Rocambolesca sistemazione della chitarra in un posto vuoto nella mia stessa fila con scambio di sedili e allacciamento safety belt grazie a prolunga adatta all’uopo. Il mio vicino di posto mi chiede se per caso sono un musicista. Gli spiego con la brevità che mi contraddistingue. Inizia a chiedermi se conosco qualcuno di famoso. Mi guarda fisso con occhi spiritati e snocciola uno dopo l’altro i nomi dei suoi artisti preferiti a distanza di circa un minuto uno dall’altro. “Vasco? Morgan? Ligabue?” Ha appena terminato un contratto di 3 mesi a Piacenza. È contento di aver finito perché quello non era il suo lavoro. Lui è geologo ma lì di Geologia poco e un cazzo. Quando inizia a raccontarmi le sue beghe personali (ha un figlio a Roma, la madre è avvocato e lo ha massacrato con gli alimenti) gli dico che vorrei dormire che la notte precedente non ho chiuso occhio. Si accheta per un attimo poi out of the blue torna alla carica con: “E il grande Piero?” Io mi volto verso di lui, apro solo un occhio e faccio segno di no con la testa. Arrivo a Fontanarossa. L’autista del bus che porta alla stazione di Catania, da dove avrei preso il treno per Messina, mi convince a optare per il bus diretto che parte proprio dall’aereoporto. “Fai attenzione, prendi il diretto autostradale, altrimenti ci metti 2 ore.”
Ovviamente il primo che parte non è il diretto autostradale ma decido di prenderlo lo stesso per motivi paesaggistico-antropologici. Accanto a me cominciano a scorrere le prime case caratteristiche. Ci avviciniamo a una rotonda che si presenta come il riassunto di ogni possibile infrazione automobilistica. Guardo l’ora: quando ce la lasciamo alle spalle sono trascorsi 11 minuti. Ne seguiranno ahimè molte altre. “Se ero calabrese mi ero già ammazzato” dice un ragazzo seduto dietro di me.
Messina molto ventosa. Nuvole basse e viola attraversano di corsa lo Stretto lasciando intatta la città per perdersi verso i monti alle sue spalle. Il mare è bianco di spuma. Nella luce livida che piove dal cielo le belle costruzioni di fine Ottocento si ammantano di un’aura quasi mitteleuropea. Le luci gialle dei lampioni in ferro battuto si riverberano sulle finestre che si affacciano su balconcini anch’essi in ferro battuto. Salita al Monte di Pietà. Sulla strada, un frigorifero abbandonato lungo il marciapiede incredibilmente non toglie nulla all’atmosfera del luogo. Enrico mi conduce lungo infinite scalinate. I palazzi d’epoca sono interrotti qua e là da edifici moderni, brutti nella nettezza delle loro linee squadrate senza alcuna eleganza. La pavimentazione in pietra lavica riluce dell’umidità che preannuncia la pioggia in arrivo dalle nuvole basse. Saliamo ancora fino al Cristo Re, un punto panoramico da dove lo sguardo abbraccia tutta la città e la punta della Calabria così protesa che sembra sfiorare l’imboccatura del porto. Nonostante il vento ogni cosa appare immobile. Una maglietta gialla stesa ad asciugare su un balcone è tenuta immobile dal vento in posizione verticale – sembra la bandiera di un esercito che non ha mai sparato neanche un colpo.
Una ragazza finlandese patita degli U2 alla fine del concerto mi dice che a tratti la mia chitarra elettrica aveva il suono di The Edge: vero, sto giocando un sacco col delay e la cosa mi piace. Un ragazzo ha comprato Una vita nuova per la storia che racconto sempre di Cerco ancora te. Mandato a fare in culo 4 tizi a un tavolo alla terza canzone – facevano più casino di un’osteria completa. Cena saltata e impianto da rivedere. Chiacchiere notturne con la barista, madre di un bambino di 5 anni. Suo padre va a caccia solo di cinghiali e caprioli perché non ci vede più bene come prima, quando cacciava anche i fagiani. Dopo il sound-check torno in albergo e mi faccio un mezzo sonno di 40 minuti. Poi mi rimetto insieme e vado al concerto.
