• «Cosa fa, signora Gin, cosa aspetta?». E lei rispondeva: «Aspetto il mio Sandro».

    Un’intervista di Oriana Fallaci a Sandro Pertini, pubblicata sull’Europeo nel dicembre 1973. Tra tutti i passaggi del testo, questo che incollo qui sotto mi ha colpito molto. Successe che Pertini fu imprigionato durante il fascismo. In precedenza, avendo annusato l’aria, il giovane Pertini aveva domandato alla madre di non chiedere mai la grazia per lui. Poi la prigionia si fece particolarmente dura, i suoi amici e compagni vennero a sapere che Sandro era in condizioni pessime e convinsero la madre a chiedere la grazia. E Pertini si infuriò. Il resto leggetelo da voi.

    Pertini, si è pentito mai di averla fatta piangere?

    Oh, sì! Se penso che le scrissi: «Io ti considero morta per ciò che hai fatto…». Se penso che la tenni due mesi senza posta… Ero esasperato ma commisi ugualmente una crudeltà. Me ne resi ben conto il giorno in cui la censura lasciò passare una lettera dei miei amici di Savona. Era una lettera in cui mi dicevano: Sandro, tu la stai ammazzando questa povera vecchia. Lei non è colpevole, Sandro: fummo noi a cercarla e chiederle di domandare la grazia. Lei rispondeva no, non devo farla la domanda di grazia perché il mio Sandro non vuole, gliel’ho promesso, gliel’ho giurato, voglio esser degna di lui. Ma noi insistemmo: signora, suo figlio sta morendo, solo lei può salvarlo. E una madre, pur di salvare il figlio, si aggrappa a un ferro rovente. Appena seppi la verità, le scrissi e… L’avrei rivista nel 1943, la mia mamma. Per pochi giorni. E poi non l’avrei rivista più… Dice che i tedeschi avevano occupato la casa dove lei viveva sola. Dice che dormivano lì e lei ne soffriva tanto. Si ribellava, diceva: «Mi fate le prepotenze perché non c’è mio figlio! Ma verrà, mio figlio, a mettervi a posto!». Si ammalò, in quel periodo. Cadde da una sedia e si ammalò. I compagni di Milano lo sapevano e me lo tennero nascosto. Temevano che corressi ad abbracciarla e così mi facessi arrestare dai tedeschi. E io non la rividi più, la mia mamma. Morì nel 1945, lo seppi durante la Liberazione. Il destino. Mia moglie entrò nel mio studio con una compagna e disse: Sandro… Oh! Mi scusi, Oriana… Ma io ho amato così immensamente mia madre… Dice che stava sempre seduta sul muricciolo… C’era un muricciolo dinanzi a casa mia… E la gente passava e le diceva: «Cosa fa, signora Gin, cosa aspetta?». Perché la chiamavano signora Gin. E lei rispondeva: «Aspetto il mio Sandro».

    L’intervista completa la trovate qui

    Sandro Pertini su wikipedia

  • studio report #3

    Sono le 2:38 di giovedì 25 febbraio, sorseggio un brandy appena decente e ascolto in cuffia i miei nuovi idoli, i Low Anthem (sì, lo so, ve ne ho già parlato).

    L’introduzione qui sopra è solo perché i grandi della letteratura ci hanno insegnato che per raccontare una qualsiasi storia è sempre necessaria una cornice, cioè la descrizione concreta o psicologica del mondo nel quale si agitano le vite dei nostri protagonisti.

    Succede tutto sempre per caso. È per questo motivo che oggi è stato sufficiente girare a destra nel punto e nel momento sbagliati per trovarmi imbottigliato nella caotica e chiassosa massa di automobili che si dirigevano verso lo stadio per inter chelsea.

    Comunque, quello che importa è quello che è successo prima – cioè la quasi ultima giornata di studio per le sovraincisioni. Quasi ultima perché la fine è sempre a portata dello sguardo, ma sempre piuttosto lontana dalla gamba che porta il passo.

    Non c’è niente di tanto frustrante quanto favoloso delle giornate di lavoro in studio. Frustrante perché è così: si cerca di avvicinarsi a un sentimento primigenio, a un’astrazione, un’intuizione impalpabile. Ci sono molte variabili, soprattutto per quanto riguarda la registrazione delle chitarre: a volte la parte che stai registrando è giusta per la canzone ma il suono non è quello adatto; altre volte invece accade che il suono è quello giusto ma la parte non funziona proprio; altre volte ancora né la parte né il suono vanno bene. Pochissime volte imbecchi fin dalla prima take il suono giusto, la parte giusta, l’atmosfera giusta – peccato solo che sei incespicato su quel passaggio subito dopo il riff sul si minore, ma chi se ne frega, è tutto talmente bello che l’errore ce lo lascio dentro.

