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  • La resa di Cesare Basile

    La resa di Cesare Basile

    Live report: Cesare Basile e I Caminanti, Serraglio, Milano, 23/03/17

    Ieri sera Cesare al Serraglio. Band di sei elementi tre uomini e tre donne. Suono a volte maestoso, altre asciutto fino all’osso. Gli uomini ancorano la musica alla terra, alle radici, le donne la sollevano, la spingono in alto, la fanno galleggiare. Esattamente in mezzo, la voce di Cesare, che si fa né maschile né femminile per parlare a nome di tutte e tutti, spesso accompagnato da un controcanto femminile che sa di coro greco, che commenta gli accadimenti, che lascia presagire il futuro. C’era un senso di circolarità ieri sera, collegato strettamente a quello di isola: da un’isola non si può fuggire, come non lo si può fare da se stessi. Si è costretti a stare, a essere, nel qui e nell’ora, senza il sollievo della possibilità di andarsene ‒ dai luoghi o da se stessi. E l’altro concetto che mi è frullato in testa ieri sera per tutto il concerto è quello di resa. Cesare si è arreso, i Caminanti sono un gruppo di artisti che ha deciso di arrendersi. Arrendersi a se stessi, arrendersi alla musica, arrendersi a un ruolo nel qui e nell’ora che non potevano più evitare. Ed è una resa connotata da una gioia sobria, a giudicare dalle facce, dagli sguardi e dal movimento dei corpi sul palco, ieri sera. Una resa di cui partecipa anche il pubblico: guardandomi intorno vedevo facce stupite, gente a occhi chiusi che faceva dondolare il capo al ritmo della musica, sorrisi accennati che nascondevano molto di più. La resa a un’ossessione ‒ la vita, la libertà o l’arte ‒ sottolineata da schemi ritmici ripetitivi, ossessivi, primordiali, e soluzioni armoniche monocordi, una base elementare che gli uomini portano avanti infondendole profondità e spessore e le donne colorano e ricolorano, distendono e poi accartocciano con le voci, le tastiere, la chitarra, le percussioni, i loro corpi stessi. Cesare canta in un dialetto siciliano a me incomprensibile, ma questo mi impedisce di cogliere il significato delle parole, non il senso, che arriva a ondate. Quindi la Sicilia, i campi, il mandorlo amaro e gli aranci, i muretti a secco battuti dal sole, gli scecchi stracarichi. Verga, i Malavoglia. Odore di carne, sangue, zolfo, sudore. Puzza di morte e d’amore. Sesso e bava alla bocca. Muscoli che si tendono, acqua che cola. L’eterna lotta dell’uomo con la vita e con se stesso, con la società e con la morte. Una lotta che i Caminanti hanno imparato a condurre e, forse, anche a vincere, nell’unico modo in cui si possa fare. Arrendendosi a se stessi.

    [Foto Gianluca Giusti]

  • Miracoli a Milano: qualche novità

    Miracoli a Milano: qualche novità

    Cari amici, raccolgo qui in un post unico alcuni articoli e interviste che sono usciti sui miei microracconti milanesi. Innanzitutto, una cosa divertente: tempo fa avevo scritto una mail a Beppe Severgnini, per parlargli del progetto. Qualche tempo dopo lui ha pubblicato la lettera nel suo blog, Italians, quindi immagino che i racconti gli siano piaciuti (o perlomeno non gli abbiano fatto schifo).

    Poi passiamo a MilanoSurfing, che in questo bell’articolo a firma di Francesca De Pascale scrive cose così:

    La testa affonda nel cellulare e storia dopo storia il miracolo si compie. Il primo miracolo è che sono storie. Piccole storie. Piccole come se qualcuno avesse scattato una foto in una delle stanze in cui Carver ambientava i suoi racconti. Storie piccole e meravigliose come se qualcuno avesse acceso il microfono e avesse registrato dialoghi immaginari tra i personaggi dei quadri di Hopper.
    Il secondo miracolo è che sono pietre preziose da mettere in tasca e portare in silenzio con sé mentre si attraversa la vita anche quando questa ti porta altrove.
    Il terzo miracolo è che sono ambientate a Milano. Negli angoli e lungo le strade che normalmente abitiamo.

