• Diario del tour #7: Benevento

    Su consiglio di Alessandro seguiamo la statale E45 Ravenna Roma. In alternativa avremmo potuto proseguire sull’adriatica e scavallare dopo Pescara. Mi convincono che la statale è meglio. Ok, vada per la statale. Effettivamente avevano ragione: io faccio tutto il primo turno di guida fino al raccordo con la A1. Il panorama è favoloso: la statale si snoda tra valli verdissime e improvvise radure. C’è pochissimo traffico e la nostra marcia viene interrotta solo da alcuni lavori. A un certo punto sembra di stare in Norvegia: un lago appenninico incastrato tra versanti verdissimi e sovrastato da un cielo di un azzurro sconfinato. Facciamo delle foto, da bravi turisti, e proseguiamo (e comunque in Norvegia non ci sono mai stato).

    Poi, quando il raccordo con la A1 sembra ormai a un passo, ci ritroviamo in un buco spaziotemporale che fa sì che suddetto raccordo (a Orte, per la precisione), sembri non arrivare mai. Ma dopo arriva, oh se arriva.

    Cambio guida e si procede: si tratta di altri 300 km. Io passo sul sedile posteriore per il meritato riposo – ma non riesco a dormire più di un quarto d’ora, nonostante ci lavori con la necessaria convinzione. In tutti i modi, alla fine si arriva – dopo altre due pause caffè all’autogrill e dopo essere sopravvissuti alla statale Caianello Benevento: suddetta statale – una corsia per senso di marcia senza divisorio – è interpretata dai locali come una specie di circuito sul quale mettere alla prova le loro doti di guidatori sportivi. In un’ora di percorrenza si è visto di tutto: sorpassi in presenza di striscia continua; sorpassi in presenza di striscia continua con curva cieca all’orizzonte; sorpassi con doppia striscia continua con o senza curva cieca; doppi e tripli sorpassi con doppia striscia continua, curva cieca e dosso (il doppio sorpasso è così: c’è un camion che trasporta cocomeri che avanza lento: dietro di esso due vetture: quando la prima sorpassa il camion la seconda si accoda e la supera mentre la prima effettua il sorpasso. Il triplo si differenzia solo per la presenza di una terza vettura che sorpassa la seconda mentre quest’ultima sta a sua volta superando la prima intenta a sorpassare un mezzo lento).

    Com’è come non è, puntualissimi alle 18.15 parcheggiamo il furgone di fronte al Morgana. Salutiamo Ernesto, Rosa e Vittorio, sempre calorosi e iper disponibili. Bonfo è arrivato con il treno direttamente da Milano e ci ha preceduto di pochi minuti. Scarichiamo in fretta e prima del sound check ci godiamo tutti insieme una birretta fresca sulle poltroncine di vimini all’esterno del locale. Relativamente ritemprati ci dirigiamo al sound check. Prima però vado a far scorta di plettri nel piccolo negozio di strumenti nella via che porta al Conservatorio. C’è una piccola piazza che risplende nella luce azzurra del tardo pomeriggio. Da una finestra al terzo piano gocciolano le note di un pianoforte, un cane dorme sul porfido agli ultimi raggi di sole.

    Sound check veloce e divertente: il bello di quando si sta in giro è che dopo un po’ di date il sound check viene usato per provare cose nuove, così per rompere la monotonia. Sound check finito, un’altra birretta fresca prima di un’oretta di meritato riposo nella graziosa sistemazione messaci a disposizione.

    Uscendo dal locale riesco quasi a litigare con due persone differenti.

    Uno.

    Mentre usciamo un tipo mi fa: Siete voi che suonate questa sera?

    Sì, siamo noi.

    Di dove siete?

    Milano.

    Ah bene, perché al mio amico stanno sul cazzo quelli di Firenze.

    Mentre cerco una maniera adeguata di rispondere a questo imbecille, che mi fa venir voglia di esser nato a Firenze, Leslie mi ha già spinto cinque metri più avanti.

    Ma non è finita. C’è un tipo con un Suv largo tre metri che non riesce a fare la curva dov’è parcheggiato il nostro furgone.

    È vostro il furgone, chiede.

    Sì. [Il furgone, per la cronaca, è parcheggiato bene e non sporge dalla striscia bianca che delimita il parcheggio.]

    Bè, è troppo grosso, non ci passo.

    Gli rispondo: resta da vedere se è il nostro furgone a essere troppo grosso o è la tua macchina…

    Bè, ma io sono residente, risponde il simpaticone.

    Io gli faccio notare che non siamo parcheggiati in un posto per residenti ma nel frattempo arriva qualcuno che sposta un’altra macchina e il suvvizzato può procedere.

