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  • Waterloo: presentazione, streaming e tour

    Cari amici,

    a partire dal 27 settembre troverete Waterloo (Via Audio/Venus) nei negozi di dischi e negli store digitali.

    Il 24, cioè sabato prossimo, faremo la presentazione ufficiale all’Arci Tambourine di Seregno che è una sorta di casa base della mia nuova etichetta (dalle 22.00, ingresso gratuito con tessera arci). Con un po’ di fortuna – cioè se riusciremo a completare il montaggio in tempo – prima del concerto verrà proiettato il video di Respirare lavorare, che abbiamo girato nei giorni scorsi. È un video diverso da tutti quelli che ho girato finora ma non voglio dirvi niente. Ovviamente sabato saranno disponibili le prime copie del disco calde calde di stampa.

    Inoltre, qui sotto potete trovare una videointervista realizzata da Claudio Del Monte nella quale sproloquio un po’ a proposito di questo nuovo disco:

    [youtube=http://www.youtube.com/watch?v=_UDWcBG7GW8]

    Mentre sul sito italiano di rollingstone trovate tutto il disco in streaming:

    A questo link le date della prima parte del tour (calendario in via di definizione).

    Per finire vorrei ringraziare tutte le persone che hanno contribuito a vario titolo alla realizzazione di questo disco. Spero vi piaccia.

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  • Cos’è una città? Cos’è un uomo? A cosa serve la società?

    Sono le 8.20 di mattina. Il mio bar è già aperto, il tabaccaio purtroppo ancora no. Entro nel bar. Mimmo sa che quando mi vede entrare così presto non deve rivolgermi la parola. Pochi istanti dopo il caffè è pronto sul bancone. Gli faccio un cenno in cui cerco di comunicare tutta la gratitudine che riesco a esprimere dopo una notte insonne. Bevo il mio caffè e mi giro a osservarmi nello specchio alle mie spalle. Occhiaie, enormi e scure – niente di nuovo. Lascio 80 centesimi sul bancone ed esco.

    La notte è stata lenta e pesante – per la maggior parte senza sonno. L’ansia per ciò che sarebbe successo l’indomani mattina era troppo forte. Ho ripassato mentalmente la sequenza delle cose da fare mille volte: ultimo line check di controllo, riaccordare la chitarra, abbassare il volume della chitarra senza mettere in mute la pedaliera, lasciare inseriti il delay e l’overdrive, appiccicare il testo di Respirare lavorare sulla spia insieme al breve discorso per introdurre sul palco Stefano Boeri. Tutto era a posto, organizzato, pianificato e programmato eppure non riuscivo a prendere sonno – è una cosa che mi capita quando devo alzarmi presto. Io ho un bioritmo molto lento, in pratica inizio a essere realmente vivo intorno a mezzogiorno, anche perché di solito di notte sto su fino a tardi – ascolto musica, scrivo, guardo la tv, cazzeggio, qualsiasi cosa mi vada di fare in quel momento. Secondo il programma dell’evento allo Smeraldo alle 10.40 io avrei dovuto essere sul palco a cantare…

    Arrivo al teatro, mi infilo all’interno dall’ingresso posteriore e passo subito a salutare i tecnici. Mi dicono che possiamo fare subito il line–check di controllo. Bene. Prendo il mio posto in mezzo allo sconfinato palco dello Smeraldo e – incredibile – la mia voce esce come fa di solito di sera. Questo mi tranquillizza un po’. Eseguo la procedura che ho ripassato per tutta la notte e mi chiudo nel camerino. The waiting is the hardest part, cantava Tom Petty tempo fa – ecco, mi sento esattamente così.

    Intorno alle 10 arriva Stefano Boeri. Presentazioni. Mi ringrazia per la canzone, mi ripete che gli è piaciuta moltissimo e che sembra scritta apposta per la sua campagna. Mi appare subito come un uomo straordinariamente normale e sensibile, dotato dell’umiltà delle persone che conoscono il mondo, che hanno viaggiato e che hanno una cultura maturata attraverso esperienze personali.

    La gente inizia a sciamare nella platea. Dopo poco arrivano Bonfo e Zaganelli, il nostro nuovo socio sul versante stampa. Ha portato la copia di Libero (!) che riporta il risultato dell’intervista telefonica che ho rilasciato il giorno prima. Eravamo tutti un po’ preoccupati – e la mia conversazione col giornalista non è stata proprio amichevole – però alla fine ha scritto quello che gli ho detto, quindi va bene.

    È quasi ora. Nel backstage arrivano mio padre e mio fratello. Sono nervoso. Il teatro è pieno. Devo suonare solo un pezzo – che vuol dire che non farò neanche in tempo a scaldarmi che sarà tutto finito. Merda.

