• Le date all’estero dei Junkyards: un tour report (parte prima)

    Cari amici e fan dei Junkyards di tutto il globo e oltre

    Ciò che vi accingete a leggere è un tentativo di ricostruire ciò che è accaduto durante i recenti concerti all’estero dei Junkyards: tale tentativo è ovviamente destinato a fallire poiché nessuno sa cosa sia accaduto davvero.

    Berlino e il mistero dell’esistenza

    Fatte le valigie e caricata la macchina, eccoci sull’Autobahn diretti verso il nord della Germania. Le prime due ore di viaggio sono andate piuttosto bene. Poi abbiamo cominciato a pensare di tornare indietro. Tornare a casa. Buttare le nostre terga sul divano e farci rincoglionire dalla televisione. Ma non l’abbiamo fatto, fortunatamente. A mezzanotte entriamo nella ex Berlino est. Abbiamo sopportato la radio fm tedesca per l’ultima parte del viaggio – il picco massimo è stato una cover in tedesco di Pretty woman di Roy Orbison, assolutamente incredibile. Abbiamo passato la nostra prima notte in città impegnandoci a conoscere le diverse birre locali – tutte molto buone e incredibilmente economiche e abbiamo anche avuto la possibilità di assaggiare un’ottima kartoffeln salad (squisita, ma da evitare alle 3,45 del mattino).

    Il giorno dopo abbiamo fatto i turisti – sono passati dieci anni dalla mia ultima visita in città: Alexanderplatz, Unter Den Linden ecc. Alle sei del pomeriggio eravamo al club. Arriviamo, bussiamo alla porta del locale ancora chiuso, un uomo esce: “Guardate, ora devo proprio andare, ho una cosa da fare. Sarò di ritorno in un paio d’ore.” “Possiamo mettere dentro gli strumenti?” “No”.

    Quello era l’inizio di una serata piuttosto difficile. Va bene. Attendiamo in un piccolo bar dei dintorni. Poi l’uomo è tornato, scarichiamo gli strumenti e iniziamo il nostro sound check. Tutto è andato bene fino all’arrivo del barista australiano. Il barista australiano è un uomo con una montagna di problemi nella sua vita. E questo lo fa incazzare. Sempre. È sempre incazzato, anche quando non sembrano esserci motivi per incazzarsi. Così ha cominciato a creare problemi su ogni piccola cosa – il volume troppo alto, troppo forte, abbassate un po’, abbassate ancora un po’, riuscite a suonare più piano di così? – a un certo punto ho pensato che mi avrebbe anche detto che maglietta indossare per il concerto. In ogni modo, siamo italiani, sappiamo sempre come sistemare le cose, siamo abituati.

    Arriva l’orario del concerto, noi suoniamo il nostro set e ogni cosa va bene. Di quando in quando il barista si affacciava nella sala del concerto e faceva segno di abbassare il volume, di suonare più piano. L’ultima volta che l’ha fatto ero nel mezzo del call&response con il pubblico su Junkyards of nonbelievers, così è stato facile per me rivoltare la situazione a mio vantaggio emulando i cantanti soul degli anni 50: “A little bit quieter now, a little bit louder now…”. La gente cantava e si divertiva e lui non si è più fatto vedere. Più tardi, verso la fine del set abbiamo suonato come al solito la nostra versione folky di Walk like an egyptian delle Bangles, e lì il nostro uomo si è arreso: è arrivato fin sotto il palco brandendo un oggetto imprecisato che suonava come una maracas e lo agitava a tempo con la canzone con un sorriso idiota stampato sulla sua faccia da idiota.

    Così è andata. Poco più tardi ho avuto occasione di incontrare il barista fuori dai bagni degli uomini. Io sono uscito, lui mi ha guardato, mi ha poggiato una mano sulla spalla destra e mi ha detto: “Great show man”. Io gli ho sorriso e gli ho risposto a tono, sussurandogli gentilmente: “Figlio di puttana”. Qualche minuto più tardi i miei occhi si perdono nel blu scuro del cielo berlinese e mi interrogo sul mistero dell’esistenza.

    Amburgo: ragazzini nel paese delle meraviglie

    Il mattino dopo lasciamo Berlino. Siamo bloccati in un ingorgo autostradale: sembra che l’intera popolazione tedesca abbia deciso di dirigersi verso le coste del Mare del Nord per godere delle sue fredde e inospitali acque. In ogni modo, arriviamo ad Amburgo. Il cielo è nero e rovescia sulla città secchiate di pioggia. Parcheggiamo abbastanza vicino al club e attendiamo che la pioggia smetta. Dopo qualche minuto un tipo bussa al finestrino di Paolo. Paolo, che è una persona semplice e gentile, abbassa il finestrino per vedere cosa vuole. Il tipo è ubriaco fradicio. Ciononostante Paolo si prende qualche minuto per spiegarli che siamo una band italiana e che la sera avremmo suonato in un festival organizzato nel locale proprio dietro l’angolo. Io cerco di far notare a Paolo che il tipo sta evidentemente per vomitare – e che sarebbe una buona idea chiudere il finestrino per evitare il peggio. Finalmente Paolo chiude il finestrino soltanto un attimo prima che il tipo svenga sul cofano della nostra auto e poi scivoli lentamente sul marciapiede, dove termina la sua corsa. Nel frattempo ha smesso di piovere. Andiamo al club.