    Dopo riposo e doccia, cena in un ristorante poco lontano – linguine alla carrettiera (una aglio, olio e peperoncino con aggiunta di pomodoro fresco – qualcuno dei miei, e non faccio il nome per pietà – vorrebbe mettere il formaggio. Lo fulmino con lo sguardo e l’argomento è chiuso), vino rosso locale, caffè.
    Quando arriviamo al locale lo troviamo bello stipato e così resterà per le due ore successive. Bel concerto energico, pubblico attento e partecipe, bella serata.
    Dopo qualche birretta e un paio di panini, verso le cinque guadagnamo finalmente il meritato riposo. Domani tappa facile, fino a Roma, con partenza nel pomeriggio, quindi si può dormire.

  • Diario del tour #6: Forlì

    (Dialogo tra F e P[L] avvenuto in un punto imprecisato dello stivale venerdì addì 9 maggio 2009):

    Leslie, quanto cazzo manca?

    Eh, tipo 300 km…

    300 Km? Oh Santa Madonna dell’Annunciazione

    Ma facciamo un passo indietro…

    La tre giorni appena conclusa ha portato tutti i partecipanti alla spedizione (io, cantautore milanese di origini salernitane meglio noto come fabriziocoppola; paoloperego, alias leslie, bassista lecco-pugliese; fabiodeotto, batterista, provenienza nordmilano; fabiobonfante, alias bonfo, provenienza tuttoilfottutomondoconosciuto), dicevo, ha portato tutti i partecipanti a un soffio dalla verità assoluta: la verità assoluta è questa – no, ve la dico dopo.

    Ma facciamo un altro passo indietro.

    È mercoledì. Sono a casa di Paolo, chitarrista dei Lo.mo e molte altre cose. L’uomo – l’animatore di Sur le sofà, gli house concert meno chic e più sostanziali del nord italia – mette a disposizione il suo pluridecorato furgone (ha scorrazzato un sacco di band per mezza europa e inoltre sul portellone posteriore reca un bell’adesivo fender) per il nostro tour downsouth. Lo fa perché lui è fatto così: sa cosa è giusto, e si dedica a cosa è giusto.

    Il furgone è un Ducato Turbo Diesel 6 posti che svolge il suo lavoro alla perfezione: è comodo, spazioso, talvolta anche silenzioso. Tutte queste qualità fanno sì che già pochi minuti dopo la partenza dalla base di Casamedusa tra noi e il mezzo si sviluppi un rapporto di dipendenza sentimentale e di affetto profondo. Quello stesso affetto che sviluppi per tua madre nei primissimi mesi della tua vita, quando, espulso dal grembo, trovi nel suo seno un istantaneo succedaneo delle mollezze trascorse e ti ci attacchi come se fosse – e lo è – questione di vita o di morte.

    Prima tappa Forlì: facile, intorno ai 300 km, siamo attesi per le 19.00. Il viaggio scorre liscio, si arriva al Valverde in perfetto orario. L’Arci Valverde è proprio un bel posto: al livello della strada c’è un bar molto ampio con tanto di biliardo e un dehors spazioso e ombreggiato. Conosco Alessandro e Thomas, i due animatori della programmazione artistica. Alessandro ha un passato nella scena hardcore e ancora oggi suona con diversi progetti. Thomas lo incrocio solo di sfuggita e a parte la capigliatura rasta non ricordo altro.

    Al piano inferiore c’è la stanza per i concerti, con un bel palco e un impianto di tutto rispetto. Il fonico – Alberto, approfondirò in seguito – mi convince a usare un microfono dedicato per l’armonica, così per la prima volta nella mia vita di fronte a me ci sono due microfoni appaiati.

    Anche Alberto suona in diversi progetti e si guadagna subito la mia imperitura stima quando commentando il mio set (chitarra acustica con pedalini) cita subito i Grant Lee Buffalo. Evviva. Passiamo la successiva mezz’ora a parlare dei loro dischi e siamo felici.

    Il concerto scivola via liscio e apre la strada a una quasi infinita sequenza di sfide a biliardo. Il mattino dopo sveglia presto (ci attendono più di 7 ore di viaggio con l’appennino da scavallare), colazione in un bar gestito solo da donne e partenza.

  • La stupidità: il video

    [youtube=http://www.youtube.com/watch?v=ovyzuswB6D0]

    Videoclip del singolo tratto dall’Ep “La Stupidità”, Fabrizio Coppola 2009.
    Dedicato alla memoria di Abdul Salam Guibre, detto “Abba” (1989-2008).

