Categoria: libri

  • TRE INCONTRI LETTERARI ALLA LIBRERIA PAGINE DI PIACENZA

    Dopo il primo incontro dedicato a un confronto tra Furore di Steinbeck e La strada di McCarthy, in arrivo altri tre appuntamenti.

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  • L’ultimo concerto dell’anno

    L’ultimo concerto dell’anno

    Domani con Nelle vene dell’America da Specie di Spazi qui a Milano si conclude la mia attività live di quest’anno. Diciotto concerti, in solo, con la band, su Heartland e sui miei diversi progetti paralleli, incluse le serate di Giocare col fuoco live da Germi. Penso due cose: la prima, non male dopo circa dieci anni di assenza dalle scene – sono cambiate molte cose, la maggior parte dei promoter con cui lavoravo hanno mollato per età, stanchezza, covid, difficoltà varie; la seconda: l’anno prossimo vorrei farne almeno il doppio – invecchio ma la scimmia di stare sul palco non mi passa, anzi, sembra peggiorare. E così giovedì sera per me sarà una piccola festa condurvi in un viaggio nell’America del Novecento, con canzoni, racconti, storie, poesie, un po’ di politica, come sempre, e la solita voglia di stare tra la gente. Il posto è davvero speciale, atmosfera super intima, si potrà bere e mangiare, insomma non mancherà nulla. Quindi per il momento grazie a chi ha partecipato a uno dei concerti, grazie a chi li ha organizzati, a chi mi ha ospitato, a chi mi ha accolto e messo nelle condizioni di fare bene il mio lavoro. Per domani sera è obbligatoria la prenotazione, seguendo questo link.

  • Heartland

    Heartland

    HEARTLAND, IL NUOVO DISCO DI FABRIZIO COPPOLA

    Ascolta: Spotify | Apple Music | YouTube | Tidal | Deezer | Amazon

    Acquista: Heartland (libro + cd, solo libro o solo cd)

    Live: Heartland verrà presentato dal vivo il 26 febbraio al Biko, Milano: acquista qui i biglietti

    Si intitola Heartland il nuovo disco di Fabrizio Coppola, pubblicato da Musica Distesa e disponibile su tutte le piattaforme dal 27 gennaio.
    Prodotto da Giuliano Dottori e con Diego Galeri alla batteria, Heartland arriva a ben dodici anni dall’ultimo lavoro discografico di Coppola (Waterloo, Via Audio/Venus, 2011); contiene dieci canzoni che vanno a comporre un lavoro denso e compatto con testi aperti e personali come mai prima.
    Heartland è un disco sulla perdita, sull’abbandono, sulla fine delle cose e sulla forza da ritrovare, sul senso da grattare via dall’esistenza che – accade a tutti –, può farsi un deserto rabbioso o una distesa d’acqua immobile che sembrano impossibili da superare. E allo stesso tempo è un disco sulla luce, sull’azione come generatrice di senso, sul cammino da compiere qualunque sia la direzione scelta, sulla fiducia e sulla responsabilità personale. 

    Dal punto di vista sonoro, anche per questo nuovo capitolo discografico Coppola guarda all’America, ispirandosi ai lavori più recenti di artisti come Sharon Van Etten, War On Drugs, The National.
    “Nei miei dischi precedenti mi sembra di aver esplorato in profondità il suono del rock classico americano, dall’approccio quasi garage del mio debutto, La superficie delle cose, passando per il suono largo e classico di Una vita nuova e fino alle atmosfere tese ed elettriche di Waterloo – e mi piace citare anche la parentesi super folk del progetto Junkyards. Adesso avevo voglia di mescolare un po’ le carte e riprendere anche i suoni che mi hanno accompagnato nell’adolescenza, come per esempio le batterie elettroniche e i sintetizzatori. Quando ho portato a Giuliano Dottori i provini che avevo realizzato negli anni precedenti per cercare di mettere a fuoco il suono che avevo in mente, sapevo che sarebbe stato l’uomo giusto per dare vita e realtà alle mie visioni. E così è stato.” 