    Chiuso in camerino, come al solito prima di un concerto, ripasso i motivi che mi hanno condotto in quel luogo in quel momento, e stavolta ci sono milioni di implicazioni in più. Va bene. Va bene, mi dico. Stai facendo una cosa in cui credi – a questo serve la vita.

    “Coppola ci siamo”

    “Ok”

    Il palco mi inghiotte, l’occhio di bue mi investe dall’alto, strappo la Tele dal reggi chitarra e mi lancio sul Mi minore che apre il brano. Tengo chiusi gli occhi per tutta la prima strofa, poi mi dico che questo è un momento di quelli da ricordare, così li apro all’inizio della seconda strofa e lo splendore della platea gremita dello Smeraldo mi riempie lo sguardo. In balconata ci sono gli striscioni dei vari quartieri di Milano che appoggiano Stefano. Troppe emozioni e tutte insieme. Sbaglio l’accordo di apertura del ritornello, mi riprendo subito, mi scuoto ed entro finalmente nella performance. E tutto scorre liscio, me la godo, canto, mi agito e barcollo nei miei stivali nuovi comprati per l’occasione (ognuno ha le sue debolezze) e porto il pezzo fino alla fine. L’applauso mi inghiotte come un’onda di alta marea, riemergo senza fiato giusto in tempo per dire le cose che mi ero preparato per introdurre Stefano. Entra, ci stringiamo la mano, noto l’emozione nei suoi occhi, gli mando un silenzioso in bocca al lupo e scompaio dietro le quinte.

    Scappo fuori, fumo due sigarette una dietro l’altra. Il cielo è bianco e lattiginoso. Andiamo a bere un caffè per tirare il fiato. La piazza antistante lo Smeraldo è meravigliosa nonostante il suo dolore, con le pareti del cantiere degli interminabili box che stanno spalla a spalla con l’antico arco e i palazzi d’epoca. Ripartiamo da qui. Da questo buco. Riempiamolo della nostra gioia, ricavata a fatica dalla disperazione, dalla disillusione e dagli anni che passano senza che nessuno paghi il prezzo per gli errori commessi sulla nostra pelle.

    Torniamo in teatro, conosco un sacco di persone, complimenti, abbracci, pacche sulle spalle, speranza, voglia di cambiare, ottimismo, ottimismo, ottimismo – se sarà vano lo scopriremo presto e allora torneremo tutti nel nostro buco a leccarci le ferite, fino a quando saremo di nuovo abbastanza forti per uscire dalla tana e sfidare il mondo degli imbecilli una volta ancora.

    Siamo quasi alla fine ormai. Dalle quinte laterali ascolto Stefano pronunciare il discorso finale. Il senso di comunità e la responsabilità individuale, restituire le responsabilità e le decisioni a chi le merita sul serio, le donne che fanno miracoli quotidiani e rappresentano lo scheletro ignorato della nostra società e gli anziani costretti in casa perché nelle case popolari non funzionano gli ascensori. I giovani, i giovani, i giovani. Cos’è una città? Cos’è un uomo? A cosa serve la società?

    Mezz’ora dopo è tutto finito. Raccolgo le mie cose in camerino. La sera prima ho scritto una dedica su una copia dell’Ep La stupidità. Raggiungo Stefano. Gli consegno il cd. Mi stringe in un forte abbraccio – il ricordo più bello di questa giornata.

  • Un paio di cose sul Primo Maggio di Neverland al Bloom

    C’è un periodo della vita, che grosso modo corrisponde all’adolescenza, in cui sei talmente impregnato della tua personale teenage angst che sei sempre scontento di ogni cosa e manderesti a fare in culo anche lo sconosciuto che siede accanto a te al bancone del bar sotto casa che ti offre una birra solo perché la tua maglietta – per qualche motivo – gli ricorda la sua prima fidanzata. Dopo quegli anni tragici arriva invece un periodo di grandi rflessioni, grazie alle quali pensi che in realtà ogni cosa sia meravigliosa e che l’unico problema risieda in te stesso, che non sei in grado di apprezzare la magnificenza dell’esistenza. Poi, fortunatamente, finisce anche quel periodo, che potremmo definire, in maniera generalista, democristiano. Quello che segue – io ci sono nel mezzo, e non sembra affatto male – è l’età in cui, con un certo distacco, riesci a giudicare le cose del mondo come se non ti riguardassero, quindi in maniera più oggettiva. Negli anni hai sperimentato gli alti e bassi che può riservarti la vita, e questo ti permette di essere più consapevole riguardo agli accadimenti – ordinari o straordinari che siano.