    Regia: Angelo Camba
    Dop: Emilio Giliberti
    Backstage: Valentina Mele
    Prod: Fakiefilmz/Roadmovie/Atelier Sonique
    GatosYPerros Management

    Grazie a:
    Giovanni De Giorgi
    Micol Martinez
    Alajie Barjie
    Tiziano Buffoli
    Valentina Mele
    Chiara e Egle
    Fabio Deotto
    e a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo video.

    http://www.fabrizio-coppola.net
    http://www.myspace.com/fabriziocoppola

  • Diario del tour #5: Firenze, Novara, Bergamo

    Firenze immobile in un disastro di lamiere – sciopero dei mezzi – più di un’ora per fare meno di 4 chilometri in città / tutto vero. Il culo incollato al sedile il naso contro il finestrino ma là fuori niente scorre, se non qualche passante felice di procedere sulle sue agili zampette piuttosto che inscatolato in ferro e plastica. Restare bloccato nel traffico è una cosa che mi fa sentire stupido, troppo stupido. In quei casi mi vengono subito in mente pensieri catastrofici – ma che cazzo ci facciamo chiusi qui, dovremmo uscire dalle macchine e sfasciarle con degli enormi martelli e poi sfasciare anche i palazzi, le strade, ma sì, fanculo, sfasciamo tutto, ah ok, è verde, si va, bene, sto già meglio.

    Posto molto bello, direzione artistica del collega Max Larocca. Il concerto fila via liscio con qualche new entry nella scaletta. La sera finisce al bancone del bar – proprio come dovrebbe sempre essere.

    Di ritorno da Firenze tappa a Milano. Siamo in Corso San Gottardo e ci allunghiamo fino a piazza 24 maggio dove sta iniziando la manifestazione del primo maggio. Saremmo tentati di mischiarci con la folla ma la presenza di ben tre sound systems che sparano ovviamente musiche diverse ci scoraggia.

    Piccole Iene per il concerto benefico in favore delle vittime del terremoto (tra qualche giorno sul sito del locale tutti i dettagli sulla somma raccolta e sulle associazioni alle quali verrà devoluta). Il locale è molto bello, il paesino – Romagnano Sesia – un classico della provincia italiana: piccola piazzetta con monumento ai caduti (un angelo che tiene fra le braccia un ragazzo nudo le cui pubenda sono coperte da un pugnale portato per qualche motivo in posizione centrale e non sul lato come vorrebbe la tradizione) e caffè con tavolini fuori e vecchietti intenti a giocare a carte.

    Si cazzeggia un po’ in giro in attesa che arrivi il nostro turno. Entriamo per sentire gli amici Guignol e poi tocca a noi per la nostra mezz’ora di concerto. Diciamo che nel locale non c’è la folla di corso vittorio emanuele a milano durante i saldi; noi diamo il nostro contributo alla causa e poi sempre con i Guignol scoviamo una trattoria che offre buona soddisfazione. Speriamo comunque che la cifra raccolta sia sostanziosa.

    Bergamo è deserta, incorniciata dalle montagne. Il locale lo ricordavo più piccolo; Patrizia – la direttrice – ci accoglie con la solita burbera ospitalità, che si stempera durante la serata: è fatta così, e va bene così. Al locale hanno un pianoforte che ha più di cento anni e ha un suono che non riesco a descrivere: è super definito ma allo stesso tempo sembra espandersi, potresti dire che è un suono asciutto ma non lo è in realtà. Cena alla solita trattoria A casa mia, a un centinaio di metri dal locale, gestita da una coppia di origini pugliesi – da segnalare la polenta servita come fosse una pallina di gelato per accompagnare il pollo arrosto, una vera chiccheria. Anche qui come a Brescia si comincia molto presto – tutto deve finire per le undici e mezza per evitare i soliti problemi e bla bla bla. Si torna a Milano, settimana prossima un altro bel giro per lo stivale.

  • Diario del tour #4: Enosteria, Brescia

    All’Enosteria si suona molto presto perché – nonostante i concerti siano sempre in acustico – spesso i vicini si lamentano del “rumore”. Così quando salgo sul palco mancano una ventina di minuti alle 10. Quando scendo sono le 11 e un quarto ma questo non basta a scongiurare l’intervento dei carabinieri. Arrivano perché chiamati dall’anziana signora che abita sopra il locale. I due in divisa praticamente si scusano della loro presenza – sono da poco passate le 11 e il volume della musica è decisamente ridotto – tant’è che non chiedono neanche di vedere i documenti e i permessi. 

    Espletati i doveri di cronaca senza nessuna voglia di riflettere ancora su questioni di questo tipo, vado ad elencarvi i lati positivi della trasferta bresciana. Il posto è molto carino, gestito per la programmazione artistica da Andrea e per la parte cucina e locale da Francesco. Si mangia bene, il locale è arredato con gusto e il palco è molto caldo, con un bel pianoforte, un impianto luci minimo ma più che sufficiente e una bella pedana di assi di legno – che percuoterò a tempo durante un paio di brani dopo averne scoperto le proprietà armoniche durante il sound check.