    Il disco uscirà insieme a un libro che raccoglie racconti, storie, poesie (oltre ai testi delle canzoni di Heartland), tutti figli della stessa ispirazione che ha condotto alla scrittura dei brani. La presentazione dal vivo è fissata a Milano, al Biko, per il 26 febbraio prossimo, quando Coppola salirà sul palco accompagnato da una band di quattro elementi: Giuliano Dottori, Paolo Perego, Marco Ferrara e Marco Confalonieri.

    Fabrizio Coppola, Heartland

    Label: Musica Distesa
    Produzione artistica: Giuliano Dottori
    Registrato da Giuliano Dottori presso Jacuzi Studio, Milano
    Mix: Raffaele Stefani
    Mastering: Giovanni Meniak

    Fabrizio Coppola, voce, chitarre acustiche ed elettriche, piano, organo, synth
    Giuliano Dottori, chitarre acustiche ed elettriche, basso, piano, organo, synth, backing vocals, programmazioni
    Diego Galeri: batteria 
    Sara Spadini: violino
    Zeno Dottori: percussioni
    Testi e musiche di Fabrizio Coppola

    Tracklist

    1. Tutto questo blu
    2. Lettera a C.
    3. Roma Raccordo Anulare
    4. Io che vado a fondo
    5. Più forte di me
    6. Dove sei tu
    7. Meno di pochissimo
    8. Dove va l’amore?
    9. Elegia per la Strada del Tuono
    10. La versione migliore di me

    IL DISCO, BRANO PER BRANO NELLE PAROLE DI FABRIZIO

    Tutto questo blu

    Quando anche l’ultimo aereo avrà solcato questo cielo 
    Mi vedrai camminare, camminare, camminare da te

    Scritta di getto un pomeriggio, strimpellando la chitarra elettrica con un sacco di delay. È un pezzo profondamente personale a cui sono davvero molto legato. Sembra avere diversi legami con l’attualità degli ultimi anni anche se risale ad anni fa – prima delle città deserte, prima della guerra in Europa, prima della crisi economica. È una ballata elettrica avvolgente, un tappeto di synth che si aggiungono l’uno all’altro fino al crescendo finale in cui la musica sovrasta volutamente l’ultima promessa del protagonista.

    Lettera a C

    Ma è tutto il mondo intorno o siamo noi
    A essere diversi, perduti e vinti?

    Una canzone sull’amicizia, sulle sfide dell’età adulta, sulle scelte e sui rimpianti. “Lettera a C” è un brano pop dall’andamento classico, con la voce che si dispiega su un tappeto di synth, le chitarre e le voci che aggrediscono i ritornelli e la salda batteria di Diego Galeri a sostenerlo.

    Roma Raccordo Anulare

    Precipito in strada proiettile senza una meta
    Frequenza cardiaca alterata in accelerazione

    Ci ho messo dieci anni a scriverla, poi in studio con Dottori su suo suggerimento abbiamo rimescolato un po’ la struttura ed è venuto fuori secondo me uno degli episodi più riusciti del disco. C’è un riff di chitarra un po’ anni Novanta da cui è nato tutto cui si aggiungono i synth e la batteria dal suono volutamente rétro, come in tutto il disco, a creare un paesaggio sonoro perfetto per raccontare la corsa notturna in auto di un uomo in fuga da qualcosa da cui in realtà non riesce a fuggire.

    Io che vado a fondo

    Passerai un’altra notte a chiederti piangendo, ma dov’è che stiamo andando? 

    Probabilmente l’arrangiamento più sofisticato del disco per un brano inquieto e dolente sulle domande che è difficile farsi anche quando non possono più essere rimandate. Pianoforte e voce in primo piano prima del break in cui di nuovo un impasto di elettriche e synth sposta l’atmosfera della canzone, che si chiude poi con un riff di piano sospeso e dilatato.

    Più forte di me

    Con le mani o senza mani si cade
    Tu resta in piedi, sui tuoi piedi
    Non mollare

    Una confessione, un’ammissione di debolezza. Ma anche un’esortazione, una preghiera. Per citare alcuni versi di Patrizia Cavalli: C’era un modo sicuro per disinnescarmi: / tenermi tra le braccia e tanti baci, / baci e carezze e carezze e baci […]. Un valzer sghembo che si snoda su un tappeto di chitarre elettriche e synth, la voce in primo piano a cantare di cose difficili da dire. 

