Tag: live

  • Bedtime Sessions #3: Pony (Tom Waits)

    Solo Tom Waits può far nascere il protagonista di una sua canzone in una città che si chiama Murfreesboro (ho controllato, esiste veramente, è in Tennessee, ha università e aereoporto, popolazione oltre 100.000 nel censimento del 2010) e poi farlo vagare per Natchez, Hushpukena… È un pezzo di chiusura, tratto da Mule Variations, dopo il quale bisogna tirare il tendone del palcoscenico: il nostro protagonista, dopo aver fatto ogni lavoro possibile in ogni dove e aver vissuto “di nient’altro che sogni e del fumo dei treni”, sente che è ora di tornare a casa e si augura che il suo pony si ricordi la strada. Negli occhi ha una vecchia immagine di sé, seduto nella cucina di Evelyne (per la serie “il caso non esiste”, Evelyne porta lo stesso nome della protagonista del mio racconto preferito dei Dubliners, e qui potrei aprire una lunghissima parentesi ma non lo faccio) con il vecchio cane Gyp acciambellato ai suoi piedi.

    Pony

     

  • Bedtime Sessions #2 : Mansions of Los Feliz (Eels)

    Una delle perle di un disco che mi ha stregato per molti mesi. Purtroppo, a causa della mia incapacità di produrmi in un falsetto degno di questo nome, ho dovuto accantonare l’idea di registrare Line in the dirt, la mia preferita del disco, che contiene uno dei versi più memorabili della storia della musica pop, a mio modesto avviso (She locked herself in the bathroom again / So I am pissing in the yard). Ho scelto quindi la mia seconda preferita, un perfetto mix della depressione cosmica di Mr E., delle sue pene amorose/esistenziali e del suo talento compositivo, il tutto concentrato in poco più di due minuti. Il disco si intitola End Times ed è perfetto da ascoltare in macchina, fuori città, quando entra abbastanza cielo dal parabrezza. Buon ascolto.

    Mansions of Los Feliz

  • Bedtime Sessions #1: Guaranteed (Eddie Vedder) free download

    Eccomi a inaugurare una nuova rubrica musicale qui su fabrizio-coppola.net: le Bedtime Sessions. Per ogni puntata della rubrica vi regalerò la mia interpretazione di un brano che amo (solo cover in questa prima edizione, poi magari, chissà…). Saranno tutte canzoni lente – forse, è un work in progress… – delle specie di nenie che mi piace suonare a notte fonda, senza fare troppo casino, giusto prima di andare a letto.

    I brani sono registrati in presa diretta con il microfono integrato del mio MacBook e non sono editati – al massimo aggiungo un filo di riverbero o di eco. L’utilizzo del microfono integrato fa sì che vengano registrati anche eventuali rumori di fondo – i vicini che litigano al piano di sopra, le urla di un ubriaco in strada (in questa prima puntata si sente chiaramente il suono di una sirena che arriva magicamente a impreziosire l’intro strumentale). Il risultato in termini di qualità audio è molto simile a ciò che potete sentire nei field recordings di Alan Lomax o nelle incisioni di Robert Johnson, per dire, quindi super lo-fi, ergo ancora più fascinoso, a mio gusto.

    Visto che mi capita spesso di mettermi a suonare, accendere il computer e registrare qualcosa così al volo, giusto per non perdere mai l’abitudine di registrare, ho pensato di condividere con voi queste canzoni. La prima puntata mi vede alle prese con un brano recente che è un grande classico – almeno per me: Guaranteed di Eddie Vedder, tratto da quel piccolo grande capolavoro che è la colonna sonora di Into the Wild. Qualcuno di voi mi avrà già sentito suonarla dal vivo nelle ultime date in solo del tour di Waterloo. Qui sotto il link per il download. Buon ascolto, spero che vi piaccia. F.

    Guaranteed

  • Aggiornamenti

    Cari tutti,

    eccomi a voi con un breve ragguaglio su ciò che è successo negli ultimi mesi e ciò che probabilmente accadrà nei prossimi.