    Il concerto scivola via bene anche se i bis che avevo in mente sono stati cancellati per cause di forza maggiore. Sulla strada del ritorno stop in autogrill dove non so resistere alla tentazione di mangiare una tristissima sfogliatella (uno dei leit-motif di questo tour) in un autogrill poco prima di Bergamo. Ma me lo merito, oh se me lo merito. Chi va per questi mari…

  • Diario del tour #3: Neverland sul ghiaccio, Castello di Solza (BG)

    L’Italia è un paese meraviglioso. Per taluni versi lo è. Decisamente. Quali sarebbero questi versi? Andiamo con ordine.

    La data a Neverland d’Inverno me l’ha fissata Alessandro Giovanniello (noto ai più come Alez), l’uomo che regge i fili del Rock Island, del Neverland dello scorso anno e che mi ha organizzato dalla prima all’ultima data del tour Aspetto la bellezza, quello in solo acustico di due anni fa. Nonostante il fatto che lui sia originario della provincia di Avellino e io di Salerno città (in Campania si ammazzano per questo, dentro e fuori dagli stadi), ci vogliamo bene. E già questo mi sembra bello. Lui non perde occasione per ricordarmi che tra i Lupi hanno militato giocatori del calibro di Dirceu e di Juary, io gli rispondo che tra i gloriosi granata ha chiuso la carriera Agostino Di Bartolomei, bandiera della Graaaaande Roma di Liedholm, Falcao e Pruzzo.

     

     

    Io (travestito da Elvis Costello) & ALez
    Io (travestito da Elvis Costello) & ALez

     

     Digressione: Agostino Di Bartolomei morì suicida. Si sparò al cuore a dieci anni esatti dalla finale di Coppa Campioni persa ai rigori dalla Roma contro il Liverpool. Tempo dopo fu ritrovato un suo biglietto strappato sul quale c’era scritto: “Mi sento chiuso in un buco”. La canzone La leva calcistica del 68 di De Gregori è dedicata a lui. Fine digressione.

     Il cielo ci mostra le differenti gradazioni del grigio mentre sulla A4 ci dirigiamo verso Capriate. Oltre le nuvole, le Prealpi imbiancate galleggiano in una luce d’inizio secolo. Arriviamo e scarichiamo, ma visto che per diversi motivi né io né Bonfo (tour manager, label manager, rotture di coglioni manager – quello che, insomma, risolve i problemi, o almeno ci prova) abbiamo mangiato, ci dirigiamo insieme a Leslie (bassista, in precedenza fonico live) al bar che sorge nella piazzetta poco lontana dalla rocca dei Colleoni. Poltrone verde acido, 7 (sette) megaschermi alle pareti che inviano 7 (sette) canali diversi sparati a un volume indescrivibile. Chiediamo dei toast e delle cochecole (toast asciuttissimi, una fetta di prosciutto e formaggio di quart’ordine, voto 3,5; cochecole annacquate, voto 4,5; servizio cordiale ma lacunoso, voto 5 meno meno).

    Nel bel mezzo del sound check arriva il sindaco per salutarmi. Fico, penso, devo dirlo a mia madre. Mi ha visto al Neverland e le è piaciuto il concerto, così è passata per fare un saluto. Non so se darle del tu o del lei; poi decido di restare sul lei, più istituzionale. Poco dopo scopro che il fonico è il vice-sindaco, e questo imprime una svolta formale al sound-check, che portiamo a termine con soddisfazione di tutti – vice-sindaco compreso.

     

     

    Io & il vice-sindaco
    Io & il vice-sindaco

     

    Nel dopocena intervista con Roberto Bonfanti – l’intervista si tramuta in una specie di cabaret e invano tenterò a fine serata di convincerlo a – come dire – tralasciare, passare sopra, dimenticare, cancellare alcune mie dichiarazioni balzane. Non c’è verso, è intenzionato a fare il suo dovere di cronista fino in fondo – meno male che non scrive per il Corriere della Sera.

    Manca ancora un’ora all’inizio del concerto. Mi chiudo in camerino con la mia acustica in re aperto e suono tutti i blues che conosco. Due ore e mezzo dopo sono tra il pubblico con la stessa chitarra a suonare una versione totalmente unplugged di La mia rovina (brano che finirà sul nuovo disco) prima del gran finale con il resto della band.

    Seconda digressione: ho iniziato a scrivere sparandomi in cuffia la radio di lastfm settata su “artisti simili a The Ark” – gruppo che amo particolarmente – così in questo momento ascolto musica dance cantata in svedese. Cambio, passo a un più classico “artisti simili a BRMC”. Meglio, sì, meglio. Fine digressione.

    Il concerto è finito. Mi cambio velocemente e mi faccio portare una bella birretta – me la merito, così è stabilito.

    Dopo una mezz’oretta di chiacchiere assortite – e diversi cd autografati sui quali scrivo Colza invece di Solza in uno slancio di ecologismo – arriva il clou della serata.