    Io non sono propriamente un feticista – non sono il prototipo dell’indie rocker nerd e occhialuto che possiede 69 pedalini e vi stupisce con affermazioni del tipo: “io passerei nell’hyperfuzz dopo essere entrato nell’octaver che entra a sua volta nel multipledelay, proprio come fecero i pixies in un brano dell’86 che però non è mai finito su nessun disco”. Detto questo, io sono invece un amante delle chitarre, e in questo disco ci sarà una varietà di strumenti diversi come mai è accaduto prima. Facendo un ripasso mentale posso affermare che per La superficie delle cose, tutte le chitarre sono Tele passate in un favoloso bassman di Lenci. Una vita nuova vede accanto alla Tele una splendidissima Les Paul Gold Top. A questo giro non mi sono fatto mancare niente, e accanto alla Tele figurano una Gibson 335, una De Armond e una Gretsch. Quest’ultima con tanto di leva Bigsby, della quale – novello royorbison – mi sono innamorato e, sì, incredibile, sul disco ci sono delle parti suonate con la leva del vibrato [la cosa più bella della vita è cambiare idea, soprattutto se lo si fa a ragion veduta].

    Insomma, tutto questo per dire che anche questo viaggio si avvia alla sua conclusione – o al suo effettivo inizio. Sto cominciando a realizzare che questo prossimo disco chiuderà la mia trilogia sulla ‘mia-personale-visione-del-rock’n’roll’. Poi passerò al liscio.

  • studio report #2

    Nonostante i biechi blu m’inseguono da anni ormai, puntualmente, e con mio grande stupore, riesco sempre a sfuggirgli all’ultimo istante – perlomeno fino all’imboscata successiva. Si nascondono tra le montagne e mi attendono al varco quando io, con il mio carro pieno di roba trainato da due ronzini malmessi (uno si chiama dolore, l’altra speranza, fanno coppia fissa), al cambiar di stagione decido di avventurarmi di nuovo nel mondo. Comunque anche stavolta l’ho scampata per il rotto della cuffia (chissà cosa vorrà mai dire ‘il rotto della cuffia’).

    La prima fase del lavoro è conclusa: questo vuol dire che le tracce base delle canzoni sono state tutte registrate e che adesso bisognerà concentrarsi sulla ‘sovrastruttura’. In quattro giorni di lavoro abbiamo registrato nove pezzi, ai quali si aggiungeranno poi alcune altre cosette registrate l’anno scorso prima che saltasse fuori La stupidità. In due tracce dietro le pelli si è accomodato Diego Galeri, che molti di voi conosceranno come membro originario dei Timoria e oggi impegnato in un nuovo progetto chiamato Miura. Il resto delle batterie le ha suonate Paolo ‘Leslie’ Perego, polistrumentista che nasce come batterista – anche se con me negli ultimi due anni ha suonato il basso. Nei prossimi giorni si tratterà di infiocchettare le canzoni e poi di cantare, con la previsione di aver finito il tutto per la fine di febbraio.

    Ultima cosa che vorrei condividere con voi: l’altra mattina, non ricordo come, sono finito sul sito di un gruppo americano, i Low Anthem. Io non sono particolarmente attento alle novità, quindi mi sono perso l’uscita di questo disco – Oh My God, Charlie Darwin, settembre 2009. Per farla breve, me ne sono innamorato come non accadeva da molti, molti anni. Tornando ai nostri eroi, si tratta di musica vecchia ma nuova, le canzoni sono luminose e liriche – probabilmente l’unico modo per essere moderni è voltarsi indietro, studiare il passato e con la sua ombra sul mixer plasmare il futuro. Comunque, fulminato dai pezzi ascoltati sul sito, decido che devo avere quel disco. Vado sul sito di Feltrinelli (ho un loro negozio molto vicino a casa) ma non risulta disponibile. Allora recupero il numero della Fnac, dove sono stranamente attenti al settore alternative, ma il tipo con cui parlo mi dice che quel disco non è mai stato distribuito in Italia. Quindi decido di chiamare Psycho, storico record store meneghino: mi confermano che il disco è stato distribuito in Italia, ma sembra che il distributore non ne abbia più copie o non so cos’altro. Mi dice di richiamarlo il giorno dopo. Nel frattempo scopro con che etichetta sono usciti in Italia e mando un sms a questo mio amico che lavora lì e mi conferma che sì, il disco l’hanno lavorato loro. Allora provo a chiamarlo ma il numero è irraggiungibile. Preso dallo sconforto, decido di metterci momentaneamente una pietra sopra. Ed eccoci al lieto fine: oggi Psycho mi conferma che il disco è ordinabile, quindi mi avviseranno quando la mia copia sarà arrivata. Felicità.