    Qualche giorno fa ho avuto l’onore e la gioia di partecipare al festival del Primo Maggio organizzato da Neverland al Bloom di Mezzago. È stata una bella giornata, per diversi motivi. Ve ne propongo un succinto elenco:

    –       c’era così tanta gente che in serata hanno dovuto chiudere gli ingressi. Questo mi fa felice, non tanto per motivi strettamente commerciali – che tuttavia non sono secondari: una manifestazione di successo ha più possibilità di esser replicata rispetto a un fiasco – quanto per il fatto di essere riusciti a coinvolgere un gran numero di persone. In un momento storico in cui sembra che la lega sia l’unica organizzazione radicata sul territorio, i mille paganti di Neverland accendono in me un piccolo barlume di speranza.

    –       L’organizzazione. Come quando, da piccolo, mio padre mi portava alle feste dell’Unità – si, vabbè, che palle ‘sti comunisti – la maggior parte dei servizi del backstage e delle cucine sono stati assicurati da volontari: sì, avete capito bene, v-o-l-o-n-t-a-r-i, un termine che potrebbe essere tradotto con: gente che si fa il culo non per i soldi ma perché crede nel progetto.

    –       La gioia di rivedere, seppur per qualche breve minuto, taluni amici sparsi per la penisola.

    –       Riguardo al mio set. Come diceva uno dei miei numi tutelari, Raymond Carver, nel mio percorso artistico cerco di non usare mai trucchi: quello che vedi – e quello che senti – è quello che è. La soddisfazione di vedere negli ultimi anni un numero sempre crescente di persone che entrano in sintonia con il mio lavoro è per me una grande soddisfazione. Grazie.

    Detto questo, mentirei se non vi dicessi che il tasso di spocchia tra il personale artistico era molto elevato, e che molti di questi ancora ragionano per consorterie, amicizie, conoscenze et similia – e, fortuna loro, continueranno a farlo. Da ragazzino passavo le estati a Salerno, a casa di mia nonna. Capitava che lei mi mandasse al mercato a comprare qualcosa; in quei casi si raccomandava: vai al terzo banco sulla sinistra dopo l’ufficio postale e di’ al ragazzo che appartieni a Flora Santamaria. Proprio così, appartieni a Flora Santamaria (mi spiace tirare in ballo mia nonna in queste scaramucce, una delle donne che più ho amato in vita mia, ma il paragone è assolutamente calzante). Ecco. Oggi, in quella oscena cloaca che è la Scena Indipendente Italiana, se non hai un Picone che ti manda non puoi aspirare a nessuna credibilità. Detto questo, la mia serenità risiede nel fatto che ho scelto di fare il musicista proprio per non dover essere mandato da nessun Picone.

    Un’ultima cosa, giusto per la completezza dell’informazione. Io e Alessandro Giovanniello – il patron di Neverland e di Rock Island, più noto come Alez – siamo amici. Quella che era una semplice conoscenza, negli anni si è sviluppata fino a diventare un rapporto personale. Lui è l’unico addetto ai lavori con cui ho un rapporto intimo. Ciò detto, sono assolutamente sicuro che il giorno in cui i miei dischi smetteranno di piacergli, lui smetterà di invitarmi alle manifestazioni che organizza. E rimarremmo amici.

  • Diario del tour #10: Varese, Vercelli

    La data di Sur le sofà è attesa da me con particolare interesse: sono curioso di vedere come funziona questa rassegna casalinga organizzata dall’amico Paolo Zangara.

    Arriviamo per il sound check sul tardi e, dopo aver sistemato ogni cosa, aperitivo in paese (non saprei dirvi in che paese ci troviamo, per me tutta la zona compresa tra piazzale loreto e la svizzera è assolutamente ignota, tipo hic sunt leones).

    Cena tutti insieme e poi si aspetta l’ora fissata per l’inizio del concerto. Sebbene in questa data assommiamo tutte le sfighe che possono capitare su un palco (amplificatori che smettono di funzionare, corde che saltano, cavi che si contorcono ecc. ecc.) il concerto è potente. L’audience rappresenta probabilmente il miglior pubblico dell’intero tour.

    Esattamente una settimana dopo siamo diretti a Vercelli, per l’ultima tappa di questa prima parte del tour. Quando partiamo da Milano il cielo sull’autostrada è carico di nuvole violacee che si riflettono sull’orizzonte immobile e imperscrutabile che incornicia l’asfalto.

    Il locale – officine sonore – è nel cuore di un’area industriale in disuso, stretto tra ex opifici di inizio secolo in abbandono. C’è aria di festa – per il momento la felicità per tutto quello che si è fatto negli ultimi mesi è più forte della nostalgia che accompagna ogni cosa verso la sua fine.

    La cena, seppur fredda, è ottima, a base di prodotti locali: salumi, formaggi e un barbera di gran livello. Un attimo prima di salire sul palco ci abbracciamo, come sempre, per l’ultima volta in questa prima parte di tour.