    Il clou della serata è, più o meno in ordine, questo:

    Il Kalashnikov: oltre a essere il fucile mitragliatore più amato dai guerriglieri che svolgono la propria attività a latitudini tropicali, è anche un intruglio inventato dal barista del castello. Si tratta di vodka impreziosita da un accento di assenzio. Dopo che l’hai bevuto devi azzannare una fetta d’arancia coperta di zucchero di canna. E correre a leggere Baudelaire.

    Una lunghissima disquisizione portata avanti da un dj locale, famoso per organizzare rave parties nel circondario, sul seguente quesito: esteticamente, è più apprezzabile un membro maschile eretto o un clitoride?

    Altri Kalashnikov.

    Il dj esprime la sua preferenza estetica a favore del membro maschile e mima in malo modo la parte femminile.

     

     

    La preferenza del dj / lei non è la sua compagna
    La preferenza del dj / lei non è la sua compagna

     

    Sconforto tra i presenti – il vice-sindaco, fino a quel momento sobrio e posato, va su tutte le furie.

    Ancora Kalashnikov.

    L’intervento nella discussione della compagna del suddetto dj locale. Rifiuta la descrizione antecedentemente fatta dal suo compagno – che forse mentre scrivo è diventato il suo ex-compagno – e propone una descrizione del di lui organo. La descrizione non appare particolarmente ossequiosa.

    Sconforto del dj.

    Kalashnikov.

    Il barista attacca a parlarmi in portoghese. Io gli rispondo in spagnolo. Lui si incazza, dice che il portoghese non è lo spagnolo, sono due lingue diverse. Io gli rispondo che lo so, ma il portoghese non lo conosco.

     

    buonanotte
    buonanotte

     

    Dopo un crescente delirio di nonsense à la Monty Python, ci ritroviamo in autostrada. Bonfo, saldamante alla guida, ci riporta a casa.

     

    Qui una recensione del concerto

     

  • Due parole su La stupidità

    1. Di cosa parliamo quando parliamo di Stupidità

    Ho scritto “La stupidità” di getto, una domenica pomeriggio poco prima di Natale. Nel giro di mezz’ora era tutta lì, con il testo e la musica come potete sentirli. Era già da un po’ che volevo scrivere un brano del genere, una specie di blues urbano contemporaneo ma non trovavo le parole giuste.
    Poi le parole sono arrivate, tutte insieme, come accade solo raramente. E sono il frutto dell’amarezza, del dolore e della rabbia per quello che sta succedendo nel nostro paese da un anno a questa parte.
    Due episodi su tutti mi hanno particolarmente colpito: l’omicidio di Abba e il pestaggio di Emmanuel Bonsu. Il primo ad opera di due privati cittadini, il secondo perpetrato da agenti della Polizia Municipale di Parma. E, oltre a questi episodi specifici, il generale clima di intolleranza, di paura e di razzismo generato da una larga parte dei media.
    Quando ho deciso di girare un videoclip del brano non avevo in mente di dedicarlo alla memoria di Abba. L’idea mi è venuta parlando dello script con Angelo Camba, il regista. Il video non è ispirato alla vicenda di Abba, anche se racconta una storia simile. Grazie a un amico giornalista del Corriere della Sera mi sono messo in contatto con la famiglia di Abba e ho ottenuto il loro consenso all’operazione, senza il quale non se ne sarebbe fatto nulla.

    2. Quello che andava fatto

    Il mio corpo dondola insieme al vagone mentre il treno si dirige verso Cimiano. Cimiano è dove la linea due viene fuori dal sottosuolo in un panorama spettrale di palazzi grigi anni settanta.
    Venti minuti fa ero a casa mia. Bevevo un bicchiere di vino con il mio regista e discutevamo dello script. Ora sono qui in metropolitana, con il mio Mac che ha dentro i suoi gangli il brano, e Adiaratou, la sorella di Abba, che mi aspetta alla fermata di Cernusco sul Naviglio.
    Il vagone puzza e scricchiola. Appoggio la nuca al finestrino, chiudo gli occhi e vorrei cancellare tutto questo in un solo istante. Sono in ritardo. Adiaratou mi chiama. Rispondo. Mi scuso. Dico che sto arrivando.
    Poco dopo, sono in un centro sociale a Cernusco sul naviglio. Non c’ero mai stato prima da queste parti.
    Sono nel mezzo della riunione del comitato per Abba. Questi ragazzi sono belli. Sono gli amici di Abba, che abitava proprio qui a Cernusco. Si riuniscono una volta a settimana.
    Mi presento. Faccio una battuta per rompere la tensione. Spiego velocemente il pezzo – per quanto si possa farlo a parole – poi dico che la cosa migliore è ascoltarlo.
    Partono la cassa e gli hand-claps. Osservo i piedi dei ragazzi mentre tengono il tempo. Il pezzo non è ancora finito che un ragazzino di fronte a me, con negli occhi una dolcezza che non è di questo mondo, mi dice: “Sarò felice di ascoltare ancora questa canzone”.
    Ok, la mia cosa è finita. Oppure è solo iniziata.

