agitando il minuscolo indice paffuto, quando le propongo una maglietta che non è di suo gradimento. C’è da dire che dalla mia ho una discreta arte oratoria e una fanciullezza che non mi abbandona, quindi non fatico a mettermi al suo livello e quasi sempre a convincerla che invece quella maglietta è proprio quello che ci vuole per affrontare la giornata che ci attende. Poi, quando è vestita, andiamo di fronte allo specchio per vedere l’effetto che fa. E di solito fa proprio un bell’effetto, altroché.

    E poi, da quando è nata, rido come non mi era mai successo in precedenza. Mia figlia fa ridere (sì, immagino, anche i vostri, ma la mia di più: stateci – scherzo, per carità: ogni scarrafone ecc. ecc.). E ognuna di quelle risate è un calcio alla paura, un calcio al terrore e all’angoscia, un calcio ai miei limiti e alle mie inadeguatezze, un calcio alle difficoltà economiche e allo stato del mondo, un calcio alle priorità assurde e un calcio alle abitudini del passato.

    Un paio di mesi fa, grosso modo, eravamo al parchetto dietro casa, un pomeriggio. E a un certo punto g ha mosso i suoi primi passi da sola. Holy shit. Cosa fa, cammina? Cammina! Come il primo ominide che ha provato a ergersi sulle zampe posteriori, mia figlia camminava: stava cioè sviluppando le capacità che le avrebbero permesso di andare incontro al mondo. E lontano da me. Eh. Mica sono roba tua, i figli. Sono esseri autonomi. Persone come te. Faranno le loro scelte, giuste o sbagliate che siano. Saranno le loro scelte. Sarà la loro vita. Mi sto allenando da mesi a quel momento (sì, sono un po’ ansioso: non succederà domattina). A non essere di intralcio. A non offrire pareri non richiesti. A non intromettermi. E sto allenando anche lei a quel momento, in un certo senso. Spingendola fin da ora a essere autonoma. Sforzandomi di non aiutarla, ma incoraggiandola a fare da sola. A mostrarle che può farcela da sola. Che io sono sempre lì, ma può farlo da sola. E che anche se ora ci mette diciassette minuti a lavarsi i denti autonomamente (pretende di farlo da sola), quei diciassette minuti sono un ottimo investimento per il futuro.

    La settimana scorsa, a casa di mio fratello per il non-compleanno del mio adoratissimo nipotino, g mi ha scacciato dal sedile del pianoforte: fino a quel giorno, lei si sedeva sulle mie ginocchia e “suonavamo” a quattro mani. Quel pomeriggio, ha voluto sedersi da sola. Mi ha fatto un cenno per dirmi che dovevo alzarmi: praticamente mi ha spinto via. E allora sono stato lì, in piedi accanto ai bianchi e neri, con un braccio allungato dietro la sua schiena per evitare un eventuale capitombolo causato dalla foga dell’esecuzione. Ad ammirare quelle manine paffute che producevano grappoli di note tanto assurdi quanto casuali, con la consumata maestria che solo chi sta scoprendo un mondo nuovo può avere.