    Dove sei tu

    E adesso dove sei tu è dove con me non saresti stata mai
    E dove sono io è dove insieme non saremmo arrivati

    Scritta in un pomeriggio d’agosto, di getto, insieme a “La versione migliore di me”, è uno degli episodi più ritmati del disco. Uno sfogo a briglie sciolte, una presa di coscienza cantata a piena voce.

    Meno di pochissimo

    Non c’è niente da rifare, è solo un gioco, è un gioco
    Non c’è niente da imparare, ma sai precipitare? Sai non farti male? 

    Una storia non molto dissimile da quella di “Roma Raccordo Anulare” con un personaggio alle prese con ciò che resta dopo che l’ondata di marea si è ritirata. Un paesaggio in frantumi, dentro e fuori, da cui non si può far altro che ripartire. Dal punto di vista sonoro “Meno di pochissimo” forse è l’episodio più classico del disco per sonorità e costruzione, con acustiche, elettriche, organo e la batteria di Diego Galeri che portano al ritornello melodico e malinconico.

    Dove va l’amore?

    L’han visto illuminare la fine di settembre
    L’han visto rifiorire sulle labbra e poi svanire

    L’ombra incancellabile del Dylan di Oh, Mercy aleggia su questo pezzo. Una lunga ballata dal forte impianto ritmico che nel ritornello si apre in un coro quasi gospel. Assistere alla fine delle cose e chiedersi come sia potuto accadere. Cercare risposte, avanzare ipotesi, giocare con la memoria. Per poi ripartire dall’inizio, pronti per una nuova promessa.

    Elegia per la Strada del Tuono

    Quando il cielo si fa rosso a respirare non ci riesco
    Sono un cane senza l’osso, acqua asciutta dentro un fosso

    È un po’ come entrare a casa di una coppia di sconosciuti, mettersi a sedere e trovare sul tavolino basso di fronte al divano un album di foto. Lo apriamo e iniziamo a scorrere le immagini una dopo l’altra. Ho scritto questo brano più di dieci anni fa e a differenza di altri contenuti in Heartland non l’ho mai suonato dal vivo. Probabilmente è la canzone più personale che abbia mai scritto.

    La versione migliore di me

    Conta pure su di me
    Scacceremo il male che c’è

    Sapevo che a un certo punto avrei scritto una canzone su mia figlia. Cinque anni di attesa, poi un pomeriggio di fine agosto è venuta fuori questa: quasi una filastrocca sulla responsabilità, sul prendersi cura, sulla tenerezza. Mi è sembrato il modo più limpido e luminoso per chiudere Heartland.

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    Heartland verrà presentato dal vivo il 26 febbraio al Biko, Milano: acquista qui i biglietti

    Biografia

    Fabrizio Coppola (Milano, 1974) è un cantautore con cinque dischi all’attivo. Da La superficie delle cose(2003) fino a Waterloo (2011) e includendo il progetto parallelo in inglese dei Junkyards (Last Light on Earth, 2011), ha esplorato a fondo il suono e la scrittura di ispirazione americana, tenendo concerti in Italia, Francia, Germania e Svizzera. Con testi lirici che affrontano l’esperienza umana nel suo complesso, dalle tematiche intime e personali a quelle di sfondo sociale, dai lavori di Fabrizio Coppola emerge sempre un’umanità in lotta, magari dolente e ferita, ma mai intenzionata a sventolare la bandiera bianca.

    Ha scritto e interpreta dal vivo due spettacoli in cui mescola le sue due passioni principali, vale a dire la musica e la letteratura: American Life: Carver/Springsteen (diventato anche un podcast per Radio Popolare) e La vita segreta delle canzoni d’amore, su Nick Cave, le sue poesie e le riflessioni sulla scrittura e sulla vita contenute nella sua produzione libraria.

    Attivo in campo editoriale come traduttore e editor (nel 2018 ha fondato lo studio editoriale Carta), dà vita da cinque anni a Percorsi Americani, un corso di lettura sulla letteratura d’oltreoceano ed è autore e conduttore di Giocare col fuoco, contenitore radiofonico di musica e letteratura in onda ogni domenica dalle 14:30 alle 15:30 su Radio Popolare.