Nel pomeriggio prima del sound-check passeggiata per il centro. Piazza del Campo si apre come un miracolo illuminato dal sole nel dedalo di viuzze della città medievale. Continuo dopo aver osservato attonito il sole che tramonta riflesso sui mattoni della piazza e arrivo al Duomo. La facciata è aldilà di ciò che un essere umano può concepire. La cupola e il campanile in stile romanico si stagliano contro il cielo terso che sembra cadere alle loro spalle. Il sole sta tramontando velato da veloci nuvole bianche. L’atmosfera qui è una continua epiphany joyciana e non so se questa è una qualità del posto o qualcosa dentro me.
Scaletta secondo i ricordi post serata: Ultima battaglia / Waterloo / Ogni cosa è illuminata / Altalena / Rovina / Volontà / Cerco ancora te / Torino / Verso casa / Tutto resta uguale / Guaranteed (E. Vedder).
a partire dal 27 settembre troverete Waterloo (Via Audio/Venus) nei negozi di dischi e negli store digitali.
Il 24, cioè sabato prossimo, faremo la presentazione ufficiale all’Arci Tambourine di Seregno che è una sorta di casa base della mia nuova etichetta (dalle 22.00, ingresso gratuito con tessera arci). Con un po’ di fortuna – cioè se riusciremo a completare il montaggio in tempo – prima del concerto verrà proiettato il video di Respirare lavorare, che abbiamo girato nei giorni scorsi. È un video diverso da tutti quelli che ho girato finora ma non voglio dirvi niente. Ovviamente sabato saranno disponibili le prime copie del disco calde calde di stampa.
Inoltre, qui sotto potete trovare una videointervista realizzata da Claudio Del Monte nella quale sproloquio un po’ a proposito di questo nuovo disco:
Cari amici e fan dei Junkyards di tutto il globo e oltre
Ciò che vi accingete a leggere è un tentativo di ricostruire ciò che è accaduto durante i recenti concerti all’estero dei Junkyards: tale tentativo è ovviamente destinato a fallire poiché nessuno sa cosa sia accaduto davvero.
Berlino e il mistero dell’esistenza
Fatte le valigie e caricata la macchina, eccoci sull’Autobahn diretti verso il nord della Germania. Le prime due ore di viaggio sono andate piuttosto bene. Poi abbiamo cominciato a pensare di tornare indietro. Tornare a casa. Buttare le nostre terga sul divano e farci rincoglionire dalla televisione. Ma non l’abbiamo fatto, fortunatamente. A mezzanotte entriamo nella ex Berlino est. Abbiamo sopportato la radio fm tedesca per l’ultima parte del viaggio – il picco massimo è stato una cover in tedesco di Pretty woman di Roy Orbison, assolutamente incredibile. Abbiamo passato la nostra prima notte in città impegnandoci a conoscere le diverse birre locali – tutte molto buone e incredibilmente economiche e abbiamo anche avuto la possibilità di assaggiare un’ottima kartoffeln salad (squisita, ma da evitare alle 3,45 del mattino).
Il giorno dopo abbiamo fatto i turisti – sono passati dieci anni dalla mia ultima visita in città: Alexanderplatz, Unter Den Linden ecc. Alle sei del pomeriggio eravamo al club. Arriviamo, bussiamo alla porta del locale ancora chiuso, un uomo esce: “Guardate, ora devo proprio andare, ho una cosa da fare. Sarò di ritorno in un paio d’ore.” “Possiamo mettere dentro gli strumenti?” “No”.