    Poi è uscita una breve intervista su NeroSpinto, a cura di Marco Trabucchi:

    Si sente parecchio una vena nostalgica. Pensi che Milano sia una città nostalgica?

    Per alcuni versi sì, o perlomeno la mia Milano lo è, quella che colpisce la mia sensibilità e la mia immaginazione. Il cambiamento nell’umore della città avvenuto negli ultimi anni è evidente, e io sono il primo a esserne ben felice, eppure ci sono alcuni angoli della città che sembrano vibrare e risplendere solo in quelle giornate in cui il cielo è bianco e il sole non riesce a filtrare, oppure in alcune sere invernali, quando la pioggerellina rende lucidi il pavé e i binari del tram e le luci delle macchine e dei semafori sono circondate da un alone indefinito. Ma la mia Milano è anche quella di Marzo, quando il vento spazza il cielo, che si fa di un blu difficile da descrivere, e in fondo a corso Buenos Aires si vedono le Alpi.

    E un’altra intervista, stavolta un po’ più lunga, a cura dell’amico scrittore Roberto Bonfanti, in cui abbiamo parlato anche del mio primo romanzo, Katana, e della mia esperienza con il collettivo dei Piccoli Maestri:

    Negli ultimi mesi hai partecipato anche al progetto “Piccoli maestri”, andando a leggere romanzi classici nelle scuole. Vuoi raccontare qualcosa di quest’esperienza? Che riscontro hai avuto da parte degli studenti?
    Un’esperienza molto appagante. Faticosa per certi versi ma molto appagante. Io propongo “Novecento” di Baricco agli studenti delle medie, un romanzo che mi permette di parlare di alcuni temi che mi stanno a cuore: la musica, l’idea del viaggio, l’oceano, il nostro passato di migranti, l’America, la città, i sogni… Ai ragazzi delle superiori invece propongo “Il giovane Holden” e poi una lettura/concerto su “Furore” di Steinbeck, inframmezzata dalle canzoni di grandi songwriters americani cantate così, senza amplificazione, chitarra in mano, passeggiando per l’aula. La risposta che ottengo di solito è sempre superiore alle aspettative. I ragazzi sono svegli, interessati, curiosi, attenti: sono un patrimonio che andrebbe curato maggiormente, che andrebbe stimolato e messo nelle condizioni di sviluppare il proprio potenziale. In particolare, ho scoperto nelle parole dei ragazzi come Holden sia un personaggio ancora estremamente reale, che tocca questi studenti oggi così come ha toccato me quando l’ho letto la prima volta al liceo. E inoltre, almeno i ragazzi che ho incontrato io, non hanno difficoltà nell’immedesimarsi nelle storie come quella di Steinbeck, in teoria distanti anni luce dal loro vissuto. E questo dice che i veri capolavori sono quelli che continuano a parlare al mondo e del mondo anche decine di anni dopo essere stati scritti, e poi che una buona storia, quando è buona sul serio, travalica i confini dello spazio e del tempo: il cuore dell’esperienza umana, in fondo, è sempre lo stesso, indipendentemente dalle variazioni del contesto in cui viviamo.

    Infine, da qualche settimana i miei miracoli compaiono anche su Sonda.Life, un bel sito di informazione, società e cultura.

    E con questo è tutto. Vi ricordo solo i canali di Miracoli a Milano:

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  • Una geografia sentimentale della mia nazione: Manuel Agnelli

    Una geografia sentimentale della mia nazione: Manuel Agnelli

    L’altra sera, cazzeggiando in uno zapping assonnato e disinteressato, mi sono imbattuto in un programma su Rai5 in cui Carlo Massarini intervistava Federico Guglielmi e Manuel Agnelli.
    Dopo poche parole, Agnelli ha preso la chitarra e ha attaccato Padania. E in un attimo mi è tornato tutto su.

    Due ciminiere e un campo di neve fradicia

    Qui è dove sono nato e dove morirò.