  • Katana: ristampa in arrivo

    Katana: ristampa in arrivo

    Katana è l’unico romanzo che ho pubblicato finora. La prima edizione è del 2013, ne è seguita un’altra l’anno successivo. Le copie sono esaurite da tempo, ormai, ma visto che ultimamente ho ricominciato a ricevere qualche richiesta, mi fa piacere renderlo di nuovo disponibile. Sarà una tiratura minima di sole cento copie, che di carta se ne spreca già fin troppa: potete già acquistare la vostra esclusivamente a questo link, le spedizioni inizieranno la prima settimana di maggio.

    Katana è un romanzo scuro, ossessivo, elettrico, urbano. Mentre lo scrivevo, ascoltavo a ripetizione due dischi che di fatto hanno influenzato il ritmo, il suono, la pulsazione della scrittura: Turn on the Bright Lights, degli Interpol e An End Has a Start, degli Editors. È un romanzo che parla del caso e del caos, del ruolo che hanno nelle nostre vite. Parla di eredità e di futuro. Degli sviluppi imprevedibili che possono nascere da un accadimento qualunque e delle sue conseguenze durature. Per la scrittura in sé avevo in mentre tre modelli specifici, tre libri che mi avevano mostrato un modo di scrivere che mi pareva (ed è ancora così) definitivo, necessario, asciutto, tagliente, pericoloso. Ne cito i titoli con un certo imbarazzo – anche solo il desiderio di tentare di avvicinarmi a questi autori mi fa sentire un cretino: Trilogia della città di K, di Agota Kristóf; La strada, di McCarthy; Brucia Troia, di Sandro Veronesi.

    Katana, 142 p., copertina morbida con alette, 18,00 euro + spedizione

  • Traduzioni: Breve storia del sangue, Rose George, Codice Edizioni 2020

    Traduzioni: Breve storia del sangue, Rose George, Codice Edizioni 2020

    Tra l’estate e l’autunno dell’anno scorso ho tradotto questa corposa Breve storia del sangue, di Rose George. Ho imparato un sacco di cose che non sapevo, alcune divertenti, altre meno, tutte di grande interesse. L’autrice ci porta in giro per il mondo e nella storia, dai salassi alle sanguisughe, dalla lotta all’AIDS alla nascita nei vari paesi della raccolta di sangue donato dai volontari, una pratica nata in Europa durante la Seconda guerra mondiale. Magnifica, per così dire, in questo capitolo la descrizione del sistema USA, dove i donatori vengono pagati e gli investitori privati impiantano centri per la donazione nelle periferie più svantaggiate, per vampirizzare, è proprio il caso di dirlo, le fasce più povere della popolazione, che tra l’altro hanno da offrire un sangue di qualità molto bassa, causa malnutrizione, malattie, tossicodipendenza: il capitalismo, bellezza. Si parla poi molto di mestruazioni (orrore!), del costo degli assorbenti nel mondo che continuiamo a ritenere civilizzato e delle pratiche di esclusione sociale che colpiscono le giovani donne non solo nel terzo mondo. Ma uno dei capitoli che ho trovato più affascinanti e significativi è quello su Arunachalam Muruganantham, un visionario indiano che si è inventato un macchinario per la produzione di assorbenti igienici a basso costo e per questo ovviamente all’inizio è stato ostracizzato dalla propria comunità. Un libro di grande interesse, scritto con una prosa scorrevole e coinvolgente da un’autrice inglese che unisce allo sguardo e all’acume sociale una sensibilità umana profonda che cattura il lettore fino all’ultima pagina. Non compratelo su amazon. Qui la scheda sul sito dell’editore.


  • Percorsi Americani

    Percorsi Americani

    Iniziano stasera con Uomini e topi di Steinbeck i miei Percorsi Americani alla Scatola Lilla di Cristina di Canio.

    Fabrizio Coppola ci porta a spasso nella letteratura americana, tra capolavori del passato e testi più recenti, senza bussola e senza direzione, procedendo a zig zag, con escursioni in avanti, ritorni improvvisi, scarti di lato, sopra, sotto… Otto libri per otto serate in cui leggere, commentare e confrontarsi su opere note e meno note, cercando di individuare quel (o quei) filone sotterraneo che anima segretamente tutta la letteratura nordamericana.