    Innanzitutto, in tre mesi di scrittura ho accumulato più di una ventina di canzoni, che probabilmente andranno a comporre un disco che voglia il cielo potrebbe vedere un giorno la luce sempre che nei prossimi mesi abbia ancora un minimo di senso pubblicare dischi (ma questo è un altro discorso). Sto giocando molto con suoni che non ho mai usato anche se hanno sempre fatto parte del mio bagaglio emotivo/musicale. Dopo tre dischi e un ep in cui ho dato la mia interpretazione del suono di derivazione americana mi sono detto che basta, è ora di cambiare, e la cosa è venuta spontanea.

    La ballata dell’uomoformica farà parte di una compilation in uscita prossimamente ma non so quando a cura di Libellula, agenzia di booking piemontese e mi sembra di aver capito che conterrà brani dei gruppi che hanno suonato al Diavolo Rosso di Asti. Inoltre dovrebbe uscire (anche qui non se né come né quando) una compilation di Via Audio con brani inediti di ogni artista dell’etichetta. Vi faremo sapere.

    Per quanto riguarda i favolosi Junkyards, a novembre torneremo nuovamente in pista per un tour che si svolgerà massimamente nel sud italia ma con un po’ di fortuna dovremmo riuscire a piazzare anche un paio di tappe qui nel profondo nord, mentre per dicembre è in previsione una nuova serie di date in svizzera dopo quelle di quest’estate (gli elvetici si stanno appassionando, e noi pure – chi l’avrebbe mai detto che uno in svizzera può anche trovarsi bene?). Il tour sarà sempre incentrato su Last Light on Earth – ho qualche nuovo brano sparso ma idee di un nuovo lavoro ancora non ce ne sono (e vale sempre quanto detto sopra).

    Inoltre, non so se lo sapete – e se non lo sapete ve lo dico –, c’è un mio romanzo che stiamo proponendo a diverse case editrici. Per ora abbiamo incassato molti ‘no, grazie’, qualche ‘bello, ma non fa per noi’ e anche un ‘sì, però…’ da parte di un grosso editore. Sinceramente non ci faccio molto affidamento, comunque stiamo vagliando il ‘però’ per capire. Se ci saranno aggiornamenti, ve li comunicherò.

    Ho trascorso molto tempo via da Milano negli ultimi mesi e la cosa non mi è dispiaciuta. Quello che mi dispiace invece è che i miei capelli bianchi si stanno moltiplicando davvero a vista d’occhio e questo fa sì che ogni volta che indosso le mie all star e poi mi guardo nello specchio mi sento un po’ un imbecille, ma tant’è, ‘tutto va come deve andare’ come canta il poeta laureato di rockit.

    Poi vi segnalo un gruppo molto giovane che ho conosciuto perché ha aperto un paio di miei concerti. Si chiamano Les Enfants e meritano un ascolto attento. Sono giovani e un po’ acerbi ma mi sembra evidente che hanno uno stile personale e soprattutto hanno qualcosa da dire e il cantante ha una bella voce ed è pure intonato (cosa che già li eleva al di sopra del 94,7% dei gruppi indie italiani).

    Tra le altre cose quest’estate ho letto Mare al mattino della Mazzantini, un romanzo breve di grande forza scritto con un linguaggio davvero notevole. Non fidatevi della quarta di copertina, è totalmente fuorviante.

    Sopporto sempre meno Baricco che quando scrive il suo pezzo sul domenicale di Repubblica è sempre più ostentatamente colloquiale e pop nel senso più deteriore del termine, mira cioè a instaurare un’intimità con il lettore usando trucchetti da quattro soldi (ricordate il saggio di Carver sulla scrittura creativa, intitolato “Niente trucchi da quattro soldi”?).

    Concludo infine con una nota di colore (come si chiudevano sempre i servizi degli inviati di 90° minuto): sono quasi quattro mesi che salto le pagine di politica dei quotidiani e penso che continuerò a farlo.

