Tag: Milano

  • 24 giugno @ Tipota: una cosa divertente che non farò mai più

    Da qualche mese ho iniziato a frequentare il Tipota, un posto che conoscevo già da tempo ma che non avevo mai frequentato con assiduità. Andrea, il gestore, è un grande appassionato di musica e questo fa sì che quelle sere in cui sono “stanco e perduto” come direbbe Vinicio faccio un salto per un paio di birre e si finisce a parlare di musica per tutta la sera. Inoltre, ogni volta che gli ho detto che sarei tornato a casa per finire di registrare qualcosa mi ha sempre allungato un cicchetto: “Per l’ispirazione”, mi dice sempre. Insomma, da cosa nasce cosa. Io avevo in mente di fare questa cosa qui da qualche tempo e mi è sembrato assolutamente naturale proporla a lui.

    Tunnel of Love è un disco che ho ascoltato a ripetizione nei tragici anni dell’adolescenza (poteva andare meglio, dirà qualcuno, ma poteva andare anche peggio). È un disco che mi sono sempre sentito addosso. Nove volte su dieci, quando prendo in mano la chitarra per cazzeggiare la prima cosa che viene fuori è l’arpeggio di One Step Up. Quindi in realtà questa serata sarà anche un piccolo regalo a me stesso e a questa manciata di canzoni che più vai avanti con gli anni più assumono forza, importanza e soprattutto verità. In qualche modo sarà come farvi entrare nella mia stanza per ascoltare quello che suono quando non sono su un palco.

  • Waterloo, nei negozi, stampa e showcase

    Cari amici,
    innanzitutto grazie a chi è venuto alla presentazione di sabato scorso: è stata una bella serata, un ottimo inizio per il tour di Waterloo.

    Waterloo è arrivato nei negozi

    Waterloo è arrivato nei negozi e negli store digitali. Su Itunes lo trovate alla modica cifra di 8,99 euro. Nei negozi il prezzo consigliato è di 12,90 euro mentre nello store online di Via Audio lo trovate a 15,00 euro incluse le spese di spedizione.

    Stampa: interviste e recensioni

    Detto questo, vi incollo qui sotto i primi articoli usciti sulla stampa in questi giorni

    Corriere della Sera: intervista
    Lost Highways: intervista | recensione
    Newsic: intervista

    Show case @ Fnac Milano

    Ultima cosa, il prossimo appuntamento è ancora per i milanesi, venerdì 30 settembre alla Fnac di via Palla 7 (angolo via Torino), Milano. Dalle 18.00 faremo uno showcase del disco con intervista condotta da Niccolò Vecchia di Radio Popolare.

    Bene, anche per stavolta è tutto. Alla prossima.

    f

  • Waterloo: presentazione, streaming e tour

    Cari amici,

    a partire dal 27 settembre troverete Waterloo (Via Audio/Venus) nei negozi di dischi e negli store digitali.

    Il 24, cioè sabato prossimo, faremo la presentazione ufficiale all’Arci Tambourine di Seregno che è una sorta di casa base della mia nuova etichetta (dalle 22.00, ingresso gratuito con tessera arci). Con un po’ di fortuna – cioè se riusciremo a completare il montaggio in tempo – prima del concerto verrà proiettato il video di Respirare lavorare, che abbiamo girato nei giorni scorsi. È un video diverso da tutti quelli che ho girato finora ma non voglio dirvi niente. Ovviamente sabato saranno disponibili le prime copie del disco calde calde di stampa.

    Inoltre, qui sotto potete trovare una videointervista realizzata da Claudio Del Monte nella quale sproloquio un po’ a proposito di questo nuovo disco:

    [youtube=http://www.youtube.com/watch?v=_UDWcBG7GW8]

    Mentre sul sito italiano di rollingstone trovate tutto il disco in streaming:

    A questo link le date della prima parte del tour (calendario in via di definizione).

