• Traduzioni: Breve storia del sangue, Rose George, Codice Edizioni 2020

    Tra l’estate e l’autunno dell’anno scorso ho tradotto questa corposa Breve storia del sangue, di Rose George. Ho imparato un sacco di cose che non sapevo, alcune divertenti, altre meno, tutte di grande interesse. L’autrice ci porta in giro per il mondo e nella storia, dai salassi alle sanguisughe, dalla lotta all’AIDS alla nascita nei vari paesi della raccolta di sangue donato dai volontari, una pratica nata in Europa durante la Seconda guerra mondiale. Magnifica, per così dire, in questo capitolo la descrizione del sistema USA, dove i donatori vengono pagati e gli investitori privati impiantano centri per la donazione nelle periferie più svantaggiate, per vampirizzare, è proprio il caso di dirlo, le fasce più povere della popolazione, che tra l’altro hanno da offrire un sangue di qualità molto bassa, causa malnutrizione, malattie, tossicodipendenza: il capitalismo, bellezza. Si parla poi molto di mestruazioni (orrore!), del costo degli assorbenti nel mondo che continuiamo a ritenere civilizzato e delle pratiche di esclusione sociale che colpiscono le giovani donne non solo nel terzo mondo. Ma uno dei capitoli che ho trovato più affascinanti e significativi è quello su Arunachalam Muruganantham, un visionario indiano che si è inventato un macchinario per la produzione di assorbenti igienici a basso costo e per questo ovviamente all’inizio è stato ostracizzato dalla propria comunità. Un libro di grande interesse, scritto con una prosa scorrevole e coinvolgente da un’autrice inglese che unisce allo sguardo e all’acume sociale una sensibilità umana profonda che cattura il lettore fino all’ultima pagina. Non compratelo su amazon. Qui la scheda sul sito dell’editore.


  • Giocare col fuoco: una newsletter

    Cari amici, da qualche settimana ho inaugurato una newsletter in cui sto riversando parte del materiale che ho accumulato nell’ultima decina d’anni: poesie, microracconti, storie assortite. Ha cadenza settimanale e si legge qui, dove potete anche iscrivervi.

    E inoltre ho anche creato un canale Telegram dedicato, per diversi motivi. Il primo, perché mi piace l’idea di umanizzare al massimo i nostri rapporti digitali. Dopo il toccarsi e lo sfiorarsi, credo che l’atto più intimo possibile sia proprio quello di ascoltare la voce di qualcuno. E questo l’ho capito durante lo scorso lockdown, quando sentire una voce mi dava un conforto superiore rispetto a un semplice messaggio di testo. Secondo motivo, leggere è una cosa, ascoltare è un’altra, che implica un atteggiamento mentale del tutto diverso. Ascoltare ad esempio un audiolibro è un’esperienza del tutto diversa rispetto al leggerlo. Infine, terzo motivo, perlomeno in questo modo potrò usare telegram in modo sensato, che fino ad ora non è stata altro che una raccolta di notifiche inutili, tipo Antongiulio si è unito a Telegram. Ecco tutto, il link è questo, se volete. Le letture non avranno una cadenza regolare e non rispecchieranno necessariamente i contenuti della newsletter.

  • Percorsi Americani

    Iniziano stasera con Uomini e topi di Steinbeck i miei Percorsi Americani alla Scatola Lilla di Cristina di Canio.

    Fabrizio Coppola ci porta a spasso nella letteratura americana, tra capolavori del passato e testi più recenti, senza bussola e senza direzione, procedendo a zig zag, con escursioni in avanti, ritorni improvvisi, scarti di lato, sopra, sotto… Otto libri per otto serate in cui leggere, commentare e confrontarsi su opere note e meno note, cercando di individuare quel (o quei) filone sotterraneo che anima segretamente tutta la letteratura nordamericana.

    Titoli
    Uomini e topi, John Steinbeck (Bompiani, trad. Michele Mari)
    Canada, Richard Ford (Feltrinelli, trad. Vincenzo Mantovani)
    Moon Palace, Paul Auster (Einaudi, trad. Mario Biondi)
    Nelle vene dell’America, William Carlos Williams (Adelphi, trad. Aldo Rosselli, Rodolfo Wilcock)
    Strade blu, William Least Heat Moon (Einaudi, trad. Igor Legati)
    Ragioni per vivere, Amy Hempel (Mondadori, poi SEM, trad. Silvia Pareschi)
    Tra me e il mondo, Ta-Nehisi Coates (Codice Edizioni, trad. Chiara Stangalino)
    Ottavo incontro (titolo a sopresa)