  • fabrizio coppola – waterloo (live @teatro coppola) on Vimeo

     

    [vimeo http://www.vimeo.com/47741888 w=400&h=225]

  • Diario del tour: Sorrento, 7/2; Benevento, 8/2

    A Napoli alle 10.00. Chiedo se ci sono bus per Sorrento per aggirare lo sciopero della Circumvesuviana ma niente. Imbocco Corso Umberto I e lo percorro tutto fino a Piazza Garibaldi. Da lì arrivo al Terminal della Circumvesuviana. Mi dicono che il servizio riprenderà alle 13.00. Compro un biglietto e poi mi perdo nelle stradine invase dalle bancarelle di pesce, frutta e verdura. Mi fermo in un baretto per un altro ottimo caffè e per riposarmi – chitarra + trolley è comodo, sì, ma solo per percorrenze medio brevi, e comunque al quarto giorno di tour inizi a pensare che vorresti lanciare entrambi dal primo ponte e finalmente cacciare le mani in tasca e riprendere a camminare fischiettando felice. Scambio quattro chiacchiere sul tempo con il gestore del bar. Poi la radio sputa Walk Like an Egyptian e il tipo e io ci mettiamo a fischiettare all’unisono. Nei vicoli, i venditori di sigarette di contrabbando espongono cartelli che recitano: “Non si fa credito a nessuno.” Chiudo gli occhi e vedo Sophia Loren incinta seduta al suo baracchino in Ieri, oggi e domani.

    Alle 13.00 effettivamente la Circumvesuviana riprende il servizio. Mi infilo in un vagone, riesco a sistemare chitarra e valigia prima che di fermata in fermata il convoglio si riempia in maniera incredibile. Si viaggia in condizioni veramente al limite, ma i napoletani non si lamentano e quando si verifica qualche inevitabile screzio tutto si risolve con una battuta, con un sorriso. Certo poi c’è pure una signora che alla fine sbrocca e si mette a urlare ma a quel punto partono gli sfottò: “La signora la prossima volta pigli il tassì e vedrà che viaggerà più comodamente”; “Signo’, la prima classe sta più avanti” ecc., ecc. Arrivo a Piano di Sorrento, passo dal locale, il Marianiello Jazz Cafè che è un posto molto bello, e mi accompagnano all’Hotel Klein Wien. Ho una stanza all’ultimo piano, con terrazzino e vista impagabile sul Golfo di Sorrento. Mi infilo sotto una doccia bollente prima di recuperare un po’ del sonno perduto nella traversata notturna.

    A Sorrento, al mattino vengo svegliato dai gabbiani che gridano nel cielo di fronte alla mia finestra – la sera prima avevo lasciato le imposte aperte per svegliarmi con quella vista negli occhi. Cielo coperto, mare nero con improvvisi squarci di sole al largo. Mare mosso e spumoso. Resto a letto a rimirare l’immaginifico panorama, poi colazione e passeggiata per la villa (parco) che si affaccia a strapiombo sulla parte bassa del paese. Nella villa resti di abitazioni romane con mosaici di pregio. Una turista dai capelli rossi infagottata in un piumino da neve scatta fotografie a ripetizione. Un uomo corpulento e calvo fuma il suo sigaro con flemma olimpica, lo sguardo impietrito all’orizzonte. Io annuso l’aria, mi accomodo su una panchina e non fumo una sigaretta. L’acqua cristallina della spiaggetta è molto invitante nonostante il vento freddo che scuote gli alberi.

    Circumvesuviana in senso opposto al giorno prima. Viaggio comodamente nei vagoni semivuoti che si riempino soltanto verso le ultime fermate. Pranzo a Napoli. Linguine alle vongole veraci + friarielli come antipasto. Zucchine alla scapece finite, come anche i sciurilli purtroppo. La cameriera non si aspettava che conoscessi la cucina locale a causa del mio accento che per lei è perfettamente, sfrontatamente milanese. Per un attimo accarezzo l’idea di rivolgermi a lei direttamente in dialetto, ma non vorrei procurarle troppo stress, così soprassiedo.

