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  • Il fiume che ci separa

    Il fiume che ci separa

    Dicembre 2017. In una notte insonne, vago per l’Internet sul mio smartphone in cerca di qualcosa che mi tenga sveglio fino all’alba o che mi aiuti a sprofondare nel sonno. Finisco sul NYT, dove mi imbatto nella recensione di un libro. Attirato dal titolo del pezzo, che parla di confini e di un’eredità divisa tra due paesi, la leggo tutta. Seguo poi il link per l’acquisto del libro, finisco su Amazon e leggo l’anteprima. A quel punto, decido di comprare la versione digitale, di cui leggo più di un centinaio di pagine, poi finalmente prendo sonno. Il mattino dopo, decido che tenterò di fare qualcosa che non ho mai fatto prima, e cioè provare a proporre la traduzione di un libro a un editore. Per prima cosa, faccio delle ricerche online per scoprire chi è l’agente americano dello scrittore in questione e verificare se hanno già venduto i diritti per il mercato italiano. In un paio di click finisco sul sito di un’agenzia letteraria di New York. Con la sfacciataggine di chi non ha nulla da perdere, scrivo. Due minuti dopo ricevo una risposta: Out of office. Mezz’ora dopo mi risponde un’altra persona. Mi ringrazia per l’interessamento e mi informa del fatto che i diritti in questione sono gestiti in Italia da tale agenzia, poi mi lascia nominativo e indirizzo mail.

    A questo punto, stupito ma non troppo dal pragmatismo americano in fatto di affari, istintivamente pubblico un post su Facebook per raccontare che un agente letterario di New York ha appena fornito a uno sconosciuto “professional translator and publishing consultant” (che sarei io) l’indirizzo mail di uno dei più potenti agenti letterari italiani. Scrivo che a questo punto, immaginando che inviando una mail a succitato agente non otterrò risposta nel 98,76% dei casi, non so se sia meglio provarci lo stesso oppure mettere l’indirizzo email all’asta su eBay, facile preda delle tonnellate di manoscrittari professionisti che affollano la nostra bella penisola. Qualche ora dopo succede che Luca Briasco, che non conoscevo, commenta il mio post – aveva già capito di che libro si trattava anche se io non ne avevo fatto cenno. Due giorni dopo mi chiama e mi dice: “Avevo già in mente di pubblicarlo, il tuo post me lo ha fatto tornare in mente. Ora chiamo [omissis], se la trattativa va in porto lo faccio tradurre a te.”

    Il libro in questione, Solo un fiume a separarci, dispacci dal confine, di Francisco Cantú, è stato appena pubblicato da minimum fax nella mia traduzione. Cos’ha di tanto speciale questo libro? La storia, innanzitutto, e le motivazioni per le quali è stato scritto. Francisco Cantú ha lavorato nella polizia di confine, sul confine meridionale degli Stati Uniti, per due anni. Lo ha fatto perché voleva affondare le mani nella realtà del border, dopo averla a lungo studiata. Lo ha fatto perché pensava di poter essere d’aiuto a quella gente. A quella che in parte è anche la sua gente. Sì perché, e qui risiede uno dei temi centrali dell’opera, l’autore è figlio di messicani. Nato negli Stati Uniti, ma figlio di messicani. “So the job it was different for him” [1], giusto per restare in tema.

    La narrazione è divisa in tre parti: la prima, il lavoro sul confine; la seconda, l’abbandono del confine per un incarico di intelligence; la terza, la vita dopo la polizia di confine e la storia di un immigrato clandestino, da anni in America e con famiglia e figli, che cade nella rete della migra e viene rispedito in Messico.