    Come un groppo in gola che non sparisce mai, una fitta nello stomaco a cui cerchi di non pensare ma che non riesci a scacciare mai definitivamente. Quella strana malinconia di un autore di canzoni che ammette a se stesso di non essere mai stato in grado di scrivere con questa millimetrica precisione versi senza scampo che ti inchiodano a quello che sei, quello che solo tu sai di essere, nonostante i milioni di mascheramenti che nel corso di una vita del tutto normale ognuno di noi indossa.
    E che uno scriva canzoni o no, è proprio questo che deve fare la grande musica, farti venire voglia di piangere e di ballare, di cercare subito un balcone per buttarti di sotto e cambiare immediatamente idea, o perlomeno di rimandare. Mi arrendo, mi arrendo, lo giuro.

    Piangi fermo in tangenziale

    Inseguivi una cazzata

    Milano, Milano, Milano, un’ossessione continua, un ambiente claustrofobico negli anni Novanta, oggi quasi irriconoscibile (avevate mai visto, prima, dei milanesi felici?). Si annegava nella frustrazione, nel grigiore esistenziale di una città che non voleva essere città, di persone che non erano in grado di essere persone fino in fondo. Dicevi sempre “Sono di Milano” con una punta di orgoglio, certo, ma quell’orgoglio che nasce dall’idea di essere in grado di sopportare una maledizione, una condizione al tempo stessa fisica e spirituale che ti inchioda al muro e lì ti lascia, per tutta la notte, per tutta la vita.

    C’è una strada in mezzo al niente piena e vuota della gente

    E non porta fino a casa se non ci vai tu

    Ecco, finalmente, una lacrima. Capite cosa voglio dire? Ho 41 anni, mi commuovo ascoltando una canzone pop – e ne ho viste abbastanza nella vita per avere un cuore indurito (niente di cui vantarsi, solo la verità). E invece no, questa roba arriva dritto lì, dove non vorrei, lì dove il mio fortino è sguarnito. Ed è una fortuna sapere che c’è qualcuno che scrive qualcosa che ogni volta ti trova nudo in mezzo al bosco, al freddo. Sono pochi quelli che ci riescono con me, si contano sulla dita di una mano e non starò qui a farne l’elenco. Non so, da qualche mese a questa parte ho iniziato a sentire il bisogno di ringraziare chi andava ringraziato, persone che conosco e che non conosco, e provare a ridare indietro un po’ di quello che tutti questi compagni di strada, conosciuti o no, hanno regalato a me e alla mia vita fino ad ora. E ho scoperto che è bello ringraziare. Liberatorio. Riconoscere i pezzi di altri che sono diventati parte di te. Finché non lo fai, questi pezzi rimangono come corpi estranei. Dopo, li puoi accogliere, inglobarli, l’immagine lentamente si compone, i contorni non sono più così sfuocati, e cominci ad assomigliare un po’ di più a quello che sei.

    Torneremo a scorrere.

    A me, di tutto il resto (le polemiche, le scazzottate sotto il palco, le arguzie dei poveri di spirito) non frega nulla. Agnelli è uno dei padri fondatori della mia casa, della mia repubblica e della mia idea di r’n’r.

  • 20.12 @ Pentesilea [MI]: STRADE BLU / BLUE HIGHWAYS

     

    blue-highways

    «Un tempo, sulle vecchie cartine d’America, le strade principali erano segnate in rosso e quelle secondarie segnate in blu. Adesso i colori sono cambiati. Ma subito prima dell’alba e subito dopo il tramonto – brevi istanti né giorno né notte – le vecchie strade restituiscono al cielo un poco del suo colore, assumendo a loro volta un tono misterioso di blu. E’ l’ora in cui le strade blu hanno un fascino intenso, e sono aperte, invitanti, enigmatiche: uno spazio dove l’uomo può perdersi»
    Willian Least Heat-Moon

    Un viaggio dentro l’America, sia fisico che culturale. La strada di Steinbeck verso la dignità e il lavoro, quella di Kerouac alla ricerca di se stessi. Quella di Woody Guthrie, che attraversava il paese sui carri merci insieme ai braccianti in cerca di lavoro, e quella di Bob Dylan, ispiratore dei movimenti civili degli anni Sessanta.