    Titoli
    Uomini e topi, John Steinbeck (Bompiani, trad. Michele Mari)
    Canada, Richard Ford (Feltrinelli, trad. Vincenzo Mantovani)
    Moon Palace, Paul Auster (Einaudi, trad. Mario Biondi)
    Nelle vene dell’America, William Carlos Williams (Adelphi, trad. Aldo Rosselli, Rodolfo Wilcock)
    Strade blu, William Least Heat Moon (Einaudi, trad. Igor Legati)
    Ragioni per vivere, Amy Hempel (Mondadori, poi SEM, trad. Silvia Pareschi)
    Tra me e il mondo, Ta-Nehisi Coates (Codice Edizioni, trad. Chiara Stangalino)
    Ottavo incontro (titolo a sopresa)

    Clicca qui per tutte le informazioni

  • Il fiume che ci separa

    Il fiume che ci separa

    Dicembre 2017. In una notte insonne, vago per l’Internet sul mio smartphone in cerca di qualcosa che mi tenga sveglio fino all’alba o che mi aiuti a sprofondare nel sonno. Finisco sul NYT, dove mi imbatto nella recensione di un libro. Attirato dal titolo del pezzo, che parla di confini e di un’eredità divisa tra due paesi, la leggo tutta. Seguo poi il link per l’acquisto del libro, finisco su Amazon e leggo l’anteprima. A quel punto, decido di comprare la versione digitale, di cui leggo più di un centinaio di pagine, poi finalmente prendo sonno. Il mattino dopo, decido che tenterò di fare qualcosa che non ho mai fatto prima, e cioè provare a proporre la traduzione di un libro a un editore. Per prima cosa, faccio delle ricerche online per scoprire chi è l’agente americano dello scrittore in questione e verificare se hanno già venduto i diritti per il mercato italiano. In un paio di click finisco sul sito di un’agenzia letteraria di New York. Con la sfacciataggine di chi non ha nulla da perdere, scrivo. Due minuti dopo ricevo una risposta: Out of office. Mezz’ora dopo mi risponde un’altra persona. Mi ringrazia per l’interessamento e mi informa del fatto che i diritti in questione sono gestiti in Italia da tale agenzia, poi mi lascia nominativo e indirizzo mail.

    A questo punto, stupito ma non troppo dal pragmatismo americano in fatto di affari, istintivamente pubblico un post su Facebook per raccontare che un agente letterario di New York ha appena fornito a uno sconosciuto “professional translator and publishing consultant” (che sarei io) l’indirizzo mail di uno dei più potenti agenti letterari italiani. Scrivo che a questo punto, immaginando che inviando una mail a succitato agente non otterrò risposta nel 98,76% dei casi, non so se sia meglio provarci lo stesso oppure mettere l’indirizzo email all’asta su eBay, facile preda delle tonnellate di manoscrittari professionisti che affollano la nostra bella penisola. Qualche ora dopo succede che Luca Briasco, che non conoscevo, commenta il mio post – aveva già capito di che libro si trattava anche se io non ne avevo fatto cenno. Due giorni dopo mi chiama e mi dice: “Avevo già in mente di pubblicarlo, il tuo post me lo ha fatto tornare in mente. Ora chiamo [omissis], se la trattativa va in porto lo faccio tradurre a te.”

    Il libro in questione, Solo un fiume a separarci, dispacci dal confine, di Francisco Cantú, è stato appena pubblicato da minimum fax nella mia traduzione. Cos’ha di tanto speciale questo libro? La storia, innanzitutto, e le motivazioni per le quali è stato scritto. Francisco Cantú ha lavorato nella polizia di confine, sul confine meridionale degli Stati Uniti, per due anni. Lo ha fatto perché voleva affondare le mani nella realtà del border, dopo averla a lungo studiata. Lo ha fatto perché pensava di poter essere d’aiuto a quella gente. A quella che in parte è anche la sua gente. Sì perché, e qui risiede uno dei temi centrali dell’opera, l’autore è figlio di messicani. Nato negli Stati Uniti, ma figlio di messicani. “So the job it was different for him” [1], giusto per restare in tema.

