• Dispacci dalla frontiera

    Stamattina mi sono svegliato alle 4:03. Non ho neanche tentato di riaddormentarmi, mi sono vestito e mi sono preparato un caffè. Questo 2020 deve rompere i coglioni fino all’ultimo, mi sono detto, rassegnato. Ho bevuto il caffè fumando una sigaretta come ogni mattina affacciato alla mia ampia finestra che dà a est. In cielo non c’era traccia di alba, troppo presto ancora. Ieri sera, quando ho spento tutte le luci prima di andare a letto, ho notato un perfetto rettangolo di luce sul tavolo della cucina: era la luna che pioveva dal lucernario e dava vita a quella forma così ben definita e incongrua. Mi sono avvicinato al tavolo, ho alzato lo sguardo e oltre il vetro l’ho vista, lassù, quasi perfetta. Ehi, ciao, le ho detto.

    Con il senno di poi, ciascuno di noi potrebbe dire che ogni nostra esperienza sia giunta inaspettata e imprevista. E questo anno che si avvia alla fine, perlomeno sul calendario appeso alla parete, non fa differenza. Certo, certo. Avete ragione, questo 2020 è stato roba grossa, non lo si può paragonare a una qualsiasi altra esperienza. Vero.

    Sono giorni che mi chiedo cosa mi stia lasciando questo periodo, cosa mi abbia infilato di nascosto nelle tasche, cosa mi abbia concesso di sputare fuori, e cosa invece abbia lasciato immobile e immutato dentro di me, presente già da prima e rimasto intoccato nonostante questi lunghi ultimi dodici mesi.

    Ho scoperto come mai prima nella vita di avere le spalle forti. Di avere la capacità di resistere a situazioni che temevo potessero mandarmi letteralmente in pezzi – e forse lo hanno fatto, ma poi i pezzi sono riuscito a rimetterli insieme, in qualche modo. Mi sono avvicinato a persone che immaginavo lontane e ne ho allontanate altre che reputavo vicine. Ho stabilito significativi rapporti con persone che non ho mai visto, semplicemente comunicando in via digitale, scoprendomi giorno per giorno, lasciando trapelare sempre qualcosa in più, rallegrandomi e allo stesso tempo intristendomi per queste strane presenze, esseri umani che all’inizio erano un nome su twitter o da qualche altra parte e che poi con il tempo hanno rivelato un volto, una voce, un numero di telefono. Persone che mi sembra di conoscere e che forse conoscono me.

    Ho riscoperto la musica, dopo anni di distacco e di lontananza simili a quelli necessari per chiudere una relazione andata a male. Ma pian piano le cose tornano al loro posto, se un posto ce l’hanno, e in quest’anno strano ho ricominciato a pensarmi anche come un musicista, un uomo che in parte dipende anche dalla musica. E ho ricominciato ad ascoltarla, da solo e con mia figlia, per tutto il giorno, dal mattino fino a sera. E ci sono stati due dischi in particolare che si sono rivelati salvifici. Are We There, di Sharon Van Etten, che è entrato nella mia vita quest’estate all’inizio di luglio credo e che si è imposto come il disco del momento, quello che interpretava perfettamente le mie sensazioni di allora. C’è una qualità nella voce dolente della Van Etten che mi è entrata sottopelle come la carezza di un’amica fidata, il sussurro in un orecchio di qualcuno che ti dice Sì, lo so, ti capisco, ti sono vicino. Un disco che davvero mi ha permesso di terminare il romanzo che ho scritto quest’estate, in una specie di travaso simbiotico di sensazioni e immagini dalla musica a me e da me alla musica. Erano anni che un disco non mi faceva questo effetto. Erano anni che un disco non mi faceva così male e così bene. Quindi grazie, Sharon. L’altro è più recente ed è arrivato dopo l’estate, uno spartiacque di questo anno, una breve finestra di normalità e di senso in queste nostre prigioni. Serpentine Prison di Matt Berninger, così dolente ma non disperato, così caldo e accogliente, quasi un invito a mantenere la calma mentre tutto intorno sembra crollare, quasi una sottolineatura del fatto che ciascuno di noi non può essere altro che ciò che è e che allo stesso modo gli eventi intorno a noi sono l’acqua in cui noi miseri pesciolini rossi siamo costretti a nuotare. Un disco che sembra dire Nuota, nuota, nuota, non fermarti.