    Per finire vorrei ringraziare tutte le persone che hanno contribuito a vario titolo alla realizzazione di questo disco. Spero vi piaccia.

    f

  • Amen e vaffanculo

    La Milano-laghi oggi era bellissima. La striscia d’asfalto coperta in entrambe le direzioni di lamiere ferme e luci rosse e gialle, i campi intorno fissi in una coltre bianca. Il cielo rosso nei pochi punti sgombri dalle nuvole spesse a nord-ovest.

    Fermo in coda misuravo la distanza che mi rimaneva fino a Gallarate.

    In tv su raitre c’è un concerto di musica classica. Ho tolto il volume durante l’unico tg superstite di raitre, quello della mezzanotte. Non ho spento. Spegnere sarebbe stata una decisione definitiva, mentre io sono per lasciarmi sempre una porta aperta, una via di fuga, una possibilità per cambiare idea, se necessario.

    Poi la coda come d’incanto (sempre così) sì è sciolta e son potuto arrivare là dove dovevo andare. E dovevo andare a Gallarate, dove c’è un negozio di strumenti che dispone di tutte le chitarre acustiche Gibson attualmente sul mercato – per inciso, a Milano un negozio così non c’è. La grande città. La metropoli. Cialtroni.

    Parcheggio, compro un gratta e sosta, lo posiziono all’interno dell’abitacolo e mi incammino verso il negozio (piccolo excursus: tabaccaio che mi hai venduto il gratta e sosta, sei una delle persone più maleducate e più scostanti con cui abbia mai avuto a che fare. Ti auguro di continuare la tua misera vita su questa strada di grettezza, te lo meriti. E non scoprirai mai cosa ti sei perso. E poi morirai. Amen e vaffanculo.)

    Entro nel negozio, dico che ero quello che aveva chiamato un paio d’ore prima e il ragazzo mi conduce nella stanza dedicata alle acustiche. Sulla parete di destra c’è praticamente tutta la produzione Gibson attuale in fatto di acustiche. Gli dico che vengo da Milano, mi dice che siamo in tanti ad andare da lui. Dice anche che non si spiega come mai a Milano non ci sia neanche un negozio che si occupi per bene di Gibson. Non rispondo per non finire a dire sempre le solite cose.

    Inizia a illustrarmi le differenti faccende. Decido di provare tre chitarre, il modello Woody Guthrie, una Aaron Lewis signature e una j-45 custom. Grande emozione. Abbranco la WG. È secca e aspra come il viso dell’uomo rimandato dalle foto arrivate fino a oggi. Immagino che sia buona per suonare su carri bestiame e ad assemblee parasindacali improvvisate mentre il vento delle Rocky Mountains ti sferza la faccia con le sue attenzioni. Anche se nel nostro paese sarebbe il periodo adatto (prima o poi mi vedrete in concerto con una scritta sulla chitarra: ‘this machine kills fascists’), realizzo subito che non è adatta ai poveri impianti dei malmessi circoli arci dello stivale. Provo le altre due. La Aaron Lewis ha un manico che è una favola, ha un suono definitivo ma sembra un po’ sbilanciata sui medio alti. La j-45 mi fa sentire subito a mio agio. Ha bassi robusti e medi pieni con alti aperti e squillanti. Da qui in poi comincia una quasi infinita serie di prove incrociate tra queste ultime due. Suono tutti i blues che conosco, tutte le mie canzoni, gran parte del repertorio della sacra triade (Springsteen, Dylan, Young), provo due accordature aperte diverse sulle due chitarre – per la disperazione del ragazzo che è ormai prossimo al suicidio – e per finire canto anche qualcosa: il modo in cui la voce si mischia al suono della chitarra non è un fattore secondario per un cantautore. Poi decido che devo decidere senza aver deciso. Prendo la j-45.

    Su raitre continua il concerto silenzioso dell’orchestra. Io ho in cuffia i Low Anthem, come quasi sempre quando mi metto a scrivere qualcosa.