    Andrea Labanca e Fabrizio Coppola in uno spettacolo che racconta il viaggio, lo spostamento interiore ed esteriore. Un omaggio alla libertà e alla ricerca della felicità sancita dal primo articolo della costituzione americana.

    https://www.facebook.com/events/384664928285755/

  • “Oh, comunque non mi piacciono per niente le tue canzoni”: cronaca di un incontro con alcuni detenuti del carcere di San Vittore

    Arrivo di fronte al carcere in ritardo di qualche minuto. Roberto Bonfanti, l’amico scrittore che ha organizzato la cosa, mi aspetta nella piazzetta antistante. Sopra di noi un cielo lattiginoso minaccia una pioggia che non arriverà.

    Entriamo. Passiamo una serie di controlli incrociati, lasciamo i documenti e ripetiamo cinque o sei volte le stesse risposte alle stesse domande. La totale mancanza di pc mi angoscia non poco – ogni informazione viene annotata su registri cartacei che esaurito il loro compito finiranno a marcire in qualche deposito. Tutti gli addetti hanno accento meridionale. Le operazioni si svolgono con una lentezza esasperante, anche se veniamo trattati con una certa fredda gentilezza. Se noi, in qualità di ospiti, veniamo trattati in questo modo non oso pensare a quello che devono passare i detenuti in termini di attesa per una qualsiasi domanda/richiesta. Mentre penso questo, realizzo che all’interno del carcere il tempo non esiste. È un elemento astratto. Non è un dato reale. Sembra che i secondi non passino – ogni cosa è ferma, ghiacciata dalla lentezza dei gesti – e questo vale per chiunque (detenuti, secondini, ospiti, addetti a vario titolo).

    La mia chitarra viene fatta passare sotto uno scanner. Quasi tutti i secondini che incontro mentre ci dirigiamo al raggio III, quello dei detenuti con problemi di tossicodipendenza, si divertono a rivolgermi la stessa domanda, con un ghigno tra il sornione e il compiaciuto: “Che c’è lì dentro? Una chitarra?” Io abbozzo un sì, cerco di sorridere, annuisco.

    Passiamo attraverso una serie di cancelli sempre più grandi e pesanti. A ogni accesso l’addetto si collega via telefono con il posto di controllo centrale per verificare che abbiamo il permesso di entrare (i nostri pass sono rimasti all’ingresso, nessuno ha pensato di consegnarceli). Poi afferra il portachiavi che pende dalla sua cintura e infila una chiave enorme – di norma bronzea – nell’apposita toppa, fa scattare la serratura e ci fa passare. Tutto questo si ripete tre volte nell’arco di circa 150 metri di percorso.

    Nell’ultimo corridoio prima di raggiungere l’“Esagono” – il punto da cui si dipartono i sei diversi raggi di detenzione – butto lo sguardo nelle stanze che si aprono ai lati. Sulla sinistra c’è l’infermeria, rigorosamente senza porte, quindi senza alcuna privacy; sul lato opposto, accanto a un’altra apertura è appeso il cartello “Neuropsichiatria”. All’interno, un uomo dall’età indefinità è seduto su una panca, con i gomiti sulle ginocchia e la testa tra le mani. Il suo capo oscilla lievemente, come al suono di una musica che solo lui può percepire.

    La poca luce entra da alcune piccole bocche di leone poste nel punto in cui le pareti toccano l’inizio della volta a botte che fa da soffitto. Le luci al neon rendono spettrali gli ambienti, un vago sentore di umido entra nelle mie narici e vi resterà ben dopo che avrò lasciato questo posto.