  • non è un regalo di natale | Lungo i viali alt. free download

    L’altro giorno ero in studio e in una pausa tra una take e l’altra mi sono messo a spulciare tra gli archivi delle varie registrazioni degli ultimi anni e ho trovato una versione acustica di Lungo i viali registrata nel 2007. è la versione del tour in solo acustico, mi ero completamente dimenticato di averla registrata. Così, ho pensato di mettervela a disposizione – ma, badate bene, NON è un regalo di natale, intesi? L’mp3 resterà online fino al 31|12, io ve l’ho detto, quindi poi non lamentatevi. Buon ascolto

    Lungo i viali alt

    Registrato e mixato da Paolo Perego e Francesco Campanozzi @ Casamedusa, Milano, 2007.

    scarica il brano

  • La strada per Waterloo

    A circa un anno dalle sessions per La stupidità Ep, domani torno in studio a per fissare su nastro (in realtà molto più prosaicamente registreremo in digitale – il budget è quello che è…) il seguito. Il tutto si svolgerà a Casamedusa, che saranno tra le altre cose coproduttori esecutivi del lavoro.

    Facendo due veloci calcoli realizzo che sono passati cinque anni da Una vita nuova (2005) e sette anni da La superficie delle cose (2003). Quindi la domanda della serata è: invecchiando si fanno dischi migliori? Chi può dirlo… questo lo scopriremo solo tra un po’. In queste sessions di registrazione ci saranno alcune novità. La prima è che per la prima volta sarò il produttore artistico di me stesso – e vi giuro che è un ruolo non invidiabile… Nelle ultime settimane sono stato spettatore di uno scontro tutto interno a me stesso, tra il me songwriter (MS) e il me produttore artistico (MPA). Ecco uno scambio tipico:

    MPA: No, cazzo, sette strofe no, e chi sei? Bob Dylan? Che pensi di fare, un’altra Hurricane? No, quella roba va tagliata. Ti lamenti sempre che le radio non ti passano e poi scrivi ste robe con sette strofe…
    MS: Ma no, ascolta le parole, senti che figata. Va bene così. Non senti che funziona? E poi a me di passare in radio non mi è mai fregato nulla… Io sono un cantautore, chiaro? Io osservo la società, studio, approfondisco, e poi ne parlo.
    MPA: No, così non gira, taglia almeno un paio di strofe. E poi, quell’apertura in Mib non ci serve proprio. Ce l’hai messa soltanto per far vedere che conosci bene l’armonia.
    MS: Ah, è questo che pensi eh? Pensi che io faccia i dischi per nutrire il mio ego? Il ponte in Mib, be’ quello è fondamentale, non senti come cresce la tensione prima del break di batteria?

    Ecco, una cosa così, tipo per otto ore al giorno. E quando è contento uno, l’altro si lamenta, e viceversa. Staremo a vedere che succede, vi terrò aggiornati. L’altra novità sta nel fatto che non avrò una backing band fissa, quanto piutttosto una formazione aperta composta da diversi musicisti, con alcuni dei quali ho già lavorato in passato, con altri invece è la prima volta. Man mano che le sessions proseguiranno troverete tutto qui, nell’apposito diario delle registrazioni (il nome non mi piace mica, ne cercherò uno più adatto alla bisogna).

    Cos’altro posso dirvi? Che sarà un disco piuttosto scarno, essenziale (è il songwriter che parla…) e decisamente chitarristico. Un disco quasi roots ma non acustico. Un disco che spaccherà il culo (questo ovviamente è il produttore artistico che si riaffaccia)… Un disco con il cuore in mano. Si chiamerà Waterloo.

  • Tonight I’ll be on that hill, ‘cause I can’t stop / I’ll be on that hill, with everything I got

    La prima volta che ho ascoltato la musica del Boss avevo 17 anni. Un mio compagno del liceo mi aveva passato una parte del live 75-85. Era una cassetta basf da 90 minuti. Custodia trasparente, titoli scritti a mano. Dev’essere ancora a casa di mia madre, spero, rinchiusa in qualche cassetto.

    Ogni adolescenza è peggio di una guerra, cantano i Tre Allegri Ragazzi Morti, e penso che sia uno dei versi più incisivi e reali della musica italiana, con buona pace di Mogol. È così. L’adolescenza è una guerra. Poi improvvisamente da un nastro spunta fuori la voce di qualcuno che vive a decine di migliaia di chilometri da te, ma sembra sapere esattamente come ti senti. E fa in modo che la sua musica ti entri nello stomaco come una dolce medicina e allo stesso tempo come un’enorme sveglia per riportarti alla realtà.

    Circa un anno dopo aver ricevuto in regalo quel nastro, avevo comprato tutto quello che potevo su Springsteen. E avevo iniziato a suonare la chitarra. Il manuale del perfetto chitarrista, le settemila lire meglio spese della mia vita. Eccoli lì, tutti quegli accordi, do9, fasus4 ecc. Qualche mese dopo ho risposto a un annuncio di un gruppo di Lambrate, Le strade secondarie. Chiaramente ispirati a Bruce, cercavano un bassista. Io sapevo appena fare il giro di do sulla chitarra, ma mi presentai all’appuntamento. Con la spavalderia che si può avere solo in gioventù, andai a conoscere il cantante, Stefano Borella, un altro nome sulla lunga lista dei talenti sprecati di questo paese. Avevano un pianista eccezionale, che si faceva chiamare Grease e portava stivali di pitone. Capito? Stivali di pitone. Io ero, tipo, Wow – come Gene Wilder in Frankestein Junior: “Si-può-fare!”. Mi fecero sentire i brani, e mi piacquero molto. Ricordo ancora gli accordi e i titoli e i testi. Gli dissi che non avevo il basso – e che in realtà non lo suonavo neanche – ma che ne avrei recuperato uno e sarei diventato il loro nuovo bassista. Con mossa astuta, Stefano lasciò cadere la mia offerta, ma questo non ci impedì di diventare buoni amici.