    La scrittura, dicevamo. Ho ricominciato a scrivere come non mi capitava da anni, in continuazione, finalmente di nuovo ricettivo e sensibile, di nuovo una corda tesa che può essere fatta vibrare da qualsiasi cosa. Di nuovo in sintonia con le cose intorno a me, in sintonia nel senso che sono di nuovo pronto ad afferrare il loro riverbero o il mio riverbero interiore e a trasferirli su carta in un mucchietto di lettere affiancate le une alle altre. E anche questo, la scrittura, a ripensarci sembra un’altra delle cose da cui negli anni scorsi io abbia tentato di fuggire. Ma è tornata fuori con prepotenza quando ho avuto bisogno di ridare un ordine alle cose, quando ho avuto bisogno di capire cosa stava accadendo dentro me e fuori di me, quando ho avuto bisogno di ristabilire un senso dell’esistenza: e in una vita così vuota, ferma, immobile e disperata come la nostra di quest’anno la scrittura mi ha aiutato a trasformare in carne calda e viva anche ciò che non sembrava altro che la carcassa fredda e grigia di un animale sul bordo della strada. Ho ricominciato a scrivere poesie, forse la cosa che in questo momento mi dà la maggiore sensazione, e la mia casa – questa mia casa nuova – è tornata a essere la casa del me che amo tanto, con fogli, taccuini, quaderni e appunti disseminati in ogni dove, tracce vive del mio passaggio nel mondo. Ne scrivo quasi tutti i giorni, poi mi blocco per un po’ fino a quando il mio cervello o qualunque cosa sia mette in fila le parole giuste e allora ne scrivo anche quattro o cinque una dopo l’altra, nel giro di una mezz’ora. Come stamattina, per esempio, quando il tram si è fermato al semaforo rosso in piazza XXIV maggio e come una cantilena arrivata da chissà dove sulla punta delle labbra mi sono spuntate parole e frasi che ho ripetuto nella testa fino a quando il tram non è arrivato alla mia fermata e sono letteralmente corso a casa per scriverla, temendo di dimenticarmela. Un’altra abitudine che ho preso è quella di indicare sempre luogo, giorno e ora in cui ho scritto una poesia, un modo per segnare il territorio come un cane, per pisciare sull’albero dei giorni. Ho completato una prima raccolta e l’ho spedita ad alcuni editori selezionati, una follia farlo adesso, ma tanto che differenza fa? In definitiva, vorrei proprio essere uno che scrive poesie – cioè, quello lo sono già, e ne sono felicissimo, diciamo che vorrei pubblicarle, affidarle al mondo, vedere se innescano una scintilla, se servono a qualcuno, oltre a me.

    E insieme alla scrittura ho iniziato una sorta di svelamento pubblico, sempre più allergico alle maschere che ognuno di noi indossa e ancora di più a quelle che gli altri ti mettono addosso. Credo nell’unica verità possibile, che è quella rappresentata dalla condizione di ognuno di noi, ma finché non ne parliamo, finché non ci diciamo chi siamo veramente, tutti i nostri rapporti saranno fasulli, mediati, proiezioni dell’esistenza che vorremmo vivere e non di quella che viviamo veramente. Il rischio è quello di restare prigionieri di queste maschere, di diventare schiavi della proiezione che ognuno di noi si è costruito negli anni, e continuare a vivere come se quella fosse la realtà, ma non lo è. Ho iniziato anche a scrivere di questioni personali come il rapporto con mia figlia, sempre con l’intenzione di cui sopra, e la gioia che provo quando qualcuno che si trova nelle mie stesse condizioni mi scrive per ringraziarmi di aver condiviso le mie esperienze, perché gli sono state d’aiuto, perché credeva di essere il solo a dover affrontare quel genere di cose, ecco, BANG!, funziona, ci siamo, siamo una piccola comunità di esseri reali, deboli e fragili che provano a darsi una mano. Non scrivo di me e mia figlia per vanità, non lo faccio per ricevere i complimenti su che bravo papà sono, non lo faccio per vantarmi, anche perché chiaramente non c’è proprio nulla di cui vantarsi, non è forse così?