    Il locale è piccolo ma estremamente fascinoso e gestito con grande cura. Il gestore è simpatico e amichevole e ci mette subito a nostro agio. Mancano ancora quattro ore prima del nostro set così decidiamo di fare un giro in città. Raggiungiamo il porto e ci uniamo ai locali che si stanno godendo il loro sabato pomeriggio. Dopo neanche mezz’ora ricomincia a piovere molto forte. Torniamo al club dove ci facciamo servire la cena e ascoltiamo i set degli altri artisti che suonano prima di noi. Alle dieci di sera siamo sul palco. Un pubblico splendido quello di Amburgo – ricordo che mentre attaccavamo la terza canzone in scaletta ho pensato ‘io in Italia non ci voglio più suonare…’ comunque, una gran bella serata, noi ci siamo divertiti molto e anche il pubblico. Quando ho ringraziato alla fine della serata è stato un momento molto particolare, difficile da spiegare ora, ma è stato un momento davvero molto intenso, e quella sensazione starà con me per molto tempo – avevo scritto quelle canzoni al tavolo della mia cucina, a Dicembre, e ora le stavo suonando così lontano da casa e quella gente sembrava cogliere ogni singola intenzione dietro ogni singola nota e parola. Felicità, punto.

    Siamo rimasti nel club per un paio d’ore dopo il concerto, poi ci siamo spostati in albergo. Alle tre del mattino facciamo il nostro ingresso nella hall dell’Hotel Kogge. La hall è un bar. Con musica ad altissimo volume. Strapieno di gente che beve e fuma una cannetta dietro l’altra, come si capisce subito dall’aroma che impregna l’aria del locale. La ragazza ci conduce alle nostre stanze – che meriterebbero un intero racconto a sé stante – che sono separate dal bar da un solo, sottilissimo muro. “A che ora finisce la musica nel bar?” le chiedo. Lei sorride. Poi risponde: “Non prima delle 6. Ma troverete dei tappi per le orecchie nelle vostre stanze. Volete il welcome shot?” Welcome shot? “Certamente” rispondo. Qualche minuto dopo, Francesco, Paolo e io siamo al bancone del bar. Mi sporgo verso la ragazza e le chiedo: “Cosa possiamo avere come welcome shot?” “jack Daniel’s. Non c’è scelta”. “D’accordo”. Siamo rimasti al bar del Kogge per non ricordo esattamente quanto tempo, abbiamo firmato il guestbook, bevuto diversi welcome shots e poi siamo tornati alle nostre stanze, ci siamo infilati i tappi nelle orecchie e ci siamo addormentati beatamente come ragazzini nel paese delle meraviglie.

     

  • Nato a Lendinara

    Ricordo ogni singola sera in cui prima di salire sul palco ho svuotato le mie tasche nelle tue mani – soldi, cellulare, portafogli, chiavi.
    Ricordo ogni singola sera in cui mi hai abbracciato non appena sono sceso dal palco.
    Ricordo ogni singola sera in cui alla fine del concerto sei salito sul palco e hai raccolto le mie cose e le hai caricate in macchina.
    Ricordo ogni singola sera in cui abbiamo cenato insieme prima del concerto e le bevute dopo il concerto.
    Ricordo ogni singolo chilometro di autostrada che abbiamo percorso insieme e tutte le serate spese a progettare il futuro e a ripensare al passato.

    Niente di tutto questo potrà essere cancellato dalla mia mente e dalla mia vita. Continuo a credere che le cose non finiscano, ma diventano qualcos’altro. Che tutto ciò che è stato dà vita a ciò che sarà.

    Ti ringrazio per aver custodito cose che non avrei mai voluto pronunciare, e ti ringrazio per esserci stato ogni volta che ho avuto bisogno di un amico. Ti ringrazio per avermi tirato su ogni volta che tutto sembrava perduto e per tutte le volte che avrei voluto mandare tutto a fare in culo e tu eri lì per dirmi che no, non bisogna mandare a fare in culo le cose migliori della propria vita. Ti ringrazio per tutte le volte che sei stato un gioioso alleato contro la paura.

    Ricordo la sera in cui dal palco ti ho detto che sei il fratello che non ho mai avuto – è vero, è così – e ricordo che per tutto il pezzo successivo ho stretto le mascelle per non permettere alle lacrime di uscire. Poi, da solo nel camerino, ho pianto come un bambino, ma questa è un’altra storia.

    Ricordo quel giorno a casa di mia nonna, che sarebbe morta di lì a poco. Conservo ancora quella foto, con lei e me, in quella casa in cui ho passato miliardi di ore quando ero un ragazzino. Mi fa piacere che l’abbia scattata tu. Ha senso. Ha molto senso.

    Questa è per te, fratello. Nessuno ci potrà toccare.

  • The European gigs of The Junkyards: a tour report (part one)

    Dear friends and fans from across the globe and beyond,

    What you’re going to read is a destined-to-fail attempt to recall what exactly happened during our gigs in Europe in the last weeks. It’s destined to fail because, of course, nobody really knows what exactly happened.

    Berlin: the mystery of existence

    Berlin, fast clouds over Brandenburg Thor. Yoda looks sad.

    Anyway, there we were, bags packed on the autobahn heading to the deep north of Germany. Wow. The first two hours the trip went alright. Then we felt like we wanted to go back. Go back home. Put our asses on the sofa and get hypnotized by television. But that didn’t happen, luckily. So, somehow we got to Berlin. At midnight we were entering the part of town previously known as East Berlin. We had managed to stand the German fm radios – the peak had been a German rendition of Roy Orbison’s Pretty woman, really unbelievable. We spent part of our first night getting to know local beer – really good and extremely cheap, which is a problem – and also had a chance to taste the kartoffeln salad (which was wonderful, just don’t do that at 3,45 in the morning).