    Ero un adolescente introverso, molto introverso. Talmente chiuso da respingere qualsiasi tentativo di amicizia, di conoscenza. Recentemente ho scoperto che al liceo mi avevano appioppato un nomignolo piuttosto esplicito al riguardo – niente di cui andare orgogliosi. La mia politica era stare zitto, e ascoltare musica, sera dopo sera – e ogni tanto sbronzarmi. Mi chiudevo in camera, accendevo il fantastico stereo sharp acquistato mettendo via i soldi insieme a mio fratello – due posti cassetta, piatto per il vinile e lettore cd – mi chiudevo in camera, dicevo, ed entravo nel mio mondo. Spegnevo la luce e chiudevo gli occhi. Il boss contava 4, la folla urlava e il mio cuore andava in pezzi. Difficile spiegare adesso quella tonnellata di emozioni che mi arrivava addosso. Difficile spiegare come quella musica riuscisse a farmi sentire vivo nonostante le mie giornate fossero incredibilmente piatte e non riuscissi quasi a spiaccicare parola quasi con nessuno.

    A un certo punto mio fratello iniziò a odiarmi perché ogni volta che tornava a casa mi trovava chiuso in camera – eravamo in tre a dividere la stessa camera da letto – con lo stereo acceso che immancabilmente rimandava le note della E street band. Ma dopo anni di dissenso, lo convinsi a comprare un biglietto per il primo tour del boss che avremmo potuto vedere. Quello con l’altra band. Sarebbe passato a milano per due date – una con biglietti solo per il resto d’italia, la seconda con biglietti solo per milano. Lo convinsi a comprare il biglietto, nonostante il giorno dopo avrebbe avuto lo scritto della maturità. La sera del concerto, tornai a casa, infilai le chiavi nella serratura e notai che alla fine del corridoio, là dove c’era la nostra camera, c’era la luce accesa. Attraversai il corridoio e spinsi la porta di legno che immancabilmente cigolò. Mio fratello era a letto, sprofondato nella lettura di uno dei miei libri su Springsteen. Quando fui entrato, abbassò il libro, mi lanciò uno sguardo al di sopra della copertina e mi disse soltanto: Grande. Poi riprese a leggere.

    Un giorno, me lo ricordo come fosse oggi, me ne stavo sul divano dopo pranzo, e guardavo TMC2, che era una televisione musicale di allora. Di solito dopo il liceo tornavo a scuola, mi preparavo una pasta e guardavo la trasmissione Spaghetti Italiani, che mandava video di artisti italiani. Finita quella passavano video internazionali per tutto il pomeriggio. E quel giorno ero lì, sul divano, con la mia chitarra acustica amplificata coreana (marca Sae-Han, terrificante) e a un certo punto parte un video. Si sente una base di batteria quasi hip hop, riprese aeree su una città americana e poi nell’inquadratura compare il boss. Sventura, tregenda, dolore, tradimento. Iattura, maledizione, disgrazia. Il Boss, che fa un pezzo con una base di batteria così. Erano gli anni in cui cominciava ad affermarsi la prima scena r&b contemporanea, in cui le batterie sincopate campionate la facevano da padrone. All’epoca, per me, quello stile era il segno degli artisti che si svendevano al music business – non chiedetemi perché, ma era così. Quindi, quando ho sentito Streets of Philadelphia ci sono rimasto male. Molto male. Il Boss. Il campione della cassa sull’uno e sul tre e del rullo sul due e sul quattro. Un tempo hip hop. No. Cazzo. Merda. Vaffanculo. E adesso? Ci son voluti degli anni per capire che, giustamente, il talento di un artista rsiede anche nella sua capacità di cambiare, di allontanarsi dalla strada battuta fin lì. E comunque ogni dubbio ulteriore è svanito quest’estate quando sono stato a Philly e ho capito molte cose: la città è nera, dalle macchine e dalle finestre fuoriesce principalmente hip hop, quindi quell’arrangiamento, oltre a servire molto bene la canzone, ha anche un suo senso storico-sociale.