    Tra le cose belle di quest’anno, la collaborazione con Giuliano nei miei spettacoli su Cave e Carver/Springsteen: la serata su Cave al Bellezza a ottobre è stata davvero magica, uno di quei momenti in cui ogni singola cosa sembra acquistare o riacquistare un senso. Quando sono su un palco sono un uomo senza storia, senza passato e senza futuro, sono un uomo libero che nuota nell’eterno presente della rappresentazione scenica, una minuscola particella dell’universo che fa quello che deve fare. Poi Giocare col fuoco, la mia newsletter di poesie, racconti e canzoni, e ancora di più il canale Telegram, un’idea che avevo da un po’, il tentativo di usare gli strumenti digitali per giungere a un rapporto intimo con voi, un rapporto uno a uno, dalle mie corde vocali direttamente alle vostre orecchie. E anche in questo caso, sembra che funzioni, un’altra micro-comunità tenuta insieme dalle mie parole. Di questo sì che sono orgoglioso.

    Tra le cose brutte, i venticinque giorni lontano da mia figlia per il covid, questo senso di assenza inscalfibile, l’eterna lotta tra l’ottimismo della volontà che dice Passerà, passerà anche questa, e il pessimismo della ragione, che ribatte Sì ma nel frattempo questa è la nostra vita, nessuno ce la darà indietro. Non si può avere paura della morte e desiderare che il tempo passi più in fretta soltanto perché ciò che stiamo vivendo è inaccettabile. Si tratta di provare a dare un senso, di scavare e scavare fino a quando non si trova dentro di sé, nascosto chissà dove, un barlume, una lucina che illumini la nostra vita attuale, destinata a ripetersi uguale a se stessa per non sappiamo ancora quanto.

    L’altro giorno ho buttato giù una lista di cose che vorrei fare nel nuovo anno. Dieci punti. L’ho riletta subito dopo e mi ha fatto stare bene. Ho sempre cercato di vivere tenendo lo sguardo alto sull’orizzonte, tentando – quando ci sono riuscito – di non farmi rattrappire dal quotidiano, di non accartocciarmi in un angolo, di non cedere alla delusione o allo sconforto, di avere fiducia. Una pratica che mi ha sempre salvato, finora, se in qualche modo oggi posso definirmi salvo. E soprattutto oggi, che la linea dell’orizzonte non riusciamo neanche a vederla, ci vogliono più fiducia, più coraggio, più verità, più ferocia, più gioia, più consapevolezza, più amore, più fatica, più sostanza, più realtà, più forza, più flessibilità, più pazienza, più pace, più voglia, più luce, più cura, più umanità. È l’augurio che faccio a me e a voi. Spero di vedervi presto.

  • Traduzioni: Breve storia del sangue, Rose George, Codice Edizioni 2020

    Tra l’estate e l’autunno dell’anno scorso ho tradotto questa corposa Breve storia del sangue, di Rose George. Ho imparato un sacco di cose che non sapevo, alcune divertenti, altre meno, tutte di grande interesse. L’autrice ci porta in giro per il mondo e nella storia, dai salassi alle sanguisughe, dalla lotta all’AIDS alla nascita nei vari paesi della raccolta di sangue donato dai volontari, una pratica nata in Europa durante la Seconda guerra mondiale. Magnifica, per così dire, in questo capitolo la descrizione del sistema USA, dove i donatori vengono pagati e gli investitori privati impiantano centri per la donazione nelle periferie più svantaggiate, per vampirizzare, è proprio il caso di dirlo, le fasce più povere della popolazione, che tra l’altro hanno da offrire un sangue di qualità molto bassa, causa malnutrizione, malattie, tossicodipendenza: il capitalismo, bellezza. Si parla poi molto di mestruazioni (orrore!), del costo degli assorbenti nel mondo che continuiamo a ritenere civilizzato e delle pratiche di esclusione sociale che colpiscono le giovani donne non solo nel terzo mondo. Ma uno dei capitoli che ho trovato più affascinanti e significativi è quello su Arunachalam Muruganantham, un visionario indiano che si è inventato un macchinario per la produzione di assorbenti igienici a basso costo e per questo ovviamente all’inizio è stato ostracizzato dalla propria comunità. Un libro di grande interesse, scritto con una prosa scorrevole e coinvolgente da un’autrice inglese che unisce allo sguardo e all’acume sociale una sensibilità umana profonda che cattura il lettore fino all’ultima pagina. Non compratelo su amazon. Qui la scheda sul sito dell’editore.