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    Il libro si apre con il resoconto di un viaggio compiuto dall’autore con la madre. La donna ha fatto la ranger nei parchi naturali per tutta la vita e subito si presenta come una figura portante della vicenda e della vita di Francisco. È una vera e propria “madre-terra”, che porta in sé i doni dell’amore materno e che si assume la responsabilità della sopravvivenza nell’animo del figlio del retaggio della cultura millenaria dalla quale provengono. La donna non può capire la scelta del figlio, quasi non riesce ad accettarla. Lo spinge a ripensarci, e sono pagine cariche di dolore: laddove la donna gli domanda come crede di poter uscire con le mani pulite da un’istituzione in cui la violenza e la prevaricazione sono fatti quotidiani, Francisco risponde che non è vero, che per lui sarà diverso, che lui aiuterà quella povera gente, perlomeno a sopravvivere al deserto. Ma la donna aveva ragione, e il ragazzo se ne accorgerà ben presto.

    La spianata desertica, bianca sotto un sole infernale, è attraversata da una fila di uomini che avanza sul terreno riarso come formichine senza meta. Hanno le spalle cariche di zaini pieni di acqua, cibi, vestiti, coperte, medicine, alcol, eccitanti. Poco lontano, due agenti nel loro mezzo vengono informati della presenza della carovana dalla strumentazione tecnologica. Partono all’inseguimento. Quando arrivano sul posto, la carovana è già svanita, oppure si è dispersa in piccoli gruppetti. Inseguono uno di questi. Oppure gli agenti si fermano quando trovano in un anfratto del terreno tutti i loro averi, abbandonati per alleggerirsi la fuga. E frugano tra quelle povere cose. Tagliano e svuotano le bottiglie d’acqua. Sparpagliano in giro vestiti e cibo, pisciano sugli zaini. Ridono. Sghignazzano. Attendono solo che finisca un altro turno, un altro giorno, un’altra settimana, il mese e gli anni che hanno stabilito di passare nella polizia di confine.

    Solo un fiume a separarci è scritto in una lingua sbiancata come ossa esposte al sole eppure scura e madida e tremolante come il risveglio dopo un incubo. Una lingua che rispecchia il terreno impossibile sul quale si svolgono le vicende, anch’esso a due facce, come ogni cosa in questa storia, spellato dal sole di giorno e avvolto dal vento gelido di notte. Una lingua zeppa di parole messicane, di imprecazioni, di gergo colloquiale, di termini che esistono solo in quella precisa area del pianeta: i coyote, i muli, gli scout… Sul dramma dell’immigrazione clandestina si avvita quello del narcotraffico, e spesso le due cose vanno di pari passo. Così può capitare che per trarre in salvo la tua famiglia dal tuo paese o dalla tua città ormai nelle mani dei cartelli della droga, tu sia costretto a fare accordi proprio con loro, e ad accettare di fare il mulo: in quel modo hai qualche possibilità di arrivare sano e salvo oltre il confine, perché il carico che porti sulle spalle è ben più prezioso della tua vita.

    Tormentato dai dubbi, dal dolore e dagli incubi che lo visitano ogni notte, Francisco decide di accettare l’offerta di un posto nell’intelligence della Border Patrol. Abbandona il lavoro sul campo e inizia ad agire dietro le quinte. Ma la situazione non sarà meno dolorosa. E lo spingerà a chiudere l’esperienza nella polizia di confine.

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    Nella terza parte, apparentemente si torna alla vita normale. Francisco riprende gli studi e di giorno lavora presso una caffetteria. Qui stringe amicizia con l’addetto alle pulizie, un messicano. Il loro è un rapporto non lineare: il messicano sa che Francisco ha lavorato nella polizia di confine e tuttavia non può che apprezzarne la gentilezza e l’umanità. Fanno colazione tutti i giorni insieme, il messicano divide con lui un burrito o qualsiasi cosa stia mangiando, e finalmente un giorno riesce a chiedergli se è vero che ha lavorato nella Border Patrol. La situazione precipita quando l’uomo viene deportato in Messico: è un immigrato clandestino, anche se negli USA ormai ha casa, lavoro, famiglia e figli. E inizia un nuovo calvario, in cui il deserto da reale si fa immateriale, quello delle leggi degli uomini, della burocrazia, delle testimonianze e delle lettere in suo favore per dimostrare che è un cittadino modello, che non è pericoloso, che è un ottimo americano. Ma le scartoffie non funzionano. L’uomo deve rimanere al di là del Rio Grande. E a quel punto gli resta una sola possibilità: cercare di ritornare illegalmente in America.

