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  • PARTE DA MILANO IL NUOVO TOUR DI FABRIZIO COPPOLA

    PARTE DA MILANO IL NUOVO TOUR DI FABRIZIO COPPOLA

    Partirà da Milano il 2 febbraio il nuovo tour del cantautore milanese per promuovere il suo ultimo disco, Heartland. Recepito con grande favore dalla stampa specializzata, l’album è stato segnalato da diversi giornalisti tra le migliori uscite italiane del 2023. 

    Heartland è un’opera sulla perdita e sulla fine delle cose e allo stesso tempo è un disco sulla luce, sull’azione come generatrice di senso, sul cammino da compiere, sulla fiducia e sulla responsabilità personale. Pubblicato insieme a un libro che raccoglie poesie e racconti, nei concerti in solitaria diventa uno spettacolo lirico e coinvolgente, affilato e luminoso. Il tour è organizzato in collaborazione con Volume Booking e Fede Torre Art Words & Music.

    Primo appuntamento venerdì 2 febbraio, Arci La Scighera, via Giuseppe Candiani 131, ore 21:30, ingresso 8 euro con tessera Arci. Tutte le info qui.

    IL TOUR

    02/02 La Scighera, Milano

    03/02 Mig, Cupramontana (AN)

    04/02 Spazio Webo, Pesaro

    09/02 PiùSpazio Quattro, Torino

    10/02 Alta Vigna, Lodi

    15/02 Art Sound & Vision, Roma

    16/02 TBA, Napoli 

    17/02 Eskimo, Benevento

    18/02 Terrazza Gattapone, Eboli (SA)

  • Una questione di qualità

    Una questione di qualità

    Oggi sono felice. Sarà perché a Milano stamattina c’è un bel cielo terso e un piacevole teporino primaverile. O forse perché ho avuto una bella conversazione telefonica, di quelle che ti mettono di buonumore. Fatto sta che quando sono felice (fortunatamente accade di rado) mi concedo il lusso di pranzare al mio bar con cucina, di fronte all’Auditorium Mahler, casa dell’Orchestra Verdi.

    Orbene, mentre gustavo un risottino ai funghi, ho iniziato a osservare il tizio seduto di fronte a me. Di poco oltre la cinquantina, cranio e viso rasati, naso importante, una certa somiglianza con Ben Kingsley. Ha ordinato il piatto misto (in questo caso, gnocchi al pomodoro, tortino di verdure), e mangiava tranquillamente, dopo aver gettato la cravatta sulla spalla destra per evitare di sporcarsi.

    Poi gli squilla il telefono, che ha impostato sulla vibrazione, come dovrebbero fare tutte le persone di buona volontà. E attacca a parlare in un ottimo inglese, davvero ottimo, con un lieve accento East Coast. Non posso evitare di origliare la conversazione. Si parla di pullman, di tour, di due posti a persona per il volo. Insomma, stanno organizzando un tour. Un tour dell’orchestra, perché si parla di 200 biglietti aerei. E nel frattempo, continuando a parlare nel suo ottimo inglese, il tizio riesce a mangiare durante le risposte dell’interlocutore. E immagino che sia talmente abituato a farlo da essere in grado di prevedere quanto durerà ogni risposta, perché a volte con la forchetta infilza tre gnocchi, altre cinque, altre ancora uno solo. Dice che, essendo la loro prima partnership, lui è anche disponibile a non guadagnare nulla, ma non vuole rimetterci un centesimo. E che eventuali accordi con gli sponsor vanno presi prima, altrimenti si rischia di ritrovarsi con un buco di bilancio, un’eventualità che lui vuole escludere categoricamente.

    E insomma, dopo aver finito il mio risotto, preso dall’entusiasmo personale e dall’apprezzamento per l’ottimo professionista che mi trovo davanti, ordino anche il tiramisù della casa, pensando quanto segue. Che noi italiani, a volte, siamo i più fighi del mondo. Un pensiero che stupisce me per primo, che mi sono sempre sentito cittadino del mondo, prima che nativo della penisola. E poi mi dico anche che è tutta una questione di standard. Che se volessimo davvero risollevare le sorti di questo buffo e tragico paese, allora dovremmo innanzitutto costringere noi stessi per primi e in seconda battuta i nostri interlocutori, ad alzare il livello. A dare il meglio e ad aspettarsi il meglio. Una questione di qualità, insomma.