  • Giocare col fuoco: una newsletter

    Cari amici, da qualche settimana ho inaugurato una newsletter in cui sto riversando parte del materiale che ho accumulato nell’ultima decina d’anni: poesie, microracconti, storie assortite. Ha cadenza settimanale e si legge qui, dove potete anche iscrivervi.

    E inoltre ho anche creato un canale Telegram dedicato, per diversi motivi. Il primo, perché mi piace l’idea di umanizzare al massimo i nostri rapporti digitali. Dopo il toccarsi e lo sfiorarsi, credo che l’atto più intimo possibile sia proprio quello di ascoltare la voce di qualcuno. E questo l’ho capito durante lo scorso lockdown, quando sentire una voce mi dava un conforto superiore rispetto a un semplice messaggio di testo. Secondo motivo, leggere è una cosa, ascoltare è un’altra, che implica un atteggiamento mentale del tutto diverso. Ascoltare ad esempio un audiolibro è un’esperienza del tutto diversa rispetto al leggerlo. Infine, terzo motivo, perlomeno in questo modo potrò usare telegram in modo sensato, che fino ad ora non è stata altro che una raccolta di notifiche inutili, tipo Antongiulio si è unito a Telegram. Ecco tutto, il link è questo, se volete. Le letture non avranno una cadenza regolare e non rispecchieranno necessariamente i contenuti della newsletter.

  • Percorsi Americani

    Iniziano stasera con Uomini e topi di Steinbeck i miei Percorsi Americani alla Scatola Lilla di Cristina di Canio.

    Fabrizio Coppola ci porta a spasso nella letteratura americana, tra capolavori del passato e testi più recenti, senza bussola e senza direzione, procedendo a zig zag, con escursioni in avanti, ritorni improvvisi, scarti di lato, sopra, sotto… Otto libri per otto serate in cui leggere, commentare e confrontarsi su opere note e meno note, cercando di individuare quel (o quei) filone sotterraneo che anima segretamente tutta la letteratura nordamericana.

    Titoli
    Uomini e topi, John Steinbeck (Bompiani, trad. Michele Mari)
    Canada, Richard Ford (Feltrinelli, trad. Vincenzo Mantovani)
    Moon Palace, Paul Auster (Einaudi, trad. Mario Biondi)
    Nelle vene dell’America, William Carlos Williams (Adelphi, trad. Aldo Rosselli, Rodolfo Wilcock)
    Strade blu, William Least Heat Moon (Einaudi, trad. Igor Legati)
    Ragioni per vivere, Amy Hempel (Mondadori, poi SEM, trad. Silvia Pareschi)
    Tra me e il mondo, Ta-Nehisi Coates (Codice Edizioni, trad. Chiara Stangalino)
    Ottavo incontro (titolo a sopresa)

    Clicca qui per tutte le informazioni

  • Il fiume che ci separa

    Dicembre 2017. In una notte insonne, vago per l’Internet sul mio smartphone in cerca di qualcosa che mi tenga sveglio fino all’alba o che mi aiuti a sprofondare nel sonno. Finisco sul NYT, dove mi imbatto nella recensione di un libro. Attirato dal titolo del pezzo, che parla di confini e di un’eredità divisa tra due paesi, la leggo tutta. Seguo poi il link per l’acquisto del libro, finisco su Amazon e leggo l’anteprima. A quel punto, decido di comprare la versione digitale, di cui leggo più di un centinaio di pagine, poi finalmente prendo sonno. Il mattino dopo, decido che tenterò di fare qualcosa che non ho mai fatto prima, e cioè provare a proporre la traduzione di un libro a un editore. Per prima cosa, faccio delle ricerche online per scoprire chi è l’agente americano dello scrittore in questione e verificare se hanno già venduto i diritti per il mercato italiano. In un paio di click finisco sul sito di un’agenzia letteraria di New York. Con la sfacciataggine di chi non ha nulla da perdere, scrivo. Due minuti dopo ricevo una risposta: Out of office. Mezz’ora dopo mi risponde un’altra persona. Mi ringrazia per l’interessamento e mi informa del fatto che i diritti in questione sono gestiti in Italia da tale agenzia, poi mi lascia nominativo e indirizzo mail.