    Sul treno per Benevento. Accanto a me, un militare indossa un paio di pantaloni di fustagno verde oliva. Le scarpe “civili” delle loro divise mi sono sempre piaciute molto – se avessi fatto la naja ne avrei sottratto un paio. Il vagone è pieno solo per metà. Uno dei finestrini non si chiude bene e riversa nella carrozza folate di vento gelido. Dopo una mezz’ora di viaggio il panorama comincia a mostrare i primi segni delle abbondanti nevicate che hanno colpito la zona. Lo strato bianco diventa più alto a mano a mano che il convoglio prosegue la sua corsa verso l’interno della regione. Il treno entra con estrema puntualità nella stazione di Benevento centrale, dove ad aspettarmi c’è Mario, il ragazzo che ha organizzato la data – con il supporto degli amici del Morgana – in compagnia di un suo amico. Saliamo in macchina e partiamo alla volta di San Giorgio del Sannio, il paese in cui si trova il locale dove suonerò, a una decina di chilometri da Benevento. Pausa a casa di Mario per una necessaria e graditissima doccia bollente e un ottimo caffè. Mi riprendo dal freddo e dalle fatiche del viaggio e usciamo per un aperitivo nella piazza del paese. Comincia a nevicare molto forte, la neve si accumula velocemente al suolo.

  • Diario del Tour: Catania, 4/2; Palermo, 5/2

    Avevo visto le foto online dei lavori fatti al Teatro Coppola ma entrarci e vederlo dal vivo fa tutto un altro effetto. Il Teatro risale al 1821. Ha subito il bombardamento americano durante la seconda guerra mondiale. È intitolato al compositore catanese Pietro Coppola, che ottenne il successo grazie a Nina pazza per amore, un’opera composta per il Teatro Valle di Roma – Cesare Basile mi fa notare gli involontari collegamenti dei fatti storici (anche il Valle è oggetto di un bell’esperimento di gestione autonoma). Prima della serata si teme scarsa affluenza a causa dei contemporanei festeggiamenti di Sant’Agata, amatissima patrona della città, ma poi il pubblico arriva e la serata va molto bene. Dopo il concerto viene nel back-stage una giornalista di una radio di Pisa che si definisce una radio “cristiana”. Mi dice che vorrebbero passare la mia musica. Le chiedo stupito se ha ascoltato attentamente le parole.

    Dopo il concerto a zonzo per il centro e per la Festa di Sant’Agata con delle ottime “guide” locali. La parte più divertente è quando a fine serata cercano di riaccompagnarmi all’ostello in cui dormo che è nella zona dei festeggiamenti, quindi chiusa al traffico. Dopo aver vagato in auto per mezz’ora alla fine si trova la strada. La mia stanza è molto umida. Sistemo una doppia coperta sul letto e mi addormento come un bambino. A un orario indefinito vengo svegliato dagli annunciati fuochi d’artificio, che vanno avanti per una buona decina di minuti di inquietanti deflagrazioni. Al mattino viene giù un muro d’acqua. Aspetto che spiova poi esco. Dai balconi delle case si affacciano le insegne in onore della Santa: panni vermigli con una A dorata al centro oppure la scritta luminosa VIVA SANT’AGATA. Ancora una volta sono i colori a colpirmi: nella piazza del Duomo le insegne cremisi si stagliano sulle facciate scure dei palazzi e fanno contrasto con il cielo violaceo che copre la città. Passeggio mollemente, bevo qualche caffè e aspetto che arrivi l’ora per prendere il bus per Palermo.

    Arrivo a Palermo sotto una pioggia battente. Viaggio molto bello, tagliando tutta la parte centrale della Sicilia. Panorami verdissimi, qualche collina e rilievi più alti. L’organizzatore della data palermitana lavora alla campagna per le primarie di Rita Borsellino, e mi dice che prima di andare al locale faremo una breve deviazione verso un appuntamento elettorale. L’interno di un istituto cattolico. Vecchi e ragazzini. I vecchi seduti sulle sedie disposte lungo il perimetro dello stanzone fanno avanti e indietro verso i tavoli del buffet. Una signora con dei capelli color arancione svuota il contenuto di due piattini carichi di pizzette all’interno della sua borsetta. I ragazzini cantano al karaoke canzoni neomelodiche. Le ragazzine sono tirate a lucido, truccatissime, ma non possono nascondere di essere soltanto delle bambine. Reggono il microfono a turno e cantano abbracciate con lo sguardo rivolto alla parete dove il proiettore rimanda i testi delle canzoni. I ragazzi sono normali ragazzi di 15-16 anni: alcuni brufolosi, altri paffutelli. Ce ne sono un paio con delle creste punk ordinatissime e precisissime. Entrambi indossano una felpa con cappuccio di Topolino – mi sembra di capire che vada molto di moda da queste parti.