    Poi bevo il caffè ed esco giusto in tempo per osservare un tizio che fa cascare in mezzo alla strada il carico del suo carrellino per le consegne. Il furgoncino, of course, l’ha lasciato con le quattro frecce sul bordo della carreggiata. Se arriva il tram, non riuscirà a passare. Molto bene.

    L’immagine in alto è presa da qui

     

  • Tutti i prossimi concerti

    ecco tutti i prossimi concerti (elenco in aggiornamento):

     

    Waterloo tour:

    20/10 Circolo ARCI Pintupi, Verderio Inferiore (LC)
    22/10 SECRET CONCERT, Milano
    17/11 Slam X, Cox 18, Milano
    13/12 Arci Acropolis, Vimercate (MB)

     

    The Junkyards – Broken Bones Tour

    2/11: BUZZ, Siracusa
    3/11: TBA, Alcamo (TP)
    4/11: LA CHIAVE, Catania
    6/11: 13 TAPAS, Palermo
    7/11: CUBOLUMIERE, Catanzaro Lido
    8/11: MORGANA, Benevento
    9/11: GODOT, Avellino
    10/11: TBA
    30/11: LIGERA, Milano

     

    Brilliant Disguise, F. Coppola plays Bruce Springsteen

    5/12 Arci Tambourine, Seregno (MB)

     

  • Il mini tour svizzero dei Junkyards: il rumore dell’acqua nell’acqua

    Biel/Bienne – 27/07/2012 – 01:33

    Secondo giorno in Svizzera del minitour dei Junks. Scrivo da un favoloso appartamento ricavato da una torre seicentesca che affaccia sulla piazzetta nella quale abbiamo suonato qualche ora fa. A zonzo per la cittadina dopo il concerto mi sono imbattuto nella casa nella quale è morto J.J. Rousseau. Stupore e meraviglia. Poi mi torna in mente che era nato a Ginevra – e dunque era svizzero – e ogni cosa torna al suo posto. Biel è un luogo fuori dal tempo, con le sue casette, le sue piazze – è esattamente come uno si immagina la Svizzera tedesca. Abbiamo suonato al Cafè du Comerce, nel déhors, vale a dire una piccola piazzetta sospesa tra le case con i tetti a spiovente, con un albero maestoso su un lato e un bel palchetto di assi di legno piazzato davanti a una fontana di cui ancora adesso mentre scrivo sento il rumore dell’acqua che cade nell’acqua.

    L’appartamento ha una grande cucina. Nel frigo vedo bottiglie di rosé – ne ho appena aperta una – una camera da letto enorme con 6 letti singoli – io ne ho presi 2, sono egocentrico… –enormi finestre con gli infissi in legno bianco e parquet dappertutto. Sono in cucina con i piedi appoggiati sulla mensola della finestra che dà sulla piazza. Il culo poggiato su una bella sedia di legno. Una eguale mi fa da ufficio, cioè sostiene (è appena entrato il cameriere del locale dove abbiamo cenato – che fa parte della stessa struttura – reggendo un piatto di non so cosa. Salut, mi dice, Salut, rispondo), sostiene, dicevo la bottiglia di rosé, il posacenere, il tabacco con cartine e filtri e il mio cellulare. Scrivo. Di quando in quando butto un occhio giù nella piazzetta per verificare che sia ancora lì – che sia vera. E lo è.

