• Ismaele

     

    IsmaeleAlla fine del tour di Waterloo mi sono preso una lunga pausa, avevo bisogno di un po’ di tempo per sgomberare la mente. Dopo più di dieci anni di attività, ho sentito il bisogno di azzerare il tutto e di provare molto lentamente a immaginare un modo per continuare a fare il musicista, cercando però di concentrarmi solo sugli aspetti positivi. Le aspettative troppo alte, se non sono soddisfatte, chiedono un prezzo. C’è voluto del tempo, ma ora sono pronto a ricominciare, in modo diverso rispetto a prima: così ho deciso di portare in giro una manciata di nuove canzoni, che ho scritto negli ultimi quattro anni, perché suonare dal vivo è ancora una delle cose più belle della mia vita. Poi penserò a registrare questa raccolta di canzoni, che per ora ha il titolo di Ismaele, ma non ho alcuna voglia di rimettere in piedi la classica routine scrittura/registrazione/promozione/concerti. Mi piace molto l’idea che queste canzoni per qualche tempo non esisteranno se non quando ve le suonerò. Si faceva così, prima del giradischi. Quindi se vorrete ascoltarle dovrete uscire di casa. Voglio riappropriarmi della musica come esperienza reale e condivisa, umana, fatta con e per le persone.

    Quelle di Ismaele sono tutte canzoni d’amore, si può dire. Mi sono concesso una maggiore libertà di scrittura, lasciando che le canzoni mi conducessero dove volevano, invece di scrivere con un obbiettivo in mente, com’è stato per Waterloo, ad esempio. Ed è venuta fuori questa vena sentimentale, che mi sento in grado di maneggiare serenamente, ora che ho passato i quarant’anni. Le presenterò in una serie di concerti, senza il bisogno di farne mille, con l’intenzione di rendere speciale ogni serata. Sarò da solo con le mie chitarre e la mia voce.

    Le prime date confermate:

    11 novembre, Arci Bellezza, Milano

    13 gennaio, Arci Tambourine, Seregno (MB) con G. Dottori

    28 gennaio, Arci Pintupi, Verderio Inferiore (LC)

    Più info a seguire

    [Per l’immagine in alto, illustrazione di Simone Pirovano, artwork di Antonella Paulon.]

  • Rileggere La strada di McCarthy dopo essere diventato padre

    Mi sono alzato alle sei. Fuori il cielo era ancora nero, stranamente. Sono andato in cucina, ho messo su un caffè e ho scorso sul cellulare i titoli del Post. In uno si diceva che un bombardiere USA ha sorvolato la Corea del Sud probabilmente come gesto dimostrativo nei confronti della Corea del Nord in seguito al test nucleare effettuato qualche giorno fa. Ho riguardato il cielo. Erano le 6:15 e non c’era traccia d’alba. Per un attimo ho pensato che qualcosa da quelle parti fosse andato storto e che avevano sganciato qualche bomba di cui noi non sapevamo ancora nulla e che il mondo era già immerso nelle tenebre post-atomiche. Questo perché qualche ora prima avevo finito di rileggere La strada di McCarthy.

    Avevo regalato la mia copia a un amico, una sera di diversi anni fa: ci eravamo messi d’accordo per una cena all’ultimo minuto, io volevo regalargli quel libro perché stava attraversando un momento difficile e pensavo che gli avrebbe fatto bene leggerlo, così non avendo il tempo per andare in libreria avevo preso la mia copia, avevo scritto una dedica sul frontespizio e gliel’avevo portata quella sera. Prima di allora l’avevo letto anche in versione originale, attratto dalla forza di quella scrittura così efficacemente resa dalla traduzione di Martina Testa. E l’altro giorno, aggirandomi nel salotto, nella libreria che contiene i libri di m, l’occhio mi era finito sul dorso del volume. Pochi istanti dopo ero sul divano, immerso nella lettura. Ora che ho finito di rileggerlo, realizzo che in qualche modo sapevo che avrei voluto tornare su quelle pagine dopo essere diventato padre ‒ una di quelle cose che sai anche se non in maniera consapevole.

    Finito il caffè sono venuto qui nel mio studio per recuperare la copia in inglese e sfogliarla. L’ho estratta dallo scaffale e neanche il tempo di girarmi che alcuni libri sono scivolati fino a colpire una cornicetta che è precipitata al suolo producendo un rumore spaventoso nel silenzio della casa delle 6:26. Sarà un segno, forse? mi sono chiesto.