    Il ritorno verso casa è penoso come quello di un bambino che ha un sacchetto pieno di caramelle ma ha lasciato i denti sul comodino. La coda sembra infinita. La musica ha molto a che fare con la fanciullezza. Con i sogni. Con l’ingenuità del bimbetto che non vuoi lasciare andare. Con le smorfie fatte allo specchio mentre ti lavi i denti al mattino per scacciare i cattivi pensieri. Le mie chitarre sono i miei calzoni corti, il pianoforte una giostra e le canzoni la possibilità di inventare un mondo in cui le cose importanti sono importanti e le stronzate sono stronzate. Il sol maggiore è il leccalecca rosso con le strisce bianche concentriche, il re le caramelle gommose coca cola, il si minore la maestra che ti dice di aprire il sussidiario e il fa il bacio della buonanotte di tua madre. L’accordatura aperta è tuo padre – non si sa mai dove si va a parare. Lo slide sono le fidanzatine delle elementari (alle quali non ti sei mai dichiarato).

    Si avvicina la fine del 2010. Un anno importante e schifoso. Schifoso sicuramente, importante lo dico sulla fiducia (non quella fiducia). Affronteremo la mediocrità come al solito: chi avrà vinto lo stabilirà qualcuno quando ormai saremo finalmente ridotti a cenere silenziosa e il misero spettacolo di questi anni non sarà altro che un nulla nell’infinito divenire del silenzio che ci abbraccerà. Chissà se nel great void ci sono delle Gibson acustiche…

  • Cos’è una città? Cos’è un uomo? A cosa serve la società?

    Sono le 8.20 di mattina. Il mio bar è già aperto, il tabaccaio purtroppo ancora no. Entro nel bar. Mimmo sa che quando mi vede entrare così presto non deve rivolgermi la parola. Pochi istanti dopo il caffè è pronto sul bancone. Gli faccio un cenno in cui cerco di comunicare tutta la gratitudine che riesco a esprimere dopo una notte insonne. Bevo il mio caffè e mi giro a osservarmi nello specchio alle mie spalle. Occhiaie, enormi e scure – niente di nuovo. Lascio 80 centesimi sul bancone ed esco.

    La notte è stata lenta e pesante – per la maggior parte senza sonno. L’ansia per ciò che sarebbe successo l’indomani mattina era troppo forte. Ho ripassato mentalmente la sequenza delle cose da fare mille volte: ultimo line check di controllo, riaccordare la chitarra, abbassare il volume della chitarra senza mettere in mute la pedaliera, lasciare inseriti il delay e l’overdrive, appiccicare il testo di Respirare lavorare sulla spia insieme al breve discorso per introdurre sul palco Stefano Boeri. Tutto era a posto, organizzato, pianificato e programmato eppure non riuscivo a prendere sonno – è una cosa che mi capita quando devo alzarmi presto. Io ho un bioritmo molto lento, in pratica inizio a essere realmente vivo intorno a mezzogiorno, anche perché di solito di notte sto su fino a tardi – ascolto musica, scrivo, guardo la tv, cazzeggio, qualsiasi cosa mi vada di fare in quel momento. Secondo il programma dell’evento allo Smeraldo alle 10.40 io avrei dovuto essere sul palco a cantare…

    Arrivo al teatro, mi infilo all’interno dall’ingresso posteriore e passo subito a salutare i tecnici. Mi dicono che possiamo fare subito il line–check di controllo. Bene. Prendo il mio posto in mezzo allo sconfinato palco dello Smeraldo e – incredibile – la mia voce esce come fa di solito di sera. Questo mi tranquillizza un po’. Eseguo la procedura che ho ripassato per tutta la notte e mi chiudo nel camerino. The waiting is the hardest part, cantava Tom Petty tempo fa – ecco, mi sento esattamente così.

    Intorno alle 10 arriva Stefano Boeri. Presentazioni. Mi ringrazia per la canzone, mi ripete che gli è piaciuta moltissimo e che sembra scritta apposta per la sua campagna. Mi appare subito come un uomo straordinariamente normale e sensibile, dotato dell’umiltà delle persone che conoscono il mondo, che hanno viaggiato e che hanno una cultura maturata attraverso esperienze personali.