    Il mattino arriva tambureggiando il suo richiamo attraverso le enormi finestre che fanno risplendere di luce le bianche pareti della stanza in cui dormiamo. Il solito lavorio del mattino – docce, caffè, sigarette, commenti sulla sera prima (questo gli altri, io perlopiù taccio finché non ho bevuto tre caffè e fumato altrettante sigarette. Fatto questo, son finalmente pronto per stare in silenzio per un altro po’). I tre caffè come da regolamento li ho bevuti nella piazzetta insieme a Settanni che poi si è eclissato per andare a prepararsi. Io son rimasto lì ancora un po’, a rimirare il favoloso albero che campeggia su un lato e a scrutare i diversi tipi umani degli avventori. La cameriera che mi ha servito i caffè e il croissant quando è arrivato (“It’s gonna take fifteen minutes, they’re on their way” mi ha detto) aveva una strana timidezza negli occhi nonostante l’appariscente tatuaggio sul suo braccio sinistro, lasciato scoperto come l’altro da una canotta bianca.

     

    Neuchatel – 27/07/12 – 13:29

    Sdraiato su una piattaforma galleggiante sul lago di Neuchatel dopo una rinfrancante nuotata mentre Ferro alle mie spalle si produceva in una quasi infinita e fanciullesca sequela di tuffi carpiati, all’indietro e a bomba, io meditavo – come quasi sempre mi accade quando sono all’estero a suonare con i Junkyards – sul mistero dell’esistenza.

    E pensavo questo. Che essa esistenza è una troia – credo che ne converrete con me. Con una mano dà e con l’altra toglie, costringendoti all’infinito altalenare tra desideri e rimpianti, tra gioie e dolori, tra ambizioni e frustrazioni, tra botte di felicità e abissi di sconforto, trascinandoti nel breve volgere di qualche rapido istante dalle stelle alle stalle e lasciandoti talvolta con la chiara voglia – giusto per restare in tema – di mandare tutto in vacca.

    Il cruccio che mi ha angustiato negli ultimi anni riguarda l’esistenza o meno della possibilità di una vita che permetta di godere delle brevi bellezze quotidiane, delle scarse e preziose meraviglie che la vita non smette mai di offrire. Ed è per questo motivo che il giorno prima mi ero spinto fino a un negozio del centro di Neuchatel per acquistare un costume da bagno. Poiché quando avevamo suonato in città l’anno precedente il clima era davvero rigido per essere luglio – le acque del lago si presentavano brumose e nebbiose come quelle del lago di Lecco in una qualsiasi domenica pomeriggio di novembre –, non avevo associato l’idea di “nuotata” all’idea di “lago di Neuchatel”, dunque non avevo messo il mio costume da bagno in valigia. Invece, con la giusta temperatura il parco sul lungolago si trasforma in una sequela senza soluzione di continuità di bagnanti che fanno la spola tra i loro asciugamani adagiati sull’impeccabile prato all’inglese e le tiepide e cristalline acque antistanti.

    Indossato direttamente nel salottino di prova il costume ahimè piuttosto bruttino come taglio ma l’unico modello monocolore disponibile nel negozio, mi ero indirizzato a grandi passi verso il lago. Lì, giunto sulla spiaggetta di ciottoli bianchi, ero entrato in acqua muovendomi con cautela (leggasi: goffamente) sul fondale sassoso. E poi mi ero tuffato. E avevo nuotato fino alla boa, e poi ero tornato indietro. E poi l’avevo fatto di nuovo. Dopo ancora mi ero disteso con la schiena direttamente sulle bianche pietre (avevo considerato eccessivo l’acquisto anche di un telo da bagno) ed ero rimasto lì a godermi il calore che arrivava da sopra e da sotto. E mentre mi godevo il disco solare che bucava le palpebre e si stampava nelle mie pupille pensavo che quello era proprio uno di quei piaceri semplici della vita e che l’unico sforzo che avevo dovuto affrontare per goderne era stato quello di acquistare un costume da bagno (bruttino).