    L’ho finito in due giorni, usando il poco tempo libero che ho in questo periodo. Ne ho letto la maggior parte seduto sul divano, con la piccola g tra le braccia, avviluppata in una copertina di lana di colore blu. Non mi ha fatto male come le altre volte in cui l’avevo letto. Anzi, a un certo punto mi son detto che questo romanzo è pieno di luce, una luce che in pochi forse hanno riconosciuto. La luce che anima le persone che lottano per ciò in cui credono anche quando tutto sembra o è perduto, la luce della volontà, che poi alla fine, molto spesso, è l’unica cosa che ci resta. Questo racconto atavico di un uomo in lotta contro l’orrore e la morte, una morte onnipresente nell’assenza di un qualsiasi, minimo accenno del suo contrario, la vita, spazzata via in ogni sua forma da un olocausto nucleare, eccezion fatta per alcuni pochi (s)fortunati esseri umani che si trovano a vagare in un mondo carbonizzato e deceduto nel tentativo di sopravvivere in un qualche modo. Alcuni passi li ricordavo quasi a memoria (il bunker antiatomico, la barca a vela, l’uccisione di uno dei cannibali) e anche se il libro ormai lo conosco bene, la scrittura così secca e coinvolgente me lo ha fatto sembrare un romanzo nuovo a me sconosciuto ‒ o, forse, sconosciuto al me di adesso. La luce, dicevo. A ben pensarci, sembra quasi un romanzo sull’ottimismo, per assurdo, sul mantenere un atteggiamento disperatamente positivo anche quando il mondo intorno è crollato (in questo caso, in senso letterale…). Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà, diceva qualcuno. E un’altra cosa che mi è venuta in mente è che La strada e il suo protagonista sono assolutamente privi di eroismo. Quell’eroismo madido di retorica che oggi fa apparire come straordinari gesti (che dovrebbero essere) banali ed elementari e che le cronache ci spacciano quotidianamente per macinare qualche clic in più in favore dei contratti pubblicitari. Invece non c’è nulla di eroico nella vicenda dell’uomo e del bambino. E il tono e la scrittura di McCarthy ci suggeriscono più volte che è così. E anche se il narratore non giudica né in un modo né nell’altro la scelta compiuta dalla madre, quella cioè di rinunciare all’esistenza in un mondo in cui ogni esistenza sembra impossibile ‒ o forse lo è, quando si presenta priva delle caratteristiche che oggi per noi ne definiscono il concetto ‒, allo stesso modo non giudica neanche le scelte dell’uomo. Si limita a registrarle. A raccontarcele. La scrittura di McCarthy non cerca di farci empatizzare con il protagonista quanto piuttosto di descriverci minuziosamente, con un miracoloso gioco di dentro e fuori, di immagini dell’esterno che riecheggiano le sensazioni interne, la realtà che sta vivendo. Una realtà che sfugge quasi alla comprensione, una realtà quasi irreale nelle sue caratteristiche principali, una nuova realtà che non ha nulla a che fare con quella alla quale siamo abituati: sole, cieli blu, animali, alberi, piante giù giù fino a strade, ponti, case, città, ogni cosa è scomparsa, cancellata o ricoperta dalla cenere di una Dust Bowl atomica che rimane il tratto distintivo di questo nuovo mondo, la cui caratteristica principale è quella di non essere quasi pensabile per quanto è lontano dal vecchio mondo (a proposito di Dust Bowl, nel prossimo capitolo alcuni interessanti parallelismi che ho notato tra La strada e Furore). Niente retorica quindi, così come niente eroismo. Ma moltissima paura, un terrore sbiancato come le ossa esposte dei morti che i due incontrano lungo la strada. Una paura che ci parla, a noi ex benestanti della ex classe media di questo nuovo mondo occidentale post-crisi, post-crescita, post-industriale, post-espansione continua, post-culturale, ecc. Una paura che si nasconde nel nostro cuore mentre seduti nei nostri divani di fronte alla libreria ‒ che orgoglio, tutti questi dorsi ordinati di tutti questi libri che ci vantiamo di aver letto e in qualche fortunato e raro caso addirittura compreso ‒ culliamo tra le braccia un qualche piccolo alieno di neonata indifesa appena precipitata lì dal grande nulla che ci precede e che ci attende. Un terrore che era già nei nostri cuori prima che arrivasse lei. E prima che leggessimo questo romanzo. E che resterà con noi, accanto a quella luce che sgocciola dalle pagine del libro. E che, forse, sarà la nostra fortuna.