    The day after we made the tourists – last time I had been in Berlin was exactly 10 years ago: Alexanderplatz, Unter Den Linden and so on. At 6 pm we were at the club. As we got there and knocked on the door, the man came out and said: ‘Look, I got to go now, got to do something. I’ll be back in a couple of hours.’ ‘Can we just get the instruments in?’ ‘No’.

    Joe's Bar, Berlin

    And that was the beginning of a difficult night. Alright. There was a bar close to there so we took a seat and waited until the man came back. Then the man came back. We got the instruments in and started our sound check. Everything went alright until came the Australian bartender. The Australian bartender is a man who has lots and lots and lots of huge problems in his life. So he is angry. Always. All the time. For, apparently, no reason. He started making problems over almost everything – too loud, too heavy, quiet it down, quieter, quieter – at some point I thought that he may also tell me what kind of shirt I should have put on for the show. Anyway, we’re Italians, you know, we know how to fix things up.

    So show time came, we played our set and everything went alright. Every now and then the Aussie bartender would come out and make signs to quiet it down. Last time he did it I was in the middle of a call-and-response with the audience, so it was easy to turn things right for me. I started goin’ “A little bit quieter now, a little bit louder now’. People were singing and dancing and cheering all over the place, so he never came out again. Later on when we played the showstopper of our set – a folkish rendition of Walk Like an Egyptian by The Bangles – the man surrendered and came front stage shaking something that made the sound of maracas with an idiot smile upon his idiot face.

    So we did it. The show went right and everybody looked happy. Later on I had a chance to meet the Aussie bartender right out of the male toilets: as I walked out he stared at me, put his right hand on my shoulder and went: ‘Great show man’. I smiled gently, and answered accordingly: ‘Figlio di puttana’ (son of a bitch, in Italian). A couple of minutes later, my eyes were lost into the deep blue sky over Berlin, and I was wondering over the mystery of existence.

    Hamburg: little babies in Wonderland

    On the road to Hamburg

    The morning after Berlin was gone. We were stuck in a jam on the Autobahn. Looked like half of the German population was heading to the northern coast to enjoy the cold waters of the Northern Sea. Anyway. When we got to Hamburg the sky was black and heavy water was pouring down. We parked close enough to the club and remained in the car waiting for the rain to stop. While we were there, a guy knocked on the windshield. Paolo, who is a gentle, simple boy, rolled down the window to ask what the guy wanted. The guy was drunk. Nonetheless Paolo took a couple of minutes to inform him that we were an Italian band and we were going to perform at the festival held in the club just around the corner. I tried to point out to Paolo that the guy was drunk and that he was clearly going to throw up – and that it would have been a good idea to roll up the window to avoid the worse. Finally Paolo rolled up the window just a few seconds before the guy passed out on the hood of our car and then slowly fell on the boardwalk. In the meanwhile the rain had stopped. We got to the club.

    The bill at Woody Bash Festival. Hamburg

    The place is really great and the guys were really friendly and very kind. We had four ours before the show so we decided to take a stroll through town. We got to the port and mixed ourselves to the locals enjoying their Saturday afternoon. It took half an hour before it started raining heavily again. We got back to the club, had our dinner and listened to the gigs of the other artists. At 10 pm we were on stage. A wonderful audience in Hamburg – I remember that by the time we were playing the third song of our set a thought exploded in my mind: ‘I never, never, never again want to play in Italy’. Anyway, it was a really good show, we had a lot of fun and the people too. I thanked the audience at the end of the show, and that was a great moment, difficult to explain, but it was a great moment, and it’s gonna stay with me for a long time. I wrote those songs at my kitchen table in last December and now I was playing them to this wonderful audience so far from home – and they really liked them. Happiness, period.

    Welcome shot at Kogge Hotel

    We hanged at the club for a couple of hours after the show. Then we got to the hotel. It was 3 am when we got in the hall of the Kogge Hotel. Which is a bar. With loud music. And people all over smoking pot and drinking. The girl at the bar took us to our rooms, just one wall away from the bar. ‘At what time the music stops at the bar?’, I asked her. She smiled. Then said: ‘6 am. But don’t worry. You’ll find earplugs in your rooms. Do you want the welcome shot?’ The welcome shot? ‘Sure’, I answered. A couple of minutes later, Paolo, Francesco and I were hanging at the Kogge’s bar. I leaned over to the girl and asked: ‘What can we have for the welcome shot?’ ‘Jack Daniels. No choice.’ ‘Alright’. We stayed at the bar for don’t remember how long, we signed the guestbook, had a couple more welcome shots and then got back to our rooms, plugged our ears and fell asleep like little babies in Wonderland.

  • Ancora vivo, il primo brano estratto da Waterloo

    A questo link sul sito di Via Audio è disponibile in free download Ancora vivo, il primo brano estratto da Waterloo. Il disco sarà pubblicato il 27 settembre.

  • Waterloo: genesi di un disco

    Ho cominciato a scrivere Waterloo nel settembre del 2006. L’estate precedente avevo praticamente concluso il tour di Una vita nuova, testimoniato dal Live alla Casa139 che trovate ancora qui in free download.

    A febbraio del 2007 è partito il tour in solo “Aspetto la bellezza”, che è proseguito fino a dicembre di quell’anno. Nel frattempo ho continuato a scrivere, anche stimolato dall’esperienza del mio primo giro di concerti in solo. È stata un’esperienza molto utile, che mi ha permesso di capire molte cose sulla mia musica e anche sul modo in cui viene percepita dal pubblico. Un lavoro quotidiano di ritocco e di ri-costruzione dei brani per farli funzionare e renderli vivi anche nelle performance in solo.