    Prima di tutto ciò, la sera prima avevamo suonato la nostra prima data nello spazio estivo del Bar King – l’anno precedente avevamo suonato indoor, nella location invernale, a causa della pioggia e del freddo. Lo spazio estivo è direttamente sul bordo lago ed è diviso da una marea di tavolini da uno spazio di una decina di metri. Ci avevamo messo 6 ore ad arrivare – a causa di una coda interminabile all’imbocco del traforo del Gottardo –, così giunti sul posto ci hanno costretto a cenare direttamente e poi fare il sound check e il concerto. Dunque, dopo neanche un’ora e mezza che eravamo lì siamo stati catapultati sul palco a fare la nostra cosa – non che ci sia venuta particolarmente male, è solo che non abbiamo avuto la possibilità di tirare il fiato un attimo (scarico strumentazione, cena frettolosa, sound check, giusto il tempo di cambiarsi e via sul palco). Dopo il concerto, una sequela pressoché infinita di discorsi e birrette e confronti tra di noi e birrette e via così fino alle 4 del mattino, quando anche i più valorosi dei junkyards hanno preso la via del letto nel bell’appartamento che ci hanno messo a disposizione. Nell’appartamento c’era un pianoforte e io incurante dell’ora tarda ho suonato finché non mi hanno letteralmente sradicato dallo sgabello – sono i rischi del mestiere.

    Il giorno dopo, prima di comprare il costume da bagno passeggiavamo mollemente sul lungolago dopo un più che soddisfacente pranzo a base di tabulé avec poulet – Soffientini ahilui aveva scelto un hamburger. Passeggiavamo nel parco sul lungolago con l’unico obiettivo dichiarato di trovare un albero dalla chioma sufficientemente frondosa da accogliere 4 junks che volevano farsi una pennica quando siamo passati davanti a una sorta di baretto che sembrava uscito da un video di tom waits. Un accrocchio di due roulotte costituiva il fabbricato: la prima roulotte ospitava una mini-cucina nella quale preparavano crepes e altri mini-manicaretti, mentre l’altra roulotte appositamente adattata ospitava – meraviglia delle meraviglie – un palco con tanto di batteria e amplificatori. Una lavagnetta piazzata al centro della stradina di asfalto annunciava un concerto per il sabato. Non ci ho pensato neanche un attimo: mi sono consultato brevemente con i miei soci e avendo ottenuto riscontro positivo mi sono diretto verso la cassa – quello è il posto in cui si prendono le decisioni importanti in ogni locale degno di questo nome. “Avec qui est-ce qu’on doit parler pour jouer ici?” (Con chi bisogna parlare per suonare qui?) ho chiesto, con fare deciso. Dopo neanche dieci minuti avevamo un deal e una terza data in svizzera. Orgoglioso come Cederna in Marrakech Express quando comunica ai soci che il famoso tubo con dentro i soldi se lo giocheranno a calcio – “Italia – Marocco” – ho annunciato ai Junks che l’indomani avremmo fatto un doppio set al Coin Coin/Kiosk Art, uno alle 17.00 e uno alle 19.00. Scene di quasi tripudio collettivo – avevamo una scusa per farci un giorno in più in giro (a una certa età non si chiede altro……).

    “Izzio, stasera quando abbiamo suonato [omissis] ho pianto. C’era il sole che tramontava sul lago, io ho rivisto nella mente alcune immagini della mia vita. Ero qui a piedi nudi sulle assi di legno del palco e stavo suonando con voi. Mi son detto, cazzo, la vita è meravigliosa”.

    Questo è quanto mi ha detto uno dei miei tre soci Junks dopo il secondo set dell’ultimo live a Neuchatel – ometto il nome e i particolari per tutelare la nostra sacrosanta privacy (scusatemi, ma questa è roba nostra). In definitiva, questo è quello che facciamo. Ci si mette in macchina, si viaggia, si smontano e si rimontano palchi, si scrivono canzoni e si buttano via e si riscrivono fin quando non sono esattamente quello che devono essere nella tua testa – tutto questo affinché la vita si possa svelare in tutto il suo meraviglioso splendore per qualche brevissimo istante. Quindi la prossima volta che parlerete con un musicista o con un artista in generale, dopo che lui vi avrà raccontato con immaginifica dovizia di particolari tutti i lati negativi del mestiere, non chiedetegli: “Perché lo fai?”. Lo facciamo per questo. Solo per questo.