    L’incontro avviene in una saletta della biblioteca, al secondo piano. La stanza è stretta e lunga. Al centro è sistemato un tavolo e il perimetro della sala è punteggiato di sedie. Quando arriviamo sono quasi tutte occupate. Un rapido saluto, una concisa presentazione da parte di Bonfanti poi tocca a me. Mi spoglio, sposto leggermente il tavolo e mi ci appoggio, con una gamba a penzoloni che seguirà il ritmo della musica per tutto l’incontro. Ogni tanto mentre canto la guardo, quella mia gamba, e mi mette tranquillità, non so per quale motivo, così non smetto di muoverla. Inizio con Una luce che non spegni mai, mi sembra adatto giocarmi subito questa specie di ninna nanna sulla speranza che non muore anche nei momenti più duri. Poi suono subito l’Uomoformica. Non è facile. Non so perché ma non mi sento libero di fissare queste persone negli occhi come faccio normalmente durante i concerti. Sono da poco passate le dieci del mattino e la mia voce fatica non poco ma di questo non mi preoccupo – penso che la qualità formale dell’esibizione non interessa a nessuno in questa sala. Alla fine dei due primi brani tutti applaudono, non capisco se per rispetto, per ringraziare o perché gli è piaciuto davvero – più probabilmente per un mix di tutti questi motivi. Sono leggermente più rilassato. Mi ero scordato di essere in un carcere. Arrivano le prime domande, io cerco di rispondere nella maniera più sincera e semplice possibile, per cercare di stabilire una comunicazione reale ed eliminare la naturale barriera che ci divide. Alla mia sinistra ci sono due ragazzi di Napoli sui 25 anni, capelli corti, occhi chiari, sguardo vivido e sorriso facile. Quasi di fronte a me un uomo che più tardi scoprirò avere la mia età, poco più in là un ragazzo silenzioso che ascolta assorto ogni mia parola. Alle mie spalle due detenuti marocchini – uno sta copiando un testo in arabo. Gli chiedo cos’è. “Il Corano”, mi risponde. Qualche minuto più tardi questo stesso ragazzo mi allunga un bigliettino che contiene la richiesta di cantare un brano di Giorgia di cui ora mi sfugge il nome. Lo leggo e gli sorrido. Gli spiego che non conosco quella canzone e che in ogni caso Giorgia ha una voce molto diversa dalla mia quindi io non potrei comunque cantarla. Sembra soddisfatto della mia spiegazione. “Cantane un’altra tua, allora” mi risponde.

    Prima di ricominciare a cantare, mi rivolgo al piccolo gruppo (una quindicina in tutto) per dire che veramente, in profonda sincerità, è tutta la settimana che mi interrogo su cosa mai posso raccontargli. Il mio coetaneo mi risponde subito, senza tentennamenti: “Non ti preoccupare. Tanto tu non ci puoi fare proprio niente.”

    Suono ancora qualcosa, compreso qualche richiesta (“facci De André”: “L’avete voluto voi”, rispondo con un sorriso e attacco la Ballata dell’amore perduto. Poi un altro chiede Elvis, o Dylan, così attacco una strofa di Like a Rolling Stone). Ormai l’atmosfera è del tutto rilassata. Nell’angolo della sala c’è un ragazzo che avrà qualche anno meno di me che commenta ogni cosa con una battuta acida e una risatina nervosa, finché alla terza battuta decido di smettere di far finta di niente e mi rivolgo direttamente a lui, in tono pacato e con un sorriso, e gli chiedo di spiegarmi cosa intendeva con quella battuta. Non mi risponde, ma per il resto dell’incontro rimarrà in silenzio. Poi, prima di andarsene, si avvicina: “Oh, comunque non mi piacciono per niente le tue canzoni”. Mentre finisce la frase, il suo volto si distende in un sorriso dolcissimo e mi allunga la mano. Poi aggiunge un “Grazie” facendo scivolare lo sguardo sul pavimento. Gliela stringo con forza, sorrido anch’io e gli sussurro un in bocca al lupo. Mi sono già completamente rivestito quando il ragazzo timido si avvicina e mi chiede di scrivergli il mio nome su un foglio. Quando mi è di fronte noto una profonda cicatrice sul labbro superiore. “A dicembre esco. Vorrò venire a sentirti quando sarò fuori di qui.” Gli lascio un appunto con il mio sito, poi ci stringiamo la mano. “Vedi di rimanere fuori” gli dico, senza lasciar andare la sua mano. “Ci proverò” mi risponde, stringendo le spalle che sembrano scomparire nell’enorme cappuccio della felpa bianca da rapper che indossa.

    Al cancello che dà accesso all’esagono, lo stesso secondino che all’andata mi aveva interrogato sul contenuto della mia custodia mi ferma e attacca a parlarmi della sua passione per la musica. Deve aver superato di poco la quarantina. Ha capelli corti brizzolati, un paio di labbra squadrate e il viso allungato. Mi racconta del suo primo matrimonio, del figlio a cui aveva regalato una chitarra ma che non aveva mai voluto saperne di imparare a suonarla.

