• Una questione di qualità

    Oggi sono felice. Sarà perché a Milano stamattina c’è un bel cielo terso e un piacevole teporino primaverile. O forse perché ho avuto una bella conversazione telefonica, di quelle che ti mettono di buonumore. Fatto sta che quando sono felice (fortunatamente accade di rado) mi concedo il lusso di pranzare al mio bar con cucina, di fronte all’Auditorium Mahler, casa dell’Orchestra Verdi.

    Orbene, mentre gustavo un risottino ai funghi, ho iniziato a osservare il tizio seduto di fronte a me. Di poco oltre la cinquantina, cranio e viso rasati, naso importante, una certa somiglianza con Ben Kingsley. Ha ordinato il piatto misto (in questo caso, gnocchi al pomodoro, tortino di verdure), e mangiava tranquillamente, dopo aver gettato la cravatta sulla spalla destra per evitare di sporcarsi.

    Poi gli squilla il telefono, che ha impostato sulla vibrazione, come dovrebbero fare tutte le persone di buona volontà. E attacca a parlare in un ottimo inglese, davvero ottimo, con un lieve accento East Coast. Non posso evitare di origliare la conversazione. Si parla di pullman, di tour, di due posti a persona per il volo. Insomma, stanno organizzando un tour. Un tour dell’orchestra, perché si parla di 200 biglietti aerei. E nel frattempo, continuando a parlare nel suo ottimo inglese, il tizio riesce a mangiare durante le risposte dell’interlocutore. E immagino che sia talmente abituato a farlo da essere in grado di prevedere quanto durerà ogni risposta, perché a volte con la forchetta infilza tre gnocchi, altre cinque, altre ancora uno solo. Dice che, essendo la loro prima partnership, lui è anche disponibile a non guadagnare nulla, ma non vuole rimetterci un centesimo. E che eventuali accordi con gli sponsor vanno presi prima, altrimenti si rischia di ritrovarsi con un buco di bilancio, un’eventualità che lui vuole escludere categoricamente.

    E insomma, dopo aver finito il mio risotto, preso dall’entusiasmo personale e dall’apprezzamento per l’ottimo professionista che mi trovo davanti, ordino anche il tiramisù della casa, pensando quanto segue. Che noi italiani, a volte, siamo i più fighi del mondo. Un pensiero che stupisce me per primo, che mi sono sempre sentito cittadino del mondo, prima che nativo della penisola. E poi mi dico anche che è tutta una questione di standard. Che se volessimo davvero risollevare le sorti di questo buffo e tragico paese, allora dovremmo innanzitutto costringere noi stessi per primi e in seconda battuta i nostri interlocutori, ad alzare il livello. A dare il meglio e ad aspettarsi il meglio. Una questione di qualità, insomma.

    Poi bevo il caffè ed esco giusto in tempo per osservare un tizio che fa cascare in mezzo alla strada il carico del suo carrellino per le consegne. Il furgoncino, of course, l’ha lasciato con le quattro frecce sul bordo della carreggiata. Se arriva il tram, non riuscirà a passare. Molto bene.

    L’immagine in alto è presa da qui

     

  • GUIGNOL: PORTEREMO GLI STESSI PANNI

    L’altra sera allo Spazio Ligera ho assistito alla prima del nuovo tour dei Guignol dell’amico Pier Adduce. Uno spettacolo maturo, denso, ruvido, ricco di riferimenti, da Bianciardi a Rocco Scotellaro. Il suono si fa per una volta più acustico, meno irruente, più calcolato e avvolgente, ma è solo un trucco per accompagnare noi spettatori in luoghi che non frequentiamo spesso.
    L’età, si sa, porta a fare riflessioni su se stessi, sull’assurdità dell’esistenza e sullo stesso sangue che ci portiamo nelle vene. Il sangue che ci accomuna tutti ma che viene usato come strumento di divisione — razziale, politica, generazionale, economica. E di questo Porteremo gli stessi panni, ciò che mi è rimasto alla fine della serata, è un senso di spaesamento, allo stesso tempo di appartenenza e di lontananza. Sono io mio padre? Sì, e no. Sono io su quella bagnarola nel mezzo del Mediterraneo? Sì, e no. Sono io l’impiccato che pende dall’albero? Sì, e no. Sono io la vittima sacrificale? Sì, e no. Sono io il carnefice di me stesso? Sì e no.

    Ora, alla fin della fiera si tratta di capire come si vuole vivere la propria vita. Far finta di niente. Scivolare sul quotidiano. Farsi intrappolare dall’ineluttabile. Dimenticare le proprie ossa. Scordare i visi di chi ci ha messo al mondo, e degli altri prima di loro e degli altri ancora. Rinunciare a guardare il cielo. Rinunciare a guardare il mare. Rinunciare a guardare dentro noi stessi. Va tutto bene. Va tutto bene. Va tutto bene.

    Oppure si può – sì, è possibile – abbracciare la propria umanità. Stringerla, coccolarla, venerarla. Farsene carico. Perché facendoci carico di noi stessi ci facciamo carico anche degli altri. È l’unico modo. E allora, solo allora puoi parlare di sangue, di radici, di terra, avendone il diritto. Perché la terra è una. Ed è di tutti.
    Adduce mi ha preso per mano senza neanche sfiorarmi, l’altra sera. E mi ha ricordato chi sono. Chi vorrei essere. Chi avrei voluto essere. Mi ha sussurrato in un orecchio che siamo ancora in tempo. E io ci voglio proprio credere.