    Poi da gennaio del 2008 ho ricominciato a dedicarmi alla scrittura. Diverse nuove canzoni avevano già debuttato nei concerti in solo e avevano assunto una forma definita, quando non definitiva.

    Dopo una decina di concerti estivi con una nuova formazione elettrica, a ottobre ho ricominciato a frequentare gli studi di Casamedusa per buttare giù i primi provini dei nuovi brani. A dicembre abbiamo cominciato a registrare, nuovamente in coproduzione artistica con Simone Chivilò. Poi verso la fine di dicembre una domenica pomeriggio ho scritto di getto La stupidità e ho deciso che avrei pubblicato subito un Ep per buttare fuori quella canzone in cui credevo (e credo ancora) molto. L’Ep è uscito per Atelier Sonique, senza preoccuparci di ottenere una distribuzione nei negozi.

    Così da febbraio ero di nuovo in giro per l’Italia a promuovere l’Ep, un giro che è andato avanti fino alla fine dell’anno 2009. Nel 2010 ho terminato le registrazioni di Waterloo, decidendo per la prima volta di occuparmi in prima persona della produzione artistica. Terminato il lavoro, ci è voluto non poco per ottenere una buona situazione discografica, che si è concretizzata con Via Audio verso la fine dell’anno.

    Nel frattempo ci sono state le primarie e la mia campagna a supporto di Stefano Boeri e in seguito la partecipazione a diversi appuntamenti della campagna per Giuliano Pisapia.

    A dicembre, un po’ perché non avevo alcuna voglia di star fermo fino a settembre 2011, data di uscita di Waterloo, un po’ perché era una cosa che avevo sempre voluto fare, ho scritto il disco dei Junkyards, un lavoro che ho composto e arrangiato interamente in una decina di giorni. Registrato in fretta e furia allo studio Jacuzi con Dottori e Lotti, l’8 aprile è uscita l’edizione limitata del disco. Sono seguiti concerti in Italia e all’estero, molto divertimento e grandi soddisfazioni.

    Ora il 27 settembre è vicino, quindi è ora di ricominciare a dedicarmi a Waterloo, che finalmente vedrà la luce.

  • The Junkyards

    [bandcamp album=1077001282  bgcol=FFFFFF linkcol=4285BB size=grande2]

    Ho passato i primi giorni di gennaio in preda a una sorta di febbre creativa (torna quando vuoi cara, non attendo altro) e nel giro di dieci giorni ho scritto un disco in inglese. Era una cosa che avevo in mente da tempo ma, si sa, certe cose non vanno sforzate, bisogna avere pazienza e attendere che si presenti il momento giusto. E tutto è venuto fuori in maniera incredibilmente spontanea: dodici canzoni, una dietro l’altra, tutte scritte di getto, buttate giù velocemente su un blocco di appunti e subito registrate in forma di provini completi. Dieci di queste sono finite nel disco. Di alcune canzoni il mattino dopo non mi ricordavo neanche gli accordi, così riascoltavo le registrazioni e capivo cosa avevo fatto. Ho scelto le dieci migliori (secondo me) e ho pensato a quali sarebbero stati gli uomini adatti per accompagnarmi in questa nuova avventura. Insieme a me nei Junkyards ci sono Marco ‘Ferro’ Ferrara (già al lavoro sui primi dischi di Cristina Donà, attualmente con Giuliano Dottori) al contrabbasso e Paolo Soffientini (NOA, Grandi Animali Marini) alla batteria. I più attenti di voi ricorderanno che Paolo ha suonato i tamburi su La superficie delle cose e per questo mi fa ancora più piacere riaverlo con me in questa nuova avventura. Bentornato Pao. Infine nei live avremo l’apporto di Marco Settanni alla chitarra elettrica.

    recording @ jacuzi studio, milano. foto g.dottori.

    Dopo aver passato qualche giorno con l’idea di fare uscire il disco a nome di Willy The Bone, una sorta di mio alter ego, alla fine ho deciso di utilizzare un nome da band, The Junkyards – Gli sfasciacarrozze –, anche per prendere le distanze da me stesso, cosa di cui mi capita di avvertire la necessità…

    Il disco

    Il titolo è Last Light on Earth – L’ultima luce sulla Terra – e pesca a piene mani da tutta la musica che ho sempre amato ma che non sono riuscito completamente a infilare nei miei dischi: folk, roots, una spruzzata di tex-mex e ritmi messicani, qualche blues urbano, reminiscenze sixties… Posso elencarvi con precisione i dischi che hanno forgiato l’idea, il concept e il suono di questo disco.

    Eels, End Times: una folgorazione. Comprato a dicembre (grazie sempre a Fabio di Psycho Dischi che mi recupera tutti i dischi di cui ho bisogno), è stato veramente la molla che ha fatto scattare tutto. Un moderno bluesman che con infinita ingenuità e onestà ci racconta la sua vita con ciò che la sua sensibilità gli permette di usare – chitarre, piano elettrico, percussioni e una voce da rizzare i peli sulle braccia. Verso preferito del disco: “She locked herself in the bathroom again / So I am pissing in the yard” (Si è di nuovo chiusa a chiave in bagno / così sto pisciando in giardino).

    The Low Anthem, Oh My God, Charlie Darwin. Melodie celestiali e strumentazione d’inizio secolo. Lo dico sempre: per andare avanti bisogna guardarsi alle spalle.