    “Così, quando me ne sono andato di casa, me la sono portata via. Ho fatto bene?”
    Faccio un sorriso di circostanza.
    “Adesso invece la figlia della mia nuova compagna suona le tastiere e suo padre è un sassofonista. Ogni tanto la sera penso che sarebbe bello mettere su un complessino tutti insieme.”
    “Ma quindi tu hai imparato a suonarla quella chitarra?” chiedo.
    “Eh, no… E chi me lo dà il tempo…”

    Fuori il cielo è dello stesso bianco di quando siamo entrati. Ogni cosa è come prima, forse.

  • Video: intervista + live acustico per Che cos’è la musica indie

    Che cos’è la musica indie è un documentario attualmente in lavorazione realizzato da Antonio D’Andrea e Gianluca Cesale e prodotto da Noisechannel.net. Nei giorni scorsi ho preso parte alle riprese e un primo assaggio di ciò che abbiamo girato lo trovate nella clip qui sotto. Il documentario è autoprodotto, chi vuole dare una mano alla realizzazione può fare una donazione su questa pagina.

    [youtube http://www.youtube.com/watch?v=Hc2ddyuuUxE&w=560&h=315]

     

     

  • Un marmocchietto di quattro anni, un trenino elettrico e De Gregori

    Un marmocchietto di quattro anni, un trenino elettrico e De Gregori

    Questa sera ero a cena da mia madre – poiché non tutti hanno avuto la fortuna di avere una madre meridionale, sento che sarebbe opportuno dilungarmi sul preciso senso gastronomico delle parole “cena a casa di mia madre”, ma poiché sono quasi le tre di notte, sono stanco ed è di altro che vorrei parlarvi, soprassiedo sulle alici fritte e tutto il resto (voi fidatevi).

    Dicevo che questa sera ero a cena da mia madre, perché sapevo che ci sarebbe stato anche il mio adorato nipotino quattrenne, che non vedevo da inizio luglio perché da piccoli, solitamente, si fanno vacanze da nababbi, godendo senza remora alcuna dell’ospitalità di ogni parente seppur lontanissimo – questo, detto per dovere di cronaca, anche per il sollazzo dei genitori che, in questo modo, possono concedersi a loro volta un po’ di riposo (certo, tormentato dall’assenza del piccolo dittatore, ma pur sempre di riposo si tratta).

    Comunque, quando arrivo nella magione materna – un appartamento in affitto dalle parti di via Meda –, trovo il marmocchietto riverso sul tappeto, intento a montare i binari del trenino. Entro, do un bacio a mia madre, poi cerco di salutarlo, ma lui è giustamente rapito dall’aggancio problematico di uno scambio, quindi non si cura tantissimo di me. Io incasso, apro il Mac e mi scarico la posta – a causa di un improvvido e maldestro tentativo di cambio di provider, del quale non sono responsabile, la casa in cui vivo è offline (orrore!) dalla fine di agosto, quindi porto sempre con me il portatile per sfruttare ogni barlume di connessione possibile (sentendomi sempre più cretino ogni giorno che passa, ma questo è un altro discorso).

    Comunque, il marmocchietto è riverso su questi binari che, a quanto pare, non vogliono saperne di agganciarsi in maniera sufficientemente decente da far scorrere l’elettricità su tutto il percorso e permettere quindi al piccolo locomotore di muoversi – miracolo –, trainando il vagone ristorante e il vagone letto che sono attaccati al suo culo.

    Io faccio finta di niente, mi scarico la posta ma un occhio è lì, su quei binari che non si agganciano, su quell’ovale che ovale non è, sulla manopola che dovrebbe dare la corrente alla linea ma che non sortisce alcun effetto. Dopo aver constatato che neanche per oggi nessuna grande etichetta discografica mi ha proposto un contratto, che nessun grande editore ha accettato di pubblicare il mio romanzo, che nessun promoter ha deciso di organizzarmi un tour – e che quindi il mondo scorre nel solito, abituale e rassicurante modo –, finalmente mi risolvo e intervengo per sistemare quell’ovale di binari che non funziona.