    Nel 2002 ho firmato il mio primo contratto discografico. Non ci potevo credere. Avevo mandato i miei demo a David Lenci. E gli erano piaciuti. Mi aveva chiesto altro materiale e glielo aveva mandato. Poi mi aveva mandato una mail dicendo che secondo lui sarebbe stato il caso di registrare quella roba – che poi sarebbe diventata La superficie delle cose. Presi la mia Citroen Ax e mi precipitai verso Senigallia, al Red House, il suo studio di registrazione. Lì trovai quelli che una volta si chiamavano i One Dimensional Man, che stavano registrando. Arrivai giusto giusto per pranzo, ed ebbi la possibilità di assaggiare le cozze alla veneziana preparate da Pierpaolo – zafferano, vino bianco, prezzemolo e altri ingredienti segreti… Dopo pranzo io e David parlammo del mio lavoro – lui è una persona fantastica, oltre che un produttore di enorme talento. Ci trovammo in sintonia: io avevo le mie idee sul suono che avrebbe dovuto avere il disco, e corrispondevano alle sue. Detto così sembra la favoletta del Reader’s Digest, ma non è così scontato. Comunque, tornai a casa con il mio contratto discografico e, quando mi ripresi dall’euforia, decisi che avrei avuto bisogno di una chitarra nuova per registrare il mio primo disco. Feci un po’ di giri nei vari negozi di Milano finché approdai da GBL, dietro viale Monza. Lì trovai una Tele 52 reissue – la chitarra del mio eroe. La suonai per quasi due ore.

    “Allora, la prendi?”

    “Non saprei. Quanto costa?”

    “Guarda, è una chitarra del 95. La riedizione della Tele del 52. Stessi legni, stessi circuiti. Costa 2500 euro.”

    “Bella, molto bella. Non so, ci penso ancora un po’.”

    Tornai a casa. A quell’epoca lavorava per una casa editrice e vivevo da solo in porta romana in un appartamentino di neanche 30 mq. E quei soldi li avevo. Mentre ero in metropolitana realizzai che avrei dovuto comprare quella chitarra. E mi venne l’angoscia, pensavo che avrebbero potuto venderla in quel preciso istante. Entrato a casa, presi le pagine gialle e trovai il numero del negozio.

    “Salve, sono quello che ha provato la Tele. Me la può tenere fino a domattina?”

    Ho 35 anni. Sono un rocker part-time – che vuol dire che faccio dischi e concerti quando mi pagano abbastanza per farlo o quando decido di avere qualcosa da dire e di avere voglia di dirlo (non è difficile ammettere che la seconda ipotesi si verifica molto più spesso della prima). Un mio amico dice che è necessario vivere nel presente, che bisogna accettare il passato come parte di ciò che ti ha condotto fino a cosa sei ora – nah, in realtà è il mio analista. E comunque lo so, sono circa vent’anni che provo questo esercizio. E allora stasera prenderò la mia copia di Darkness on the edge of town, metterò le cuffie per godermi ogni fruscio e pianterò gli occhi nel cielo nero che copre il mio palazzo. E quando, nella coda di Racing in the streets, l’organo e il rim faranno il loro ingresso, il mio cuore andrà in pezzi come la prima volta che ho sentito la canzone. E, senza pensare al passato, ringrazierò il sig. Springsteen, questo illustre sconosciuto, che tanta parte ha avuto nella mia vita. E gli farò gli auguri di buon compleanno.

  • Diario del tour: il meglio del meglio

    Io sono un ossessivo compilatore di classifiche. In particolar modo quando sono in giro. Alla fine di ogni viaggio compilo compulsivamente classifiche riguardanti ogni aspetto della trasferta – si tratti di lavoro o di vacanza: miglior mezzo di trasporto, miglior colazione, miglior albergo, miglior pomeriggio, miglior giornata di pioggia, miglior momento di tristezza, e così via. Essendo io fatto in siffatta particolare maniera, per la prima volta deciderò di andare fino in fondo e di applicare le mie particolari ossessioni a questo diario pubblico, ed eccomi quindi a offrirvi una particolare classifica del meglio del meglio di questo tour appena passato. Ovviamente questo articolo verrà nominato per l’assegnazione del premio riguardante il “miglior articolo di fine tour nel quale dichiari le tue ossessioni compulsive”. Bene, ora siete avvisati – leggete a vostro rischio e pericolo.

     

    Ecco le categorie:

    miglior concerto

    miglior locale

    miglior pranzo

    miglior cena

    miglior sound check

    miglior pernottamento

    miglior dialogo

    migliore storia origliata

    miglior stronzo

     

    ed ecco i premiati:

    Miglior concerto: ROMA

    Tappa finale del giro al sud. Stanchezza uguale sempre a zero filtri. Quella sera in particolare, eravamo una Gioiosa macchina da guerra [op. cit.].

    Miglior locale: ex aequo CONTESTACCIO (Roma) e VALVERDE (FC)

    Il Contestaccio tempo fa si chiamava Il locale, dov’è nata tutta la scena romana di dieci anni orsono – gazzé, senigaglia, tiromancino, fabi, ecc. Bel palco, impianto ottimo, fonico di livello, tre live per sera, cucina interna di gran soddisfazione: insomma, tutto ciò che fa contento un musicista.