    Clicca qui per tutte le informazioni

  • Il fiume che ci separa

    Dicembre 2017. In una notte insonne, vago per l’Internet sul mio smartphone in cerca di qualcosa che mi tenga sveglio fino all’alba o che mi aiuti a sprofondare nel sonno. Finisco sul NYT, dove mi imbatto nella recensione di un libro. Attirato dal titolo del pezzo, che parla di confini e di un’eredità divisa tra due paesi, la leggo tutta. Seguo poi il link per l’acquisto del libro, finisco su Amazon e leggo l’anteprima. A quel punto, decido di comprare la versione digitale, di cui leggo più di un centinaio di pagine, poi finalmente prendo sonno. Il mattino dopo, decido che tenterò di fare qualcosa che non ho mai fatto prima, e cioè provare a proporre la traduzione di un libro a un editore. Per prima cosa, faccio delle ricerche online per scoprire chi è l’agente americano dello scrittore in questione e verificare se hanno già venduto i diritti per il mercato italiano. In un paio di click finisco sul sito di un’agenzia letteraria di New York. Con la sfacciataggine di chi non ha nulla da perdere, scrivo. Due minuti dopo ricevo una risposta: Out of office. Mezz’ora dopo mi risponde un’altra persona. Mi ringrazia per l’interessamento e mi informa del fatto che i diritti in questione sono gestiti in Italia da tale agenzia, poi mi lascia nominativo e indirizzo mail.

    A questo punto, stupito ma non troppo dal pragmatismo americano in fatto di affari, istintivamente pubblico un post su Facebook per raccontare che un agente letterario di New York ha appena fornito a uno sconosciuto “professional translator and publishing consultant” (che sarei io) l’indirizzo mail di uno dei più potenti agenti letterari italiani. Scrivo che a questo punto, immaginando che inviando una mail a succitato agente non otterrò risposta nel 98,76% dei casi, non so se sia meglio provarci lo stesso oppure mettere l’indirizzo email all’asta su eBay, facile preda delle tonnellate di manoscrittari professionisti che affollano la nostra bella penisola. Qualche ora dopo succede che Luca Briasco, che non conoscevo, commenta il mio post – aveva già capito di che libro si trattava anche se io non ne avevo fatto cenno. Due giorni dopo mi chiama e mi dice: “Avevo già in mente di pubblicarlo, il tuo post me lo ha fatto tornare in mente. Ora chiamo [omissis], se la trattativa va in porto lo faccio tradurre a te.”

    Il libro in questione, Solo un fiume a separarci, dispacci dal confine, di Francisco Cantú, è stato appena pubblicato da minimum fax nella mia traduzione. Cos’ha di tanto speciale questo libro? La storia, innanzitutto, e le motivazioni per le quali è stato scritto. Francisco Cantú ha lavorato nella polizia di confine, sul confine meridionale degli Stati Uniti, per due anni. Lo ha fatto perché voleva affondare le mani nella realtà del border, dopo averla a lungo studiata. Lo ha fatto perché pensava di poter essere d’aiuto a quella gente. A quella che in parte è anche la sua gente. Sì perché, e qui risiede uno dei temi centrali dell’opera, l’autore è figlio di messicani. Nato negli Stati Uniti, ma figlio di messicani. “So the job it was different for him” [1], giusto per restare in tema.

    La narrazione è divisa in tre parti: la prima, il lavoro sul confine; la seconda, l’abbandono del confine per un incarico di intelligence; la terza, la vita dopo la polizia di confine e la storia di un immigrato clandestino, da anni in America e con famiglia e figli, che cade nella rete della migra e viene rispedito in Messico.

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    Il libro si apre con il resoconto di un viaggio compiuto dall’autore con la madre. La donna ha fatto la ranger nei parchi naturali per tutta la vita e subito si presenta come una figura portante della vicenda e della vita di Francisco. È una vera e propria “madre-terra”, che porta in sé i doni dell’amore materno e che si assume la responsabilità della sopravvivenza nell’animo del figlio del retaggio della cultura millenaria dalla quale provengono. La donna non può capire la scelta del figlio, quasi non riesce ad accettarla. Lo spinge a ripensarci, e sono pagine cariche di dolore: laddove la donna gli domanda come crede di poter uscire con le mani pulite da un’istituzione in cui la violenza e la prevaricazione sono fatti quotidiani, Francisco risponde che non è vero, che per lui sarà diverso, che lui aiuterà quella povera gente, perlomeno a sopravvivere al deserto. Ma la donna aveva ragione, e il ragazzo se ne accorgerà ben presto.