    Se volete, il disco si ascolta qui
  • Scimmie con lo smartphone

    [Sto facendo pulizia nel pc e sto scoprendo ovviamente diverse cose che avevo scritto ed erano rimaste sepolte nella cartella che uso per non dimenticarle.]

    Oggi si è insediato il 45esimo presidente degli stati uniti. A due metri dalla mia scrivania, g dorme nel suo lettino. A me vengono in mente i fumetti che leggevo all’università, in cui l’Africa era una discarica dell’occidente e il mondo era governato dalle corporation. Quindi, niente di particolarmente scioccante. La sensazione però è che tutto accada troppo in fretta. Che nessuno si aspettava che capitasse così presto.
    Bevo un passabile chardonnay francese e ascolto “Time out of Mind”, un album dell’ultimo premio Nobel per la letteratura. Quante cose accadono che non avevamo previsto?

    Che mi sarei trovato alla mia scrivania, proprio ora, a scrivere queste righe, lo avevo immaginato?
    No.

    Che nella mia vita avrei cambiato così tanti indirizzi, lo avevo immaginato?
    No.

    Che mi sarei ritrovato a fare alcune cose che avevo sempre sognato di fare, lo avevo immaginato?
    No.

    Che fare queste cose non avrebbe avuto il gusto che mi aspettavo, l’avevo immaginato?
    No.

    Che a un certo punto avrei cambiato strada, rotta e destinazione, lo avevo immaginato?
    No.

    Che a un certo punto sarei tornato indietro, lo avevo immaginato?
    No.

    Quindi, in sostanza, la maggior parte delle cose che accadono non erano state previste/immaginate. E credo che la storia dell’umanità (dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, ossia da Trump al microscopico me stesso qui seduto a pigiare tasti) sia tutto un reagire a ciò che non era stato previsto. Un trovare nuove strade. Un aggirare gli ostacoli. Anche prenderli in faccia, gli ostacoli, quando non si ha il tempo di immaginare un modo per evitarli prima che ti sbattano sul muso. Ecco. Quindi niente di nuovo sul fronte occidentale. E non sto parlando solo di Trump, che se vogliamo è la punta dell’iceberg. Sto parlando di tutto quello che si muove, non visto, sotto la superficie. L’umanità troverà un modo forse. E il prezzo da pagare sarà sempre lo stesso, quello che paghiamo fin dalla notte dei tempi. Alcuni ce la faranno, altri no. Alcuni saranno estratti vivi da un hotel tre giorni dopo che questo sarà stato investito da una valanga, altri si arricchiranno nel giro di un paio d’ore. Alcuni moriranno sotto un ponte dopo aver perso il lavoro, la famiglia e l’autostima, mentre altri inseguiranno un pallone su un rettangolo verde godendo di agi e celebrità inverosimili. E tra questi due poli, miliardi di infinitesimali drammi e gioie, della durata di un secondo, un minuto, un anno o una vita intera. Cose che non contano niente se prese singolarmente ma che vanno a comporre la storia collettiva della nostra specie di scimmie. Passate dall’arrampicarsi sugli alberi alle nanotecnologie. Lo smartphone esiste solo perché abbiamo il pollice opponibile: è bene tenerlo a mente.

  • Camminare come un uomo

    L’altra sera ho finito di leggere Born to Run, l’autobiografia del Boss, uscita in Italia per Mondadori. Probabilmente per un dato anagrafico e biografico, la lettura mi ha appassionato maggiormente dalla metà del libro in poi, quando i nodi interiori del nostro vengono al pettine e fanno la loro comparsa gli psicanalisti. Non che la prima parte non sia stata di mio gradimento, intendiamoci: il racconto della vita del clan degli Springsteen, l’ordinarietà delle esistenze del New Jersey proletario degli anni Cinquanta, regolate da tradizioni e costumi invisibili e forse per questo ancora più potenti. Ma di quel periodo ‒ quello dei primi gruppi, della fama raggiunta come leader di una bar band e del conseguente benché zoppicante cammino verso il successo ‒ si sapeva molto. Tutto ciò che accade nella testa dell’uomo da Born in the USA in poi, invece, era solo oggetto di congetture, visibile solo in parte attraverso la musica che componeva, le tematiche che sceglieva, le ossessioni che decideva di mostrare.

    Ormai lo sanno anche i sassi: la maggior parte degli artisti che hanno fatto la storia del r’n’r nel secolo scorso erano persone in fuga da qualcosa. Problemi familiari, povertà, ricerca di un riscatto sociale o soltanto raggiungimento di una posizione nel mondo che rendesse la vita accettabile. E come gli stessi sassi di prima sanno, molti grandi artisti ci hanno lasciato prematuramente, in maniera più o meno volontaria. In fuga da qualcosa, ottenevano il successo, e scoprivano solo allora di voler fuggire anche da quel luogo che immaginavano il fulcro della loro pace interiore. E allora fuggivano di nuovo: droga, alcool, un’autodistruzione più o meno breve, più o meno spettacolare.

    Bruce Springsteen è invece uno di quelli che ha raggiunto un successo planetario, ma prima ancora di toccare la vetta già lo temeva, lo considerava pericoloso. Sapeva, perché lo aveva visto accadere ad alcuni dei suoi eroi (“Elvis has left the building”), che il successo poteva essere una trappola, una gabbia altrettanto potente di quella da cui voleva fuggire. Lasciare la vita provinciale e proletaria della sua famiglia per ritrovarsi rintanato in una magione milionaria con la sua faccia sulle copertine delle riviste, circondato da tutte le distrazioni che il denaro può comprare era per il nostro una possibilità troppo rischiosa. Ed ecco perché ha sempre cercato di mantenere i piedi ben saldi a terra e i pensieri immersi nelle sue ossessioni. A quanto pare, questa sorta di hippy del New Jersey in tutta la sua vita non si è fatto neanche una sola, innocua cannetta. Ha cominciato tardissimo con l’alcool (che non ha più abbandonato) e da un certo punto in poi ha iniziato a fare uso di psicofarmaci. Cannette a parte, si potrebbe dire lo stesso di me e di alcuni di voi (anche se magari i nostri psicanalisti costano meno dei suoi, immagino).