    C’è un altro elemento di grande importanza in questo libro. Accanto al tema del confine, che qui ormai trascende l’epica e la realtà americane e il portato letterario, sociale, politico ed esistenziale, c’è quello del fiume. Un tempo simbolo di speranza, di nuove opportunità, di promessa di una vita nuova, le cui acque che scorrono verso l’Oceano rappresentavano la certezza di un lieto fine, di un’esistenza finalmente degna, della realizzazione di sé e dei propri desideri, dei propri sogni, oggi il fiume è soltanto l’ennesimo ostacolo, un muro di acque limacciose in cui si annega o che trasportano via, lontano, a perdersi per sempre, le ossa di chi cerca di guadarle, insieme alle speranze che avevano nutrito inutilmente le carni che vi erano attaccate.

    Il cerchio si chiude, la vicenda sembra ricominciare dall’inizio, in una sorta di circolo vizioso che potrebbe proseguire in eterno. A noi lettori, italiani e non, non resta che domandarci che differenza ci sia tra il mare aperto e il deserto, tra un gommone che affonda e le gambe che cedono per la sete impietosa, il calore atroce, lo sfinimento materiale e spirituale. In quanto tempo si decomponga il corpo di un adulto sul fondo del mare o in una spianata desertica. O quello di un bambino. Che differenza ci sia tra gli scafisti libici e i corrieri della droga. Che differenza può esserci tra la guardia costiera italiana e la Border Patrol. E ancora, che cos’è un muro e cosa rimane di due uomini separati da esso. Non resta che chiederci vanamente dove sia finita l’umanità, in quale buco sia andata a nascondersi la nostra vergogna.

    La storia ci ha condotti in un punto impensabile, in cui non reputavamo possibile ritrovarci. O forse sapevamo che ci saremmo arrivati, ma non abbiamo fatto nulla per evitarlo davvero. Un punto in cui siamo costretti a ribaltare la domanda di Primo Levi. E a riferirla non più alle vittime, ma ai carnefici. Agli aguzzini. In breve, a noi stessi.

     

    Qui il link alla scheda sul sito di miminum fax, dove si può leggere un estratto del libro.

     

     

    [1] Bruce Springsteen, “The Line”, da The Ghost of Tom Joad, CBS Records, 1995. Il brano narra la vicenda di un agente della polizia di confine che si innamora di una migrante, Maria. Uno dei suoi colleghi, Bobby Ramirez, è di origini messicane, la sua famiglia proviene da Guanajuato.

  • Letture in corso

    Letture in corso

    Sto lavorando molto, e quando lavoro molto riesco a leggere poco per diletto. In ogni caso, ecco ciò che ho letto o sto leggendo ultimamente.

    Patti Smith, Devotion, Bompiani, traduzione di Tiziana Lo Porto. Una sorta di diario, prosa poetica, cibo per l’anima per noi ex rocker avanti con gli anni.

    Derek Walcott, Mappa del nuovo mondo, Adelphi, traduzione di Barbara Bianchi, Gilberto Forti e Roberto Mussapi, con testo a fronte. Non conoscevo Walkott, mea culpa, che letto oggi risuona come una voce lirica più che mai necessaria, chiarificatrice. Scrive nell’inglese meticcio e storico della sua San Lucia, apprezzabile in questa edizione con testo a fronte.

    Da “Epiloghi”:

    Le cose non esplodono:
    vengon meno, sbiadiscono,
    come il sole sbiadisce dalla carne,
    come la schiuma esala nella sabbia […]

    William Kennedy, Ironweed, Minimum Fax, traduzione di Luciana Bianciardi. Un romanzo impietoso su una vita ordinaria, fatta di sogni e tragedie, come quella di ognuno, percorsa dal sottile ma inestinguibile fremito che scuote le migliori opere d’oltreoceano: la speranza dei vinti, la cocciutaggine dei losers che non si arrendono, la voce di un’umanità che lotta per restare umana. Non assomiglia a nulla che abbiate già letto.