Quello era l’inizio di una serata piuttosto difficile. Va bene. Attendiamo in un piccolo bar dei dintorni. Poi l’uomo è tornato, scarichiamo gli strumenti e iniziamo il nostro sound check. Tutto è andato bene fino all’arrivo del barista australiano. Il barista australiano è un uomo con una montagna di problemi nella sua vita. E questo lo fa incazzare. Sempre. È sempre incazzato, anche quando non sembrano esserci motivi per incazzarsi. Così ha cominciato a creare problemi su ogni piccola cosa – il volume troppo alto, troppo forte, abbassate un po’, abbassate ancora un po’, riuscite a suonare più piano di così? – a un certo punto ho pensato che mi avrebbe anche detto che maglietta indossare per il concerto. In ogni modo, siamo italiani, sappiamo sempre come sistemare le cose, siamo abituati.
Arriva l’orario del concerto, noi suoniamo il nostro set e ogni cosa va bene. Di quando in quando il barista si affacciava nella sala del concerto e faceva segno di abbassare il volume, di suonare più piano. L’ultima volta che l’ha fatto ero nel mezzo del call&response con il pubblico su Junkyards of nonbelievers, così è stato facile per me rivoltare la situazione a mio vantaggio emulando i cantanti soul degli anni 50: “A little bit quieter now, a little bit louder now…”. La gente cantava e si divertiva e lui non si è più fatto vedere. Più tardi, verso la fine del set abbiamo suonato come al solito la nostra versione folky di Walk like an egyptian delle Bangles, e lì il nostro uomo si è arreso: è arrivato fin sotto il palco brandendo un oggetto imprecisato che suonava come una maracas e lo agitava a tempo con la canzone con un sorriso idiota stampato sulla sua faccia da idiota.
Così è andata. Poco più tardi ho avuto occasione di incontrare il barista fuori dai bagni degli uomini. Io sono uscito, lui mi ha guardato, mi ha poggiato una mano sulla spalla destra e mi ha detto: “Great show man”. Io gli ho sorriso e gli ho risposto a tono, sussurandogli gentilmente: “Figlio di puttana”. Qualche minuto più tardi i miei occhi si perdono nel blu scuro del cielo berlinese e mi interrogo sul mistero dell’esistenza.
Amburgo: ragazzini nel paese delle meraviglie
Il mattino dopo lasciamo Berlino. Siamo bloccati in un ingorgo autostradale: sembra che l’intera popolazione tedesca abbia deciso di dirigersi verso le coste del Mare del Nord per godere delle sue fredde e inospitali acque. In ogni modo, arriviamo ad Amburgo. Il cielo è nero e rovescia sulla città secchiate di pioggia. Parcheggiamo abbastanza vicino al club e attendiamo che la pioggia smetta. Dopo qualche minuto un tipo bussa al finestrino di Paolo. Paolo, che è una persona semplice e gentile, abbassa il finestrino per vedere cosa vuole. Il tipo è ubriaco fradicio. Ciononostante Paolo si prende qualche minuto per spiegarli che siamo una band italiana e che la sera avremmo suonato in un festival organizzato nel locale proprio dietro l’angolo. Io cerco di far notare a Paolo che il tipo sta evidentemente per vomitare – e che sarebbe una buona idea chiudere il finestrino per evitare il peggio. Finalmente Paolo chiude il finestrino soltanto un attimo prima che il tipo svenga sul cofano della nostra auto e poi scivoli lentamente sul marciapiede, dove termina la sua corsa. Nel frattempo ha smesso di piovere. Andiamo al club.
Il locale è piccolo ma estremamente fascinoso e gestito con grande cura. Il gestore è simpatico e amichevole e ci mette subito a nostro agio. Mancano ancora quattro ore prima del nostro set così decidiamo di fare un giro in città. Raggiungiamo il porto e ci uniamo ai locali che si stanno godendo il loro sabato pomeriggio. Dopo neanche mezz’ora ricomincia a piovere molto forte. Torniamo al club dove ci facciamo servire la cena e ascoltiamo i set degli altri artisti che suonano prima di noi. Alle dieci di sera siamo sul palco. Un pubblico splendido quello di Amburgo – ricordo che mentre attaccavamo la terza canzone in scaletta ho pensato ‘io in Italia non ci voglio più suonare…’ comunque, una gran bella serata, noi ci siamo divertiti molto e anche il pubblico. Quando ho ringraziato alla fine della serata è stato un momento molto particolare, difficile da spiegare ora, ma è stato un momento davvero molto intenso, e quella sensazione starà con me per molto tempo – avevo scritto quelle canzoni al tavolo della mia cucina, a Dicembre, e ora le stavo suonando così lontano da casa e quella gente sembrava cogliere ogni singola intenzione dietro ogni singola nota e parola. Felicità, punto.