    La gente inizia a sciamare nella platea. Dopo poco arrivano Bonfo e Zaganelli, il nostro nuovo socio sul versante stampa. Ha portato la copia di Libero (!) che riporta il risultato dell’intervista telefonica che ho rilasciato il giorno prima. Eravamo tutti un po’ preoccupati – e la mia conversazione col giornalista non è stata proprio amichevole – però alla fine ha scritto quello che gli ho detto, quindi va bene.

    È quasi ora. Nel backstage arrivano mio padre e mio fratello. Sono nervoso. Il teatro è pieno. Devo suonare solo un pezzo – che vuol dire che non farò neanche in tempo a scaldarmi che sarà tutto finito. Merda.

    Chiuso in camerino, come al solito prima di un concerto, ripasso i motivi che mi hanno condotto in quel luogo in quel momento, e stavolta ci sono milioni di implicazioni in più. Va bene. Va bene, mi dico. Stai facendo una cosa in cui credi – a questo serve la vita.

    “Coppola ci siamo”

    “Ok”

    Il palco mi inghiotte, l’occhio di bue mi investe dall’alto, strappo la Tele dal reggi chitarra e mi lancio sul Mi minore che apre il brano. Tengo chiusi gli occhi per tutta la prima strofa, poi mi dico che questo è un momento di quelli da ricordare, così li apro all’inizio della seconda strofa e lo splendore della platea gremita dello Smeraldo mi riempie lo sguardo. In balconata ci sono gli striscioni dei vari quartieri di Milano che appoggiano Stefano. Troppe emozioni e tutte insieme. Sbaglio l’accordo di apertura del ritornello, mi riprendo subito, mi scuoto ed entro finalmente nella performance. E tutto scorre liscio, me la godo, canto, mi agito e barcollo nei miei stivali nuovi comprati per l’occasione (ognuno ha le sue debolezze) e porto il pezzo fino alla fine. L’applauso mi inghiotte come un’onda di alta marea, riemergo senza fiato giusto in tempo per dire le cose che mi ero preparato per introdurre Stefano. Entra, ci stringiamo la mano, noto l’emozione nei suoi occhi, gli mando un silenzioso in bocca al lupo e scompaio dietro le quinte.

    Scappo fuori, fumo due sigarette una dietro l’altra. Il cielo è bianco e lattiginoso. Andiamo a bere un caffè per tirare il fiato. La piazza antistante lo Smeraldo è meravigliosa nonostante il suo dolore, con le pareti del cantiere degli interminabili box che stanno spalla a spalla con l’antico arco e i palazzi d’epoca. Ripartiamo da qui. Da questo buco. Riempiamolo della nostra gioia, ricavata a fatica dalla disperazione, dalla disillusione e dagli anni che passano senza che nessuno paghi il prezzo per gli errori commessi sulla nostra pelle.

    Torniamo in teatro, conosco un sacco di persone, complimenti, abbracci, pacche sulle spalle, speranza, voglia di cambiare, ottimismo, ottimismo, ottimismo – se sarà vano lo scopriremo presto e allora torneremo tutti nel nostro buco a leccarci le ferite, fino a quando saremo di nuovo abbastanza forti per uscire dalla tana e sfidare il mondo degli imbecilli una volta ancora.

    Siamo quasi alla fine ormai. Dalle quinte laterali ascolto Stefano pronunciare il discorso finale. Il senso di comunità e la responsabilità individuale, restituire le responsabilità e le decisioni a chi le merita sul serio, le donne che fanno miracoli quotidiani e rappresentano lo scheletro ignorato della nostra società e gli anziani costretti in casa perché nelle case popolari non funzionano gli ascensori. I giovani, i giovani, i giovani. Cos’è una città? Cos’è un uomo? A cosa serve la società?

    Mezz’ora dopo è tutto finito. Raccolgo le mie cose in camerino. La sera prima ho scritto una dedica su una copia dell’Ep La stupidità. Raggiungo Stefano. Gli consegno il cd. Mi stringe in un forte abbraccio – il ricordo più bello di questa giornata.