    La spianata desertica, bianca sotto un sole infernale, è attraversata da una fila di uomini che avanza sul terreno riarso come formichine senza meta. Hanno le spalle cariche di zaini pieni di acqua, cibi, vestiti, coperte, medicine, alcol, eccitanti. Poco lontano, due agenti nel loro mezzo vengono informati della presenza della carovana dalla strumentazione tecnologica. Partono all’inseguimento. Quando arrivano sul posto, la carovana è già svanita, oppure si è dispersa in piccoli gruppetti. Inseguono uno di questi. Oppure gli agenti si fermano quando trovano in un anfratto del terreno tutti i loro averi, abbandonati per alleggerirsi la fuga. E frugano tra quelle povere cose. Tagliano e svuotano le bottiglie d’acqua. Sparpagliano in giro vestiti e cibo, pisciano sugli zaini. Ridono. Sghignazzano. Attendono solo che finisca un altro turno, un altro giorno, un’altra settimana, il mese e gli anni che hanno stabilito di passare nella polizia di confine.

    Solo un fiume a separarci è scritto in una lingua sbiancata come ossa esposte al sole eppure scura e madida e tremolante come il risveglio dopo un incubo. Una lingua che rispecchia il terreno impossibile sul quale si svolgono le vicende, anch’esso a due facce, come ogni cosa in questa storia, spellato dal sole di giorno e avvolto dal vento gelido di notte. Una lingua zeppa di parole messicane, di imprecazioni, di gergo colloquiale, di termini che esistono solo in quella precisa area del pianeta: i coyote, i muli, gli scout… Sul dramma dell’immigrazione clandestina si avvita quello del narcotraffico, e spesso le due cose vanno di pari passo. Così può capitare che per trarre in salvo la tua famiglia dal tuo paese o dalla tua città ormai nelle mani dei cartelli della droga, tu sia costretto a fare accordi proprio con loro, e ad accettare di fare il mulo: in quel modo hai qualche possibilità di arrivare sano e salvo oltre il confine, perché il carico che porti sulle spalle è ben più prezioso della tua vita.

    Tormentato dai dubbi, dal dolore e dagli incubi che lo visitano ogni notte, Francisco decide di accettare l’offerta di un posto nell’intelligence della Border Patrol. Abbandona il lavoro sul campo e inizia ad agire dietro le quinte. Ma la situazione non sarà meno dolorosa. E lo spingerà a chiudere l’esperienza nella polizia di confine.

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    Nella terza parte, apparentemente si torna alla vita normale. Francisco riprende gli studi e di giorno lavora presso una caffetteria. Qui stringe amicizia con l’addetto alle pulizie, un messicano. Il loro è un rapporto non lineare: il messicano sa che Francisco ha lavorato nella polizia di confine e tuttavia non può che apprezzarne la gentilezza e l’umanità. Fanno colazione tutti i giorni insieme, il messicano divide con lui un burrito o qualsiasi cosa stia mangiando, e finalmente un giorno riesce a chiedergli se è vero che ha lavorato nella Border Patrol. La situazione precipita quando l’uomo viene deportato in Messico: è un immigrato clandestino, anche se negli USA ormai ha casa, lavoro, famiglia e figli. E inizia un nuovo calvario, in cui il deserto da reale si fa immateriale, quello delle leggi degli uomini, della burocrazia, delle testimonianze e delle lettere in suo favore per dimostrare che è un cittadino modello, che non è pericoloso, che è un ottimo americano. Ma le scartoffie non funzionano. L’uomo deve rimanere al di là del Rio Grande. E a quel punto gli resta una sola possibilità: cercare di ritornare illegalmente in America.

    C’è un altro elemento di grande importanza in questo libro. Accanto al tema del confine, che qui ormai trascende l’epica e la realtà americane e il portato letterario, sociale, politico ed esistenziale, c’è quello del fiume. Un tempo simbolo di speranza, di nuove opportunità, di promessa di una vita nuova, le cui acque che scorrono verso l’Oceano rappresentavano la certezza di un lieto fine, di un’esistenza finalmente degna, della realizzazione di sé e dei propri desideri, dei propri sogni, oggi il fiume è soltanto l’ennesimo ostacolo, un muro di acque limacciose in cui si annega o che trasportano via, lontano, a perdersi per sempre, le ossa di chi cerca di guadarle, insieme alle speranze che avevano nutrito inutilmente le carni che vi erano attaccate.