  • Diario del tour: Sorrento, 7/2; Benevento, 8/2

    A Napoli alle 10.00. Chiedo se ci sono bus per Sorrento per aggirare lo sciopero della Circumvesuviana ma niente. Imbocco Corso Umberto I e lo percorro tutto fino a Piazza Garibaldi. Da lì arrivo al Terminal della Circumvesuviana. Mi dicono che il servizio riprenderà alle 13.00. Compro un biglietto e poi mi perdo nelle stradine invase dalle bancarelle di pesce, frutta e verdura. Mi fermo in un baretto per un altro ottimo caffè e per riposarmi – chitarra + trolley è comodo, sì, ma solo per percorrenze medio brevi, e comunque al quarto giorno di tour inizi a pensare che vorresti lanciare entrambi dal primo ponte e finalmente cacciare le mani in tasca e riprendere a camminare fischiettando felice. Scambio quattro chiacchiere sul tempo con il gestore del bar. Poi la radio sputa Walk Like an Egyptian e il tipo e io ci mettiamo a fischiettare all’unisono. Nei vicoli, i venditori di sigarette di contrabbando espongono cartelli che recitano: “Non si fa credito a nessuno.” Chiudo gli occhi e vedo Sophia Loren incinta seduta al suo baracchino in Ieri, oggi e domani.

    Alle 13.00 effettivamente la Circumvesuviana riprende il servizio. Mi infilo in un vagone, riesco a sistemare chitarra e valigia prima che di fermata in fermata il convoglio si riempia in maniera incredibile. Si viaggia in condizioni veramente al limite, ma i napoletani non si lamentano e quando si verifica qualche inevitabile screzio tutto si risolve con una battuta, con un sorriso. Certo poi c’è pure una signora che alla fine sbrocca e si mette a urlare ma a quel punto partono gli sfottò: “La signora la prossima volta pigli il tassì e vedrà che viaggerà più comodamente”; “Signo’, la prima classe sta più avanti” ecc., ecc. Arrivo a Piano di Sorrento, passo dal locale, il Marianiello Jazz Cafè che è un posto molto bello, e mi accompagnano all’Hotel Klein Wien. Ho una stanza all’ultimo piano, con terrazzino e vista impagabile sul Golfo di Sorrento. Mi infilo sotto una doccia bollente prima di recuperare un po’ del sonno perduto nella traversata notturna.

    A Sorrento, al mattino vengo svegliato dai gabbiani che gridano nel cielo di fronte alla mia finestra – la sera prima avevo lasciato le imposte aperte per svegliarmi con quella vista negli occhi. Cielo coperto, mare nero con improvvisi squarci di sole al largo. Mare mosso e spumoso. Resto a letto a rimirare l’immaginifico panorama, poi colazione e passeggiata per la villa (parco) che si affaccia a strapiombo sulla parte bassa del paese. Nella villa resti di abitazioni romane con mosaici di pregio. Una turista dai capelli rossi infagottata in un piumino da neve scatta fotografie a ripetizione. Un uomo corpulento e calvo fuma il suo sigaro con flemma olimpica, lo sguardo impietrito all’orizzonte. Io annuso l’aria, mi accomodo su una panchina e non fumo una sigaretta. L’acqua cristallina della spiaggetta è molto invitante nonostante il vento freddo che scuote gli alberi.

    Circumvesuviana in senso opposto al giorno prima. Viaggio comodamente nei vagoni semivuoti che si riempino soltanto verso le ultime fermate. Pranzo a Napoli. Linguine alle vongole veraci + friarielli come antipasto. Zucchine alla scapece finite, come anche i sciurilli purtroppo. La cameriera non si aspettava che conoscessi la cucina locale a causa del mio accento che per lei è perfettamente, sfrontatamente milanese. Per un attimo accarezzo l’idea di rivolgermi a lei direttamente in dialetto, ma non vorrei procurarle troppo stress, così soprassiedo.