  • studio report #3

    Sono le 2:38 di giovedì 25 febbraio, sorseggio un brandy appena decente e ascolto in cuffia i miei nuovi idoli, i Low Anthem (sì, lo so, ve ne ho già parlato).

    L’introduzione qui sopra è solo perché i grandi della letteratura ci hanno insegnato che per raccontare una qualsiasi storia è sempre necessaria una cornice, cioè la descrizione concreta o psicologica del mondo nel quale si agitano le vite dei nostri protagonisti.

    Succede tutto sempre per caso. È per questo motivo che oggi è stato sufficiente girare a destra nel punto e nel momento sbagliati per trovarmi imbottigliato nella caotica e chiassosa massa di automobili che si dirigevano verso lo stadio per inter chelsea.

    Comunque, quello che importa è quello che è successo prima – cioè la quasi ultima giornata di studio per le sovraincisioni. Quasi ultima perché la fine è sempre a portata dello sguardo, ma sempre piuttosto lontana dalla gamba che porta il passo.

    Non c’è niente di tanto frustrante quanto favoloso delle giornate di lavoro in studio. Frustrante perché è così: si cerca di avvicinarsi a un sentimento primigenio, a un’astrazione, un’intuizione impalpabile. Ci sono molte variabili, soprattutto per quanto riguarda la registrazione delle chitarre: a volte la parte che stai registrando è giusta per la canzone ma il suono non è quello adatto; altre volte invece accade che il suono è quello giusto ma la parte non funziona proprio; altre volte ancora né la parte né il suono vanno bene. Pochissime volte imbecchi fin dalla prima take il suono giusto, la parte giusta, l’atmosfera giusta – peccato solo che sei incespicato su quel passaggio subito dopo il riff sul si minore, ma chi se ne frega, è tutto talmente bello che l’errore ce lo lascio dentro.

    Io non sono propriamente un feticista – non sono il prototipo dell’indie rocker nerd e occhialuto che possiede 69 pedalini e vi stupisce con affermazioni del tipo: “io passerei nell’hyperfuzz dopo essere entrato nell’octaver che entra a sua volta nel multipledelay, proprio come fecero i pixies in un brano dell’86 che però non è mai finito su nessun disco”. Detto questo, io sono invece un amante delle chitarre, e in questo disco ci sarà una varietà di strumenti diversi come mai è accaduto prima. Facendo un ripasso mentale posso affermare che per La superficie delle cose, tutte le chitarre sono Tele passate in un favoloso bassman di Lenci. Una vita nuova vede accanto alla Tele una splendidissima Les Paul Gold Top. A questo giro non mi sono fatto mancare niente, e accanto alla Tele figurano una Gibson 335, una De Armond e una Gretsch. Quest’ultima con tanto di leva Bigsby, della quale – novello royorbison – mi sono innamorato e, sì, incredibile, sul disco ci sono delle parti suonate con la leva del vibrato [la cosa più bella della vita è cambiare idea, soprattutto se lo si fa a ragion veduta].

    Insomma, tutto questo per dire che anche questo viaggio si avvia alla sua conclusione – o al suo effettivo inizio. Sto cominciando a realizzare che questo prossimo disco chiuderà la mia trilogia sulla ‘mia-personale-visione-del-rock’n’roll’. Poi passerò al liscio.

  • La strada per Waterloo

    A circa un anno dalle sessions per La stupidità Ep, domani torno in studio a per fissare su nastro (in realtà molto più prosaicamente registreremo in digitale – il budget è quello che è…) il seguito. Il tutto si svolgerà a Casamedusa, che saranno tra le altre cose coproduttori esecutivi del lavoro.