    A questo punto, stupito ma non troppo dal pragmatismo americano in fatto di affari, istintivamente pubblico un post su Facebook per raccontare che un agente letterario di New York ha appena fornito a uno sconosciuto “professional translator and publishing consultant” (che sarei io) l’indirizzo mail di uno dei più potenti agenti letterari italiani. Scrivo che a questo punto, immaginando che inviando una mail a succitato agente non otterrò risposta nel 98,76% dei casi, non so se sia meglio provarci lo stesso oppure mettere l’indirizzo email all’asta su eBay, facile preda delle tonnellate di manoscrittari professionisti che affollano la nostra bella penisola. Qualche ora dopo succede che Luca Briasco, che non conoscevo, commenta il mio post – aveva già capito di che libro si trattava anche se io non ne avevo fatto cenno. Due giorni dopo mi chiama e mi dice: “Avevo già in mente di pubblicarlo, il tuo post me lo ha fatto tornare in mente. Ora chiamo [omissis], se la trattativa va in porto lo faccio tradurre a te.”

    Il libro in questione, Solo un fiume a separarci, dispacci dal confine, di Francisco Cantú, è stato appena pubblicato da minimum fax nella mia traduzione. Cos’ha di tanto speciale questo libro? La storia, innanzitutto, e le motivazioni per le quali è stato scritto. Francisco Cantú ha lavorato nella polizia di confine, sul confine meridionale degli Stati Uniti, per due anni. Lo ha fatto perché voleva affondare le mani nella realtà del border, dopo averla a lungo studiata. Lo ha fatto perché pensava di poter essere d’aiuto a quella gente. A quella che in parte è anche la sua gente. Sì perché, e qui risiede uno dei temi centrali dell’opera, l’autore è figlio di messicani. Nato negli Stati Uniti, ma figlio di messicani. “So the job it was different for him” [1], giusto per restare in tema.

    La narrazione è divisa in tre parti: la prima, il lavoro sul confine; la seconda, l’abbandono del confine per un incarico di intelligence; la terza, la vita dopo la polizia di confine e la storia di un immigrato clandestino, da anni in America e con famiglia e figli, che cade nella rete della migra e viene rispedito in Messico.

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    Il libro si apre con il resoconto di un viaggio compiuto dall’autore con la madre. La donna ha fatto la ranger nei parchi naturali per tutta la vita e subito si presenta come una figura portante della vicenda e della vita di Francisco. È una vera e propria “madre-terra”, che porta in sé i doni dell’amore materno e che si assume la responsabilità della sopravvivenza nell’animo del figlio del retaggio della cultura millenaria dalla quale provengono. La donna non può capire la scelta del figlio, quasi non riesce ad accettarla. Lo spinge a ripensarci, e sono pagine cariche di dolore: laddove la donna gli domanda come crede di poter uscire con le mani pulite da un’istituzione in cui la violenza e la prevaricazione sono fatti quotidiani, Francisco risponde che non è vero, che per lui sarà diverso, che lui aiuterà quella povera gente, perlomeno a sopravvivere al deserto. Ma la donna aveva ragione, e il ragazzo se ne accorgerà ben presto.