  • Miracoli a Milano: qualche novità

    Cari amici, raccolgo qui in un post unico alcuni articoli e interviste che sono usciti sui miei microracconti milanesi. Innanzitutto, una cosa divertente: tempo fa avevo scritto una mail a Beppe Severgnini, per parlargli del progetto. Qualche tempo dopo lui ha pubblicato la lettera nel suo blog, Italians, quindi immagino che i racconti gli siano piaciuti (o perlomeno non gli abbiano fatto schifo).

    Poi passiamo a MilanoSurfing, che in questo bell’articolo a firma di Francesca De Pascale scrive cose così:

    La testa affonda nel cellulare e storia dopo storia il miracolo si compie. Il primo miracolo è che sono storie. Piccole storie. Piccole come se qualcuno avesse scattato una foto in una delle stanze in cui Carver ambientava i suoi racconti. Storie piccole e meravigliose come se qualcuno avesse acceso il microfono e avesse registrato dialoghi immaginari tra i personaggi dei quadri di Hopper.
    Il secondo miracolo è che sono pietre preziose da mettere in tasca e portare in silenzio con sé mentre si attraversa la vita anche quando questa ti porta altrove.
    Il terzo miracolo è che sono ambientate a Milano. Negli angoli e lungo le strade che normalmente abitiamo.

    Poi è uscita una breve intervista su NeroSpinto, a cura di Marco Trabucchi:

    Si sente parecchio una vena nostalgica. Pensi che Milano sia una città nostalgica?

    Per alcuni versi sì, o perlomeno la mia Milano lo è, quella che colpisce la mia sensibilità e la mia immaginazione. Il cambiamento nell’umore della città avvenuto negli ultimi anni è evidente, e io sono il primo a esserne ben felice, eppure ci sono alcuni angoli della città che sembrano vibrare e risplendere solo in quelle giornate in cui il cielo è bianco e il sole non riesce a filtrare, oppure in alcune sere invernali, quando la pioggerellina rende lucidi il pavé e i binari del tram e le luci delle macchine e dei semafori sono circondate da un alone indefinito. Ma la mia Milano è anche quella di Marzo, quando il vento spazza il cielo, che si fa di un blu difficile da descrivere, e in fondo a corso Buenos Aires si vedono le Alpi.

    E un’altra intervista, stavolta un po’ più lunga, a cura dell’amico scrittore Roberto Bonfanti, in cui abbiamo parlato anche del mio primo romanzo, Katana, e della mia esperienza con il collettivo dei Piccoli Maestri:

    Negli ultimi mesi hai partecipato anche al progetto “Piccoli maestri”, andando a leggere romanzi classici nelle scuole. Vuoi raccontare qualcosa di quest’esperienza? Che riscontro hai avuto da parte degli studenti?
    Un’esperienza molto appagante. Faticosa per certi versi ma molto appagante. Io propongo “Novecento” di Baricco agli studenti delle medie, un romanzo che mi permette di parlare di alcuni temi che mi stanno a cuore: la musica, l’idea del viaggio, l’oceano, il nostro passato di migranti, l’America, la città, i sogni… Ai ragazzi delle superiori invece propongo “Il giovane Holden” e poi una lettura/concerto su “Furore” di Steinbeck, inframmezzata dalle canzoni di grandi songwriters americani cantate così, senza amplificazione, chitarra in mano, passeggiando per l’aula. La risposta che ottengo di solito è sempre superiore alle aspettative. I ragazzi sono svegli, interessati, curiosi, attenti: sono un patrimonio che andrebbe curato maggiormente, che andrebbe stimolato e messo nelle condizioni di sviluppare il proprio potenziale. In particolare, ho scoperto nelle parole dei ragazzi come Holden sia un personaggio ancora estremamente reale, che tocca questi studenti oggi così come ha toccato me quando l’ho letto la prima volta al liceo. E inoltre, almeno i ragazzi che ho incontrato io, non hanno difficoltà nell’immedesimarsi nelle storie come quella di Steinbeck, in teoria distanti anni luce dal loro vissuto. E questo dice che i veri capolavori sono quelli che continuano a parlare al mondo e del mondo anche decine di anni dopo essere stati scritti, e poi che una buona storia, quando è buona sul serio, travalica i confini dello spazio e del tempo: il cuore dell’esperienza umana, in fondo, è sempre lo stesso, indipendentemente dalle variazioni del contesto in cui viviamo.