Siamo rimasti nel club per un paio d’ore dopo il concerto, poi ci siamo spostati in albergo. Alle tre del mattino facciamo il nostro ingresso nella hall dell’Hotel Kogge. La hall è un bar. Con musica ad altissimo volume. Strapieno di gente che beve e fuma una cannetta dietro l’altra, come si capisce subito dall’aroma che impregna l’aria del locale. La ragazza ci conduce alle nostre stanze – che meriterebbero un intero racconto a sé stante – che sono separate dal bar da un solo, sottilissimo muro. “A che ora finisce la musica nel bar?” le chiedo. Lei sorride. Poi risponde: “Non prima delle 6. Ma troverete dei tappi per le orecchie nelle vostre stanze. Volete il welcome shot?” Welcome shot? “Certamente” rispondo. Qualche minuto dopo, Francesco, Paolo e io siamo al bancone del bar. Mi sporgo verso la ragazza e le chiedo: “Cosa possiamo avere come welcome shot?” “jack Daniel’s. Non c’è scelta”. “D’accordo”. Siamo rimasti al bar del Kogge per non ricordo esattamente quanto tempo, abbiamo firmato il guestbook, bevuto diversi welcome shots e poi siamo tornati alle nostre stanze, ci siamo infilati i tappi nelle orecchie e ci siamo addormentati beatamente come ragazzini nel paese delle meraviglie.
Ricordo ogni singola sera in cui prima di salire sul palco ho svuotato le mie tasche nelle tue mani – soldi, cellulare, portafogli, chiavi.
Ricordo ogni singola sera in cui mi hai abbracciato non appena sono sceso dal palco.
Ricordo ogni singola sera in cui alla fine del concerto sei salito sul palco e hai raccolto le mie cose e le hai caricate in macchina.
Ricordo ogni singola sera in cui abbiamo cenato insieme prima del concerto e le bevute dopo il concerto.
Ricordo ogni singolo chilometro di autostrada che abbiamo percorso insieme e tutte le serate spese a progettare il futuro e a ripensare al passato.
Niente di tutto questo potrà essere cancellato dalla mia mente e dalla mia vita. Continuo a credere che le cose non finiscano, ma diventano qualcos’altro. Che tutto ciò che è stato dà vita a ciò che sarà.
Ti ringrazio per aver custodito cose che non avrei mai voluto pronunciare, e ti ringrazio per esserci stato ogni volta che ho avuto bisogno di un amico. Ti ringrazio per avermi tirato su ogni volta che tutto sembrava perduto e per tutte le volte che avrei voluto mandare tutto a fare in culo e tu eri lì per dirmi che no, non bisogna mandare a fare in culo le cose migliori della propria vita. Ti ringrazio per tutte le volte che sei stato un gioioso alleato contro la paura.
Ricordo la sera in cui dal palco ti ho detto che sei il fratello che non ho mai avuto – è vero, è così – e ricordo che per tutto il pezzo successivo ho stretto le mascelle per non permettere alle lacrime di uscire. Poi, da solo nel camerino, ho pianto come un bambino, ma questa è un’altra storia.
Ricordo quel giorno a casa di mia nonna, che sarebbe morta di lì a poco. Conservo ancora quella foto, con lei e me, in quella casa in cui ho passato miliardi di ore quando ero un ragazzino. Mi fa piacere che l’abbia scattata tu. Ha senso. Ha molto senso.