    Nottata a zonzo per il centro storico in una sequela quasi infinita di assaggini di prelibatezze locali e cicchetti di gradazione sempre più alta a mano a mano che la notte avanza. Dormo a casa del promoter, dove arriviamo alle 4:30. Dormo fino alle due del pomeriggio in un comodissimo letto a una piazza e mezzo. Nella stanza c’è un pianoforte a muro. Il cielo è scuro, i colori talmente accesi che sembrano bucare la finestra e poggiarsi direttamente sul mio letto. Pomeriggio freddo e piovoso. Passeggio per la città. Alla cattedrale la tomba di Federico II è nascosta dietro una file di pannelli di legno e non capisco perché. Appena esco ricomincia a piovere e mi infilo in un bar, prendo un caffè americano e scrivo quanto sopra, aspettando che si faccia l’ora di andare al porto per prendere la nave per Napoli.

    La vita del tour è fatta di attese. Aspetti che arrivi l’ora di partire, aspetti di arrivare, aspetti di fare il sound-check, aspetti di cenare, aspetti che sia ora di suonare… e il giorno dopo ricominci. Ho comprato delle compresse per il mal di mare sperando di non averne bisogno. Mi dimentico sempre di mettere in carica il cellulare.

    Sono a bordo della m/n Nomentana della Tirrenia. Ceno al ristorante Nettuno – unico ospite della sala arredata in maniera decisamente deprimente. La mia presenza sembra quasi infastidire gli addetti, che già si pregustavano un’altra serata di non lavoro. Ma tant’è, tra il dubbio self-service di bordo e il tristerrimo Nettuno ho preferito quest’ultimo. Menù: sedani alla sicula (cioè alla Norma); merluzzo con olive e capperi; verdure al vapore; dolce e caffè. Il tutto a 25 euro. Fuori dal ristorante due strani personaggi chiedono alla capocameriera se è possibile dividere un menù in due. Lei non sa rispondere e chiama addirittura un ufficiale che si presenta poco dopo e spiega che non è possibile. I due se ne vanno.

    Mentre attendo la mia cena alcuni addetti cominciano a mettere al sicuro piatti e bicchieri all’interno dei mobili: si attende mare forte, e io realizzo di non aver ancora preso la Xamamina. Mentre scrivo la nave inizia a rollare di brutto. Arriva la pasta. È buona, molto profumata e al dente. Al quarto boccone mi ritrovo in bocca un pezzo di vetro tagliente. Grazie a un incredibile colpo di culo non mi taglio. Chiamo la capocameriera e glielo faccio notare. Mi dice che non sa spiegarsi come sia potuto accadere. Mi chiede se deve portarmi un altro piatto di pasta. Le dico di no. Mi chiede se allora mi deve portare il secondo. Le dico che l’esperienza è stata sufficiente e che può portarmi direttamente il conto. Lei non fa una piega. Mi addebitano soltanto le bevande (una birra e un’acqua naturale, che mi porto in cabina). Pago, saluto ed esco. Fumo una sigaretta mentre le luci di Palermo si perdono all’orizzonte. È difficile restare in piedi, mi addosso a una parete e fumo in fretta, poi vado nella mia cabina. Resto sveglio fino alle 4.30, poi il sonno la stanchezza hanno la meglio sul mare agitatissimo e crollo.

  • Diario del Tour: Messina, 3/2

    Rocambolesca sistemazione della chitarra in un posto vuoto nella mia stessa fila con scambio di sedili e allacciamento safety belt grazie a prolunga adatta all’uopo. Il mio vicino di posto mi chiede se per caso sono un musicista. Gli spiego con la brevità che mi contraddistingue. Inizia a chiedermi se conosco qualcuno di famoso. Mi guarda fisso con occhi spiritati e snocciola uno dopo l’altro i nomi dei suoi artisti preferiti a distanza di circa un minuto uno dall’altro. “Vasco? Morgan? Ligabue?” Ha appena terminato un contratto di 3 mesi a Piacenza. È contento di aver finito perché quello non era il suo lavoro. Lui è geologo ma lì di Geologia poco e un cazzo. Quando inizia a raccontarmi le sue beghe personali (ha un figlio a Roma, la madre è avvocato e lo ha massacrato con gli alimenti) gli dico che vorrei dormire che la notte precedente non ho chiuso occhio. Si accheta per un attimo poi out of the blue torna alla carica con: “E il grande Piero?” Io mi volto verso di lui, apro solo un occhio e faccio segno di no con la testa. Arrivo a Fontanarossa. L’autista del bus che porta alla stazione di Catania, da dove avrei preso il treno per Messina, mi convince a optare per il bus diretto che parte proprio dall’aereoporto. “Fai attenzione, prendi il diretto autostradale, altrimenti ci metti 2 ore.”