    Tom Waits, Mule Variations. Oltre a contenere uno dei miei pezzi preferiti in assoluto – Hold On – questo disco è stato il mio manuale per arrivare a una scomposizione dei ritmi classici del r’n’r: la regola dice che sul 2 e sul 4 devi avere il rullante. Ecco, in questo disco sul 2 e sul 4 troverete quasi qualsiasi cosa, eccetto un rullante.

    BRMC, Howl. Grandissimo disco, grandissimi suoni. In particolare l’impasto di chitarre acustiche e batteria raggiunge in queste registrazioni un picco di assoluto valore. Inoltre l’idea di usare quasi sempre il timpano come pezzo portante del drumming – una cosa che ovviamente non hanno inventato loro, penso ai Velvet Underground per esempio – l’ho ripescata da lì. In questo disco le batterie sono sempre essenziali e brutali, come dovrebbero sempre essere in un disco di r’n’r’.

    Oltre a questi troverete reminiscenze sparse di Oh mercy di Dylan, Tunnel of love di Springsteen, un pizzico di blues rurale.

    Fireworks over Chicago, il primo video:

    [youtube=http://www.youtube.com/watch?v=stetRWQXM8U]

     

     

  • Lettera a Joe Strummer

    Caro Joe,

    oggi sono otto anni che te ne sei andato e io sento il bisogno di scriverti. E lo faccio come se scrivessi a uno di quegli amici che sanno tutto di te e sanno sempre darti il consiglio giusto al momento giusto. Uno di quegli amici che si prendono le tue lacrime sulla loro spalla senza farti sentire in imbarazzo. Ti scrivo perché anche se sono ateo e temo che dopo la morte non ci sia proprio un bel cazzo di niente, sento in qualche modo che la tua intelligenza e la tua sensibilità sono ancora là fuori, da qualche parte, magari davanti a un fuoco acceso tra le montagne o su un binario morto della metropolitana.

    Caro Joe, ti scrivo perché ho bisogno di una tua parola, di un tuo consiglio. La situazione quaggiù si è fatta veramente difficile. Sembra che siamo tutti in guerra uno contro l’altro e non c’è modo di unirsi per cercare di prendere in mano il nostro destino. E sembra che non c’è modo di riuscire a parlare di cose importanti, come facevi tu. A volte mi sento un vecchio trombone, anche se ho solo 36 anni – nel medioevo molto probabilmente a 36 anni eri già morto ma oggi sembra che a 36 anni sei ancora incredibilmente giovane. Almeno questo è quello che dicono la tv e i giornali. Ma tutti sappiamo bene – a parte le 36enni che si ritoccano il trucco in metropolitana con le tette strizzate in un wonderbra che di meraviglioso non ha un bel cazzo di niente – che non è vero.

    Sono un songwriter – e uso una parola della tua lingua perché il corrispettivo nella mia lingua non indica esattamento quello che sono. Sono uno da tre accordi e un sacco di cose da dire. Sono uno a cui la musica pop (sono sicuro che tu capisci bene l’accezione del termine pop a cui alludo) ha cambiato la vita. Mi ha dato una ragione, un motivo per non arrendermi. Senza metterla giù dura, nel mio quartiere quando ero un ragazzino due tizi che conoscevo sono morti per overdose. La fine degli anni ottanta qui a Milano è stato un periodo terribile. Uno lo hanno trovato al parchetto di via Montegani con la siringa ancora infilata nel braccio. La roba era tagliata con della merda talmente schifosa che è morto ancora prima di riuscire a iniettarsela tutta in vena. Si chiamava Giorgio. Aveva i capelli neri ed era molto alto. Uno che incuteva timore soltanto a vederlo entrare dalla porta. Chi ha visto il cadavere dice che la siringa era per metà piena del sangue che era tornato indietro dalla vena e per metà del liquido lattiginoso che ne aveva causato la morte. Alcuni anni dopo, nell’edificio fatiscente delle scuole elementari che si affacciano proprio su quel parchetto, ho seguito un corso comunale di teoria musicale, e ho sempre pensato che tra il cadavere di Giorgio su quella panchina e il mio pentagramma poggiato sul banco nell’aula al terzo piano ci fosse una strettissima correlazione. Scrivevo le note sui righi e negli spazi, apprendevo i basics e pensavo alla vita che lui non avrebbe vissuto. Che non ha vissuto. Dopo un anno lasciai il corso, deciso a fare di testa mia – come sempre.

    Io son riuscito a tenermi fuori dalla merda solo perché ho imparato a suonare la chitarra. Avevo intravisto qualcosa. Stavo chiuso in camera per ore e ore a tentare di accordarla in maniera decente. In quelle sei corde c’era – e c’è ancora – tutto quello che un povero, misero, disperato essere umano con la giusta sensibilità potesse trovare. Per questo e per molto altro sembra che la cosa più importante della mia vita sia quella di prendere la mia chitarra o sedermi al piano e trovare un paio di accordi giusti per raccontare una storia che secondo me vale la pena di essere raccontata. Alienazione, disillusione, disoccupazione, una ragazza che ti lascia, il capo che ti fa il culo, la paura della morte o della vita, i nuovi fascisti che picchiano sulla tua porta o tuo padre che non ti ha mai amato abbastanza. Questa è la materia di cui mi occupo. Ma ultimamente mi sento molto solo. Sembra che parlare di queste cose oggi non abbia più senso. Sembra che il livello si sia improvvisamente abbassato proprio quando la realtà affonda i suoi canini nei nostri fianchi con sempre maggior livore. Forse è solo cambiato tutto. Eppure c’è qualcosa che non mi torna. Sembra che oggi sia necessario ridere di ogni cosa – vedo ragazzi disperati dimenarsi ai concerti di gruppi che ridono della loro disperazione. Sono molto confuso. Io dico che non c’è proprio un cazzo da ridere né della disperazione e tantomeno dello schifo che ci circonda. Sono molto frustrato. E soprattutto, sembra che il tuo augurio sia diventato una terrificante profezia: without people you are nothing – senza la gente non sei nessuno.