    Infine, da qualche settimana i miei miracoli compaiono anche su Sonda.Life, un bel sito di informazione, società e cultura.

    E con questo è tutto. Vi ricordo solo i canali di Miracoli a Milano:

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  • Una geografia sentimentale della mia nazione: Manuel Agnelli

    L’altra sera, cazzeggiando in uno zapping assonnato e disinteressato, mi sono imbattuto in un programma su Rai5 in cui Carlo Massarini intervistava Federico Guglielmi e Manuel Agnelli.
    Dopo poche parole, Agnelli ha preso la chitarra e ha attaccato Padania. E in un attimo mi è tornato tutto su.

    Due ciminiere e un campo di neve fradicia

    Qui è dove sono nato e dove morirò.

    Come un groppo in gola che non sparisce mai, una fitta nello stomaco a cui cerchi di non pensare ma che non riesci a scacciare mai definitivamente. Quella strana malinconia di un autore di canzoni che ammette a se stesso di non essere mai stato in grado di scrivere con questa millimetrica precisione versi senza scampo che ti inchiodano a quello che sei, quello che solo tu sai di essere, nonostante i milioni di mascheramenti che nel corso di una vita del tutto normale ognuno di noi indossa.
    E che uno scriva canzoni o no, è proprio questo che deve fare la grande musica, farti venire voglia di piangere e di ballare, di cercare subito un balcone per buttarti di sotto e cambiare immediatamente idea, o perlomeno di rimandare. Mi arrendo, mi arrendo, lo giuro.

    Piangi fermo in tangenziale

    Inseguivi una cazzata

    Milano, Milano, Milano, un’ossessione continua, un ambiente claustrofobico negli anni Novanta, oggi quasi irriconoscibile (avevate mai visto, prima, dei milanesi felici?). Si annegava nella frustrazione, nel grigiore esistenziale di una città che non voleva essere città, di persone che non erano in grado di essere persone fino in fondo. Dicevi sempre “Sono di Milano” con una punta di orgoglio, certo, ma quell’orgoglio che nasce dall’idea di essere in grado di sopportare una maledizione, una condizione al tempo stessa fisica e spirituale che ti inchioda al muro e lì ti lascia, per tutta la notte, per tutta la vita.

    C’è una strada in mezzo al niente piena e vuota della gente

    E non porta fino a casa se non ci vai tu

    Ecco, finalmente, una lacrima. Capite cosa voglio dire? Ho 41 anni, mi commuovo ascoltando una canzone pop – e ne ho viste abbastanza nella vita per avere un cuore indurito (niente di cui vantarsi, solo la verità). E invece no, questa roba arriva dritto lì, dove non vorrei, lì dove il mio fortino è sguarnito. Ed è una fortuna sapere che c’è qualcuno che scrive qualcosa che ogni volta ti trova nudo in mezzo al bosco, al freddo. Sono pochi quelli che ci riescono con me, si contano sulla dita di una mano e non starò qui a farne l’elenco. Non so, da qualche mese a questa parte ho iniziato a sentire il bisogno di ringraziare chi andava ringraziato, persone che conosco e che non conosco, e provare a ridare indietro un po’ di quello che tutti questi compagni di strada, conosciuti o no, hanno regalato a me e alla mia vita fino ad ora. E ho scoperto che è bello ringraziare. Liberatorio. Riconoscere i pezzi di altri che sono diventati parte di te. Finché non lo fai, questi pezzi rimangono come corpi estranei. Dopo, li puoi accogliere, inglobarli, l’immagine lentamente si compone, i contorni non sono più così sfuocati, e cominci ad assomigliare un po’ di più a quello che sei.

    Torneremo a scorrere.

    A me, di tutto il resto (le polemiche, le scazzottate sotto il palco, le arguzie dei poveri di spirito) non frega nulla. Agnelli è uno dei padri fondatori della mia casa, della mia repubblica e della mia idea di r’n’r.