    In un momento di silenzio della discussione mi alzo, prendo la mia giacca di pelle dalla sedia dove l’avevo lasciata entrando, e saluto i ragazzi.
    Mi avvicino alla madre di Abba per stringerle la mano, sperando che questo gesto riesca a far trapelare tutte le cose che non sono in grado di dirle. “Grazie signora” – le dico. Lei mi guarda soltanto, senza dire nulla, ma il suo sguardo vale più di qualsiasi parola.
    È un attimo e sono in strada. Cernusco è deserta. Torno a piedi alla metropolitana.
    Mentre aspetto il treno, fumo una sigaretta. Il fumo si alza verso il cielo. Guardo le volute leggere che si muovono verso l’alto. Arriva il treno. Salgo a bordo con l’unico pensiero di mangiare qualcosa appena arrivo a casa – oggi ho saltato sia pranzo che cena.
    Il mattino dopo trovo una telefonata di Adiaratou sul cellulare. La chiamo subito. Mi spiega che mi aveva chiamato la sera prima, dopo il nostro incontro. Era dispiaciuta di non avermi riaccompagnato a Milano in macchina. Voleva sapere se il viaggio di ritorno in metropolitana era andato bene.

    Qualche giorno dopo io e Angelo siamo andati in via Zuretti per fare delle riprese sul luogo dove si sono svolti i fatti. I muri sono pieni di scritte per Abba. Un modo per ricordare quello che è successo. Ogni tanto vengono cancellate, e puntualmente vengono rifatte. Va avanti così da un po’.
    Eravamo lì con una piccola camera a mano; dopo un po’ si è avvicinato un tale per chiedermi cosa stavamo facendo. Un tipo robusto, sulla cinquantina. Gli ho spiegato brevemente senza scendere nei dettagli. Lui mi ha risposto che sì certo, il ragazzo è morto, ma comunque non va bene imbrattare i muri delle case, che sono proprietà privata.

    3. Il futuro non è scritto

    Una partitella di calcio tra bambini in un parco milanese. Mi fermo a guardare il gioco, è più forte di me. Come nelle illustrazioni di Sempé per Le Petit Nicolas di Goscinny, la partita si risolve in interminabili mischie a centrocampo, con gambe, braccia e piedi che mulinano in tutte le direzioni.
    Poco lontano da me ci sono una bambina bionda e suo padre.

    “Papà, sai che quello è un mio compagno di classe?”
    “Quale?”, chiede il padre.
    “Quello con la maglietta rossa”, risponde la bambina, indicando l’unico ragazzino di colore della partita.
    Quello con la maglietta rossa.

  • Diario del tour #2: verona, verderio

    Due giorni prima del concerto a Verona mi informano che a causa di una non meglio precisata ordinanza del sindaco che non si sa bene se sia già in vigore o meno l’unico modo di fare la data in solo acustico al majakowskij è di farla in unplugged vero – niente impianto, né cavi, microfoni o elettricità. Solo io, la chitarra o il piano e la mia voce. Interessante, penso. Per me può anche andare bene, l’importante è che il pubblico sappia che il concerto si farà così – dico, e mi rassicurano che sarà così. Non voglio rinunciare alla data di Verona, che resta per ora l’unica tappa veneta del tour, dal momento che il concerto inizialmente previsto a Treviso è stato annullato. Un’ora e quaranta per fare milano-verona e 40 minuti per attraversare la città, bloccata totalmente, probabilmente a causa del Vinitaly. Arriviamo al locale all’orario stabilito, in tempo per fare il non-sound check, per prendere un minimo di confidenza con l’acustica del posto – davvero ottima, grazie a un soffitto a volte in mattoni – e con il bel pianoforte Kawai. Dopo una mezz’oretta a giochicchiare con le chitarre e il piano decido che il non-sound check può dirsi concluso. Dopo poco siamo in una piccola trattoria poco lontano dal locale. Il posto è piccolino e affollato ma troviamo un tavolo da due ancora libero. Decidiamo di provare il risotto con i bruscandoli – le cime del luppolo selvatico –, e facciamo bene. Il vino della casa non è niente male, il servizio curato e amichevole senza risultare invadente. Per fare il verso a Gianni Mura, assegno un bel 7,5 alla trattoria. Rinfrancati nel corpo e nello spirito ci dirigiamo nuovamente al Majakowskij. Il locale è pieno. Il pubblico è incredibilmente silenzioso e attento (bravissimi, voto 8). Io ci prendo gusto e comincio a spostarmi per la sala, avvicinandomi agli spettatori più lontani dal palco. Quando mi sposto al pianoforte per L’altalena chiudo gli occhi e mi sembra di essere a casa. Bello.