    La narrazione è divisa in tre parti: la prima, il lavoro sul confine; la seconda, l’abbandono del confine per un incarico di intelligence; la terza, la vita dopo la polizia di confine e la storia di un immigrato clandestino, da anni in America e con famiglia e figli, che cade nella rete della migra e viene rispedito in Messico.

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    Il libro si apre con il resoconto di un viaggio compiuto dall’autore con la madre. La donna ha fatto la ranger nei parchi naturali per tutta la vita e subito si presenta come una figura portante della vicenda e della vita di Francisco. È una vera e propria “madre-terra”, che porta in sé i doni dell’amore materno e che si assume la responsabilità della sopravvivenza nell’animo del figlio del retaggio della cultura millenaria dalla quale provengono. La donna non può capire la scelta del figlio, quasi non riesce ad accettarla. Lo spinge a ripensarci, e sono pagine cariche di dolore: laddove la donna gli domanda come crede di poter uscire con le mani pulite da un’istituzione in cui la violenza e la prevaricazione sono fatti quotidiani, Francisco risponde che non è vero, che per lui sarà diverso, che lui aiuterà quella povera gente, perlomeno a sopravvivere al deserto. Ma la donna aveva ragione, e il ragazzo se ne accorgerà ben presto.

    La spianata desertica, bianca sotto un sole infernale, è attraversata da una fila di uomini che avanza sul terreno riarso come formichine senza meta. Hanno le spalle cariche di zaini pieni di acqua, cibi, vestiti, coperte, medicine, alcol, eccitanti. Poco lontano, due agenti nel loro mezzo vengono informati della presenza della carovana dalla strumentazione tecnologica. Partono all’inseguimento. Quando arrivano sul posto, la carovana è già svanita, oppure si è dispersa in piccoli gruppetti. Inseguono uno di questi. Oppure gli agenti si fermano quando trovano in un anfratto del terreno tutti i loro averi, abbandonati per alleggerirsi la fuga. E frugano tra quelle povere cose. Tagliano e svuotano le bottiglie d’acqua. Sparpagliano in giro vestiti e cibo, pisciano sugli zaini. Ridono. Sghignazzano. Attendono solo che finisca un altro turno, un altro giorno, un’altra settimana, il mese e gli anni che hanno stabilito di passare nella polizia di confine.

    Solo un fiume a separarci è scritto in una lingua sbiancata come ossa esposte al sole eppure scura e madida e tremolante come il risveglio dopo un incubo. Una lingua che rispecchia il terreno impossibile sul quale si svolgono le vicende, anch’esso a due facce, come ogni cosa in questa storia, spellato dal sole di giorno e avvolto dal vento gelido di notte. Una lingua zeppa di parole messicane, di imprecazioni, di gergo colloquiale, di termini che esistono solo in quella precisa area del pianeta: i coyote, i muli, gli scout… Sul dramma dell’immigrazione clandestina si avvita quello del narcotraffico, e spesso le due cose vanno di pari passo. Così può capitare che per trarre in salvo la tua famiglia dal tuo paese o dalla tua città ormai nelle mani dei cartelli della droga, tu sia costretto a fare accordi proprio con loro, e ad accettare di fare il mulo: in quel modo hai qualche possibilità di arrivare sano e salvo oltre il confine, perché il carico che porti sulle spalle è ben più prezioso della tua vita.

    Tormentato dai dubbi, dal dolore e dagli incubi che lo visitano ogni notte, Francisco decide di accettare l’offerta di un posto nell’intelligence della Border Patrol. Abbandona il lavoro sul campo e inizia ad agire dietro le quinte. Ma la situazione non sarà meno dolorosa. E lo spingerà a chiudere l’esperienza nella polizia di confine.