    Caro Joe, è quasi la fine dell’anno qui a Milano. Io mi sbronzo una sera sì e l’altra pure, e passo le notti e i pomeriggi a scrivere. Ma sembra che proprio non ci sia modo per dare un segnale né per dare un senso alla propria vita o al proprio lavoro. Sembra che la gente là fuori sia scomparsa o abbia soltanto voglia di pisciare sopra anche a quel poco di buono che c’è rimasto. Caro Joe, spero che dove sei tu – se davvero sei da una qualsiasi parte – le cose vadano meglio. Butta giù una parola, ne abbiamo bisogno. Io in particolare.

  • Amen e vaffanculo

    La Milano-laghi oggi era bellissima. La striscia d’asfalto coperta in entrambe le direzioni di lamiere ferme e luci rosse e gialle, i campi intorno fissi in una coltre bianca. Il cielo rosso nei pochi punti sgombri dalle nuvole spesse a nord-ovest.

    Fermo in coda misuravo la distanza che mi rimaneva fino a Gallarate.

    In tv su raitre c’è un concerto di musica classica. Ho tolto il volume durante l’unico tg superstite di raitre, quello della mezzanotte. Non ho spento. Spegnere sarebbe stata una decisione definitiva, mentre io sono per lasciarmi sempre una porta aperta, una via di fuga, una possibilità per cambiare idea, se necessario.

    Poi la coda come d’incanto (sempre così) sì è sciolta e son potuto arrivare là dove dovevo andare. E dovevo andare a Gallarate, dove c’è un negozio di strumenti che dispone di tutte le chitarre acustiche Gibson attualmente sul mercato – per inciso, a Milano un negozio così non c’è. La grande città. La metropoli. Cialtroni.

    Parcheggio, compro un gratta e sosta, lo posiziono all’interno dell’abitacolo e mi incammino verso il negozio (piccolo excursus: tabaccaio che mi hai venduto il gratta e sosta, sei una delle persone più maleducate e più scostanti con cui abbia mai avuto a che fare. Ti auguro di continuare la tua misera vita su questa strada di grettezza, te lo meriti. E non scoprirai mai cosa ti sei perso. E poi morirai. Amen e vaffanculo.)

    Entro nel negozio, dico che ero quello che aveva chiamato un paio d’ore prima e il ragazzo mi conduce nella stanza dedicata alle acustiche. Sulla parete di destra c’è praticamente tutta la produzione Gibson attuale in fatto di acustiche. Gli dico che vengo da Milano, mi dice che siamo in tanti ad andare da lui. Dice anche che non si spiega come mai a Milano non ci sia neanche un negozio che si occupi per bene di Gibson. Non rispondo per non finire a dire sempre le solite cose.

    Inizia a illustrarmi le differenti faccende. Decido di provare tre chitarre, il modello Woody Guthrie, una Aaron Lewis signature e una j-45 custom. Grande emozione. Abbranco la WG. È secca e aspra come il viso dell’uomo rimandato dalle foto arrivate fino a oggi. Immagino che sia buona per suonare su carri bestiame e ad assemblee parasindacali improvvisate mentre il vento delle Rocky Mountains ti sferza la faccia con le sue attenzioni. Anche se nel nostro paese sarebbe il periodo adatto (prima o poi mi vedrete in concerto con una scritta sulla chitarra: ‘this machine kills fascists’), realizzo subito che non è adatta ai poveri impianti dei malmessi circoli arci dello stivale. Provo le altre due. La Aaron Lewis ha un manico che è una favola, ha un suono definitivo ma sembra un po’ sbilanciata sui medio alti. La j-45 mi fa sentire subito a mio agio. Ha bassi robusti e medi pieni con alti aperti e squillanti. Da qui in poi comincia una quasi infinita serie di prove incrociate tra queste ultime due. Suono tutti i blues che conosco, tutte le mie canzoni, gran parte del repertorio della sacra triade (Springsteen, Dylan, Young), provo due accordature aperte diverse sulle due chitarre – per la disperazione del ragazzo che è ormai prossimo al suicidio – e per finire canto anche qualcosa: il modo in cui la voce si mischia al suono della chitarra non è un fattore secondario per un cantautore. Poi decido che devo decidere senza aver deciso. Prendo la j-45.

    Su raitre continua il concerto silenzioso dell’orchestra. Io ho in cuffia i Low Anthem, come quasi sempre quando mi metto a scrivere qualcosa.

    Il ritorno verso casa è penoso come quello di un bambino che ha un sacchetto pieno di caramelle ma ha lasciato i denti sul comodino. La coda sembra infinita. La musica ha molto a che fare con la fanciullezza. Con i sogni. Con l’ingenuità del bimbetto che non vuoi lasciare andare. Con le smorfie fatte allo specchio mentre ti lavi i denti al mattino per scacciare i cattivi pensieri. Le mie chitarre sono i miei calzoni corti, il pianoforte una giostra e le canzoni la possibilità di inventare un mondo in cui le cose importanti sono importanti e le stronzate sono stronzate. Il sol maggiore è il leccalecca rosso con le strisce bianche concentriche, il re le caramelle gommose coca cola, il si minore la maestra che ti dice di aprire il sussidiario e il fa il bacio della buonanotte di tua madre. L’accordatura aperta è tuo padre – non si sa mai dove si va a parare. Lo slide sono le fidanzatine delle elementari (alle quali non ti sei mai dichiarato).