    Facendo due veloci calcoli realizzo che sono passati cinque anni da Una vita nuova (2005) e sette anni da La superficie delle cose (2003). Quindi la domanda della serata è: invecchiando si fanno dischi migliori? Chi può dirlo… questo lo scopriremo solo tra un po’. In queste sessions di registrazione ci saranno alcune novità. La prima è che per la prima volta sarò il produttore artistico di me stesso – e vi giuro che è un ruolo non invidiabile… Nelle ultime settimane sono stato spettatore di uno scontro tutto interno a me stesso, tra il me songwriter (MS) e il me produttore artistico (MPA). Ecco uno scambio tipico:

    MPA: No, cazzo, sette strofe no, e chi sei? Bob Dylan? Che pensi di fare, un’altra Hurricane? No, quella roba va tagliata. Ti lamenti sempre che le radio non ti passano e poi scrivi ste robe con sette strofe…
    MS: Ma no, ascolta le parole, senti che figata. Va bene così. Non senti che funziona? E poi a me di passare in radio non mi è mai fregato nulla… Io sono un cantautore, chiaro? Io osservo la società, studio, approfondisco, e poi ne parlo.
    MPA: No, così non gira, taglia almeno un paio di strofe. E poi, quell’apertura in Mib non ci serve proprio. Ce l’hai messa soltanto per far vedere che conosci bene l’armonia.
    MS: Ah, è questo che pensi eh? Pensi che io faccia i dischi per nutrire il mio ego? Il ponte in Mib, be’ quello è fondamentale, non senti come cresce la tensione prima del break di batteria?

    Ecco, una cosa così, tipo per otto ore al giorno. E quando è contento uno, l’altro si lamenta, e viceversa. Staremo a vedere che succede, vi terrò aggiornati. L’altra novità sta nel fatto che non avrò una backing band fissa, quanto piutttosto una formazione aperta composta da diversi musicisti, con alcuni dei quali ho già lavorato in passato, con altri invece è la prima volta. Man mano che le sessions proseguiranno troverete tutto qui, nell’apposito diario delle registrazioni (il nome non mi piace mica, ne cercherò uno più adatto alla bisogna).

    Cos’altro posso dirvi? Che sarà un disco piuttosto scarno, essenziale (è il songwriter che parla…) e decisamente chitarristico. Un disco quasi roots ma non acustico. Un disco che spaccherà il culo (questo ovviamente è il produttore artistico che si riaffaccia)… Un disco con il cuore in mano. Si chiamerà Waterloo.

  • Diario del tour #9: Milano, Parma, Cantù

    Su Milano niente da dichiarare: niente viaggio, niente particolarità enogastronomiche, niente di interessante insomma – e poi, quando arrivi al concerto partendo da casa tua non è mica la stessa cosa. In fondo, mi rompo abbastanza i cosiddetti a suonare a Milano, per questo, questo e quest’aaaltro motiiiivo.

    Su Parma poco di più – per esempio l’intervista a Radio Parma con il simpatico dj di cui ahimé non ricordo il nome. Un’altra cosetta croccante riguardo Parma è questa: il locale, piccolino ma molto curato, ha dovuto anticipare l’orario dei concerti – acustici – a causa delle proteste di un abitante del vicinato. Suddetto abitante lo vediamo passare fuori dal locale poco prima del concerto, e il gestore – un ragazzo di Salerno (!) – me lo indica: grande è il mio stupore quando mi indica un uomo sui trentacinque con tanto di rasta che pedala tranquillamente per la strada. È proprio un grande paese l’Italia.

    Altra cosetta fuzzy: passo una mezzoretta a parlare con un ragazzo che mi racconta quasi interamente la sua vita, con particolare attenzione su un colloquio di lavoro che aveva bucato nel pomeriggio con l’azienda che gestisce la raccolta rifiuti nel parmigiano.

    “Cioè, se mi fossi fatto una cannetta di meno forse il posto l’avrei anche avuto. Non che mi interessasse, però per il momento poteva andare. E invece no. Non mi hanno preso. E ora non so cosa fare”.

    Una cosa così per tipo mezz’ora, e in tutto questo era ovviamente abbastanza fatto di cannette.

    Passiamo a Cantù, all’Aguaplano.