    Il Valverde di Forlì sembra un locale d’altri tempi: sopra, bar con ampio déhors, interno con biliardo; sotto, stanzone attrezzato per il live, con un buon palco, un impianto medio ma ottimamente gestito dal fonico Alberto. Un locale che offre l’essenziale – vale a dire tutto il necessario per esprimersi al meglio.

    Miglior pranzo: panino casareccio sulla Benevento-Caianiello.

    Un baracchino sulla statale, con tanto di ombrellone e 4 sedie di plastica nella campagna beneventana lungo la statale. Il proprietario quando non è impegnato con i clienti siede al posto di guida del furgonato e legge. Offre porchetta con condimenti vari e wurstel (ahimè). La porchetta era eccezionale, anche se non corrispondeva per niente alla sua descrizione: “soddisfa ma non appesantisce”.

    Miglior cena: Novara

    Dopo il live di beneficienza (per la cronaca, stiamo ancora attendendo che Le piccole iene, il locale che ha ospitato la manifestazione, comunichi a noi musicisti e a voi che siete intervenuti quanti soldi sono stati raccolti e come saranno impiegati), insieme ai colleghi Guignol scopriamo una trattoria ottima proprio dietro il locale. Il nome non lo ricordo, purtroppo, il conto sì, però (principalmente a causa degli ammazzacaffè di lusso che ci siamo concessi). La cucina è di grande qualità, con ingredienti di livello e accostamenti fantasiosi ma non azzardati. Servizio cordiale ma non invadente.

    Miglior sound check: Benevento

    Dopo una tirata di 8 ore da Forlì a Benevento, arriviamo al Morgana e troviamo Bonfo che ci ha raggiunto in treno. Felicità. Il sound check viene impiegato per provare cose nuove ed è anticipato e seguito da un paio di birrette sulle poltroncine di vimini fuori dal locale.

    Miglior pernottamento: Caserta

    Casa privata all’interno di un palazzone anni 60. L’appartamento è all’ultimo piano e dispone di un’intera parete finestrata che dà su una terrazza enorme. Gli interni sono arredati con tendaggi leggeri dai toni caldi; ampio salone che dà sulla terrazza, cucina attrezzata. In più, l’ospitalità e la cordialità degli organizzatori del concerto (donotdisturb promotion).

     

    Miglior dialogo: tra Faz, Leslie e il paninaro di Benevento

    Lo rirporto così com’è avvenuto, non necessita di commenti.

    Paninaro a Leslie: cosa ci vuoi nel panino?

    Leslie: Wurstel e patate.

    Paninaro a Faz: così siete di Milano

    Faz: sì

    Paninaro: la città del panettone

    Leslie: …e della senape

    Paninaro: della senape? Io sapevo del panettone…

    Leslie: no, no, nel panino, dicevo, anche della senape…

     

    Migliore storia origliata: sul treno di ritorno da Caserta

    In breve, una napoletana vedova di un nordista leghista che si innamora di Napoli e chiede di essere sepolto lì dopo esservicisi trasferito per lavoro ma lei lo fa seppellire al nord. La storia completa qui.

     

    Miglior stronzo: io, probabilmente. Al secondo posto, avventore imbecille del Morgana di Benevento.

    Avventore: di dove siete?

    Io: Milano

    Lui: meno male che non siete di Firenze, al mio amico i fiorentini stanno sul cazzo.

  • Diario del tour #10: Varese, Vercelli

    La data di Sur le sofà è attesa da me con particolare interesse: sono curioso di vedere come funziona questa rassegna casalinga organizzata dall’amico Paolo Zangara.

    Arriviamo per il sound check sul tardi e, dopo aver sistemato ogni cosa, aperitivo in paese (non saprei dirvi in che paese ci troviamo, per me tutta la zona compresa tra piazzale loreto e la svizzera è assolutamente ignota, tipo hic sunt leones).

    Cena tutti insieme e poi si aspetta l’ora fissata per l’inizio del concerto. Sebbene in questa data assommiamo tutte le sfighe che possono capitare su un palco (amplificatori che smettono di funzionare, corde che saltano, cavi che si contorcono ecc. ecc.) il concerto è potente. L’audience rappresenta probabilmente il miglior pubblico dell’intero tour.

    Esattamente una settimana dopo siamo diretti a Vercelli, per l’ultima tappa di questa prima parte del tour. Quando partiamo da Milano il cielo sull’autostrada è carico di nuvole violacee che si riflettono sull’orizzonte immobile e imperscrutabile che incornicia l’asfalto.

    Il locale – officine sonore – è nel cuore di un’area industriale in disuso, stretto tra ex opifici di inizio secolo in abbandono. C’è aria di festa – per il momento la felicità per tutto quello che si è fatto negli ultimi mesi è più forte della nostalgia che accompagna ogni cosa verso la sua fine.