    Si avvicina la fine del 2010. Un anno importante e schifoso. Schifoso sicuramente, importante lo dico sulla fiducia (non quella fiducia). Affronteremo la mediocrità come al solito: chi avrà vinto lo stabilirà qualcuno quando ormai saremo finalmente ridotti a cenere silenziosa e il misero spettacolo di questi anni non sarà altro che un nulla nell’infinito divenire del silenzio che ci abbraccerà. Chissà se nel great void ci sono delle Gibson acustiche…

  • Cos’è una città? Cos’è un uomo? A cosa serve la società?

    Sono le 8.20 di mattina. Il mio bar è già aperto, il tabaccaio purtroppo ancora no. Entro nel bar. Mimmo sa che quando mi vede entrare così presto non deve rivolgermi la parola. Pochi istanti dopo il caffè è pronto sul bancone. Gli faccio un cenno in cui cerco di comunicare tutta la gratitudine che riesco a esprimere dopo una notte insonne. Bevo il mio caffè e mi giro a osservarmi nello specchio alle mie spalle. Occhiaie, enormi e scure – niente di nuovo. Lascio 80 centesimi sul bancone ed esco.

    La notte è stata lenta e pesante – per la maggior parte senza sonno. L’ansia per ciò che sarebbe successo l’indomani mattina era troppo forte. Ho ripassato mentalmente la sequenza delle cose da fare mille volte: ultimo line check di controllo, riaccordare la chitarra, abbassare il volume della chitarra senza mettere in mute la pedaliera, lasciare inseriti il delay e l’overdrive, appiccicare il testo di Respirare lavorare sulla spia insieme al breve discorso per introdurre sul palco Stefano Boeri. Tutto era a posto, organizzato, pianificato e programmato eppure non riuscivo a prendere sonno – è una cosa che mi capita quando devo alzarmi presto. Io ho un bioritmo molto lento, in pratica inizio a essere realmente vivo intorno a mezzogiorno, anche perché di solito di notte sto su fino a tardi – ascolto musica, scrivo, guardo la tv, cazzeggio, qualsiasi cosa mi vada di fare in quel momento. Secondo il programma dell’evento allo Smeraldo alle 10.40 io avrei dovuto essere sul palco a cantare…

    Arrivo al teatro, mi infilo all’interno dall’ingresso posteriore e passo subito a salutare i tecnici. Mi dicono che possiamo fare subito il line–check di controllo. Bene. Prendo il mio posto in mezzo allo sconfinato palco dello Smeraldo e – incredibile – la mia voce esce come fa di solito di sera. Questo mi tranquillizza un po’. Eseguo la procedura che ho ripassato per tutta la notte e mi chiudo nel camerino. The waiting is the hardest part, cantava Tom Petty tempo fa – ecco, mi sento esattamente così.

    Intorno alle 10 arriva Stefano Boeri. Presentazioni. Mi ringrazia per la canzone, mi ripete che gli è piaciuta moltissimo e che sembra scritta apposta per la sua campagna. Mi appare subito come un uomo straordinariamente normale e sensibile, dotato dell’umiltà delle persone che conoscono il mondo, che hanno viaggiato e che hanno una cultura maturata attraverso esperienze personali.

    La gente inizia a sciamare nella platea. Dopo poco arrivano Bonfo e Zaganelli, il nostro nuovo socio sul versante stampa. Ha portato la copia di Libero (!) che riporta il risultato dell’intervista telefonica che ho rilasciato il giorno prima. Eravamo tutti un po’ preoccupati – e la mia conversazione col giornalista non è stata proprio amichevole – però alla fine ha scritto quello che gli ho detto, quindi va bene.

    È quasi ora. Nel backstage arrivano mio padre e mio fratello. Sono nervoso. Il teatro è pieno. Devo suonare solo un pezzo – che vuol dire che non farò neanche in tempo a scaldarmi che sarà tutto finito. Merda.

    Chiuso in camerino, come al solito prima di un concerto, ripasso i motivi che mi hanno condotto in quel luogo in quel momento, e stavolta ci sono milioni di implicazioni in più. Va bene. Va bene, mi dico. Stai facendo una cosa in cui credi – a questo serve la vita.

    “Coppola ci siamo”

    “Ok”

    Il palco mi inghiotte, l’occhio di bue mi investe dall’alto, strappo la Tele dal reggi chitarra e mi lancio sul Mi minore che apre il brano. Tengo chiusi gli occhi per tutta la prima strofa, poi mi dico che questo è un momento di quelli da ricordare, così li apro all’inizio della seconda strofa e lo splendore della platea gremita dello Smeraldo mi riempie lo sguardo. In balconata ci sono gli striscioni dei vari quartieri di Milano che appoggiano Stefano. Troppe emozioni e tutte insieme. Sbaglio l’accordo di apertura del ritornello, mi riprendo subito, mi scuoto ed entro finalmente nella performance. E tutto scorre liscio, me la godo, canto, mi agito e barcollo nei miei stivali nuovi comprati per l’occasione (ognuno ha le sue debolezze) e porto il pezzo fino alla fine. L’applauso mi inghiotte come un’onda di alta marea, riemergo senza fiato giusto in tempo per dire le cose che mi ero preparato per introdurre Stefano. Entra, ci stringiamo la mano, noto l’emozione nei suoi occhi, gli mando un silenzioso in bocca al lupo e scompaio dietro le quinte.