    Il locale non è niente male, non ci avevo mai suonato. Bel palco, impianto nella norma, pianoforte a muro. I due gestori sono sinceri appassionati di musica, quindi stabiliamo subito il feeling giusto. La serata scorre piuttosto liscia – sound-check, cena gustosa (polpettone casalingo con insalata e patate, mi sembra di ricordare) e pre-concerto al biliardo. Il biliardo dell’Aguaplano ha le sponde magiche: non c’è modo di calcolare una sponda, le palle ci rimbalzano e continuano la loro traiettoria in direzioni imprevedibili.

    Una lunghissima sfida Bonfo Leslie occupa quasi tutto il pre concerto, nella costernazione degli altri avventori che attendono il loro turno al biliardo.

    Il locale si riempie sul tardi e il pubblico non è dei migliori. Noi facciamo la nostra cosa, e la facciamo bene – è per quello che siamo qui.

    Dopo il concerto, una buona mezz’ora con l’amico Claudio Sala, che ha suonato con me per tutto il tour di La superficie delle cose – e, piccolo inciso, probabilmente il miglior chitarrista che conosco per gusto, cultura e consapevolezza. Dopo un po’ risaltiamo in macchina e torniamo tutti alle nostre magioni.

    Il grosso del tour è ormai finito. Mancano solo due date, a Varese e a Vercelli. Non ho ancora finito che ho già voglia di ricominciare.

  • La stupidità: il video

    [youtube=http://www.youtube.com/watch?v=ovyzuswB6D0]

    Videoclip del singolo tratto dall’Ep “La Stupidità”, Fabrizio Coppola 2009.
    Dedicato alla memoria di Abdul Salam Guibre, detto “Abba” (1989-2008).

    Regia: Angelo Camba
    Dop: Emilio Giliberti
    Backstage: Valentina Mele
    Prod: Fakiefilmz/Roadmovie/Atelier Sonique
    GatosYPerros Management

    Grazie a:
    Giovanni De Giorgi
    Micol Martinez
    Alajie Barjie
    Tiziano Buffoli
    Valentina Mele
    Chiara e Egle
    Fabio Deotto
    e a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo video.

    http://www.fabrizio-coppola.net
    http://www.myspace.com/fabriziocoppola

  • Due parole su La stupidità

    1. Di cosa parliamo quando parliamo di Stupidità

    Ho scritto “La stupidità” di getto, una domenica pomeriggio poco prima di Natale. Nel giro di mezz’ora era tutta lì, con il testo e la musica come potete sentirli. Era già da un po’ che volevo scrivere un brano del genere, una specie di blues urbano contemporaneo ma non trovavo le parole giuste.
    Poi le parole sono arrivate, tutte insieme, come accade solo raramente. E sono il frutto dell’amarezza, del dolore e della rabbia per quello che sta succedendo nel nostro paese da un anno a questa parte.
    Due episodi su tutti mi hanno particolarmente colpito: l’omicidio di Abba e il pestaggio di Emmanuel Bonsu. Il primo ad opera di due privati cittadini, il secondo perpetrato da agenti della Polizia Municipale di Parma. E, oltre a questi episodi specifici, il generale clima di intolleranza, di paura e di razzismo generato da una larga parte dei media.
    Quando ho deciso di girare un videoclip del brano non avevo in mente di dedicarlo alla memoria di Abba. L’idea mi è venuta parlando dello script con Angelo Camba, il regista. Il video non è ispirato alla vicenda di Abba, anche se racconta una storia simile. Grazie a un amico giornalista del Corriere della Sera mi sono messo in contatto con la famiglia di Abba e ho ottenuto il loro consenso all’operazione, senza il quale non se ne sarebbe fatto nulla.