Questa è per te, fratello. Nessuno ci potrà toccare.
Dear friends and fans from across the globe and beyond,
What you’re going to read is a destined-to-fail attempt to recall what exactly happened during our gigs in Europe in the last weeks. It’s destined to fail because, of course, nobody really knows what exactly happened.
Berlin: the mystery of existence
Berlin, fast clouds over Brandenburg Thor. Yoda looks sad.
Anyway, there we were, bags packed on the autobahn heading to the deep north of Germany. Wow. The first two hours the trip went alright. Then we felt like we wanted to go back. Go back home. Put our asses on the sofa and get hypnotized by television. But that didn’t happen, luckily. So, somehow we got to Berlin. At midnight we were entering the part of town previously known as East Berlin. We had managed to stand the German fm radios – the peak had been a German rendition of Roy Orbison’s Pretty woman, really unbelievable. We spent part of our first night getting to know local beer – really good and extremely cheap, which is a problem – and also had a chance to taste the kartoffeln salad (which was wonderful, just don’t do that at 3,45 in the morning).
The day after we made the tourists – last time I had been in Berlin was exactly 10 years ago: Alexanderplatz, Unter Den Linden and so on. At 6 pm we were at the club. As we got there and knocked on the door, the man came out and said: ‘Look, I got to go now, got to do something. I’ll be back in a couple of hours.’ ‘Can we just get the instruments in?’ ‘No’.
Joe's Bar, Berlin
And that was the beginning of a difficult night. Alright. There was a bar close to there so we took a seat and waited until the man came back. Then the man came back. We got the instruments in and started our sound check. Everything went alright until came the Australian bartender. The Australian bartender is a man who has lots and lots and lots of huge problems in his life. So he is angry. Always. All the time. For, apparently, no reason. He started making problems over almost everything – too loud, too heavy, quiet it down, quieter, quieter – at some point I thought that he may also tell me what kind of shirt I should have put on for the show. Anyway, we’re Italians, you know, we know how to fix things up.
So show time came, we played our set and everything went alright. Every now and then the Aussie bartender would come out and make signs to quiet it down. Last time he did it I was in the middle of a call-and-response with the audience, so it was easy to turn things right for me. I started goin’ “A little bit quieter now, a little bit louder now’. People were singing and dancing and cheering all over the place, so he never came out again. Later on when we played the showstopper of our set – a folkish rendition of Walk Like an Egyptian by The Bangles – the man surrendered and came front stage shaking something that made the sound of maracas with an idiot smile upon his idiot face.
So we did it. The show went right and everybody looked happy. Later on I had a chance to meet the Aussie bartender right out of the male toilets: as I walked out he stared at me, put his right hand on my shoulder and went: ‘Great show man’. I smiled gently, and answered accordingly: ‘Figlio di puttana’ (son of a bitch, in Italian). A couple of minutes later, my eyes were lost into the deep blue sky over Berlin, and I was wondering over the mystery of existence.
Hamburg: little babies in Wonderland
On the road to Hamburg
The morning after Berlin was gone. We were stuck in a jam on the Autobahn. Looked like half of the German population was heading to the northern coast to enjoy the cold waters of the Northern Sea. Anyway. When we got to Hamburg the sky was black and heavy water was pouring down. We parked close enough to the club and remained in the car waiting for the rain to stop. While we were there, a guy knocked on the windshield. Paolo, who is a gentle, simple boy, rolled down the window to ask what the guy wanted. The guy was drunk. Nonetheless Paolo took a couple of minutes to inform him that we were an Italian band and we were going to perform at the festival held in the club just around the corner. I tried to point out to Paolo that the guy was drunk and that he was clearly going to throw up – and that it would have been a good idea to roll up the window to avoid the worse. Finally Paolo rolled up the window just a few seconds before the guy passed out on the hood of our car and then slowly fell on the boardwalk. In the meanwhile the rain had stopped. We got to the club.