    Nel libro scorre una traccia potente e onnipresente di disperazione, non saprei come altro definirla. Ed è per sfuggire a essa, per allentare il cappio della corda sempre tesa intorno al suo collo, che la sua attività è stata così monumentale, ossessiva, chiaramente patologica. I concerti vere e proprie maratone per raggiungere l’esaurimento fisico ogni sera, spegnere finalmente il cervello e dormire sereni. Le registrazioni in studio veri e propri drammi Shakesperiani (Foul is fair and fair is foul, e What is done cannot be undone ‒ anche se lo sport preferito del nostro era smontare dischi finiti e riprendere a scrivere, arrangiare registrare). Ricordo di aver visto su youtube una versione live di Tenth Avenue Freeze Out, credo che fosse il tour di Darkness: per tutta la canzone (nel senso di tutta) l’uomo salta come un ossesso su e giù dal palco e a un certo punto si piazza al centro dello stage e inizia ad agitare la testa a destra e a sinistra, una, dieci, cento volte di fila. Rimasi esterrefatto. Quell’uomo emanava sì una carica magnetica, rappresentava sì in quel momento tutta la forza e la volontà che un uomo può avere, era sì un vero e proprio prigioniero del r’n’r ma… era matto. Matto come un cavallo. Prigioniero di forze ben al di là del suo controllo. Era evidente.

    Poco fa passeggiavo con mia figlia sui lastroni in pietra del piazzale di fronte alla chiesa che frequentavo da bambino, in attesa che arrivasse la mia quota di welfare state che la repubblica italiana concede a noi genitori (mia madre). Mentre passavo e ripassavo di fronte al portone, situato alla sommità di una scalinata fin troppo pretenziosa e chiusa da un’inferriata a perenne e muta testimonianza dell’apertura della chiesa cattolica, sperando che il dondolio ritmico assicurato dalle giunture sconnesse della pavimentazione spedisse la mia piccina nel mondo dei sogni, le campane hanno iniziato a rintoccare. E mi son venuti in mente questi versi, da Walk Like a Man:

    By our Lady of the Roses, we lived in the shadow of the elms
    I remember ma’ dragging me and my sister up the street to the church, whenever she heard those wedding bells

    E poi subito dopo una foto del nostro in tenerissima età, con un meraviglioso taglio di capelli anni Cinquanta, uno di quelli che oggi costano 60 euro e un tempo erano appannaggio del proletariato. Ho pensato all’incredibile comunità di italiani e irlandesi che ha fatto da cornice all’infanzia del piccolo Frederick: uomini più veri del vero, lavoratori, poveri e meno poveri, schiacciati da frustrazioni e responsabilità, ognuno forse con un piccolo segreto da mantenere, un piccolo qualcosa che gli permetteva di andare avanti, perlomeno fino a quando riuscivano. E ho pensato che Springsteen avrebbe potuto cavarne fuori una maestosa Spoon River del XX secolo. Poi un attimo dopo mi sono detto che in realtà è ciò che ha fatto. Ha preso quel pugno di personaggi, ne ha isolato le caratteristiche comuni al resto dell’umanità e armato di questo patrimonio è riuscito a parlare a tutto il mondo, a gente che non condivideva nulla di quell’ambiente se non il fatto di appartenere al genere umano. Così è stato per me. E infinte volte mi sono chiesto come fosse possibile riuscire in una tale magia: parlare a un ragazzino di 15 anni di Milano raccontandogli storie ambientate nel New Jersey.

    Negli ultimi capitoli del libro mi sembra che Bruce trovi finalmente la sua voce da scrittore. Quando il racconto entra nel tempo presente e si capisce che nasce da sensazioni subitanee, trascritte di getto poco dopo, se non durante, il loro accadimento. Negli ultimi due capitoli e nell’epilogo ho trovato la prosa che mi è piaciuta di più (parlo della traduzione italiana, quando avrò tempo lo leggerò anche in versione originale), forse quella più aderente all’uomo che è oggi.

    […] Il sole è calato, la serata è fresca. Fermo a un semaforo, chiudo la cerniera della giacca fino al collo e mi accorgo che il tacco dello stivale tocca il tubo di scappamento rovente del mio motore V2, lasciandoci attaccato un frammento di gomma dal quale si leva una spirale di fumo blu nella frizzante aria autunnale.

    È da particolari come questo che in genere prendono vita le grandi opere d’arte. Dall’osservazione e dalla comprensione dell’importanza di minimi accadimenti che possono svelare un intero mondo, se si è in grado di farlo. Una spirale di fumo blu che si alza dal tubo di scappamento e sale fino a svanire nel cielo autunnale. Meraviglioso.

    Bruce Springsteen, Born to Run, Mondadori Editore, trad. M. Piumini, 536 p., 23 euro.

  • Ragni

    Questo doveva essere l’incipit di qualcosa, che ho scritto credo una decina d’anni fa.