    2. Quello che andava fatto

    Il mio corpo dondola insieme al vagone mentre il treno si dirige verso Cimiano. Cimiano è dove la linea due viene fuori dal sottosuolo in un panorama spettrale di palazzi grigi anni settanta.
    Venti minuti fa ero a casa mia. Bevevo un bicchiere di vino con il mio regista e discutevamo dello script. Ora sono qui in metropolitana, con il mio Mac che ha dentro i suoi gangli il brano, e Adiaratou, la sorella di Abba, che mi aspetta alla fermata di Cernusco sul Naviglio.
    Il vagone puzza e scricchiola. Appoggio la nuca al finestrino, chiudo gli occhi e vorrei cancellare tutto questo in un solo istante. Sono in ritardo. Adiaratou mi chiama. Rispondo. Mi scuso. Dico che sto arrivando.
    Poco dopo, sono in un centro sociale a Cernusco sul naviglio. Non c’ero mai stato prima da queste parti.
    Sono nel mezzo della riunione del comitato per Abba. Questi ragazzi sono belli. Sono gli amici di Abba, che abitava proprio qui a Cernusco. Si riuniscono una volta a settimana.
    Mi presento. Faccio una battuta per rompere la tensione. Spiego velocemente il pezzo – per quanto si possa farlo a parole – poi dico che la cosa migliore è ascoltarlo.
    Partono la cassa e gli hand-claps. Osservo i piedi dei ragazzi mentre tengono il tempo. Il pezzo non è ancora finito che un ragazzino di fronte a me, con negli occhi una dolcezza che non è di questo mondo, mi dice: “Sarò felice di ascoltare ancora questa canzone”.
    Ok, la mia cosa è finita. Oppure è solo iniziata.

    In un momento di silenzio della discussione mi alzo, prendo la mia giacca di pelle dalla sedia dove l’avevo lasciata entrando, e saluto i ragazzi.
    Mi avvicino alla madre di Abba per stringerle la mano, sperando che questo gesto riesca a far trapelare tutte le cose che non sono in grado di dirle. “Grazie signora” – le dico. Lei mi guarda soltanto, senza dire nulla, ma il suo sguardo vale più di qualsiasi parola.
    È un attimo e sono in strada. Cernusco è deserta. Torno a piedi alla metropolitana.
    Mentre aspetto il treno, fumo una sigaretta. Il fumo si alza verso il cielo. Guardo le volute leggere che si muovono verso l’alto. Arriva il treno. Salgo a bordo con l’unico pensiero di mangiare qualcosa appena arrivo a casa – oggi ho saltato sia pranzo che cena.
    Il mattino dopo trovo una telefonata di Adiaratou sul cellulare. La chiamo subito. Mi spiega che mi aveva chiamato la sera prima, dopo il nostro incontro. Era dispiaciuta di non avermi riaccompagnato a Milano in macchina. Voleva sapere se il viaggio di ritorno in metropolitana era andato bene.

    Qualche giorno dopo io e Angelo siamo andati in via Zuretti per fare delle riprese sul luogo dove si sono svolti i fatti. I muri sono pieni di scritte per Abba. Un modo per ricordare quello che è successo. Ogni tanto vengono cancellate, e puntualmente vengono rifatte. Va avanti così da un po’.
    Eravamo lì con una piccola camera a mano; dopo un po’ si è avvicinato un tale per chiedermi cosa stavamo facendo. Un tipo robusto, sulla cinquantina. Gli ho spiegato brevemente senza scendere nei dettagli. Lui mi ha risposto che sì certo, il ragazzo è morto, ma comunque non va bene imbrattare i muri delle case, che sono proprietà privata.

    3. Il futuro non è scritto

    Una partitella di calcio tra bambini in un parco milanese. Mi fermo a guardare il gioco, è più forte di me. Come nelle illustrazioni di Sempé per Le Petit Nicolas di Goscinny, la partita si risolve in interminabili mischie a centrocampo, con gambe, braccia e piedi che mulinano in tutte le direzioni.
    Poco lontano da me ci sono una bambina bionda e suo padre.

    “Papà, sai che quello è un mio compagno di classe?”
    “Quale?”, chiede il padre.
    “Quello con la maglietta rossa”, risponde la bambina, indicando l’unico ragazzino di colore della partita.
    Quello con la maglietta rossa.