    La spianata desertica, bianca sotto un sole infernale, è attraversata da una fila di uomini che avanza sul terreno riarso come formichine senza meta. Hanno le spalle cariche di zaini pieni di acqua, cibi, vestiti, coperte, medicine, alcol, eccitanti. Poco lontano, due agenti nel loro mezzo vengono informati della presenza della carovana dalla strumentazione tecnologica. Partono all’inseguimento. Quando arrivano sul posto, la carovana è già svanita, oppure si è dispersa in piccoli gruppetti. Inseguono uno di questi. Oppure gli agenti si fermano quando trovano in un anfratto del terreno tutti i loro averi, abbandonati per alleggerirsi la fuga. E frugano tra quelle povere cose. Tagliano e svuotano le bottiglie d’acqua. Sparpagliano in giro vestiti e cibo, pisciano sugli zaini. Ridono. Sghignazzano. Attendono solo che finisca un altro turno, un altro giorno, un’altra settimana, il mese e gli anni che hanno stabilito di passare nella polizia di confine.

    Solo un fiume a separarci è scritto in una lingua sbiancata come ossa esposte al sole eppure scura e madida e tremolante come il risveglio dopo un incubo. Una lingua che rispecchia il terreno impossibile sul quale si svolgono le vicende, anch’esso a due facce, come ogni cosa in questa storia, spellato dal sole di giorno e avvolto dal vento gelido di notte. Una lingua zeppa di parole messicane, di imprecazioni, di gergo colloquiale, di termini che esistono solo in quella precisa area del pianeta: i coyote, i muli, gli scout… Sul dramma dell’immigrazione clandestina si avvita quello del narcotraffico, e spesso le due cose vanno di pari passo. Così può capitare che per trarre in salvo la tua famiglia dal tuo paese o dalla tua città ormai nelle mani dei cartelli della droga, tu sia costretto a fare accordi proprio con loro, e ad accettare di fare il mulo: in quel modo hai qualche possibilità di arrivare sano e salvo oltre il confine, perché il carico che porti sulle spalle è ben più prezioso della tua vita.

    Tormentato dai dubbi, dal dolore e dagli incubi che lo visitano ogni notte, Francisco decide di accettare l’offerta di un posto nell’intelligence della Border Patrol. Abbandona il lavoro sul campo e inizia ad agire dietro le quinte. Ma la situazione non sarà meno dolorosa. E lo spingerà a chiudere l’esperienza nella polizia di confine.

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    Nella terza parte, apparentemente si torna alla vita normale. Francisco riprende gli studi e di giorno lavora presso una caffetteria. Qui stringe amicizia con l’addetto alle pulizie, un messicano. Il loro è un rapporto non lineare: il messicano sa che Francisco ha lavorato nella polizia di confine e tuttavia non può che apprezzarne la gentilezza e l’umanità. Fanno colazione tutti i giorni insieme, il messicano divide con lui un burrito o qualsiasi cosa stia mangiando, e finalmente un giorno riesce a chiedergli se è vero che ha lavorato nella Border Patrol. La situazione precipita quando l’uomo viene deportato in Messico: è un immigrato clandestino, anche se negli USA ormai ha casa, lavoro, famiglia e figli. E inizia un nuovo calvario, in cui il deserto da reale si fa immateriale, quello delle leggi degli uomini, della burocrazia, delle testimonianze e delle lettere in suo favore per dimostrare che è un cittadino modello, che non è pericoloso, che è un ottimo americano. Ma le scartoffie non funzionano. L’uomo deve rimanere al di là del Rio Grande. E a quel punto gli resta una sola possibilità: cercare di ritornare illegalmente in America.

    C’è un altro elemento di grande importanza in questo libro. Accanto al tema del confine, che qui ormai trascende l’epica e la realtà americane e il portato letterario, sociale, politico ed esistenziale, c’è quello del fiume. Un tempo simbolo di speranza, di nuove opportunità, di promessa di una vita nuova, le cui acque che scorrono verso l’Oceano rappresentavano la certezza di un lieto fine, di un’esistenza finalmente degna, della realizzazione di sé e dei propri desideri, dei propri sogni, oggi il fiume è soltanto l’ennesimo ostacolo, un muro di acque limacciose in cui si annega o che trasportano via, lontano, a perdersi per sempre, le ossa di chi cerca di guadarle, insieme alle speranze che avevano nutrito inutilmente le carni che vi erano attaccate.