    Sul treno per Benevento. Accanto a me, un militare indossa un paio di pantaloni di fustagno verde oliva. Le scarpe “civili” delle loro divise mi sono sempre piaciute molto – se avessi fatto la naja ne avrei sottratto un paio. Il vagone è pieno solo per metà. Uno dei finestrini non si chiude bene e riversa nella carrozza folate di vento gelido. Dopo una mezz’ora di viaggio il panorama comincia a mostrare i primi segni delle abbondanti nevicate che hanno colpito la zona. Lo strato bianco diventa più alto a mano a mano che il convoglio prosegue la sua corsa verso l’interno della regione. Il treno entra con estrema puntualità nella stazione di Benevento centrale, dove ad aspettarmi c’è Mario, il ragazzo che ha organizzato la data – con il supporto degli amici del Morgana – in compagnia di un suo amico. Saliamo in macchina e partiamo alla volta di San Giorgio del Sannio, il paese in cui si trova il locale dove suonerò, a una decina di chilometri da Benevento. Pausa a casa di Mario per una necessaria e graditissima doccia bollente e un ottimo caffè. Mi riprendo dal freddo e dalle fatiche del viaggio e usciamo per un aperitivo nella piazza del paese. Comincia a nevicare molto forte, la neve si accumula velocemente al suolo.

  • Diario del Tour: Catania, 4/2; Palermo, 5/2

    Avevo visto le foto online dei lavori fatti al Teatro Coppola ma entrarci e vederlo dal vivo fa tutto un altro effetto. Il Teatro risale al 1821. Ha subito il bombardamento americano durante la seconda guerra mondiale. È intitolato al compositore catanese Pietro Coppola, che ottenne il successo grazie a Nina pazza per amore, un’opera composta per il Teatro Valle di Roma – Cesare Basile mi fa notare gli involontari collegamenti dei fatti storici (anche il Valle è oggetto di un bell’esperimento di gestione autonoma). Prima della serata si teme scarsa affluenza a causa dei contemporanei festeggiamenti di Sant’Agata, amatissima patrona della città, ma poi il pubblico arriva e la serata va molto bene. Dopo il concerto viene nel back-stage una giornalista di una radio di Pisa che si definisce una radio “cristiana”. Mi dice che vorrebbero passare la mia musica. Le chiedo stupito se ha ascoltato attentamente le parole.

    Dopo il concerto a zonzo per il centro e per la Festa di Sant’Agata con delle ottime “guide” locali. La parte più divertente è quando a fine serata cercano di riaccompagnarmi all’ostello in cui dormo che è nella zona dei festeggiamenti, quindi chiusa al traffico. Dopo aver vagato in auto per mezz’ora alla fine si trova la strada. La mia stanza è molto umida. Sistemo una doppia coperta sul letto e mi addormento come un bambino. A un orario indefinito vengo svegliato dagli annunciati fuochi d’artificio, che vanno avanti per una buona decina di minuti di inquietanti deflagrazioni. Al mattino viene giù un muro d’acqua. Aspetto che spiova poi esco. Dai balconi delle case si affacciano le insegne in onore della Santa: panni vermigli con una A dorata al centro oppure la scritta luminosa VIVA SANT’AGATA. Ancora una volta sono i colori a colpirmi: nella piazza del Duomo le insegne cremisi si stagliano sulle facciate scure dei palazzi e fanno contrasto con il cielo violaceo che copre la città. Passeggio mollemente, bevo qualche caffè e aspetto che arrivi l’ora per prendere il bus per Palermo.