  • Consigli di lettura non richiesti

    1. Luis Sepulveda, Patagonia Express (Guanda, 127 p., euro 7,50). Appunti di viaggio dalla terra alla fine del mondo.

    2. Paolo Rumiz, Trans Europa Express (Feltrinelli, 231 p., euro 9,00). Resoconto di un itinerario lungo il confine orientale dell’Europa, da nord a sud. Molta Storia, tantissime storie.

    3. Valerio Magrelli, Il sangue amaro (Einaudi, 141 p., 13,00 euro). Poesia, non riesco a dirne nulla se non: leggetelo.

    4. Valerio Magrelli, Genealogia di un padre (Einaudi, 143 p., 18,00 euro ma forse nel frattempo è uscito in economica). Letto l’anno scorso, riletto all’inizio dell’anno. Magrelli è uno dei miei più recenti super preferiti. Consigliato a tutti quelli che hanno un padre, a chi non l’ha più e a chi non l’ha mai avuto.

    5. Elizabeth Strout, I ragazzi Burgess (Fazi Editore, 445 pagine, 18,50 euro). Strout è una fuoriclasse. Nutro infinito amore per la sua scrittura, una sorta di minimalismo potenziato che le permette, in una sola frase, di inserire più storie di quante a volte se ne trovano in alcuni romanzi. Inoltre, lei è del Maine e vive a NY, due posti in cui ho lasciato pezzi di cuore, e questo non può che far aumentare il mio apprezzamento. In due parole: se volete leggere una scrittrice in grado di farvi scoprire nuovamente, pagina dopo pagina, personaggio dopo personaggio, storia dopo storia, cosa voglia dire far parte della categoria “esseri umani”, allora la Strout è quello che fa per voi. Leggete ogni cosa che ha scritto, non ve ne pentirete.

    6. John Cheever, Una specie di solitudine. I diari (Feltrinelli, 504 p., 11,00 euro). Questo l’ho iniziato da una settimana, leggo lentamente per non finirlo. Una prosa magnifica nei diari intimi e dolorosi di uno dei più grandi autori americani del XX secolo.

    7. Claudio Magris, L’infinito viaggiare (Mondadori, 245 p., 9,50 euro). Appunti di diversi viaggi. Una scrittura lucidissima che mira (e ci riesce) a gettare un po’ di luce sull’esperienza del viaggio come scoperta di sé e di conoscenza dell’altro come unico percorso da compiere per arrivare, alla fine di tutto, alla propria casa. Meraviglioso.

    8. A proposito di un sogno. Le più belle interviste a Bruce Springsteen, a cura di Christopher Phillips e Louis P. Masur (Feltrinelli, 504 p., 25 euro). Un regalo gradito. Lunghe interviste in cui il nostro, nel corso di tutta la carriera, offre la sua visione del r’n’r (cioè, della vita).

    9. Stefano Bartezzaghi, M, una metronovela (Einaudi, 275 p.). Altro regalo, e di questo hanno coperto il prezzo quindi non so dirvi ora. Un libro arguto, riflessivo, divertente, giocoso ma non troppo, serio ma con leggerezza. Perfetto per chi non conosce Milano, come la maggior parte di quelli che ci vivono e ci muoiono senza riuscire a scoprire l’anima della città.

  • Miracoli a Milano

    http://miracoliamilano.com

    Miracoli a Milano è una raccolta in continuo aggiornamento di brevi narrazioni che fissano come in una polaroid, piccoli, significativi avvenimenti di persone comuni. Una sorta di catalogo non esaustivo di ciò che accade nelle vite degli sconosciuti che ci passano accanto tutti i giorni.
    Il termine “miracoli” fa riferimento all’epifania minima contenuta in ognuno di questi racconti, cioè uno svelamento, uno scarto infinitesimale tra ciò che si percepisce e ciò che è realmente.

    Per ogni racconto, viene citato il luogo, il giorno e l’ora in cui sono avvenuti i fatti narrati. Da qui l’idea di realizzare anche una mappa interattiva di Milano che riporta tutti questi piccoli miracoli.

    [googlemaps https://www.google.com/maps/d/embed?mid=ze7gLoMhBGpo.kBoFYDhR5adA&w=640&h=480]

    http://miracoliamilano.com

  • Letture, poesie e una nuova canzone

    Cari amici, un aggiornamento su alcune cose accadute ultimamente.