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    Nella terza parte, apparentemente si torna alla vita normale. Francisco riprende gli studi e di giorno lavora presso una caffetteria. Qui stringe amicizia con l’addetto alle pulizie, un messicano. Il loro è un rapporto non lineare: il messicano sa che Francisco ha lavorato nella polizia di confine e tuttavia non può che apprezzarne la gentilezza e l’umanità. Fanno colazione tutti i giorni insieme, il messicano divide con lui un burrito o qualsiasi cosa stia mangiando, e finalmente un giorno riesce a chiedergli se è vero che ha lavorato nella Border Patrol. La situazione precipita quando l’uomo viene deportato in Messico: è un immigrato clandestino, anche se negli USA ormai ha casa, lavoro, famiglia e figli. E inizia un nuovo calvario, in cui il deserto da reale si fa immateriale, quello delle leggi degli uomini, della burocrazia, delle testimonianze e delle lettere in suo favore per dimostrare che è un cittadino modello, che non è pericoloso, che è un ottimo americano. Ma le scartoffie non funzionano. L’uomo deve rimanere al di là del Rio Grande. E a quel punto gli resta una sola possibilità: cercare di ritornare illegalmente in America.

    C’è un altro elemento di grande importanza in questo libro. Accanto al tema del confine, che qui ormai trascende l’epica e la realtà americane e il portato letterario, sociale, politico ed esistenziale, c’è quello del fiume. Un tempo simbolo di speranza, di nuove opportunità, di promessa di una vita nuova, le cui acque che scorrono verso l’Oceano rappresentavano la certezza di un lieto fine, di un’esistenza finalmente degna, della realizzazione di sé e dei propri desideri, dei propri sogni, oggi il fiume è soltanto l’ennesimo ostacolo, un muro di acque limacciose in cui si annega o che trasportano via, lontano, a perdersi per sempre, le ossa di chi cerca di guadarle, insieme alle speranze che avevano nutrito inutilmente le carni che vi erano attaccate.

    Il cerchio si chiude, la vicenda sembra ricominciare dall’inizio, in una sorta di circolo vizioso che potrebbe proseguire in eterno. A noi lettori, italiani e non, non resta che domandarci che differenza ci sia tra il mare aperto e il deserto, tra un gommone che affonda e le gambe che cedono per la sete impietosa, il calore atroce, lo sfinimento materiale e spirituale. In quanto tempo si decomponga il corpo di un adulto sul fondo del mare o in una spianata desertica. O quello di un bambino. Che differenza ci sia tra gli scafisti libici e i corrieri della droga. Che differenza può esserci tra la guardia costiera italiana e la Border Patrol. E ancora, che cos’è un muro e cosa rimane di due uomini separati da esso. Non resta che chiederci vanamente dove sia finita l’umanità, in quale buco sia andata a nascondersi la nostra vergogna.

    La storia ci ha condotti in un punto impensabile, in cui non reputavamo possibile ritrovarci. O forse sapevamo che ci saremmo arrivati, ma non abbiamo fatto nulla per evitarlo davvero. Un punto in cui siamo costretti a ribaltare la domanda di Primo Levi. E a riferirla non più alle vittime, ma ai carnefici. Agli aguzzini. In breve, a noi stessi.

     

    Qui il link alla scheda sul sito di miminum fax, dove si può leggere un estratto del libro.

     

     

    [1] Bruce Springsteen, “The Line”, da The Ghost of Tom Joad, CBS Records, 1995. Il brano narra la vicenda di un agente della polizia di confine che si innamora di una migrante, Maria. Uno dei suoi colleghi, Bobby Ramirez, è di origini messicane, la sua famiglia proviene da Guanajuato.

  • Letture in corso

    Letture in corso

    Sto lavorando molto, e quando lavoro molto riesco a leggere poco per diletto. In ogni caso, ecco ciò che ho letto o sto leggendo ultimamente.

    Patti Smith, Devotion, Bompiani, traduzione di Tiziana Lo Porto. Una sorta di diario, prosa poetica, cibo per l’anima per noi ex rocker avanti con gli anni.

    Derek Walcott, Mappa del nuovo mondo, Adelphi, traduzione di Barbara Bianchi, Gilberto Forti e Roberto Mussapi, con testo a fronte. Non conoscevo Walkott, mea culpa, che letto oggi risuona come una voce lirica più che mai necessaria, chiarificatrice. Scrive nell’inglese meticcio e storico della sua San Lucia, apprezzabile in questa edizione con testo a fronte.