    Chris Offutt, Country Dark, Minimum Fax, traduzione di Roberto Serrai. Una fucilata, come da azzeccata copertina. Un reduce della guerra di Corea torna a casa e dovrà lottare per difendere ciò che lo tiene in vita. Tradotto splendidamente da Serrai, che ci restituisce una lingua aspra e dura e netta, andrebbe letto ascoltando Nebraska, secondo me.

    Wislawa Szymborska, Amore a prima vista, Adelphi, a cura di PietroMarchesani, con testo a fronte. Parafrasando, leggete tutto quello che trovate della Szymborska.

    Da “Accanto a un bicchiere di vino”

    Mi metto a ridere, inclino il capo
    con prudenza, come per controllare
    un’invenzione. E ballo, ballo
    nella pelle stupita, nell’abbraccio
    che mi crea.

    Fabrizio Dragosei, Stelle del Cremlino, Bompiani. Un saggio uscito nove anni fa sulla nuova Russia, acquistato e leggiucchiato mentre traducevo un saggio sulla nuova Russia, di prossima uscita. Chissà come andrà a finire.

    Joshua Cohen, Un’altra occupazione, Codice Edizioni, traduzione di Claudia Durastanti. Altri due veterani, dell’esercito israeliano, stavolta, che impiegano il loro anno di riposo trasferendosi a New York, dove la guerra non si fa con le armi in pugno, perlomeno non con armi che sparano, ma che possono fare ugualmente male.

    Islanda, The Passenger, Iperborea. La nuova rivista/libro di Iperborea, prima uscita dedicata all’Islanda, da leggere davvero tutta d’un fiato. Edizione curatissima e molto elegante, consigliata anche ai feticisti dell’oggetto libro.

    Olivia Laing, Città sola, Il Saggiatore, traduzione di Francesca Mastruzzo.

    […] La solitudine si accompagna a un forte desiderio di liberarsene; cosa che non può essere raggiunta con la sola forza di volontà o limitandosi a uscire di più, ma sviluppando relazione strette. Più facile a dirsi che a farsi, specie per le persone la cui solitudine nasce da un lutto, da una forma di esilio o da un pregiudizio, che hanno dunque ragione di temere o di diffidare del rapporto con gli altri, oltre che di desiderarlo.

    Andrea Giardina (a cura di), Storia mondiale dell’Italia, Laterza. Una cavalcata nella storia del Belpaese, per ricordare – a chi lo desideri – chi siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando. Dal primo capitolo dedicato a Ötzi, l’ormai famoso uomo dei ghiacci alpini, fino all’ultimo, dedicato a Lampedusa, passando per quello sulla nascita di Roma, intitolato “753 a.C.: sangue misto”, Giardina ha raccolto una serie di saggi di grande interesse anche per i non addetti ai lavori, il cui maggior merito risiede, secondo lo scrivente, nel ribadire il concetto di Italia come luogo di raccolta di viaggiatori e profughi, oggi svilito dalla ebete vulgata del sovranismo, impegnato a propagandare il ritratto di una nazione di gente dal sangue ‘puro’, qualsiasi cosa questo voglia dire.

    Da “753 a.C.: sangue misto”

    […] Plutarco racconta che ancora prima di fondare la città, i due gemelli «istituirono un luogo sacro come asilo per i ribelli, e lo intitolarono al dio Asylaios [il dio dell’Asilo]: vi accoglievano tutti, non restituendo lo schiavo ai padroni, né il povero ai creditori, né l’omicida ai magistrati; anzi sostenevano che per un responso dell’oracolo di Delfi erano in grado di garantire a tutti coloro che vi si rifugiassero il diritto di asilo [… ]»