     

    Eravamo lo Spirito Santo, la madre e io – il figlio si era attardato su una strada che conduceva al nessunluogo, e infatti non arrivò mai. La notte era soleggiata come un lago salato sotto la pioggia battente e il suo calore si riverberava sulle montagne. Io mi ero fatto tatuare “Ogni lasciata è persa” sull’avambraccio destro, poi me lo ero fatto amputare e lo avevo lasciato ai reduci di Nikolaevka. Il tenente ci ordinò di sparare agli abitanti inermi del villaggio. Noi ci rifiutammo e ci puntammo i parabellum sui piedi. Gli inservienti nudi raccolsero la poltiglia delle nostre estremità e ne fecero polpette per i prigionieri politici omosessuali che morivano di sete nella gabbia delle scimmie. Poi giunse la notizia che l’Apollo era atterrato su Marte e tutti tirammo un sospiro di sollievo, eccetto la rana a due teste, che continuava a contare i suoi soldi con aria preoccupata. L’uomo-cervo scese dalle montagne correndo a rotta di collo inseguito da una nuvola verde che prometteva pioggia. Io mi riparai sotto la tettoia, estrassi il libro delle preghiere e lo usai come cuscino. Non riuscii a dormire. Le esplosioni si facevano sempre più vicine e il mio stomaco gorgogliava. Presi sonno comunque, e quando al mattino mi svegliai era già notte fonda, e i grilli saltavano nella campagna cantando motivi tradizionali.

     

    La notte del mattino dopo lo Spirito Santo venne da me e mi chiese se avessi visto il figlio – gli risposi di no, e gli dissi di andare a cercarlo nella foresta oltre il crinale. Le acque del fiume erano uscite dal letto e si erano precipitate sui tetti delle case, osservate con stupore dalle ultime mucche del villaggio. Un tank con la testa di cavallo ci passò davanti. Un prete, abbarbicato sulla torretta, distribuì alla folla le “Nuove regole per la salvezza dell’anima in tempo di guerra”, e tutti si misero a leggere pur non conoscendo il francese. Lo Spirito Santo tornò a mani vuote e anche la sua aureola pareva indebolita. I fasci di luce della contraerea attraversavano il cielo solcato da migliaia di cavallette che si avvicinavano con il loro carico di morte. “Non c’è da preoccuparsi,” dissi io, “sarà sufficiente andare dalla rana a due teste e minacciarla di portarle via tutti i suoi soldi – vedrete che richiamerà le cavallette e tutto si sistemerà.”

     

    Da un buco nel cielo precipitò un sasso che recava una scritta in una lingua indecifrabile che io compresi al volo ma decisi di non rivelare agli abitanti del villaggio. Lo Spirito Santo mi guardò con complicità – anche lui conosceva quella lingua – e decidemmo tacitamente di non rivelare a nessuno il senso di quelle parole. Con quel peso sulla coscienza corremmo sulla statale oltre il bosco per andare a parlare come al solito con le prostitute romene che lavoravano là. Ci accolsero con la consueta indifferenza. Una di esse ci mostrò un seno ipertrofico sul quale era disegnata la faccia nascosta della Luna. Estasiati da quella visione io e lo Spirito Santo decidemmo di tornare al villaggio per cercare la madre e vedere se si riusciva a combinare qualcosa. Ma non la trovammo. Alcuni dissero che si era avventurata verso il nessunluogo alla ricerca del figlio che si era perso, altri che l’avevano vista salire sulla torretta del tank dalla testa di cavallo insieme al prete e a una cassa di champagne. Non la rivedemmo più.

     

    Dalla mia torretta di avvistamento controllavo l’avanzata inarrestabile dell’estate. I cani a sei zampe, non particolarmente ferrati in matematica, correvano come se ne avessero quattro ma nessuno si accorgeva di nulla. Da una fenditura nella roccia nel quadrante a sud-ovest della terra desolata saltarono fuori due processioni. Una era un funerale, con una bara rosso fuoco portata a braccia dai figli di quella terra, l’altra un matrimonio. Su un carro trainato da tre enormi ragni gialli, la sposa agitava un mazzo di cicoria e sorrideva festante dietro i suoi occhi lividi per le botte. Lo sposo, legato al carro e con la testa piegata su una spalla, strusciava i piedi e perdeva sangue dalla manica destra della giacca. Poi il rombo della terra si innalzò sempre più alto e dalle chiome degli alberi scesero in picchiata fulmini come corvi assetati di sangue. Il prete di entrambe le processioni riuscì a disperdere lo stormo assatanato pronunciando poche parole che commossero anche tutti gli uomini in fila, mentre le donne si infilavano le mani nelle mutande alla ricerca di un’emozione nuova. Dall’alto della mia torretta aspettavo soltanto che il mulo venisse a darmi il cambio – ma lui era troppo ghiotto di biada e così dovetti fare una quindicina di minuti extra. Poi spensi il riflettore e mi appartai sotto uno dei pilastri del muro di cinta per farmi una sega pensando alle gocce di rugiada che si formavano sui fiori nelle mattine di primavera. Quando ebbi finito, fui più triste di prima e corsi dal capomastro per vedere se c’era qualcosa di cui mi potessi occupare. Quando arrivai lì, trovai lo Spirito Santo intento a segare in due un tronco mentre un paio di ragazzette lo sfottevano a causa della canottiera sudicia che indossava. Tornai al campo e mi infilai nella mia tenda, da dove si poteva vedere il cielo stellato che si consumava notte dopo notte. I farmaci non facevano effetto e così, quando come al solito una piccola processione di ragni neri si infilò nella mia tenda per cercare riparo dal DDT, non seppi come fare per scacciare quelle immagini dalla mia mente. Chiamai con un fischio i cani a sei zampe, ma anche loro erano stati assoldati dal capomastro per dei lavori di muratura. Era quasi l’alba di quella mezzanotte quando la madre si affacciò dal crinale portando una lanterna con la quale illuminava i suoi passi tra i cadaveri.