    Ovviamente il primo che parte non è il diretto autostradale ma decido di prenderlo lo stesso per motivi paesaggistico-antropologici. Accanto a me cominciano a scorrere le prime case caratteristiche. Ci avviciniamo a una rotonda che si presenta come il riassunto di ogni possibile infrazione automobilistica. Guardo l’ora: quando ce la lasciamo alle spalle sono trascorsi 11 minuti. Ne seguiranno ahimè molte altre. “Se ero calabrese mi ero già ammazzato” dice un ragazzo seduto dietro di me.

    Messina molto ventosa. Nuvole basse e viola attraversano di corsa lo Stretto lasciando intatta la città per perdersi verso i monti alle sue spalle. Il mare è bianco di spuma. Nella luce livida che piove dal cielo le belle costruzioni di fine Ottocento si ammantano di un’aura quasi mitteleuropea. Le luci gialle dei lampioni in ferro battuto si riverberano sulle finestre che si affacciano su balconcini anch’essi in ferro battuto. Salita al Monte di Pietà. Sulla strada, un frigorifero abbandonato lungo il marciapiede incredibilmente non toglie nulla all’atmosfera del luogo. Enrico mi conduce lungo infinite scalinate. I palazzi d’epoca sono interrotti qua e là da edifici moderni, brutti nella nettezza delle loro linee squadrate senza alcuna eleganza. La pavimentazione in pietra lavica riluce dell’umidità che preannuncia la pioggia in arrivo dalle nuvole basse. Saliamo ancora fino al Cristo Re, un punto panoramico da dove lo sguardo abbraccia tutta la città e la punta della Calabria così protesa che sembra sfiorare l’imboccatura del porto. Nonostante il vento ogni cosa appare immobile. Una maglietta gialla stesa ad asciugare su un balcone è tenuta immobile dal vento in posizione verticale – sembra la bandiera di un esercito che non ha mai sparato neanche un colpo.

  • Diario del Tour: Siena 26/01

    Una ragazza finlandese patita degli U2 alla fine del concerto mi dice che a tratti la mia chitarra elettrica aveva il suono di The Edge: vero, sto giocando un sacco col delay e la cosa mi piace. Un ragazzo ha comprato Una vita nuova per la storia che racconto sempre di Cerco ancora te. Mandato a fare in culo 4 tizi a un tavolo alla terza canzone – facevano più casino di un’osteria completa. Cena saltata e impianto da rivedere. Chiacchiere notturne con la barista, madre di un bambino di 5 anni. Suo padre va a caccia solo di cinghiali e caprioli perché non ci vede più bene come prima, quando cacciava anche i fagiani. Dopo il sound-check torno in albergo e mi faccio un mezzo sonno di 40 minuti. Poi mi rimetto insieme e vado al concerto.

    Nel pomeriggio prima del sound-check passeggiata per il centro. Piazza del Campo si apre come un miracolo illuminato dal sole nel dedalo di viuzze della città medievale. Continuo dopo aver osservato attonito il sole che tramonta riflesso sui mattoni della piazza e arrivo al Duomo. La facciata è aldilà di ciò che un essere umano può concepire. La cupola e il campanile in stile romanico si stagliano contro il cielo terso che sembra cadere alle loro spalle. Il sole sta tramontando velato da veloci nuvole bianche. L’atmosfera qui è una continua epiphany joyciana e non so se questa è una qualità del posto o qualcosa dentro me.

    Scaletta secondo i ricordi post serata: Ultima battaglia / Waterloo / Ogni cosa è illuminata / Altalena / Rovina / Volontà / Cerco ancora te / Torino / Verso casa / Tutto resta uguale / Guaranteed (E. Vedder).