    Il cerchio si chiude, la vicenda sembra ricominciare dall’inizio, in una sorta di circolo vizioso che potrebbe proseguire in eterno. A noi lettori, italiani e non, non resta che domandarci che differenza ci sia tra il mare aperto e il deserto, tra un gommone che affonda e le gambe che cedono per la sete impietosa, il calore atroce, lo sfinimento materiale e spirituale. In quanto tempo si decomponga il corpo di un adulto sul fondo del mare o in una spianata desertica. O quello di un bambino. Che differenza ci sia tra gli scafisti libici e i corrieri della droga. Che differenza può esserci tra la guardia costiera italiana e la Border Patrol. E ancora, che cos’è un muro e cosa rimane di due uomini separati da esso. Non resta che chiederci vanamente dove sia finita l’umanità, in quale buco sia andata a nascondersi la nostra vergogna.

    La storia ci ha condotti in un punto impensabile, in cui non reputavamo possibile ritrovarci. O forse sapevamo che ci saremmo arrivati, ma non abbiamo fatto nulla per evitarlo davvero. Un punto in cui siamo costretti a ribaltare la domanda di Primo Levi. E a riferirla non più alle vittime, ma ai carnefici. Agli aguzzini. In breve, a noi stessi.

     

    Qui il link alla scheda sul sito di miminum fax, dove si può leggere un estratto del libro.

     

     

    [1] Bruce Springsteen, “The Line”, da The Ghost of Tom Joad, CBS Records, 1995. Il brano narra la vicenda di un agente della polizia di confine che si innamora di una migrante, Maria. Uno dei suoi colleghi, Bobby Ramirez, è di origini messicane, la sua famiglia proviene da Guanajuato.

  • Nick Cave: La vita segreta delle canzoni d’amore

    FABRIZIO COPPOLA
    NICK CAVE: LA VITA SEGRETA DELLE CANZONI D’AMORE
    Lezioni, prose, canzoni

    Giovedì 14 Febbraio, TNT Club, via Tito Livio 33/A, Milano
    Ore 21:00, ingresso 7 euro

    Fabrizio Coppola ci conduce in un’immersione nella poetica di Nick Cave, a partire dalle sue lezioni sulla canzone d’amore e fino a The Sick Bag Song (Bompiani, 2016), la sua ultima raccolta di prose poetiche, grottesche, disperate, sensuali e baciate dal più classico lirismo caveiano che racconta la vita dell’artista nel corso di un tour. Guidati dalle sue parole e da alcune delle sue più toccanti composizioni (“Into my arms”, “God Is in The House”, “Love Letter”, “Are You The One that I’ve Been Waiting For?” e molte altre), eseguite da Coppola in un’essenziale versione voce e pianoforte, seguiremo il percorso artistico di Cave che indaga le vette del sublime amoroso e di una religiosità di stampo quasi panteista fino agli aspetti più infimi e materiali della vita quotidiana.

    TNT Club, via Tito Livio 33/A, Milano
    Apertura porte ore 21:00
    Inizio spettacolo ore 21:30
    Ingresso 7 euro
    Acquista i biglietti | Evento Fb

  • Al Museo del Novecento con Malfatti

    Dunque, domenica prossima, 27 gennaio, Giorno della Memoria, per chi per l’appunto se lo ricorda ancora, succede una delle cose più belle che la musica mi abbia regalato finora. Interverrò alla presentazione del disco di Cesare Malfatti cantando la canzone di cui ho scritto il testo. Ora, il disco è una sorta di concept album che partendo dalla vita di Valeriano Malfatti, avo di Cesare, attraversa gran parte della storia d’Europa, ossia guerre, deportazioni, territori contesi, i problemi della doppia nazionalità, il sentirsi sempre in qualche modo in esilio, l’impegno civile e politico, e tanti altri temi che mi stanno a cuore da sempre. Oltre alla presenza di diversi altri autori dei testi del disco (l’elenco completo nell’evento), nel concerto potrete ascoltare le macchine intonarumori e un pianoforte preparato con filospinato. Ora, già così è meraviglioso, aggiungete che la “cerimonia” avrà luogo al Museo del Novecento e a me già tremano i polsi.

    Ingresso gratuito fino a esaurimento posti, inizio alle 18.

    Fate un po’ voi.