    Scappo fuori, fumo due sigarette una dietro l’altra. Il cielo è bianco e lattiginoso. Andiamo a bere un caffè per tirare il fiato. La piazza antistante lo Smeraldo è meravigliosa nonostante il suo dolore, con le pareti del cantiere degli interminabili box che stanno spalla a spalla con l’antico arco e i palazzi d’epoca. Ripartiamo da qui. Da questo buco. Riempiamolo della nostra gioia, ricavata a fatica dalla disperazione, dalla disillusione e dagli anni che passano senza che nessuno paghi il prezzo per gli errori commessi sulla nostra pelle.

    Torniamo in teatro, conosco un sacco di persone, complimenti, abbracci, pacche sulle spalle, speranza, voglia di cambiare, ottimismo, ottimismo, ottimismo – se sarà vano lo scopriremo presto e allora torneremo tutti nel nostro buco a leccarci le ferite, fino a quando saremo di nuovo abbastanza forti per uscire dalla tana e sfidare il mondo degli imbecilli una volta ancora.

    Siamo quasi alla fine ormai. Dalle quinte laterali ascolto Stefano pronunciare il discorso finale. Il senso di comunità e la responsabilità individuale, restituire le responsabilità e le decisioni a chi le merita sul serio, le donne che fanno miracoli quotidiani e rappresentano lo scheletro ignorato della nostra società e gli anziani costretti in casa perché nelle case popolari non funzionano gli ascensori. I giovani, i giovani, i giovani. Cos’è una città? Cos’è un uomo? A cosa serve la società?

    Mezz’ora dopo è tutto finito. Raccolgo le mie cose in camerino. La sera prima ho scritto una dedica su una copia dell’Ep La stupidità. Raggiungo Stefano. Gli consegno il cd. Mi stringe in un forte abbraccio – il ricordo più bello di questa giornata.

  • cronache dal nessunluogo

    Eravamo lo spirito santo, la madre e io – il figlio si era attardato su una strada che conduceva al nessunluogo, e infatti non arrivò mai. La notte era soleggiata come un lago salato sotto la pioggia battente e il suo calore si riverberava sulle montagne. Io mi ero fatto tatuare ‘Ogni lasciata è persa’ sull’avambraccio destro e poi me lo ero fatto amputare e lo avevo lasciato ai reduci di Nikolaevka. Il tenente ci ordinò di sparare agli abitanti inermi del villaggio. Noi ci rifiutammo e puntammo i nostri parabellum sui nostri piedi. Gli inservienti nudi raccolsero la poltiglia delle nostre estremità e ne fecero polpette per i prigionieri politici omosessuali, che morivano di sete nella gabbia delle scimmie. Poi giunse la notizia che l’Apollo era atterrato su Marte e tutti tirammo un sospiro di sollievo, eccetto la rana a due teste, che continuava a contare i suoi soldi con aria preoccupata. L’uomo-cervo scese dalle montagne correndo a rotta di collo inseguito da una nuvola verde che prometteva pioggia. Io mi riparai sotto la tettoia, estrassi il libro delle preghiere e lo usai come cuscino. Non riuscii a dormire, le esplosioni si facevano sempre più vicine e il mio stomaco gorgogliava. Presi sonno comunque, e quando al mattino mi svegliai era già notte fonda, e i grilli saltavano nella campagna e cantavano motivi tradizionali.

    La notte del mattino dopo lo spirito santo venne da me e mi chiese se avessi visto il figlio – gli risposi di no, e gli dissi di andare a cercarlo nella foresta oltre il crinale. Le acque del fiume erano uscite dal letto e si erano precipitate sui tetti delle case, osservate con stupore dalle ultime mucche del villaggio. Un tank con la testa di cavallo ci passò davanti. Un prete, abbarbicato sulla torretta, distribuì alla folla le ‘Nuove regole per la salvezza dell’anima in tempo di guerra’, e tutti si misero a leggere pur non conoscendo il francese. Lo spirito santo tornò a mani vuote e anche la sua aureola pareva indebolita. I fasci di luce della contraerea attraversavano il cielo solcato da migliaia di cavallette che si avvicinavano con il loro carico di morte. Non c’è da preoccuparsi, dissi io, sarà sufficiente andare dalla rana a due teste e minacciarla di portargli via tutti i suoi soldi – vedrete che richiamerà le cavallette e tutto si sistemerà.

    Da un buco nel cielo precipitò un sasso che recava una scritta in una lingua indecifrabile che io compresi al volo, ma decisi di non rivelare agli abitanti del villaggio. Lo spirito santo mi guardò con complicità – anche lui conosceva quella lingua – e decidemmo tacitamente di non confessare a nessuno il senso di quelle parole. Con quel peso sulla coscienza corremmo sulla statale oltre il bosco per andare a parlare come al solito con le prostitute romene che lavoravano là. Ci accolsero con la consueta indifferenza. Una di esse ci mostrò un seno ipertrofico sul quale era disegnata la faccia nascosta della Luna. Estasiati da quella visione io e lo spirito santo decidemmo di tornare al villaggio per cercare la madre e vedere se si riusciva a combinare qualcosa. Ma non la trovammo. Alcuni dissero che si era avventurata verso il nessunluogo alla ricerca del figlio che si era perso, altri che l’avevano vista salire sulla torretta del tank dalla testa di cavallo insieme al prete e a una cassa di champagne. Non la rivedemmo più.