     

    Non durò molto. Arrivata al villaggio, venne accusata di aver ucciso tutti gli uomini i cui cadaveri stavano marcendo sulle montagne e la allontanarono, costringendola a guadare il fiume nel cuore del mattino. Io osservai la scena dalla mia tenda, con un ragno sulla spalla e la mia tazza di caffè fumante stretta in una mano. La madre piangeva, ma era una cosa normale. Fu soltanto pochi giorni dopo che i disumani decisero di giustiziare tutti gli umani. Corsero per le campagne e li snidarono uno per uno, sopprimendoli in maniera scientifica. Quando ebbero finito, i migliori tra di loro si autoproclamarono “più-umani”, e presero in pugno la situazione. Convocarono i cani a sei zampe, che con riluttanza si radunarono nel cortile del capomastro mentre questi mangiava un’arancia affacciato alla finestra del piano di sopra. I “più-umani” scelsero l’animale migliore e decisero di conferirgli la stella di sceriffo. La bestia parve lusingata, ma dopo un attimo di esitazione rifiutò decisamente la carica, dicendo di non volersi immischiare in quelle faccende. Il capomastro allora si fece avanti, dicendo che avrebbe fatto lui lo sceriffo, visto che ne aveva la qualità – in fin dei conti, era stato lui che aveva aizzato la popolazione per scacciare la madre quando era tornata dal bosco dei cadaveri. I “più-umani” dissero che si sarebbero presi cinquecento anni per decidere se accettare la candidatura del capomastro e per quella sera tutto finì.

     

    Quindici anni dopo ci fu detto che la guerra era finita e che tutto sarebbe cambiato. Nessuno di noi era contento – i morti in special modo – e per un po’ facemmo finta di niente. Io continuavo ad arrampicarmi sulla torretta e accettavo di buon grado le visite notturne dei ragni nella mia tenda. Ma il mattino continuava a sputare fuoco e le processioni dei funerali e dei matrimoni continuavano ad attraversare la valle a ogni ora del giorno e della notte. Fu durante una di queste processioni che la vidi. Io non mi ero accorto di nulla, fu uno dei ragni a farmela notare. Era la processione di un funerale, ma era una cerimonia del tutto particolare. Non c’erano né carri, né bare e tantomeno preti. C’era solo una donna con un occhio cavo che avanzava un passo dopo l’altro, dondolando la mano destra nella quale stringeva una zampa di coniglio.

     

    In quella mattina non ci fu niente di sbagliato. La passai seduto nella mia tenda, con una tazza di caffè nella mano destra e il mio amico ragno sulla spalla sinistra – aveva imparato a intrufolarsi nella notte nel mio sacco a pelo e io avevo ormai smesso di cercare di impedirglielo. Per tutta quella mattina, contemplai la sfida che ingombrava il mio orizzonte: la totale assenza di qualsiasi sfida. Cominciò a piovere, l’acqua che scendeva dalla montagna alle spalle del campo trascinava con sé brandelli di uniformi dei soldati morti lassù che nessuno aveva sepolto. L’aria era fetida ma decisamente sopportabile se paragonata all’odore rancido dell’accampamento. Nel mezzo del pomeriggio vidi arrivare il prete a piedi.

    “Prete!”

    “Non mi scocciare, soldato.”

    “Prete, volevo solo domandarti se la madre è venuta con te l’altro giorno. Alcuni l’hanno vista salire sulla torretta del tank dalla testa di cavallo. Insieme a te.”

    “Non so di chi tu stia parlando. E in ogni caso, no, nessuno è venuto con me. Sono partito da solo. E, come vedi, sto tornando, anche, da solo.”

    Aveva smesso di piovere e una delle solite processioni stava attraversando lo spiazzo quando alcuni colpi di contraerea risuonarono nell’aria. Per abitudine afferrai il mio fucile ma poi ricordai che la guerra era finita e i colpi scomparvero. Nel piazzale del capomastro era in corso una riunione di maiali – chiedevano un aumento della paga e cibo migliore. Il maiale capo agitava le sue lunghe orecchie nere nell’aria per respingere ogni proposta del capomastro, che tuttavia non sembrava particolarmente preoccupato. Sapeva che, in caso di necessità, avrebbe potuto assumere le scimmie che occupavano la gabbia dove ora erano rinchiusi gli omosessuali – o addirittura gli omosessuali stessi, anche se poteva essere una soluzione rischiosa. Aveva ricevuto un grosso appalto per la costruzione di un nuovo convento destinato alle oche del villaggio, che durante la guerra avevano servito in prima linea come crocerossine e ora le superstiti si erano sistemate in un pollaio lasciato libero ai margini del campo.

    La sera stava cominciando a illuminare il piazzale costringendo gli uomini ad accendere i lampioni quando lei arrivò fino alla mia tenda, strusciando i piedi sul terreno fangoso. Io la osservavo dal recinto del canile. Aveva i capelli schiacciati sul capo a causa della pioggia e portava una lunga gonna grigia che si interrompeva bruscamente proprio sopra le caviglie. Giunta davanti alla tenda, diede una voce, poi, non ricevendo risposta, si decise a entrare. Ne uscì subito dopo, e fece vagare il suo sguardo lungo il perimetro del piazzale per vedere dove fossi finito. Non mi conosceva, eppure stava cercando proprio me. Dalla montagna altri tuoni rotolarono a valle, coprendo i tetti delle casupole di uno scuro brontolio che mi prese allo stomaco. Avrei dovuto esserci abituato ormai, ma non era così. Mi decisi ad andare incontro alla donna, senza avere idea di cosa dirle.