    Innanzitutto, sono entrato a far parte di Piccoli Maestri, un’associazione di scrittori che va nelle scuole a proporre letture dei propri libri preferiti. Ho già tenuto diverse di queste lezioni/letture, parlando di Novecento di Baricco ai ragazzi delle scuole medie e del Giovane Holden, di Salinger, ai ragazzi del liceo. Inoltre ho anche tenuto una lettura/concerto su Furore di Steinbeck, accompagnata dalle canzoni di Woody Guthrie e di altri grandi songwriter americani. È un’esperienza molto soddisfacente, i ragazzi mi stupiscono ogni volta, sia per l’interesse dimostrato verso i libri, sia per la vivacità dei loro commenti e delle loro considerazioni.

    Poi, all’inizio di quest’anno ho tradotto per Ghost Records Qualcosa che non ho fatto mi sta seguendo, un libro di poesie di Barzin, cantautore canadese di origini iraniane. È stato un bel lavoro, forse una delle cose più belle che ho fatto in ambito editoriale fin qui. Se siete interessati, il libro lo potete trovare sul sito di Ghost Records.

    E veniamo alla musica.

    Da qualche tempo collaboro con TimeLab, una struttura di servizi che, tra le atre cose, ha deciso di provare a spingere il mercato degli House Concert, selezionando un piccolo manipoli di artisti da proporre. Quindi, se volete invitarmi a casa vostra per un concerto fuori dagli schemi, a questo link trovate tutte le informazioni che vi servono.

    Poi, sto ragionando molto (anche troppo) sul ruolo che ha la musica oggi nella quotidianità di ognuno di noi. Questo perché negli ultimi anni ho continuato a scrivere molte canzoni e ne ho anche registrate diverse di queste. Sinceramente, l’idea di ripartire con tutta la trafila tradizionale di registrazione-stampa-promozione-video mi angoscia non poco, visti i cambiamenti in questo settore di cui sopra. Quello che non mi angoscia per nulla, invece, è l’idea di continuare a suonare e a fare concerti. Da tutto questo pippone, ne deriva che inizierò gradualmente a pubblicare la mia musica in maniera diversa da prima. E quindi, qui sotto trovate un primo brano da ascoltare, che si intitola Sulla linea: regalatemi 4 minuti del vostro tempo e del vostro cuore, che valgono molto di più di qualsiasi prezzo si possa pagare per una canzone.

    Sicuramente sto dimenticando qualcosa, ma non importa

    Allora grazie per essere arrivati alla fine di questo lungo scritto e alla prossima

    f

  • Come Tom Joad riuscì a far chiudere il NYSE

    Quando Bruce Springsteen iniziò a scrivere The Ghost of Tom Joad, un disco acustico di tema politico e sociale, trasse ispirazione da una serie di articoli pubblicati sul Los Angeles Times (all’epoca viveva in California) che parlavano della diaspora dei migranti messicani che cercavano di oltrepassare il confine con gli Stati Uniti per iniziare una nuova vita (gli articoli sono accreditati e citati nelle note accluse al disco). Allo stesso modo, una settantina di anni prima, John Steinbeck aveva tratto l’ispirazione da cui scaturì il suo capolavoro The Grapes of Wrath (Furore) da una serie di articoli che narravano della migrazione verso l’ovest dei contadini che avevano perso la terra a causa delle Dust Bowl, le tempeste di sabbia che stavano distruggendo i raccolti e gettando sul lastrico decine di migliaia di piccoli mezzadri. La title-track del disco di Springsteen di cui sopra riattualizza il protagonista del romanzo di Steinbeck, Tom Joad, creando un significativo parallelismo tra l’America della Grande Depressione e quella della fine del XX secolo. Già Woody Guthrie aveva composto una canzone ispirata al capolavoro steinbeckiano, una ballata intitolata semplicemente Tom Joad. Ma Springsteen si spinge oltre, arrivando a parafrasare nell’ultima strofa le parole che il protagonista del romanzo rivolge alla madre, quando la informa della sua intenzione di lasciare la famiglia e proseguire da solo. In quelle parole, si manifesta una delle tematiche principali del romanzo, quella di una grande anima del mondo, della quale siamo tutti partecipi e che tutti condividiamo. Così, quando la madre chiede al figlio quando potrà vederlo, lui le risponde così:

    “Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. […] Sarò negli urli di quelli che si ribellano… e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta.” [Traduzione di Sergio Claudio Perroni, Bompiani, 2013.]