  • Diario del tour #5: Firenze, Novara, Bergamo

    Firenze immobile in un disastro di lamiere – sciopero dei mezzi – più di un’ora per fare meno di 4 chilometri in città / tutto vero. Il culo incollato al sedile il naso contro il finestrino ma là fuori niente scorre, se non qualche passante felice di procedere sulle sue agili zampette piuttosto che inscatolato in ferro e plastica. Restare bloccato nel traffico è una cosa che mi fa sentire stupido, troppo stupido. In quei casi mi vengono subito in mente pensieri catastrofici – ma che cazzo ci facciamo chiusi qui, dovremmo uscire dalle macchine e sfasciarle con degli enormi martelli e poi sfasciare anche i palazzi, le strade, ma sì, fanculo, sfasciamo tutto, ah ok, è verde, si va, bene, sto già meglio.

    Posto molto bello, direzione artistica del collega Max Larocca. Il concerto fila via liscio con qualche new entry nella scaletta. La sera finisce al bancone del bar – proprio come dovrebbe sempre essere.

    Di ritorno da Firenze tappa a Milano. Siamo in Corso San Gottardo e ci allunghiamo fino a piazza 24 maggio dove sta iniziando la manifestazione del primo maggio. Saremmo tentati di mischiarci con la folla ma la presenza di ben tre sound systems che sparano ovviamente musiche diverse ci scoraggia.

    Piccole Iene per il concerto benefico in favore delle vittime del terremoto (tra qualche giorno sul sito del locale tutti i dettagli sulla somma raccolta e sulle associazioni alle quali verrà devoluta). Il locale è molto bello, il paesino – Romagnano Sesia – un classico della provincia italiana: piccola piazzetta con monumento ai caduti (un angelo che tiene fra le braccia un ragazzo nudo le cui pubenda sono coperte da un pugnale portato per qualche motivo in posizione centrale e non sul lato come vorrebbe la tradizione) e caffè con tavolini fuori e vecchietti intenti a giocare a carte.

    Si cazzeggia un po’ in giro in attesa che arrivi il nostro turno. Entriamo per sentire gli amici Guignol e poi tocca a noi per la nostra mezz’ora di concerto. Diciamo che nel locale non c’è la folla di corso vittorio emanuele a milano durante i saldi; noi diamo il nostro contributo alla causa e poi sempre con i Guignol scoviamo una trattoria che offre buona soddisfazione. Speriamo comunque che la cifra raccolta sia sostanziosa.

    Bergamo è deserta, incorniciata dalle montagne. Il locale lo ricordavo più piccolo; Patrizia – la direttrice – ci accoglie con la solita burbera ospitalità, che si stempera durante la serata: è fatta così, e va bene così. Al locale hanno un pianoforte che ha più di cento anni e ha un suono che non riesco a descrivere: è super definito ma allo stesso tempo sembra espandersi, potresti dire che è un suono asciutto ma non lo è in realtà. Cena alla solita trattoria A casa mia, a un centinaio di metri dal locale, gestita da una coppia di origini pugliesi – da segnalare la polenta servita come fosse una pallina di gelato per accompagnare il pollo arrosto, una vera chiccheria. Anche qui come a Brescia si comincia molto presto – tutto deve finire per le undici e mezza per evitare i soliti problemi e bla bla bla. Si torna a Milano, settimana prossima un altro bel giro per lo stivale.

  • Diario del tour #4: Enosteria, Brescia

    All’Enosteria si suona molto presto perché – nonostante i concerti siano sempre in acustico – spesso i vicini si lamentano del “rumore”. Così quando salgo sul palco mancano una ventina di minuti alle 10. Quando scendo sono le 11 e un quarto ma questo non basta a scongiurare l’intervento dei carabinieri. Arrivano perché chiamati dall’anziana signora che abita sopra il locale. I due in divisa praticamente si scusano della loro presenza – sono da poco passate le 11 e il volume della musica è decisamente ridotto – tant’è che non chiedono neanche di vedere i documenti e i permessi. 

    Espletati i doveri di cronaca senza nessuna voglia di riflettere ancora su questioni di questo tipo, vado ad elencarvi i lati positivi della trasferta bresciana. Il posto è molto carino, gestito per la programmazione artistica da Andrea e per la parte cucina e locale da Francesco. Si mangia bene, il locale è arredato con gusto e il palco è molto caldo, con un bel pianoforte, un impianto luci minimo ma più che sufficiente e una bella pedana di assi di legno – che percuoterò a tempo durante un paio di brani dopo averne scoperto le proprietà armoniche durante il sound check.

    Il concerto scivola via bene anche se i bis che avevo in mente sono stati cancellati per cause di forza maggiore. Sulla strada del ritorno stop in autogrill dove non so resistere alla tentazione di mangiare una tristissima sfogliatella (uno dei leit-motif di questo tour) in un autogrill poco prima di Bergamo. Ma me lo merito, oh se me lo merito. Chi va per questi mari…