    Arrivo a Palermo sotto una pioggia battente. Viaggio molto bello, tagliando tutta la parte centrale della Sicilia. Panorami verdissimi, qualche collina e rilievi più alti. L’organizzatore della data palermitana lavora alla campagna per le primarie di Rita Borsellino, e mi dice che prima di andare al locale faremo una breve deviazione verso un appuntamento elettorale. L’interno di un istituto cattolico. Vecchi e ragazzini. I vecchi seduti sulle sedie disposte lungo il perimetro dello stanzone fanno avanti e indietro verso i tavoli del buffet. Una signora con dei capelli color arancione svuota il contenuto di due piattini carichi di pizzette all’interno della sua borsetta. I ragazzini cantano al karaoke canzoni neomelodiche. Le ragazzine sono tirate a lucido, truccatissime, ma non possono nascondere di essere soltanto delle bambine. Reggono il microfono a turno e cantano abbracciate con lo sguardo rivolto alla parete dove il proiettore rimanda i testi delle canzoni. I ragazzi sono normali ragazzi di 15-16 anni: alcuni brufolosi, altri paffutelli. Ce ne sono un paio con delle creste punk ordinatissime e precisissime. Entrambi indossano una felpa con cappuccio di Topolino – mi sembra di capire che vada molto di moda da queste parti.

    Nottata a zonzo per il centro storico in una sequela quasi infinita di assaggini di prelibatezze locali e cicchetti di gradazione sempre più alta a mano a mano che la notte avanza. Dormo a casa del promoter, dove arriviamo alle 4:30. Dormo fino alle due del pomeriggio in un comodissimo letto a una piazza e mezzo. Nella stanza c’è un pianoforte a muro. Il cielo è scuro, i colori talmente accesi che sembrano bucare la finestra e poggiarsi direttamente sul mio letto. Pomeriggio freddo e piovoso. Passeggio per la città. Alla cattedrale la tomba di Federico II è nascosta dietro una file di pannelli di legno e non capisco perché. Appena esco ricomincia a piovere e mi infilo in un bar, prendo un caffè americano e scrivo quanto sopra, aspettando che si faccia l’ora di andare al porto per prendere la nave per Napoli.

    La vita del tour è fatta di attese. Aspetti che arrivi l’ora di partire, aspetti di arrivare, aspetti di fare il sound-check, aspetti di cenare, aspetti che sia ora di suonare… e il giorno dopo ricominci. Ho comprato delle compresse per il mal di mare sperando di non averne bisogno. Mi dimentico sempre di mettere in carica il cellulare.

    Sono a bordo della m/n Nomentana della Tirrenia. Ceno al ristorante Nettuno – unico ospite della sala arredata in maniera decisamente deprimente. La mia presenza sembra quasi infastidire gli addetti, che già si pregustavano un’altra serata di non lavoro. Ma tant’è, tra il dubbio self-service di bordo e il tristerrimo Nettuno ho preferito quest’ultimo. Menù: sedani alla sicula (cioè alla Norma); merluzzo con olive e capperi; verdure al vapore; dolce e caffè. Il tutto a 25 euro. Fuori dal ristorante due strani personaggi chiedono alla capocameriera se è possibile dividere un menù in due. Lei non sa rispondere e chiama addirittura un ufficiale che si presenta poco dopo e spiega che non è possibile. I due se ne vanno.

    Mentre attendo la mia cena alcuni addetti cominciano a mettere al sicuro piatti e bicchieri all’interno dei mobili: si attende mare forte, e io realizzo di non aver ancora preso la Xamamina. Mentre scrivo la nave inizia a rollare di brutto. Arriva la pasta. È buona, molto profumata e al dente. Al quarto boccone mi ritrovo in bocca un pezzo di vetro tagliente. Grazie a un incredibile colpo di culo non mi taglio. Chiamo la capocameriera e glielo faccio notare. Mi dice che non sa spiegarsi come sia potuto accadere. Mi chiede se deve portarmi un altro piatto di pasta. Le dico di no. Mi chiede se allora mi deve portare il secondo. Le dico che l’esperienza è stata sufficiente e che può portarmi direttamente il conto. Lei non fa una piega. Mi addebitano soltanto le bevande (una birra e un’acqua naturale, che mi porto in cabina). Pago, saluto ed esco. Fumo una sigaretta mentre le luci di Palermo si perdono all’orizzonte. È difficile restare in piedi, mi addosso a una parete e fumo in fretta, poi vado nella mia cabina. Resto sveglio fino alle 4.30, poi il sonno la stanchezza hanno la meglio sul mare agitatissimo e crollo.