    “Donna.”

    “Ti stavo cercando.”

    “Come fai a cercare una persona che non conosci?”

    “In realtà, ti conosco fin troppo bene.”

    “Io però non ti conosco. È più facile che io abbia conosciuto il coniglio dal quale hai staccato la zampa che porti nella mano destra.”

    “Ti sbagli. E io ho fatto molti chilometri per arrivare fino a te. Ho attraversato valli e pianure mentre i combattimenti infuriavano. Sono sopravvissuta agli attacchi dei tank dalla testa di cavallo e ai lanciafiamme dei reparti di scimmie. Mi sono nascosta nei boschi, dovendomi difendere dagli orsi e dagli uomini, e ho attraversato indenne le linee più volte, nascondendomi nel fango ogni qual volta vedevo arrivare i soldati. I miei capelli sono diventati neri per la paura: prima che partissi erano biondi, e avevo solo diciannove anni. È passato molto tempo.”

    Le feci cenno di seguirmi e andammo a sederci nella mia tenda. Misi sul fuoco la gavetta con un po’ di caffè, che lei bevve avidamente sebbene fosse ancora troppo caldo.

    “Hai qualcosa da mangiare?”

    “No. Sono mesi che non mangio. Non ne sento più il bisogno, ormai.”

    “Dovrai insegnarmelo. Io continuo a sentire la necessità di mangiare: mi nutro di tutto ciò che trovo – corteccia di albero, pelle di animali morti, qualche galletta che recupero dai cadaveri dei soldati.”

    “Qui nel campo nessuno mangia più, neppure gli animali. Ci siamo abituati e questo fatto ci ha risolto un sacco di problemi. Ora la gente e gli animali lavorano solo per pagarsi il bere, il caffè e qualche vestito caldo.”

    “Ma venendo qui stamattina ho visto un vecchio che mungeva una mucca. Gli ho chiesto se mi dava un po’ di latte ma ha risposto di no. Se non l’ha bevuto lui, cosa se ne è fatto, allora? E le mucche, se non si nutrono più, come fanno a produrre il latte?”

     

    “La realtà è che siamo tutti morti. È successo molto tempo fa. All’improvviso, nel pieno della ritirata, le cavallette hanno annerito il cielo e dai crinali della montagna le scimmie incendiarie hanno aperto il fuoco. Ci hanno colto di sorpresa, hanno annientato tutti i soldati di guardia sulle montagne e poi hanno lasciato che i reparti di orsi si occupassero di noi. È stato orribile. Una morte talmente ingiusta, violenta e dolorosa che il mattino dopo, uno alla volta, abbiamo scoperto di essere ancora vivi – tranne i soldati sulle montagne. Nonostante le orrende ferite, le esplosioni, le fucilazioni e i lanciafiamme, il mattino dopo abbiamo scoperto che non eravamo morti. Però non avevamo più bisogno di mangiare. Non so bene cosa sia successo, ma ricordo bene che mentre una scimmia dirigeva verso di me il getto del suo lanciafiamme ho pensato che quella morte era troppo ingiusta e dolorosa per essere accettabile. E lo stesso devono aver pensato tutti gli altri che sono morti qui nel campo. È per questo che non abbiamo più bisogno di mangiare. Forse non moriremo mai più, essendo già morti. Inoltre ci sono stati molti matrimoni dal giorno della nostra morte ma nessuno è riuscito ad avere figli. Neanche gli animali si riproducono più. Però le mucche fanno ancora il latte, così come le capre, e le pecore hanno un pelo foltissimo che viene tosato due volte all’anno e poi ricresce più abbondante di prima.”

    “Però, se io posso parlare con te, se ti vedo, insomma, se posso toccarti, vuol dire che sei vivo…”

    “Non lo so, non ne sono sicuro. Tu sei la prima dei vivi che passano da queste parti a fermarsi qui da noi…”

  • #Tiaspettosultetto

    Qui sotto il video completo della chiacchierata-concerto con Cristina di Canio per il format #Tiaspettosultetto ideato da lei insieme a Francesca Elias e Andrea Spampinato. A causa delle condizioni meteo sfavorevoli l’abbiamo fatta #sottoiltetto, ma è stato bello lo stesso.

    Le canzoni che ho suonato:

    La mia rovina
    La ballata dell’uomoformica
    L’altalena
    Roma Raccordo Anulare (inedito)
    Addio bellezza (inedito)
    Tutto questo blu (inedito)

    Clicca per guardare la puntata

  • Cosa mi ha insegnato mia figlia, finora

    Ho una figlia. Si chiama Giorgia. Tra qualche giorno, compirà 17 mesi. Da questo specifico punto di vista, mi sento in testa alla classifica degli uomini più felici della storia. Ma la vita, in generale, è complicata, e non c’è bisogno che ve lo spieghi io in questo mio breve scritto.

    Prima che nascesse, la mia mente era preda di pensieri e riflessioni su come avrei dovuto comportarmi, una volta diventato papà. Ho sempre sentito l’enorme e gioioso fardello di questa responsabilità. Enorme e gioioso ricorda la “Gioiosa macchina da guerra di Occhetto”, ma lasciamo perdere per un momento. Enorme e gioioso. Quindi pensavo che avrei dovuto essere così e così, fare così e così, non cedere qui e qui ed essere invece di manica larga qui e qui. Tutte stronzate, ovviamente. Ma lo si scopre solo dopo. È questa la forza della vita: ha sempre ragione lei. Sempre, inteso nel senso di: sempre.