  • Ho scritto un testo per il nuovo disco di Malfatti

    Il disco, che si intitola “La storia è adesso” ed esce il 12 dicembre per Riff records, è incentrato sulla figura di Valeriano Malfatti, avo di Cesare, podestà di Rovereto e deputato trentino del Parlamento dell’Impero asburgico. Impossibile per me non accettare la proposta di Cesare di collaborare a un progetto le cui parole chiave erano confini, storia, eredità, anche se non lo avevo mai scritto per altri autori, in precedenza. E così ho scelto il brano tra quelli disponibili e in due serate di lavoro ho ottenuto il testo di Il futuro cerca noi, traccia numero 6 del disco che potete ascoltare per intero qui in streaming.

  • Not Dark Yet

    Sono le sette di sera. Stai aspettando una telefonata, una lettera, un messaggio, un segno. Lo aspetti da ieri, da una settimana, da un anno. No, lo aspetti da tutta una vita. Mentre il tram sbuca da dietro l’angolo, sferragliando sui binari umidi di una serata di città come tutte le altre e come tutte le prossime a venire, ti stringi nella giacca, controlli di avere il biglietto ‒ perché, in fondo, sei una persona perbene ‒ e sali a bordo appena le porte ti si schiudono di fronte, come un confortevole utero materno in grado di cancellare tutta questa cazzo di città e lasciare solo il cielo su in alto, che stasera ha un taglio viola sul fondo, proprio lì, nel punto in cui il sole ogni sera esce di scena, lasciandoci il riverbero dei suoi colori per ricordarci cosa abbiamo appena perso ‒ cosa perdiamo alla fine di ogni giorno.

    Stai tornando a casa, se si può chiamare così. La tua casa, in realtà, è un luogo che non esiste. E stai iniziando ad abituarti all’idea che quel posto non esiste, che la tua casa semplicemente non c’è, né in cielo né in terra. È solo un’idea da inseguire, un bisogno da colmare, da buttare fuori. E come tutte le cose che si inseguono, forse è un bene che non si possa raggiungere, per mantenere viva dentro di sé quella specie di nostalgia del futuro, non del passato, nostalgia di un tempo a venire, di una pace da trovare, di una voce che sia la tua e di mani che finalmente, la sera, durante l’ennesima sigaretta alla fine dell’ennesima giornata di troppe sigarette, assomiglino realmente alle tue mani.

    Sei stato giovane ‒ lo siamo stati tutti. Lo hai sentito dentro quel bruciore che ti diceva cosa fare e soprattutto cosa non fare. Non volevi fare la fine di tutti quegli sfigati che vedevi in giro. Eri sicuro che non avresti fatto la fine di tutti gli sfigati che vedevi in giro. Anche loro, probabilmente. Dietro le loro rispettabili vite più o meno borghesi, hanno un momento di debolezza, la sera, o forse al mattino, magari nell’ascensore. Che cazzo. Ma che cazzo. Che ne è stato di me?

    Sali sul tram, ti siedi sugli scomodi sedili di legno che ti piacciono tanto. Fuori dai finestrini case dell’inizio del secolo scorso. Passeranno anche loro. Passeremo. Ma non è ancora finita, ti dici. È fatto così, il tuo cuore, ormai l’hai capito. Quando sei a pezzi, quando ti sembra di non poter precipitare più giù neanche di un centimetro, ecco una luce, una voce, un segno, una carezza, un ricordo, una parola, un suono – qualsiasi cosa – e il cuore ricomincia a pompare sangue in tutto il corpo, il cervello si riaccende, le gambe fremono, i muscoli si tirano e si gonfiano, pronti a uno sforzo, uno qualunque, quello che in quel preciso momento ti sembra più di tutti necessario, fondamentale, urgente, vitale. Per non soccombere, per non crollare. Ma sì, fanculo. La vita è questa roba qua. Teniamocela stretta. E ti vien voglia di correre, di scendere dal tram e fermare tutti i passanti per gridargli che sei vivo. Cazzo, sì. Sono vivo. Sono vivo. Sono vivo.

  • Letture in corso

    Sto lavorando molto, e quando lavoro molto riesco a leggere poco per diletto. In ogni caso, ecco ciò che ho letto o sto leggendo ultimamente.

    Patti Smith, Devotion, Bompiani, traduzione di Tiziana Lo Porto. Una sorta di diario, prosa poetica, cibo per l’anima per noi ex rocker avanti con gli anni.

    Derek Walcott, Mappa del nuovo mondo, Adelphi, traduzione di Barbara Bianchi, Gilberto Forti e Roberto Mussapi, con testo a fronte. Non conoscevo Walkott, mea culpa, che letto oggi risuona come una voce lirica più che mai necessaria, chiarificatrice. Scrive nell’inglese meticcio e storico della sua San Lucia, apprezzabile in questa edizione con testo a fronte.