    Il giorno dopo tappa al Pintupi, uno dei miei circoli Arci preferiti dell’intero stivale – se non ci siete mai andati passateci una volta o l’altra, merita davvero. I ragazzi hanno anche migliorato la sala, con un palco tutto nuovo e altre cosucce molto carine. Il momento più bello di ogni concerto al Pintupi è sempre la cena, quando si mangia tutti insieme con i ragazzi del circolo che a turno preparano il companatico. Questa volta abbiamo pasta fredda con ricotta e pomodorini, una serie pressoché infinita di torte salate e altro che non ricordo. Nella sala sono esposte le opere di Maurizio Campesi – diverse illustrazioni e alcune poesie –, un giovane artista che conosco prima del concerto. Da sabato prossimo (18/4) la mostra si sposta alla biblioteca di Sulbiate (per più info lo trovate su facebook). Il concerto inizia attorno alle 23, e l’atmosfera è fin da subito ottima: alcune coraggiose ballano (ballano?!), molti altri cantano e io sono così preso a guardarli che mi impappino un paio di volte, sbagliando qualche accordo e qualche verso. Bene così. Prossimo appuntamento al neverland sul ghiaccio.

  • Diario del tour # 1: perugia, caserta

    Seduto su una sedia di legno e paglia fumo una sigaretta e sorseggio una birra fuori dal loop mentre il sole si inflitra agile nelle strette strade del centro di perugia.  La giornata è bella, vado a fare quattro passi, mi allungo fino in via dei priori – vorrei rimanerci per sempre, forse. Mi fermo in un bar di fronte alla cattedrale, bevo un tè e butto giù una scaletta. Leggo il giornale. Intorno a me un paio di coppiette, tre ragazzi rumeni ridono e scherzano nei loro pantaloni sporchi di vernice bianca. Pago, esco e torno al loop.

    Non sapevo che ci fosse un pianoforte, così me ne sto lì per una buona mezz’ora a prendere confidenza con lo strumento. Suonare da solo nella sala vuota mi fa sentire a casa. Il sound check è veloce, sistemo tutte le cose sul palco – le armoniche, la scaletta, i testi di alcuni pezzi nuovi che sbaglio quasi sempre – poi sono pronto per la cena. Si mangia a casa di gianluca e del suo socio con il quale gestiscono il locale: formaggi e salumi fatti dai genitori di gianluca più lasagna ai funghi preparata dal suo socio. Mangiamo sul divano, si chiacchiera, un po’ guardiamo annozero, poi sentiamo un po’ di musica. Oltre a me e a gianluca ci sono due ragazze, una ricercatrice universitaria emaciata ma dallo sguardo gentile e una studentessa prossima alla laurea che ci racconta una storia confusa su un omicidio, delle indagini in Brasile e altre faccende che faccio fatica a seguire.

    È quasi ora, vado in camera e scelgo una camicia: ne ho portate 5 per due concerti – l’indecisione – pur sapendo benissimo quale avrei indossato. La indosso, controllo nello specchio e poi si va per un caffè. La gente al loop arriva sul tardi. Alle 11 si comincia, un’ora e mezzo dopo tutto è finito. Nel mezzo uno dei più bei concerti che abbia fatto: ogni cosa funziona perfettamente, il pubblico ascolta, applaude, ride, urla e capisce. Suono per la prima volta La stupidità in versione chitarra e voce – a metà pezzo mi commuovo, la sento quella lacrima solitaria che scende e mi distrae per un paio di versi, poi riprendo il controllo e la porto fino alla fine.

    Quando esco per una sigaretta mi accorgo che la temperatura è precipitata rispetto al pomeriggio: fuori dal locale mi fermo a parlare con dei ragazzi poi torno dentro e aspetto la chiusura prima di tornare a casa con gianluca. Il mattino dopo un caffè in piazza e poi via alla stazione direzione caserta. Sulla strada saluto Perugia e tutto il resto.

    Non ero mai stato a Caserta, così inorridisco quando scopro che hanno costruito la stazione proprio di fronte alla reggia. Bevo un caffè, adocchio le sfogliatelle e mi faccio un appunto mentale: ricordati di comprarne 4 o 5 prima di ripartire domani mattina. Il caffè è ottimo.

    Dopo poco arriva Fabio e andiamo nella casa che mi ospiterà per la notte: è molto bella, con una terrazza grandissima e un’intera parete di finestre coperte di tende leggere rosse, arancioni e viola. Beviamo un tè, io mi faccio una doccia veloce e poi si va alla libreria ticonzero per l’intervista. I ragazzi dell’associazione che organizza il concerto – Fabio, Adriano, Cristina, Serena – sono fantastici e nonostante le difficoltà che incontrano vanno avanti dritti per la loro strada.