    Mia figlia mi ha fatto scoprire un sacco di cose di me che non conoscevo, mentre cercavo di imparare qualcosa su di lei (imparare: tenete a mente questo verbo, perché sarà uno dei leit-motiv di questo scritto. Vi anticipo il succo: sì, i genitori diventano tali imparando dai propri figli, e non il contrario).

    Un breve elenco di ciò che mia figlia g mi ha insegnato:

    sono molto più forte di quanto pensassi;

    sono molto più debole di quanto pensassi;

    ho molta più pazienza di quanto pensassi;

    possiedo risorse che non immaginavo di avere;

    mi mancano qualità che ero convinto di possedere;

    sono molto più fragile di quanto pensassi;

    a volte sono una sorta di lampione fulminato, che può essere rimesso in funzione solo da lei;

    i miei limiti fisici, nervosi e psicologici sono elastici;

    sono meno rigido di quanto pensassi;

    sono molto più felice di quanto avrei immaginato.

     

    Ora. Di fatto la mia esistenza attuale è il frutto di una mediazione. Tra l’uomo che ero prima e l’uomo che sarò: ora sono un uomo che non è, un essere non ben definito, che si sta muovendo da un punto A a un punto Boh? E il viaggio è duro, esilarante, doloroso, eccitante, buio, meraviglioso, terrorizzante, fantastico, e altri aggettivi che ora ahimè non mi vengono in mente, ma credo che abbiate capito. A volte la mia vecchia pelle ha uno scatto e cerca di ripresentarsi, ma io ho la forza sufficiente per ricacciarla indietro e dirle che non c’è più posto, qui e ora, per quella roba. Magari in futuro, ma ora qui siamo già in troppi. E poi c’è questa nuova e indefinita identità che si affaccia timidamente, a volte, altre entra sfondando la porta, e occupa tutta la scena.” Tu sei padre.” Mio dio, che angoscia. Però, anche: che liberazione. Il mio Io ricacciato nei recessi dell’elenco delle priorità. In fondo, in zona spareggio salvezza. Be’, questa cosa fa bene. Soprattutto ai narcisisti come me.

    “Papi-apiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!”

    Eccola lì, la mia meraviglia. Che è già abbastanza ruffiana da aver coniato un vezzeggiativo tutto suo per chiamarmi. “Papi-api”. Che vuol dire che io non sono il suo Papi. Io sono il suo Papi-api, una specie di Papi alla seconda. Ha già intuito le potenzialità della ripetizione nel linguaggio pop. Che meraviglia. A volte, presa da uno slancio d’affetto, mi abbraccia spontaneamente (certo, di solito la costringo), e io intravvedo una donna adulta in quel gesto. Ah. Santa Polenta. E ormai mi riempie di baci. Gesù. Tre o quattro alla volta. Ogni volta temo di morire. Ma per fortuna no.

    Cerco di essere rigoroso, quando serve. E non serve spesso. Ma quando serve, serve. E cerco di abbandonarmi a lei, provando a mantenere alcuni paletti che ci permettono di fare in modo che le giornate si svolgano in un modo quasi sensato. Quando cambiamo il pannolino, bisogna concederle una decina di minuti di gioco sul lettone col culetto all’aria. E chi non vorrebbe farlo? Io per primo me ne starei col culo all’aria, attaccato alla testata del letto, dondolandomi sulle ginocchia, per qualche minuto ogni mattina, facendomi beffe della vita (Bompiani? Prrrrrrrrrrr. Commercialista? Prrrrrrrrr. Scrittore wanna-be che vuole che io lavori al suo manoscritto? Prrrrrrrrrrrrrrr. Vabbè, dài, su Bompiani scherzavo, nel caso in cui qualcuno della redazione si imbatta in queste parole…). Poi scegliamo i vestiti da mettere: neanche due anni e già mi risponde “No-no-no-no-no”, agitando il minuscolo indice paffuto, quando le propongo una maglietta che non è di suo gradimento. C’è da dire che dalla mia ho una discreta arte oratoria e una fanciullezza che non mi abbandona, quindi non fatico a mettermi al suo livello e quasi sempre a convincerla che invece quella maglietta è proprio quello che ci vuole per affrontare la giornata che ci attende. Poi, quando è vestita, andiamo di fronte allo specchio per vedere l’effetto che fa. E di solito fa proprio un bell’effetto, altroché.

    E poi, da quando è nata, rido come non mi era mai successo in precedenza. Mia figlia fa ridere (sì, immagino, anche i vostri, ma la mia di più: stateci – scherzo, per carità: ogni scarrafone ecc. ecc.). E ognuna di quelle risate è un calcio alla paura, un calcio al terrore e all’angoscia, un calcio ai miei limiti e alle mie inadeguatezze, un calcio alle difficoltà economiche e allo stato del mondo, un calcio alle priorità assurde e un calcio alle abitudini del passato.

    Un paio di mesi fa, grosso modo, eravamo al parchetto dietro casa, un pomeriggio. E a un certo punto g ha mosso i suoi primi passi da sola. Holy shit. Cosa fa, cammina? Cammina! Come il primo ominide che ha provato a ergersi sulle zampe posteriori, mia figlia camminava: stava cioè sviluppando le capacità che le avrebbero permesso di andare incontro al mondo. E lontano da me. Eh. Mica sono roba tua, i figli. Sono esseri autonomi. Persone come te. Faranno le loro scelte, giuste o sbagliate che siano. Saranno le loro scelte. Sarà la loro vita. Mi sto allenando da mesi a quel momento (sì, sono un po’ ansioso: non succederà domattina). A non essere di intralcio. A non offrire pareri non richiesti. A non intromettermi. E sto allenando anche lei a quel momento, in un certo senso. Spingendola fin da ora a essere autonoma. Sforzandomi di non aiutarla, ma incoraggiandola a fare da sola. A mostrarle che può farcela da sola. Che io sono sempre lì, ma può farlo da sola. E che anche se ora ci mette diciassette minuti a lavarsi i denti autonomamente (pretende di farlo da sola), quei diciassette minuti sono un ottimo investimento per il futuro.