    Il cerchio si chiude, la vicenda sembra ricominciare dall’inizio, in una sorta di circolo vizioso che potrebbe proseguire in eterno. A noi lettori, italiani e non, non resta che domandarci che differenza ci sia tra il mare aperto e il deserto, tra un gommone che affonda e le gambe che cedono per la sete impietosa, il calore atroce, lo sfinimento materiale e spirituale. In quanto tempo si decomponga il corpo di un adulto sul fondo del mare o in una spianata desertica. O quello di un bambino. Che differenza ci sia tra gli scafisti libici e i corrieri della droga. Che differenza può esserci tra la guardia costiera italiana e la Border Patrol. E ancora, che cos’è un muro e cosa rimane di due uomini separati da esso. Non resta che chiederci vanamente dove sia finita l’umanità, in quale buco sia andata a nascondersi la nostra vergogna.

    La storia ci ha condotti in un punto impensabile, in cui non reputavamo possibile ritrovarci. O forse sapevamo che ci saremmo arrivati, ma non abbiamo fatto nulla per evitarlo davvero. Un punto in cui siamo costretti a ribaltare la domanda di Primo Levi. E a riferirla non più alle vittime, ma ai carnefici. Agli aguzzini. In breve, a noi stessi.

     

    Qui il link alla scheda sul sito di miminum fax, dove si può leggere un estratto del libro.

     

     

    [1] Bruce Springsteen, “The Line”, da The Ghost of Tom Joad, CBS Records, 1995. Il brano narra la vicenda di un agente della polizia di confine che si innamora di una migrante, Maria. Uno dei suoi colleghi, Bobby Ramirez, è di origini messicane, la sua famiglia proviene da Guanajuato.

  • Nick Cave: La vita segreta delle canzoni d’amore

    FABRIZIO COPPOLA
    NICK CAVE: LA VITA SEGRETA DELLE CANZONI D’AMORE
    Lezioni, prose, canzoni

    Giovedì 14 Febbraio, TNT Club, via Tito Livio 33/A, Milano
    Ore 21:00, ingresso 7 euro

    Fabrizio Coppola ci conduce in un’immersione nella poetica di Nick Cave, a partire dalle sue lezioni sulla canzone d’amore e fino a The Sick Bag Song (Bompiani, 2016), la sua ultima raccolta di prose poetiche, grottesche, disperate, sensuali e baciate dal più classico lirismo caveiano che racconta la vita dell’artista nel corso di un tour. Guidati dalle sue parole e da alcune delle sue più toccanti composizioni (“Into my arms”, “God Is in The House”, “Love Letter”, “Are You The One that I’ve Been Waiting For?” e molte altre), eseguite da Coppola in un’essenziale versione voce e pianoforte, seguiremo il percorso artistico di Cave che indaga le vette del sublime amoroso e di una religiosità di stampo quasi panteista fino agli aspetti più infimi e materiali della vita quotidiana.

    TNT Club, via Tito Livio 33/A, Milano
    Apertura porte ore 21:00
    Inizio spettacolo ore 21:30
    Ingresso 7 euro
    Acquista i biglietti | Evento Fb

  • Al Museo del Novecento con Malfatti

    Dunque, domenica prossima, 27 gennaio, Giorno della Memoria, per chi per l’appunto se lo ricorda ancora, succede una delle cose più belle che la musica mi abbia regalato finora. Interverrò alla presentazione del disco di Cesare Malfatti cantando la canzone di cui ho scritto il testo. Ora, il disco è una sorta di concept album che partendo dalla vita di Valeriano Malfatti, avo di Cesare, attraversa gran parte della storia d’Europa, ossia guerre, deportazioni, territori contesi, i problemi della doppia nazionalità, il sentirsi sempre in qualche modo in esilio, l’impegno civile e politico, e tanti altri temi che mi stanno a cuore da sempre. Oltre alla presenza di diversi altri autori dei testi del disco (l’elenco completo nell’evento), nel concerto potrete ascoltare le macchine intonarumori e un pianoforte preparato con filospinato. Ora, già così è meraviglioso, aggiungete che la “cerimonia” avrà luogo al Museo del Novecento e a me già tremano i polsi.