    Da “Epiloghi”:

    Le cose non esplodono:
    vengon meno, sbiadiscono,
    come il sole sbiadisce dalla carne,
    come la schiuma esala nella sabbia […]

    William Kennedy, Ironweed, Minimum Fax, traduzione di Luciana Bianciardi. Un romanzo impietoso su una vita ordinaria, fatta di sogni e tragedie, come quella di ognuno, percorsa dal sottile ma inestinguibile fremito che scuote le migliori opere d’oltreoceano: la speranza dei vinti, la cocciutaggine dei losers che non si arrendono, la voce di un’umanità che lotta per restare umana. Non assomiglia a nulla che abbiate già letto.

    Chris Offutt, Country Dark, Minimum Fax, traduzione di Roberto Serrai. Una fucilata, come da azzeccata copertina. Un reduce della guerra di Corea torna a casa e dovrà lottare per difendere ciò che lo tiene in vita. Tradotto splendidamente da Serrai, che ci restituisce una lingua aspra e dura e netta, andrebbe letto ascoltando Nebraska, secondo me.

    Wislawa Szymborska, Amore a prima vista, Adelphi, a cura di PietroMarchesani, con testo a fronte. Parafrasando, leggete tutto quello che trovate della Szymborska.

    Da “Accanto a un bicchiere di vino”

    Mi metto a ridere, inclino il capo
    con prudenza, come per controllare
    un’invenzione. E ballo, ballo
    nella pelle stupita, nell’abbraccio
    che mi crea.

    Fabrizio Dragosei, Stelle del Cremlino, Bompiani. Un saggio uscito nove anni fa sulla nuova Russia, acquistato e leggiucchiato mentre traducevo un saggio sulla nuova Russia, di prossima uscita. Chissà come andrà a finire.

    Joshua Cohen, Un’altra occupazione, Codice Edizioni, traduzione di Claudia Durastanti. Altri due veterani, dell’esercito israeliano, stavolta, che impiegano il loro anno di riposo trasferendosi a New York, dove la guerra non si fa con le armi in pugno, perlomeno non con armi che sparano, ma che possono fare ugualmente male.

    Islanda, The Passenger, Iperborea. La nuova rivista/libro di Iperborea, prima uscita dedicata all’Islanda, da leggere davvero tutta d’un fiato. Edizione curatissima e molto elegante, consigliata anche ai feticisti dell’oggetto libro.

    Olivia Laing, Città sola, Il Saggiatore, traduzione di Francesca Mastruzzo.

    […] La solitudine si accompagna a un forte desiderio di liberarsene; cosa che non può essere raggiunta con la sola forza di volontà o limitandosi a uscire di più, ma sviluppando relazione strette. Più facile a dirsi che a farsi, specie per le persone la cui solitudine nasce da un lutto, da una forma di esilio o da un pregiudizio, che hanno dunque ragione di temere o di diffidare del rapporto con gli altri, oltre che di desiderarlo.

    Andrea Giardina (a cura di), Storia mondiale dell’Italia, Laterza. Una cavalcata nella storia del Belpaese, per ricordare – a chi lo desideri – chi siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando. Dal primo capitolo dedicato a Ötzi, l’ormai famoso uomo dei ghiacci alpini, fino all’ultimo, dedicato a Lampedusa, passando per quello sulla nascita di Roma, intitolato “753 a.C.: sangue misto”, Giardina ha raccolto una serie di saggi di grande interesse anche per i non addetti ai lavori, il cui maggior merito risiede, secondo lo scrivente, nel ribadire il concetto di Italia come luogo di raccolta di viaggiatori e profughi, oggi svilito dalla ebete vulgata del sovranismo, impegnato a propagandare il ritratto di una nazione di gente dal sangue ‘puro’, qualsiasi cosa questo voglia dire.

    Da “753 a.C.: sangue misto”

    […] Plutarco racconta che ancora prima di fondare la città, i due gemelli «istituirono un luogo sacro come asilo per i ribelli, e lo intitolarono al dio Asylaios [il dio dell’Asilo]: vi accoglievano tutti, non restituendo lo schiavo ai padroni, né il povero ai creditori, né l’omicida ai magistrati; anzi sostenevano che per un responso dell’oracolo di Delfi erano in grado di garantire a tutti coloro che vi si rifugiassero il diritto di asilo [… ]»