    Un attimo dopo sono lì, in ginocchio sul tappeto a sistemare i binari. Ed è sufficiente un attimo per tornare con la mente a quel Natale di millenni fa, in cui sotto l’albero c’era una favolosa confezione del trenino Lima, regalata dai miei a me e a mio fratello grande – il piccolo era ancora troppo piccolo per giocare con il trenino – e mio fratello e io scartammo il pacco grossomodo nello stesso punto in cui sono inginocchiato adesso, con le ginocchia dei jeans coperte dalle toppe di finto camoscio che sfregavano sulle assi già allora consunte dello stesso parquet che in questo momento si trova ancora più consumato ma al sicuro sotto le spesse fibre dell’orrendo tappeto finto persiano con il quale mia madre – santa donna – ha cercato di dare un tono all’ambiente, senza – va da sé – riuscirci. Ma alle madri si perdona tutto – e questa è una cosa che scopri con l’età adulta: quando sei piccolo, pensi che siano le madri a dover perdonare tutto a te, poi, più vai avanti con gli anni, più ti rendi gradualmente conto che è vero piuttosto il contrario.

    Tornato al presente con un nodo in gola che cerco di scacciare subitaneamente, prendo ad armeggiare, sbuffare e soprattutto lamentarmi della scarsa qualità di questi trenini moderni – lo faccio ad alta voce, in modo che mia madre, in cucina, possa sentire le mie lamentele (il trenino è un regalo suo). “Certo che i trenini Lima erano un’altra cosa… I binari si incastravano perfettamente… E anche questi vagoni… non sono rifiniti così bene. Non funzionerà mai…”

    Ovviamente, dopo un paio di minuti tutto funziona – mi serve solo qualche istante per richiamare in me le mie abilità fanciullesche di piccolo costruttore. Ed eccolo lì, il trenino, che prende a girare. Con il suo vagone ristorante e il vagone letto. Eccolo che varca le Alpi, fuori c’è la neve. Ora è in Germania, diretto verso nord. Si vede il Mare del Nord. Ora piega verso San Pietroburgo, poi è in Siberia, la steppa, che freddo che fa, molto freddo. I vetri delle carrozze si appannano; all’interno, i passeggeri bevono tè fumante, stretti in cappotti dal collo di pelliccia. Io sono seduto in disparte e con una penna stilografica vergo il romanzo della mia vita (The Great Coppola Novel), alzando di tanto in tanto lo sguardo verso il vetro ghiacciato…

    “Oh… Funziona!”

    La voce del marmocchio mi riporta provvidenzialmente alla realtà. La rifuggo all’istante, perché le mie sinapsi mi fanno venire in mente la scena di Marrakech Express in cui devono finalmente montare la trivella e dopo che tutti i suoi amici sono intervenuti per dare una mano ai lavori, un recalcitrante Abatantuono si unisce al gruppo – e lo fa lamentandosi, che è ciò che ho appena fatto io con il trenino. Quindi torno al mio Mac, digito nella stringa di ricerca di youtube “Marrakech Express, Abatantuono, non è mica la maniera di lavorare” e clicco sul primo risultato.

    Dopo qualche minuto, in cui rivedo tutta la mia vita – quel cazzo di film mi fa sempre lo stesso effetto – parte la colonna sonora, vale a dire La leva calcistica di De Gregori. Mentre sono lì, rapito da quella “nostalgia, nostalgia canaglia che ti prende proprio quando non vuoi”, sento che c’è una vocina nella stanza che sta cantando la canzone. Mi giro verso il tappeto e mi rendo conto che la vocina che sta cantando La leva calcistica di De Gregori è proprio quella del marmocchietto, riverso sui binari, intento ad agganciare un altro vagone al già assortito convoglio. Resto lì in contemplazione per qualche istante. Sento la sua vocina ricalcare la melodia del Principe. Poi gli chiedo: “Ma la conosci la canzone?”
    E lui, come se fosse la cosa più naturale del mondo, mi risponde: “Sì, è la mia canzone preferita” e si interrompe giusto in tempo per partire con il ritornello su Mino che non deve aver paura di sbagliare un calcio di rigore.

    Tutto quello che succede dentro me negli istanti che seguono è così complicato da descrivere che non ci provo neanche. Voi sappiate solo che le alici fritte erano meravigliose.