    Ingresso gratuito fino a esaurimento posti, inizio alle 18.

    Fate un po’ voi.

  • Ho scritto un testo per il nuovo disco di Malfatti

    Il disco, che si intitola “La storia è adesso” ed esce il 12 dicembre per Riff records, è incentrato sulla figura di Valeriano Malfatti, avo di Cesare, podestà di Rovereto e deputato trentino del Parlamento dell’Impero asburgico. Impossibile per me non accettare la proposta di Cesare di collaborare a un progetto le cui parole chiave erano confini, storia, eredità, anche se non lo avevo mai scritto per altri autori, in precedenza. E così ho scelto il brano tra quelli disponibili e in due serate di lavoro ho ottenuto il testo di Il futuro cerca noi, traccia numero 6 del disco che potete ascoltare per intero qui in streaming.

  • Not Dark Yet

    Sono le sette di sera. Stai aspettando una telefonata, una lettera, un messaggio, un segno. Lo aspetti da ieri, da una settimana, da un anno. No, lo aspetti da tutta una vita. Mentre il tram sbuca da dietro l’angolo, sferragliando sui binari umidi di una serata di città come tutte le altre e come tutte le prossime a venire, ti stringi nella giacca, controlli di avere il biglietto ‒ perché, in fondo, sei una persona perbene ‒ e sali a bordo appena le porte ti si schiudono di fronte, come un confortevole utero materno in grado di cancellare tutta questa cazzo di città e lasciare solo il cielo su in alto, che stasera ha un taglio viola sul fondo, proprio lì, nel punto in cui il sole ogni sera esce di scena, lasciandoci il riverbero dei suoi colori per ricordarci cosa abbiamo appena perso ‒ cosa perdiamo alla fine di ogni giorno.

    Stai tornando a casa, se si può chiamare così. La tua casa, in realtà, è un luogo che non esiste. E stai iniziando ad abituarti all’idea che quel posto non esiste, che la tua casa semplicemente non c’è, né in cielo né in terra. È solo un’idea da inseguire, un bisogno da colmare, da buttare fuori. E come tutte le cose che si inseguono, forse è un bene che non si possa raggiungere, per mantenere viva dentro di sé quella specie di nostalgia del futuro, non del passato, nostalgia di un tempo a venire, di una pace da trovare, di una voce che sia la tua e di mani che finalmente, la sera, durante l’ennesima sigaretta alla fine dell’ennesima giornata di troppe sigarette, assomiglino realmente alle tue mani.

    Sei stato giovane ‒ lo siamo stati tutti. Lo hai sentito dentro quel bruciore che ti diceva cosa fare e soprattutto cosa non fare. Non volevi fare la fine di tutti quegli sfigati che vedevi in giro. Eri sicuro che non avresti fatto la fine di tutti gli sfigati che vedevi in giro. Anche loro, probabilmente. Dietro le loro rispettabili vite più o meno borghesi, hanno un momento di debolezza, la sera, o forse al mattino, magari nell’ascensore. Che cazzo. Ma che cazzo. Che ne è stato di me?

    Sali sul tram, ti siedi sugli scomodi sedili di legno che ti piacciono tanto. Fuori dai finestrini case dell’inizio del secolo scorso. Passeranno anche loro. Passeremo. Ma non è ancora finita, ti dici. È fatto così, il tuo cuore, ormai l’hai capito. Quando sei a pezzi, quando ti sembra di non poter precipitare più giù neanche di un centimetro, ecco una luce, una voce, un segno, una carezza, un ricordo, una parola, un suono – qualsiasi cosa – e il cuore ricomincia a pompare sangue in tutto il corpo, il cervello si riaccende, le gambe fremono, i muscoli si tirano e si gonfiano, pronti a uno sforzo, uno qualunque, quello che in quel preciso momento ti sembra più di tutti necessario, fondamentale, urgente, vitale. Per non soccombere, per non crollare. Ma sì, fanculo. La vita è questa roba qua. Teniamocela stretta. E ti vien voglia di correre, di scendere dal tram e fermare tutti i passanti per gridargli che sei vivo. Cazzo, sì. Sono vivo. Sono vivo. Sono vivo.