    Che, nell’ultima strofa del brano di Springsteen, diventa questo:

    “Mom, wherever there’s a cop beating a guy / wherever a hungry newborn baby cries / wherever there’s a fight against the blood and hatred in the air / look for me, Mom, I’ll be there.”

    Uno degli elementi più significativi della cultura popolare, secondo me, è che nulla di essa va perduto quando gli artisti si assumono la responsabilità di affrontare tematiche universali, che non hanno né tempo né luogo, ma semplicemente rappresentano delle invariabili costanti dell’esperienza umana. Così, quando nel 1999 i RATM decidono di girare il video del brano Sleep Now in Fire di fronte alla sede del NYSE, la Borsa di New York, gli addetti alla sicurezza decidono di chiudere la sede durante le riprese, temendo proteste e scontri, pur non interrompendo le contrattazioni. E visto che gli stessi RATM fecero una cover del brano di Springsteen, del brano ispirato da Steinbeck, a me piace pensare che il vecchio Tom Joad, in qualche modo, abbia avuto la sua rivincita – lui e tutta la folla di diseredati come lui – e che lo spauracchio delle sue rivendicazioni di giustizia, dignità e rispetto, passate da un artista a un altro come il testimone di una staffetta, sia riuscito a costringere gli operatori della Borsa a barricarsi per qualche ora all’interno della loro sede di lavoro, prigionieri di se stessi e del mondo che essi stessi hanno contribuito a costruire.

  • Nonna Flora, il Natale e il bordo della sedia

    Considerazioni a posteriori suscitate dall’aver ricevuto in regalo la trilogia di Fabio Montale di Jean-Claude Izzo (nessun nesso tra il regalo e tali considerazioni, ma il cervello umano è un mistero misterioso).

    Quando finiva la cena della vigilia, o perlomeno veniva sospesa all’arrivo in tavola delle zeppole dolci – il che voleva dire che il più ormai era fatto –, iniziava il rito della consegna dei regali. A differenza di quanto accade nella maggior parte delle case italiane, la consegna dei regali di Natale in casa Coppola è sempre avvenuta seguendo un rito di chiara derivazione collettivistica e socialisteggiante. I doni erano tutti ammucchiati sotto l’albero, ognuno con la sua targhetta che indicava il mittente e il destinatario. Poi, a turno, si consegnavano e si aprivano i pacchetti uno alla volta, in modo che tutti vedessero chi aveva regalato cosa a chi. Dopo l’apertura si commentava, gli adulti bevevano un bicchierino di liquore, i bambini azzannavano un’altra zeppola o un fico secco farcito con noci o mandorle, e si proseguiva nel rito.
    Mia nonna se ne stava rannicchiata sul bordo della sedia, quasi a voler testimoniare plasticamente una condizione esistenziale di perenne insicurezza e l’abitudine a farsi bastare meno del necessario (perché occupare tutta la seduta della sedia quando ne può bastare un angolino?). Quando arrivava il momento di aprire il suo regalo, lo scartava solitamente con una mano sola, controvoglia, a disagio e, prima ancora che il dono fosse del tutto visibile, smetteva di spacchettarlo, portava quella stessa mano davanti alla bocca – come a voler cercare di nascondere ciò che stava per dire – e invariabilmente, anno dopo anno, regalo dopo regalo, pronunciava la stessa frase: “Non mi piace.”
    Forse perché non era necessario mostrarsi felici, forse perché non era abituata a tali delicatezze della vita (un regalo, figuriamoci!), forse perché non pensava di meritarselo. O forse, semplicemente, perché non ne azzeccavamo mai uno.
    Mia nonna Flora è ciò che mi manca di più dei miei natali da bambino. Da molti anni nella custodia della mia chitarra acustica, insieme a un altro paio di feticci, conservo una sua forcina per capelli. Me la porto in giro con me. Tenere sempre a mente da dove si viene è ancora oggi il miglior modo per provare a capire dove si vuole – o dove si può – andare.

    [Nella foto in alto, mia nonna è quella a destra, con lo sguardo in camera. La pupattola con il ciuffo roccocò è mia madre alla tenera età di 18 mesi, l’altra donna è una sorella di mia nonna, Maria. La foto è stata scattata a Salerno l’11 settembre del 1950.]