The bill at Woody Bash Festival. Hamburg
The place is really great and the guys were really friendly and very kind. We had four ours before the show so we decided to take a stroll through town. We got to the port and mixed ourselves to the locals enjoying their Saturday afternoon. It took half an hour before it started raining heavily again. We got back to the club, had our dinner and listened to the gigs of the other artists. At 10 pm we were on stage. A wonderful audience in Hamburg – I remember that by the time we were playing the third song of our set a thought exploded in my mind: ‘I never, never, never again want to play in Italy’. Anyway, it was a really good show, we had a lot of fun and the people too. I thanked the audience at the end of the show, and that was a great moment, difficult to explain, but it was a great moment, and it’s gonna stay with me for a long time. I wrote those songs at my kitchen table in last December and now I was playing them to this wonderful audience so far from home – and they really liked them. Happiness, period.
Welcome shot at Kogge Hotel
We hanged at the club for a couple of hours after the show. Then we got to the hotel. It was 3 am when we got in the hall of the Kogge Hotel. Which is a bar. With loud music. And people all over smoking pot and drinking. The girl at the bar took us to our rooms, just one wall away from the bar. ‘At what time the music stops at the bar?’, I asked her. She smiled. Then said: ‘6 am. But don’t worry. You’ll find earplugs in your rooms. Do you want the welcome shot?’ The welcome shot? ‘Sure’, I answered. A couple of minutes later, Paolo, Francesco and I were hanging at the Kogge’s bar. I leaned over to the girl and asked: ‘What can we have for the welcome shot?’ ‘Jack Daniels. No choice.’ ‘Alright’. We stayed at the bar for don’t remember how long, we signed the guestbook, had a couple more welcome shots and then got back to our rooms, plugged our ears and fell asleep like little babies in Wonderland.
Cari amici,
mentre il mondo della musica lancia segnali contrastanti (gli After a Sanremo e Iva Zanicchi che si candida a rubare il posto alla cantante di PopPorno) da queste parti si continua a lavorare alla conquista del mondo bisogna pensare in grande, questo lo sapete anche voi.
Quindi, qui accanto trovate il calendario aggiornato a oggi alle ore 18:47 del tour che accompagnerà l’uscita dell’EP La stupidità. Prendete nota e ci si vede in giro.
Inoltre, stiamo ultimando il montaggio del videoclip, che sarà finito probabilmente in settimana.
Vorrei cogliere l’occasione per ringraziare tutti i coraggiosi che si sono presentati sul set domenica scorsa e hanno impreziosito il girato con la loro stolida presenza: grazie.
Per chi non l’avesse ancora fatto ricordo sempre che La stupidità è in download gratuito sul sito.
A questo proposito è necessario fare una precisazione: mi sono arrivate voci di persone che, dopo aver premuto il tasto free download, si sono fatte spaventare dal fatto che si accede a un carrello virtuale: avete ragione, è un carrello virtuale, ma se controllate bene nel campo del
prezzo c’è scritto 0 (zero) e sotto c’è la scritta free checkout: quindi, state tranquilli, è gratis, ma proprio gratis gratis.
14 marzo Arci Tambourine – Seregno
26 marzo Loop Cafè – Perugia*
27 marzo Caffè del Centro – Caserta*
03 aprile Majakowsky – Verona*
04 aprile Arci Pintupi – Verderio Inferiore, Lecco
18 aprile Neverland d’Inverno – Castello di Solza, Bergamo
30 aprile Stazione Cantautori – Firenze
02 maggio Caffè letterario – Bergamo
07 maggio Valverde – Forlì
08 maggio Morgana – Benevento
09 maggio Conte Staccio – Roma
13 maggio LaCasa139 – Milano
14 maggio Materia Off – Parma*
15 maggio Aguaplano – Cantù
16 maggio Sur le Sofà – Varese
29 maggio Officine Sonore – Vercelli
Calendario in aggiornamento
*Concerti in solo acustico