    La settimana scorsa, a casa di mio fratello per il non-compleanno del mio adoratissimo nipotino, g mi ha scacciato dal sedile del pianoforte: fino a quel giorno, lei si sedeva sulle mie ginocchia e “suonavamo” a quattro mani. Quel pomeriggio, ha voluto sedersi da sola. Mi ha fatto un cenno per dirmi che dovevo alzarmi: praticamente mi ha spinto via. E allora sono stato lì, in piedi accanto ai bianchi e neri, con un braccio allungato dietro la sua schiena per evitare un eventuale capitombolo causato dalla foga dell’esecuzione. Ad ammirare quelle manine paffute che producevano grappoli di note tanto assurdi quanto casuali, con la consumata maestria che solo chi sta scoprendo un mondo nuovo può avere.

  • La resa di Cesare Basile

    Live report: Cesare Basile e I Caminanti, Serraglio, Milano, 23/03/17

    Ieri sera Cesare al Serraglio. Band di sei elementi tre uomini e tre donne. Suono a volte maestoso, altre asciutto fino all’osso. Gli uomini ancorano la musica alla terra, alle radici, le donne la sollevano, la spingono in alto, la fanno galleggiare. Esattamente in mezzo, la voce di Cesare, che si fa né maschile né femminile per parlare a nome di tutte e tutti, spesso accompagnato da un controcanto femminile che sa di coro greco, che commenta gli accadimenti, che lascia presagire il futuro. C’era un senso di circolarità ieri sera, collegato strettamente a quello di isola: da un’isola non si può fuggire, come non lo si può fare da se stessi. Si è costretti a stare, a essere, nel qui e nell’ora, senza il sollievo della possibilità di andarsene ‒ dai luoghi o da se stessi. E l’altro concetto che mi è frullato in testa ieri sera per tutto il concerto è quello di resa. Cesare si è arreso, i Caminanti sono un gruppo di artisti che ha deciso di arrendersi. Arrendersi a se stessi, arrendersi alla musica, arrendersi a un ruolo nel qui e nell’ora che non potevano più evitare. Ed è una resa connotata da una gioia sobria, a giudicare dalle facce, dagli sguardi e dal movimento dei corpi sul palco, ieri sera. Una resa di cui partecipa anche il pubblico: guardandomi intorno vedevo facce stupite, gente a occhi chiusi che faceva dondolare il capo al ritmo della musica, sorrisi accennati che nascondevano molto di più. La resa a un’ossessione ‒ la vita, la libertà o l’arte ‒ sottolineata da schemi ritmici ripetitivi, ossessivi, primordiali, e soluzioni armoniche monocordi, una base elementare che gli uomini portano avanti infondendole profondità e spessore e le donne colorano e ricolorano, distendono e poi accartocciano con le voci, le tastiere, la chitarra, le percussioni, i loro corpi stessi. Cesare canta in un dialetto siciliano a me incomprensibile, ma questo mi impedisce di cogliere il significato delle parole, non il senso, che arriva a ondate. Quindi la Sicilia, i campi, il mandorlo amaro e gli aranci, i muretti a secco battuti dal sole, gli scecchi stracarichi. Verga, i Malavoglia. Odore di carne, sangue, zolfo, sudore. Puzza di morte e d’amore. Sesso e bava alla bocca. Muscoli che si tendono, acqua che cola. L’eterna lotta dell’uomo con la vita e con se stesso, con la società e con la morte. Una lotta che i Caminanti hanno imparato a condurre e, forse, anche a vincere, nell’unico modo in cui si possa fare. Arrendendosi a se stessi.

    [Foto Gianluca Giusti]

  • AMERICAN LIFE: 10/3 @ Ligera, Milano

    Le poesie di Raymond Carver e le canzoni di Bruce Springsteen ci faranno da guida in un emozionante viaggio verso il cuore della narrazione americana. Proveremo a confrontare le opere di questi due fuoriclasse dello storytelling per capire quali aspetti hanno in comune e dove, invece, i loro percorsi si allontanano, pur confluendo in un identico luogo: la ricerca del significato profondo dell’esperienza umana.

    Fabrizio Coppola (Milano, 1974) è cantautore, editor, traduttore. Ha pubblicato cinque dischi e un romanzo e tenuto concerti in Italia, Germania, Francia e Svizzera. Grande appassionato di musica e letteratura statunitensi, Carver e Springsteen sono due dei suoi maggiori numi tutelari.

     

    American Life

    10 Marzo 2017

    Spazio Ligera

    Via Padova 133, Milano

    Ore 21.00

    Ingresso: 5 euro

    Partecipa

  • Intervista su Mescalina.it

    Una lunga intervista su Mescalina.it a cura di Ambrosia J.S. Imbornone, in cui si parla dei brani di Ismaele, dei miei prossimi concerti e di altre cosette. Contiene anche un paio di video live del debutto di Ismaele al Bellezza di Milano.

     

    http://www.mescalina.it/musica/interviste/10/01/2017/fabrizio-coppola