    La cena, seppur fredda, è ottima, a base di prodotti locali: salumi, formaggi e un barbera di gran livello. Un attimo prima di salire sul palco ci abbracciamo, come sempre, per l’ultima volta in questa prima parte di tour.

  • Diario del tour #9: Milano, Parma, Cantù

    Su Milano niente da dichiarare: niente viaggio, niente particolarità enogastronomiche, niente di interessante insomma – e poi, quando arrivi al concerto partendo da casa tua non è mica la stessa cosa. In fondo, mi rompo abbastanza i cosiddetti a suonare a Milano, per questo, questo e quest’aaaltro motiiiivo.

    Su Parma poco di più – per esempio l’intervista a Radio Parma con il simpatico dj di cui ahimé non ricordo il nome. Un’altra cosetta croccante riguardo Parma è questa: il locale, piccolino ma molto curato, ha dovuto anticipare l’orario dei concerti – acustici – a causa delle proteste di un abitante del vicinato. Suddetto abitante lo vediamo passare fuori dal locale poco prima del concerto, e il gestore – un ragazzo di Salerno (!) – me lo indica: grande è il mio stupore quando mi indica un uomo sui trentacinque con tanto di rasta che pedala tranquillamente per la strada. È proprio un grande paese l’Italia.

    Altra cosetta fuzzy: passo una mezzoretta a parlare con un ragazzo che mi racconta quasi interamente la sua vita, con particolare attenzione su un colloquio di lavoro che aveva bucato nel pomeriggio con l’azienda che gestisce la raccolta rifiuti nel parmigiano.

    “Cioè, se mi fossi fatto una cannetta di meno forse il posto l’avrei anche avuto. Non che mi interessasse, però per il momento poteva andare. E invece no. Non mi hanno preso. E ora non so cosa fare”.

    Una cosa così per tipo mezz’ora, e in tutto questo era ovviamente abbastanza fatto di cannette.

    Passiamo a Cantù, all’Aguaplano.

    Il locale non è niente male, non ci avevo mai suonato. Bel palco, impianto nella norma, pianoforte a muro. I due gestori sono sinceri appassionati di musica, quindi stabiliamo subito il feeling giusto. La serata scorre piuttosto liscia – sound-check, cena gustosa (polpettone casalingo con insalata e patate, mi sembra di ricordare) e pre-concerto al biliardo. Il biliardo dell’Aguaplano ha le sponde magiche: non c’è modo di calcolare una sponda, le palle ci rimbalzano e continuano la loro traiettoria in direzioni imprevedibili.

    Una lunghissima sfida Bonfo Leslie occupa quasi tutto il pre concerto, nella costernazione degli altri avventori che attendono il loro turno al biliardo.

    Il locale si riempie sul tardi e il pubblico non è dei migliori. Noi facciamo la nostra cosa, e la facciamo bene – è per quello che siamo qui.

    Dopo il concerto, una buona mezz’ora con l’amico Claudio Sala, che ha suonato con me per tutto il tour di La superficie delle cose – e, piccolo inciso, probabilmente il miglior chitarrista che conosco per gusto, cultura e consapevolezza. Dopo un po’ risaltiamo in macchina e torniamo tutti alle nostre magioni.

    Il grosso del tour è ormai finito. Mancano solo due date, a Varese e a Vercelli. Non ho ancora finito che ho già voglia di ricominciare.

  • Diario del tour #8: Roma

    Dopo una lunga nottata beneventana di birrette e panini, il mattino è libero: abbiamo appuntamento al furgone per le 13.00.

    Io mi sveglio alle 11 dopo un sonno mediamente ristoratore, mi infilo i primi vestiti che trovo e mi dirigo al bar più vicino. Con me c’è Leslie, ma me ne accorgerò non meno di mezz’ora dopo.

    Il piazzale prospiciente al campanile è occupato da una manifestazione della polizia. C’è una fanfara registrata (con tanto di applausi finti), una sfilza di agenti che si riparano nell’unico angolo di ombra della piazza – e mi sembra subito di essere catapultato nel messico rivoluzionario di Zapata, con i soldati controrivoluzionari che si riparano dal solleone sotto gli spalti del forte – e una Lamborghini in forze alla Polizia di stato. Sì, avete capito bene. Una Lamborghini.

    Ordiniamo un caffè americano, un bicchiere d’acqua naturale e un espresso. Ci portano le ordinazioni e il cameriere mi sussurra all’orecchio, con fare circospetto: 8,90 euro. Gli rispondo di portarmi lo scontrino, prima di tutto, e poi il menù, in modo da poter verificare il prezzo delle consumazioni al tavolo. Lui torna dopo un po’, con lo scontrino – il numero 1 della giornata, alle ore 11:48 nel caffè centrale del centro storico di benevento… – ma mi dice che il menù non c’è, che lui non ha responsabilità in quanto garzone, eccetera eccetera. Va bene, gli dico, va bene – e con questo intendevo significare: fanculo, poi ci lamentiamo che il paese è allo sfacelo.