    La sveglia suona alle 8, la spengo e quando mi risveglio sono le 9, e sono in ritardo. Dopo dieci minuti arriva fabio, beviamo un caffè al volo e scappiamo verso la stazione – senza dimenticare un salto in pasticceria per le sfogliatelle.

    A Roma Termini ci sono le postazioni di informazioni per quelli che vanno al congresso del nascente popolodellelibertà. Li riconosci a prima vista. Mangio al volo una carbonara al ristorante self service chef express, lottando strenuamente per non far cadere il vassoio che reggo con una sola mano mentre sono in fila alla cassa – il resto del corpo è impegnato a trascinare trolley, chitarra e il preziosissimo sacchettino con le sfogliatelle. Il treno per Milano è affollatissimo, fatico a farmi strada fino al mio posto, sull’orlo di una crisi di nervi. Poi mi sistemo e cerco di recuperare un po’ di sonno. Operazione impossibile. Dall’altro lato del corridoio c’è una signora che attacca a raccontare la storia della sua vita al passeggero che ha di fronte e lo fa con un tono di voce che si sente fin dall’inizio del vagone. Ok, se non posso dormire, almeno cerco di seguire la vicenda. La signora è napoletana, ed è da poco vedova. Era sposata con un tipo di ferrara o ravenna, non ricordo. Il tipo era leghista e un giorno loro figlio a scuola fece un tema su Garibaldi, nel quale scrisse soltanto “Garibaldi era un cretino”; dopo questo fatto i genitori furono convocati a scuola per spiegazioni e la signora disse che era il marito che inculcava quelle cose al figlio. La signora parlava di queste cose con un distacco sorprendente, come se non si trattasse né di suo marito e nemmeno di suo figlio. Fatto sta che a un certo punto il nostro eroe del nord decide che vuole visitare Napoli, città natale della sua amata. Lei cerca di farlo desistere da quella malsana idea – non è posto per te, gli dice – ma lui è irremovibile. Ed è così che, quindi, quell’estate lei lo porta a Napoli. E lui se ne innamora. Incredibile. Ma più incredibile ancora è il fatto che un anno dopo l’azienda per la quale il marito lavora gli propone di trasferirsi a Napoli nella sede appena aperta: e lui accetta. In seguito l’uomo muore e nonostante lui avesse detto alla moglie più volte che avrebbe voluto essere seppellito a Napoli lei lo riporta su al nord: “perché quella è la sua terra – dice la signora – non me la sono sentita di lasciarlo lì a Napoli”.

    Quando scendo in centrale sono confuso, molto confuso. Fumo avidamente una sigaretta appena sceso dal treno: il cielo è grigio e pioviggina. Stringo il sacchetto con le sfogliatelle come fosse l’ultimo palpabile feticcio dell’unità d’Italia e mi dirigo verso casa.

  • Questa macchina uccide la stupidità

    Una fastidiosa influenza è qui con me a poche ore dal debutto di questa nuova avventura. Naso tappato e cerchio alla testa. Va bene, va bene.

    Sono in giro da abbastanza tempo per sapere che la cosa che più conta è godersi ogni momento di ogni concerto – il suono, il check, una birra sdraiato sul palco mentre sistemo le regolazioni dei pedali, i sorrisi e le facce.

    Questo tour si presenta come un mio personale best of delle mie canzoni: ho scelto esclusivamente quelle che mi diverto di più a suonare e a cantare – divertimento inteso in senso lato, ovviamente. Ci saranno canzoni da tutti i miei dischi, compreso un sacco di materiale nuovo, oltre ai brani che compongono il nuovo ep, fresco fresco di stampa.

    Non ci saranno chitarre elettriche in questo tour. Sto giocando con questo nuovo suono, molto roots, che vuole anche essere una sorta di tributo ai Grant Lee Buffalo, uno dei gruppi che amo di più in assoluto. E poi mi piace molto l’idea di tornare ai basics, così come ho fatto per la scrittura dei nuovi brani: strutture scarne ed essenziali, e di conseguenza un suono scabro e privo di orpelli. La mia personale idea di folk di inizio secolo.

    Come in ogni primo concerto di un tour, domani sera probabilmente ci sarà qualche sbavatura, qualche dettaglio non messo a fuoco perfettamente. E ci sarà anche un sacco di eccitazione e un po’ di paura – ho dovuto ristudiare gli accordi di un paio di vecchie canzoni, e spero di azzeccarli tutti domani. Questa cosa mi fa ridere. Se non li so io, chi mai dovrebbe saperli…

    Domani vedremo.

     

    qui una recensione del concerto