    Da “Epiloghi”:

    Le cose non esplodono:
    vengon meno, sbiadiscono,
    come il sole sbiadisce dalla carne,
    come la schiuma esala nella sabbia […]

    William Kennedy, Ironweed, Minimum Fax, traduzione di Luciana Bianciardi. Un romanzo impietoso su una vita ordinaria, fatta di sogni e tragedie, come quella di ognuno, percorsa dal sottile ma inestinguibile fremito che scuote le migliori opere d’oltreoceano: la speranza dei vinti, la cocciutaggine dei losers che non si arrendono, la voce di un’umanità che lotta per restare umana. Non assomiglia a nulla che abbiate già letto.

    Chris Offutt, Country Dark, Minimum Fax, traduzione di Roberto Serrai. Una fucilata, come da azzeccata copertina. Un reduce della guerra di Corea torna a casa e dovrà lottare per difendere ciò che lo tiene in vita. Tradotto splendidamente da Serrai, che ci restituisce una lingua aspra e dura e netta, andrebbe letto ascoltando Nebraska, secondo me.

    Wislawa Szymborska, Amore a prima vista, Adelphi, a cura di PietroMarchesani, con testo a fronte. Parafrasando, leggete tutto quello che trovate della Szymborska.

    Da “Accanto a un bicchiere di vino”

    Mi metto a ridere, inclino il capo
    con prudenza, come per controllare
    un’invenzione. E ballo, ballo
    nella pelle stupita, nell’abbraccio
    che mi crea.

    Fabrizio Dragosei, Stelle del Cremlino, Bompiani. Un saggio uscito nove anni fa sulla nuova Russia, acquistato e leggiucchiato mentre traducevo un saggio sulla nuova Russia, di prossima uscita. Chissà come andrà a finire.

    Joshua Cohen, Un’altra occupazione, Codice Edizioni, traduzione di Claudia Durastanti. Altri due veterani, dell’esercito israeliano, stavolta, che impiegano il loro anno di riposo trasferendosi a New York, dove la guerra non si fa con le armi in pugno, perlomeno non con armi che sparano, ma che possono fare ugualmente male.

    Islanda, The Passenger, Iperborea. La nuova rivista/libro di Iperborea, prima uscita dedicata all’Islanda, da leggere davvero tutta d’un fiato. Edizione curatissima e molto elegante, consigliata anche ai feticisti dell’oggetto libro.

    Olivia Laing, Città sola, Il Saggiatore, traduzione di Francesca Mastruzzo.

    […] La solitudine si accompagna a un forte desiderio di liberarsene; cosa che non può essere raggiunta con la sola forza di volontà o limitandosi a uscire di più, ma sviluppando relazione strette. Più facile a dirsi che a farsi, specie per le persone la cui solitudine nasce da un lutto, da una forma di esilio o da un pregiudizio, che hanno dunque ragione di temere o di diffidare del rapporto con gli altri, oltre che di desiderarlo.

    Andrea Giardina (a cura di), Storia mondiale dell’Italia, Laterza. Una cavalcata nella storia del Belpaese, per ricordare – a chi lo desideri – chi siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando. Dal primo capitolo dedicato a Ötzi, l’ormai famoso uomo dei ghiacci alpini, fino all’ultimo, dedicato a Lampedusa, passando per quello sulla nascita di Roma, intitolato “753 a.C.: sangue misto”, Giardina ha raccolto una serie di saggi di grande interesse anche per i non addetti ai lavori, il cui maggior merito risiede, secondo lo scrivente, nel ribadire il concetto di Italia come luogo di raccolta di viaggiatori e profughi, oggi svilito dalla ebete vulgata del sovranismo, impegnato a propagandare il ritratto di una nazione di gente dal sangue ‘puro’, qualsiasi cosa questo voglia dire.

    Da “753 a.C.: sangue misto”

    […] Plutarco racconta che ancora prima di fondare la città, i due gemelli «istituirono un luogo sacro come asilo per i ribelli, e lo intitolarono al dio Asylaios [il dio dell’Asilo]: vi accoglievano tutti, non restituendo lo schiavo ai padroni, né il povero ai creditori, né l’omicida ai magistrati; anzi sostenevano che per un responso dell’oracolo di Delfi erano in grado di garantire a tutti coloro che vi si rifugiassero il diritto di asilo [… ]»