    Ci godiamo le nostre consumazioni, con un occhio ai quotidiani e un altro alla Lamborghini, peraltro immobile. Dopo una mezz’oretta, come fantasmi fanno la loro comparsa Bonfo e Faz. Mentre si accomodano, io mi ritiro nei nostri appartamenti per una doccia. Dopo circa un’ora siamo nuovamente sul furgone, destinazione Roma.

    Riprendiamo la perigliosa Benevento-Caianiello, stavolta in direzione [ostinata e] contraria, e dopo pochi chilometri siamo presi dai morsi della fame. Ma la fortuna del viandante è con noi: dopo neanche 15 chilometri, preannunciato da un tripudio di bandiere del Napoli, si materializza ai nostri occhi un super baracchino, piazzato tatticamente oltre il guard-rail nei pressi di una piazzuola di sosta. Subito ci appare chiaro che si tratta indubbiamente del nostro posto. Accostiamo – è Leslie alla guida, che ci condurrà fino al Contestaccio –, scendiamo dal mezzo e restiamo attoniti come bambini di fronte alla vetrina di un negozio di caramelle a rimirare la colesterosa vetrinetta del paninaro. Sul bancone fa splendida mostra di sé una porchetta gigante. Ora, io non amo la porchetta, tuttavia non sono un uomo che si tira indietro di fronte al pericolo. Vieppiù, il mio occhio casca bellamente su un vassoietto di zucchine alla scapece, così che prima ancora di riuscire a formulare una frase completa nel cervello mi sento pronunciare queste parole: “Per me porchetta e zucchine”.

    “Azz…”, mi riponde il buon uomo… “Ma voi non siete del nord,” mi dice. Aveva intuito il mio accento ahimè nordico, ma la mia scelta delle zucchine alla scapece gli aveva fatto riconoscere in me un uomo del sud. È un attimo, che dura un’infinità di tempo: mi immagino di prenderlo sottobraccio e di ballare con lui una tarantella mentre alle nostre spalle scorrono inarrestabili sfilze di tir rumorosi e fracassoni, sogno di abbracciarlo in un’immaginetta con tanto di sfondo del vesuvio e di pino marittimo di Posillipo, e ancora, sogno di fare l’assist partita a Careca contro il Milan di Sacchi…

    Un paio di minuti dopo riprendo conoscenza. Sono seduto a un tavolino riparato da un ombrellone nella campagna accanto al baracchino. Bonfo ha fatto la mia stessa scelta – bravo. Leslie ha optato per wurstel e non so che altro (non commento) e Faz ha preso sì la porchetta ma affogandola nella maionese (e anche qui mi astengo dal commentare).

    “Vedrete, questo è un panino che sazia ma non appesantisce…” Così ci aveva detto il buon uomo. Fatto sta che, a pochi chilometri da Roma, cominciamo a vedere tutti i Santi assortiti aggrappati alle indicazioni autostradali. Stabiliamo così unanimemente che è ora di fare una pausa caffè. Sembra che la tratta Benevento Roma, che avrebbe dovuto essere la più facile, stia diventando la più perigliosa.

    Dopo la pausa all’autogrill, giungiamo all’ostello del foro italico, la nostra fantasmagorica sistemazione per la notte. Ma ormai siamo in città, così il morale è alto e arriviamo al Contestaccio in anticipo; decidiamo quindi di fare una passeggiata nel quartiere. Dopo un paio di tentativi a vuoto, imbocchiamo una strada che ci conduce in un luogo non dico animato, ma perlomeno impreziosito dalla presenza di alcune persone. Siamo in Piazza Ostiense. Ci beviamo una birretta fresca in tutta tranquillità e dopo ci dirigiamo al locale per il sound-check. Il posto è molto bello, ottimo impianto e fonico di livello. Sul palco si sente molto bene, il check è veloce. Mentre attendiamo la cena mi addormento su una sedia in giardino – capita anche questo quando ci si ostina a voler fare il rock’n’roll ben oltre i 23 anni.

    Il Contestaccio ha la cucina interna: scegliamo la pasta alla gricia, un must capitolino, accompagnata da un paio di bottiglie di falangina. La pasta è ottima: avevamo chiesto le mezze maniche ma ci portano gli spaghetti. Il cuoco in persona – personaggio mitologico sulla sessantina che in tre minuti ci fa tutta la storia della gricia – viene al tavolo per dirci che no, non ci vanno le mezze maniche ma gli spaghetti. Non sono convintissimo, ma la pasta è talmente buona che va benissimo così (amici romani, illuminateci sulla questione, grazie).

    Poco dopo la mezzanotte si sale sul palco, per quello che sarà il miglior concerto di tutto il tour – almeno finora. Quando chiudiamo il set sono quasi le due e dopo aver cazzeggiato un po’ per il locale ci dirigiamo al foro italico per la notte.